Letteratura e «parzialità femminile» al giorno d’oggi

Ha ancora senso discorrere di «letteratura al femminile»? Si può definire lo status delle scrittrici nella letteratura italiana contemporanea? Ce lo siamo chiesti nell’ambito di un’ampia inchiesta dando voce a cinquantacinque interlocutori tra critici letterari, scrittrici e scrittori.
È convinzione diffusa tra i nostri intervistati che non ci sia/non bisogna fare distinzione fra le donne e gli uomini, quando si parla di letteratura, perché la letteratura è universale, non ha genere. Tuttavia, si nota una differenza – quantitativa e di trattamento – ancora notevole. «Qualcosa inizia a muoversi, le donne non sono più ai margini ma non hanno neanche tutto il posto che dovrebbero avere», come sostiene Ornella Spagnulo. Dobbiamo perciò tenere conto del pensiero della differenza, sulla scia di Adriana Cavarero a cui ci rimanda anche la filosofa Rosaria Catanoso, visto che il pensiero tradizionale è solo apparentemente universale, essendo il prodotto di un sapere maschile che ha storicamente escluso o marginalizzato il sapere femminile. Permane ancora oggi l’idea dell’universalità del maschile (nel senso di “uomo”, genere maschile e genere umano, umanità, che nell’universalità della letteratura riflette se stesso), in contrapposizione alla parzialità femminile. E per questo che «siamo in un’epoca di transizione, in letteratura, dal maschilismo alla parità», secondo Ornella Spagnulo.
Anche Lella Seminerio osserva che «le donne scrittrici occidentali oggigiorno sono riuscite a conquistare generi ritenuti da sempre appannaggio del sesso maschile e sono state capaci e determinate – a  dispetto dei contesti patriarcali nelle quali erano recinte – a ritagliarsi una fetta importante di pubblico nel panorama letterario contemporaneo. Tutt’altro discorso ha da farsi per le realtà a sud del mondo dove le donne soffrono discriminazioni di genere ben più gravi e profonde. Eppure anche lì abbiamo esempi di alta letteratura femminile dove il talento delle donne riesce comunque e sempre a emergere. Un classico riferimento può essere quello fatto a Joumana Haddad o Azar Nafisi».
Tuttavia, come evidenzia Daniela Marcheschi, «la donna che scrive nell’Italia di oggi continua a non avere vita facile, sebbene le cose siano senz’altro molto migliorate. Specie se è libera e autonoma in una società dove permangono clientelismi, dipendenze varie, la donna è penalizzata, e il suo valore meno riconosciuto di quello di uomini più collegati a gruppi, ruoli eminenti ecc.».
Anche se, superato il retaggio dello ‘scrivere come un uomo’, si può ancora incontrare lo stereotipo dello «stile maschile» con riferimento a una scrittrice, come evidenzia Elisabetta Darida: «Diciamo che la scena letteraria è particolarmente ricca di autrici che con una scrittura nitida e incisiva sanno anche maneggiare la penna con durezza, scarnificando il dolore e la sofferenza senza sconti – penso a Teresa Ciabatti o Chiara Marchelli, o ancora Nadia Terranova e Giulia Caminito – o trattare temi con uno stile che a volte – e in modo stereotipato – è stato definito maschile, come è il caso di Claudia Durastanti».


Le risultanze dell’approccio assiologico

Il punto fondamentale messo in evidenza dalla nostra inchiesta riguarda, quindi, il fatto che, se la letteratura maschile è percepita come universale, quella femminile continua a essere sentita come piuttosto ‘femminile’, rivolta alle donne, cioè parziale. E la presunta parzialità femminile è considerata assiologicamente inferiore rispetto a quella che si crede l’universalità maschile. Massimiliano Parente sostiene che «vere scrittrici donne non ne vedo, perché la maggior parte delle autrici scrivono con l’utero, ossia portando avanti una visione vitalistica, procreativa della vita. Siamo tutti animali ma le donne di più. Non riesco a immaginare una donna arrivare agli estremi di Bernhard o Beckett o Gombrowicz o ai miei, perché non riescono a liberarsi del proprio sesso, a combattere i condizionamenti della propria biologia».
La studiosa Valentina Motta afferma che «per quanto riguarda il generale panorama contemporaneo, nonostante la presenza ormai riconosciuta di questa letteratura, l’impressione e l’associazione a un certo carattere di “leggerezza” comunque permane, cosicché anche il ruolo di alcune grandi autrici può essere, purtroppo, ancora ridimensionato da questo pregiudizio».
Gli uomini leggono ancora in misura minore le scrittrici oppure lo fanno con un pregiudizio. Alberto Ravasio confessa che «per dirla con Nabokov, io come lettore purtroppo sono sempre stato rigorosamente omosessuale. Da adolescente leggevo solo maschi e questa brutta abitudine nel tempo si è fatta vizio, o qualcuno potrebbe dire destino».
Una valutazione poco lusinghiera arriva da Andrea Caterini: «Non mi sembra di rilevare un libro davvero significativo di una donna oggi in Italia. Le scrittrici mi sembrano molto più interessate alla carriera, e più in generale a quelle cose che con la letteratura non hanno nulla a che fare. Si servono della letteratura per scopi che con la letteratura non c’entrano nulla».
Antonio Limoncelli considera invece le donne «vere pioniere e grandi innovatrici perché hanno prodotto una letteratura meno visionaria e trovato il giusto equilibrio tra testo ed extratesto. Il femminile concretizza la cultura, la rende servizio, emozione, condizione sociale meglio di quanto riesce a fare l’uomo che resta per natura legato all’astrazione».
Alberto Garlini valuta la letteratura declinata al femminile come «una letteratura di grande qualità, lo è sempre stata, basterebbe citare Woolf, o Kristof o Flannery O’Connor». Anche per Francesco Carofiglio, «la scrittura che ritengo più alta nel secolo scorso è quella di una donna: Virginia Woolf».
Secondo Claudia Boscolo, «la letteratura femminile italiana è generalmente apprezzata. Ciò che è positivo è che le scrittrici italiane hanno trovato la forza di far emergere temi scandalosi come la violenza domestica e il femminicidio, e quello molto diffuso della disparità di condizioni nel lavoro, dello sfruttamento del lavoro femminile in ogni campo».
A sua volta, Cristina Marconi nota che «nel panorama italiano le voci femminili sono particolarmente forti al momento e questo genera in me una certa euforia. Anche se in generale non mi piace fare troppe distinzioni tra libri scritti da donne e libri scritti da uomini, era veramente ora che certi temi si facessero avanti con più prepotenza. Da Elena Ferrante in poi sto notando un bisogno di ripercorrere la condizione femminile degli ultimi decenni sotto una luce diversa, più analitica, spesso autobiografica, e questo è importante in un paese come l’Italia, in cui la forza intellettuale delle donne ha fatto fatica negli anni a trasformarsi in un reale potere femminile».


La questione del canone letterario

Per quanto riguarda il canone, Giacomo Raccis nota che «il grande lavoro in corso negli ultimi anni è quello legato a una sua rivisitazione della storia letteraria italiana più attenta agli equilibri di genere. Per quanto riguarda il Novecento, in particolare, molte sono le scrittrici che meritano maggior rilievo nei manuali scolastici e anche nei cataloghi degli editori, ma in questi anni molto si sta facendo in questa direzione (anche se ad animare le iniziative sono quasi sempre solo donne)».
Alberto Ravasio sottolinea che, rispetto al passato, «il canone continua a essere maschile, perché la società era quella che era, recupereremo la Murasaki certo, ma almeno fino alla prima metà del Novecento i grandi scrittori sono quelli, Shakespeare, Dostoevskij, Proust eccetera, e tutto questo non è fallocentrismo ma fattualità estetica. Quanto al cosiddetto presente, alla letteratura italiana contemporanea quasi giovane, ho l’impressione che le donne (Maini per dirne una) siano molto più coraggiose e storiche e polifoniche degli uomini, che invece si rivelano sempre più onanistici in ogni senso, vale a dire ripiegati su se stessi, iperletterari, iperbibliografici, ma prima di farci sopra un canone de Noantri aspetterei ancora un po’, perché in letteratura il maschio è spesso un po’ ritardatario (penso agli esordi senili di Cavazzoni, Moresco, Siti, Permunian)».


I nomi femminili più rappresentativi

«Elsa Morante e Anna Maria Ortese sono i grandi modelli, scrittrici di valore assoluto, impegnate in battaglie civili e con posizioni radicali sui temi dei diritti degli animali, della bomba atomica, della crisi della nostra stessa civiltà… Oggi ce ne sono varie, alcune già le ho citate: aggiungo almeno Simona Vinci, Sandra Petrignani, Valeria Parrella ecc., ma in Italia esiste anche una letteratura semisommersa, perlopiù di piccoli editori, con autori interessantissimi... solo che non faccio dei nomi perché i loro libri spesso non si trovano neanche su Amazon», asserisce il critico Filippo La Porta.
A sua volta, Daniela Marcheschi traccia un profilo generale della letteratura femminile contemporanea: «In Italia ci sono state e ci sono delle donne poetesse – come ad esempio Margherita Guidacci, Amelia Rosselli, Jolanda Insana, Cristina Annino, Assunta Finiguerra, Anna Cascella, Margherita Rimi –, molto innovative sul piano del linguaggio e dei temi trattati. Tra le narratrici, oltre a Fausta Cialente, dagli orizzonti davvero ampi e dai temi forti (colonialismo, irredentismo, l’universo femminile ecc.) o la molto più nota Elsa Morante su cui è inutile soffermarsi, ma che ha rivitalizzato il romanzo novecentesco anche portandovi usi formali della Letteratura per l’Infanzia, vorrei qui ricordare Clara Sereni, la prima a giocare fra “casilinghitudine”, cibo e narrazione, e che purtroppo è morta nell’estate del 2018. Una che sa narrare, oggi, anche se talvolta eccede, è Melania G. Mazzucco, che ha già ricevuto importanti riconoscimenti. Fra le giovani emergenti, brave mi sembrano anche Claudia Durastanti e Giulia Caminito: per quello che raccontano della donna di oggi e non solo, e come lo raccontano. Ci si sente una freschezza e, insieme, una necessità di dire autentica».
Per quanto riguarda le scrittrici che sono oggi ‘in attività’, Giacomo Raccis considera che «lo stato della letteratura italiana è decisamente buono: se vogliamo prescindere dal “caso” Elena Ferrante, figure come Helena Janeczek, Rossella Milone, Alessandra Sarchi, Claudia Durastanti o Valentina Maini costituiscono dei riferimenti sicuri per il quadro della narrativa contemporanea, interpreti originali delle sue svolte e dei suoi caratteri principali. E mi sembra che anche il loro peso nel dibattito culturale sia decisamente rilevante (anche se la sproporzione rispetto agli scrittori rimane ancora)».
Allargando la prospettiva, questa la testimonianza di Alessandro Raveggi: «Penso che le cose più interessanti che ho letto in questi ultimi anni, letture sconvolgenti, sperimentali, mi siano offerte da donne del presente, ma anche del passato. In Italia mi piace molto il percorso che sta facendo Claudia Durastanti, oppure parlando di altre generazioni, Laura Pariani, Alessandra Sarchi. Sono poi un fan sfegatato della scrittrice croata Daša Drndić, mi piace quasi tutto di Olga Tokarczuk, guardo con favore anche a scritture più sperimentali di scrittrici inglesi (Eley Williams, Clare-Louise Bennet, per esempio) e americane (Rivka Galchen, Gina Apostol, che tradurrò per Utopia edizioni), sempre e solo se non si abbandonano alle tematiche del momento, se non fanno delle loro scritture un proclama».
Sempre all’ambito internazionale si riferisce anche Vanni Santoni: «Tra le viventi mi paiono imprescindibili Olga Tokarczuk, Margaret Atwood, Ali Smith, Hilary Mantel, Valeria Luiselli, Annie Ernaux…; tra quelle scomparse di recente citerei almeno Joan Didion, Ursula LeGuin, Toni Morrison, Doris Lessing... Ma parimenti importanti sono i recuperi, dato che molte donne scrittrici sono state sistematicamente sottovalutate o ingiustamente considerate «minori»: penso alle grandi riscoperte di autrici somme come Clarice Lispector, Djuna Barnes, Lucia Berlin, Cristina Campo, Leonora Carrington (sì, era anche scrittrice)».


Il fil rouge della letteratura declinata al femminile

Alle donne che abbiamo intervistato abbiamo chiesto se riescono a scorgere un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della letteratura declinata al femminile. Le risposte riguardano sia i tratti definitori del femminile, sia i temi più diffusi tra le donne rispetto agli uomini.
Per Flora Fusarelli, «il fil rouge che accomuna le scelte stilistiche e tematiche della letteratura al femminile è proprio la femminilità intesa come estrema sensibilità e competenza verso temi specifici. Basti pensare al tema della maternità!».
Daniela Marcheschi elenca «la finezza di scandagliare la psiche, i sentimenti fondamentali di donne e uomini, le sfaccettature dell’infanzia, il ruolo della donna compressa fra doveri sociali ed esigenza di esistere in pienezza come persona, l’oppressione ingiusta, il coraggio femminile e la capacità di guardare più lontano e più in alto, pur tra certe, inevitabili, contraddizioni».
E ancora, Valentina Motta: «Penso che il fil rouge che unisce tutte queste voci e queste anime sia il desiderio di eternare l’universo femminile nelle sue componenti e nelle battaglie di cui le donne sono state protagoniste».
Lella Seminero è certa «che ogni donna scrittrice condivida un sentimento a cui, prima o poi durante la sua vita, abbia fatto appello, e in nome del quale abbia lottato più o meno duramente: il coraggio. È questo sentimento che sono sicura possa essere un unico filo che si intreccia alle loro anime e che permette a tutte di sentirsi più vicine».
Orsola Severini ha la stessa prospettiva: «Fino a non molto tempo fa, scrivere per una donna era un atto di ribellione. Forse è proprio questo che accomuna le scrittrici. Attraverso la loro scrittura compiono un atto rivoluzionario. Benché in epoche, contesti e culture diversissimi, autrici come George Sand, Colette, Simone De Beauvoir, Virginia Woolf, Elsa Morante o Oriana Fallaci si sono battute perché la loro voce avesse diritto di cittadinanza nel dibattito culturale. Le loro opere non hanno solo permesso l’affermarsi dei diritti delle donne ma hanno anche portato uno sguardo unico e inedito sul mondo maschile che è primordiale per la società tutta».
Rosella Lisoni considera che «i ritratti di scrittrici nella letteratura del ’900 restituiscono un’immagine forte, determinata e coraggiosa di donna. Personaggi femminili dotati di immenso talento e grande acume, energiche, vitali, indomite. Foriere di speranze e a volte possedute dal dolore, dalla paura, ma sempre attende a scorgere nella letteratura una spinta a vincere i mali del mondo. Letteratura intesa come forza terapeutica, all’interno della quale sono presenti gli spiriti che curano».
Ecco anche lo sguardo di Romana Petri: «Credo che questo fil rouge, se mai dovesse esserci (ma io spero tanto che ogni scrittrice abbia il suo), sia quello del riscatto in un mondo nato e fatto per gli uomini».
Sulla stessa scia, Anna Pasquini ritiene che «nei testi scritti da donne ho spesso riscontrato un’indagine più approfondita alle tematiche legate alla maternità e alla sua negazione – sia essa una libera scelta, sia essa una dolorosa perdita. Oltre a un esame a più ampio respiro legato ai temi inerenti al ruolo di donna nella società moderna, alle lotte per un’affermazione che ancora oggi stenta ad arrivare, e se arriva deve fare i conti con credenze retrograde che non accettano uno scollamento da vecchi cliché».
Ornella Spagnulo trova che vi sia «più di uno: il primo che mi viene in mente è l’amore, il secondo la casa, il terzo il corpo. Non penso sia un pregiudizio rintracciare dei temi più diffusi tra le donne rispetto agli uomini. È come quando si studiano e si comparano le letterature di paesi differenti. Ognuno ha le sue caratteristiche».
Cristina Marconi aggiunge un altro elemento: «Secondo me il fil rouge sta nella rivisitazione del passato recente, personale o collettivo, alla ricerca dell’elemento sfuggito, del momento in cui le cose sarebbero potute andare diversamente oppure del punto di forza nascosto, quello da cui ripartire».
Secondo Veronica Tomassini, «forse le donne hanno raccontato con unospirito implume e tragico il medesimo quesito che attiene all’amore. Non c’è altro, a pensarci bene. Questo fuoco le contraddistingue, in qualche modo».
Per Carmen Trigiante, il fil rouge è «la sensibilità verso il dramma di vivere», mentre per Francesca Valente, «l’intelligenza». Anna Pastorino ritiene che «laddove la condivisione del vissuto è autentica, ancorché finzionale, credo si possa scorgere una messa in opera di quel meccanismo che consiste sul lato della scrittura nella restituzione di una voce a chi è stato tacitato e a cosa della sua esperienza non ha potuto trovare spazio di espressione».
Per Stefania Mazzone, invece, è «molto difficile ridurre a unità un universo che, per definizione, è moltitudinario e nomadico. Proprio questa caratteristica, insieme alla plurivocità, l’incoerenza, l’esodo, il meticciato, rende la letteratura, letteratura femminile».
Forse, è opportuno citare qui Virginia Woolf, che ricorda: «Sarebbe un gran peccato se le donne scrivessero come gli uomini, o vivessero come loro, o assumessero il loro aspetto; perché se due sessi non bastano, considerando la vastità e la varietà del mondo, come potremmo cavarcela con uno solo? L'educazione non dovrebbe forse sottolineare e accentuare le differenze, invece delle somiglianze?» (Una stanza tutta per sé, trad. e cura di Graziella Mistrulli, Guaraldi, 1995, p. 111).



Prospettive per il futuro

In uno sguardo complessivo, Donato di Poce sostiene di essere «convinto che le Donne non hanno bisogno di fans e di garanti ma solo di opportunità e di spazi per la loro creatività».
Per quello che riguarda il marketing editoriale, come sottolinea Giovanni Bitetto, «c’è ancora molto da fare: gli organigrammi delle case editrici sono ancora a prevalenza maschile, ma soprattutto gli uomini occupano ancora i ruoli apicali delle stesse».
Cristina Marconi aggiunge anche la prospettiva delle lettrici: «Le donne sono grandi lettrici, è a loro che il mercato spesso si rivolge, ma a differenza che nel mondo anglosassone in cui ho vissuto per più di un decennio qui prevale la ricerca di storie forti, scritte bene, senza quella leggerezza tipica della letteratura di consumo. C’è un grande bisogno di immedesimarsi, di cercare personaggi incisivi, eroine molto reali, forse per compensare il fatto che la politica e la società faticano, per usare un eufemismo, a riflettere in modo adeguato le esigenze delle donne. La letteratura almeno ci prova e nel frattempo offre modelli, consola, interroga delle strutture che stanno saltando molto velocemente. Ultimamente giro molto nelle scuole e noto che stanno cambiando tante cose rispetto a qualche anno fa: le bambine di dieci anni alzano sempre la mano per prime e di principesse non ne vogliono sapere».
Relativamente ai premi letterari, Nadia Terranova afferma: «Resta sicuramente, per le donne, un problema di riconoscimento legato per esempio ai premi. Le donne scrivono romanzi di assoluto valore e spesso di avanguardia».
Per quanto riguarda il Premio Strega al quale la nostra rivista dedica la serie di interviste Scrittori per lo Strega, dal 1947 – anno della sua istituzione – al 2021, sono solo undici le donne che lo hanno vinto, nel corso delle 75 edizioni, a fronte di 64 uomini: per prima, nel 1957, Elsa Morante con L’isola di Arturo, seguita da Natalia Ginzburg (Lessico famigliare, 1963), Anna Maria Ortese (Poveri e semplici, 1967), Lalla Romano (Le parole tra noi leggere, 1969), Fausta Cialente (Le quattro ragazze Wieselberger, 1976), Maria Bellonci (Rinascimento privato, 1986), Mariateresa Di Lascia (Passaggio in ombra, 1995), Dacia Maraini (Buio, 1999), Margaret Mazzantini (Non ti muovere, 2002), Melania Mazzucco (Vita, 2003) e Helena Janeczek (La ragazza con la Leica, 2018). La distribuzione di genere dei finalisti e dei vincitori del Premio ha ovviamente suscitato polemiche e analisi della difficoltà di affermazione delle scrittrici. Aspettiamo l’esito di quest’anno!

Afrodita Cionchin e Giusy Capone
(n. 6, giugno 2022, anno XI)