Barocco. Il Gran Teatro delle Idee al Museo di San Domenico, Forlì

Tra il 21 febbraio e il 28 giugno è aperta una splendida mostra sul Barocco, nell’ex convento monastico di San Domenico a Forlì, luogo di innumerevoli, belle e grandissime mostre da venti anni a queste parti in terra di Romagna. Come ci hanno ormai abituati gli organizzatori delle mostre a San Domenico, il numero delle opere è davvero impressionante, circa 200 capolavori, che restituiscono il ritratto di un’epoca complessa come è il Barocco. Siamo abituati dai neoclassici a dare una immagine cosiddetta decadente del Barocco. Niente di più errato; il Barocco è un’età  ricca di vitalità, che abbraccia l’intero mondo artistico dai quadri alle sculture, dai tessuti e oggetti della maraviglia alla bellezza dei disegni e dei mobili, un mondo completo, uno stile davvero internazionale, che ha decorato e dilettato duecento anni della storia dell’umanità partendo dalla Roma dei papi e all’emblema del Barocco – la chiesa con due torri campanarie che inquadrano l’entrata delle chiese cattoliche dall’Europa al lontanissimo Sud America. L’ambito puramente estetico ha spaziato tutto il sentire di quasi due secoli di storia, dall’arte alla musica, dalla filosofia e dalla letteratura alla sua relazione con la storia delle idee.
Creata in collaborazione con le Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma, Barocco. Il Gran Teatro delle Idee riunisce opere di maestri del Seicento come Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Caravaggio, Guido Reni, i Carracci, Rubens, Van Dyck, Artemisia e Orazio Gentileschi, Pietro da Cortona. La cosa inedita della mostra è l’attenzione che si è data al rapporto tra il Barocco e l’arte che ha seguito quell’epoca fino ai giorni d’oggi e che ha preso dalla scenografia barocca molteplici prospettive di un tempo tanto esuberante quanto inafferrabile, esplorando i suoi legami con un tempo più recente, e in particolare gli influssi esercitati sui grandi artisti del Novecento, da Umberto Boccioni a Giorgio De Chirico, da Lucio Fontana a Francis Bacon. 
Naturalmente le opere sono state prestate dai più grandi palazzi barocchi: il Palazzo Barberini, la collezione Albertina di Vienna, il Museo del Prado di Madrid, da Roma con i Musei Vaticani, a Firenze con le Gallerie degli Uffizi e Napoli e il suo meraviglioso Museo di Capodimonte. 
Cuore del racconto è ovviamente il posto dove nacque il Barocco – la Roma dei papi, da dove il Barocco diventa la moda del momento e spinge sovrani e mecenati a promuovere un profondo rinnovamento nella pittura e nelle lettere, nell’architettura e nell’urbanistica. Da Roma parte quindi il percorso a cura di Cristina Acidini, Daniele Benati, Enrico Dehmer, Fernando Mazzocca e Francesco Petrucci. Nella Città Eterna, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, le rovine dell’antichità come il contorto Laocoonte, con le tensioni muscolare degno di un culturista odierno, il Torso del Belvedere o il Galata ferito (primo quarto del II secolo d. C., marmo microasiatico a grana fine, del MANN di Napoli) che approdano dalla collezione Farnese, il vero nucleo del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’Amazzone della prima metà del II secolo d.C. (marmo microasiatico a grana fine sempre dal MANN di Napoli), il Persiano morente (prima metà del I secolo d.C., marmo fine microasiatico a grana fine, Napoli, MANN). Queste sculture addobbano con il loro candido biancore la grande navata della chiesa sconsacrata, oggi ingresso nelle mostre di Forlì e ci fanno immergere in un’atmosfera onirica, di stupore davanti allo scenario nello scenario, che è la vera fede artistica dello stile barocco.
Non può mancare Caravaggio, che irrompe sulla scena con la sua pittura San Francesco in meditazione, 1606 circa, olio su tela, che arriva da Cremona, dalla Pinacoteca Ala Ponzone. Un San Francesco assorto nel contemplare un crocefisso posato sopra un libro sacro, che a sua volta poggia sul teschio del memento mori, tema così caro al Barocco. Mi ha impressionato la plasticità del volto del santo, una fronte solcata dalle rughe lasciate dal tempo che scorre e la luce che cade dall’alto e disegna le mani congiunte in un’eterna preghiera, luce che solo Caravaggio sapeva dipingere in quel modo e che fa di essa la chiave dello stile dell’irrequieto pittore lombardo.
Il Barocco è però soprattutto architettura e contesa tra le architetture di Borromini e Bernini, che fecero dell’Urbe «il più grande spettacolo del mondo». La mostra ci fa vedere i disegni dei due grandi architetti e una bellissima Lanterna di San’Ivo alla Sapienza del 1642-1660, una ricostruzione del 1999 in resina dall’Albertina di Vienna.
La ritrattistica del potere è ben rappresentata da una copia di Anton Van Dyck Ritratto di Quentin Simons del 1633-1635 (?), olio su tela, Roma, Gallerie Nazionali d’Arte Antica. Cosa doveva essere una galleria all’epoca del Barocco ce l’ho dimostra David Teniers il Giovane e la sua Galleria di pittura dell’arciduca Leopoldo Guglielmo, del 1653 circa, olio su tela, del castello Rohrau (Schloss Rohrau), Graf Harrach’sche Familiensammlung, dove tre uomini sono letteralmente sommersi dai quadri appesi ai muri, posati sul pavimento o mostrati da un garzone di bottega.
Un meraviglioso quadro di Pier Francesco Mola, Allegoria del pontificato di Alessandro VII, del 1655-1660 circa, è un olio su rame della Galleria Nazionale di Arte Antica di Roma e ci mostra un incantevole corpo di un giovane uomo saettato e con le ferite sanguinanti sullo scapolo omerale e quattro angioletti addetti ha curarlo e slegarlo dai lacci dei seviziatori. Accanto, in piedi, un’armatura metallica degna di una bottega lombarda ci fa capire che la lotta fu dura e il paesaggio acquatico in secondo piano ci dà un sentimento di quiete dopo la tempesta.
La camera delle meraviglie, la Wunderkammer, è ben rappresentata da oggetti bellissimi quanto bizzarri, preziosi e inutili, tripudio dell’impegno di stupirci. Io sono rimasta esterrefatta da un Trionfo di Apollo sul carro del Sole della fine del XVII secolo in corallo e argento proveniente dalle botteghe trapanesi o palermitane e che appartiene alla Collezione Fondazione Giuseppe Whitaker.
Si aggiungono strumenti scientifici d’avanguardia, come il microscopio o il cannocchiale, testimonianze di un’epoca di scoperte dirompenti, tavole all’intarsio di pietre dure. Orologio automa raffigurante un unicorno del 1590 circa, in rame dorato, della manifattura tedesca del Giordano Art Collection, l’immancabile manifattura di Asburgo con un Orologio automa raffigurante un elefante del 1595-1600. in bronzo dorato e argento, cesellato della stessa Giordano Art Collection, e sempre dalla manifattura di Asburgo l’Orologio raffigurante un dignitario turco, 1595 -1600, in bronzo dorato, della Giordano Art Collection; oggetti raffinati di rara bellezza.

La sezione Visioni mistiche. Lo spirito, la carne, l’estasi conduce il visitatore nel mistero del Barocco, alla scoperta dell’aspetto più teatrale ed emozionante dell’estetica seicentesca, un sacro reso tale da un profano travolgente, dal San Francesco in meditazione di Caravaggio al Cristo legato e alla Beata Ludovica Albertoni di Bernini, presente attraverso la testimonianza del Baciccio.
Le nature morte – altra novità di questo periodo – ricordano all’uomo che ogni gloria è caduca, come la Natura morta con vaso di rose ed ortensie fiorite in un vaso ad anfora decorato a rilievo di Bernardo Strozzi del 1635, un olio su tela che arriva dal Principato di Monaco, per gentile concessione di Maison d’Art.
L’immagine logo della mostra è invece un quadro meno conosciuto di Antonio d’Enrico detto Tazio da Varallo, Davide con la testa di Golia, opera del 1623-1625 circa, un olio su tela che arriva da Varallo, Palazzo dei Musei, Pinacoteca. Condivido in pieno la scelta di questo quadro meno noto come emblema della mostra perché rappresenta proprio l’anima del Barocco – il contrasto tra i muscoli del braccio possente e il corpo da uomo forte e la faccina efebica con i capelli ricci, biondi e spettinati di un adolescente che ha appena compiuto il rito di passaggio verso l’essere adulto e prendersi le responsabilità di un atto criminoso ma liberatore del proprio popolo. Questo contrasto è meraviglia, è lo stupore, è Barocco.
Al primo piano, in cima alle scale troneggia il Ritratto allegorico di Filippo IV di Spagna a cavallo, opera di Peter Paul Rubens del 1651, olio su tela, appartenente alle Gallerie degli Uffizi di Firenze. Un re che troneggia sul mondo, sul paesaggio e viene incoronato con l’alloro dalle grazie divine della cattolicità in quanto difensore della Fede.
La continuità dello stile barocco nelle forme e negli atteggiamenti artistici e pittorici è contemplata nell’ultima parte della mostra, non prima di salutare la bella Ebe di Antonio Canova che dimora ormai nel museo di Forlì da tempo e che è il vero spiritus loci che mi accoglie a ogni visita che ho fatto in questi ultimi due decenni a San Domenico. Antonio Canova ha realizzato diverse sculture con soggetto Ebe, e attualmente sono conservate in vari musei nel mondo. L’opera di Forlì è stata commissionata allo scultore nel 1816 dalla contessa Veronica Zauli Naldi Gaurini per rendere più appetibile il palazzo della propria famiglia, residente a Forlì. Molto tempo dopo la morte della duchessa, probabilmente l’opera è stata spostata anche in altri palazzi, ma successivamente i discendenti della famiglia Guarini hanno deciso di vendere l’opera al comune, il quale riuscì ad acquistarla con non poche difficoltà. Dopo ulteriori spostamenti legati alle problematiche cittadine, alla fine l’opera è giunta dove si trova oggi, ovvero nei musei di San Domenico dove la troviamo tutt’ora.
Dai «Barocchi contemporanei» emerge Fausto Melotti e il suo Centauro (senza titolo) del 1950, ceramica smaltata, per gentile concessione di Repetto Gallery. Giuseppe Ducrot, Busto di Vescovo del 2024, terracotta invetriata, proprietà dell’artista, è un oggetto a tutti gli effetti barocco – inganna lo spettatore con i suoi smalti che sembrano oro e argento e ha la forma tipica dei busti di Bernini. Nei mesi scorsi vi ho presentato una mostra del ceramista Lucio Fontana, organizzata dalla Fondazione Guggenheim di Venezia. Nella mostra di Forlì ci sono altre ceramiche di Fontana come Il bombardamento di Milano del 1972, fusione postuma gesso originale 1951-52, un bronzo che appartiene alla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, dove il Cristo svolazzante si distacca dal bassorilievo per accogliere e accompagnare benedicendo un groviglio di corpi senza vita.
Non manca Francis Bacon, Pope I-Study after Poe Innocent X by Velazquez, del 1951, olio su tela, dell’Aberdeen City Council Aberdeen Archives, Gallery & Museums Collections, presentato nel 1956 dalla Contemporary Art Society.
Come affermano i curatori della mostra: «Non esiste stagione della storia europea in cui l’immagine abbia assunto un ruolo tanto consapevole e strategico quanto nel Seicento. Con il Barocco l’arte smette di essere semplice rappresentazione e diventa costruzione di realtà. Lo spazio si dilata, le superfici si aprono, la luce diventa materia attiva. Il Barocco è il momento in cui l’arte europea comprende definitivamente la propria forza. L’immagine non è più solo specchio del mondo, ma strumento capace di modellarlo. È qui che il visibile diventa dispositivo critico, capace di orientare lo sguardo collettivo, di costruire identità, di mettere in scena conflitti. È in quella consapevolezza dell’immagine – nella sua capacità di persuadere, emozionare, organizzare il mondo – che affonda una parte decisiva della nostra cultura visiva. E da lì continua a interrogare il presente».  
E così tutto è il Barocco, arte e musica, filosofia tedesca e scienza galileiana, stile della scrittura ricca con tante subordinate e moda sofisticata, sentimento del memento mori e del panta rei, eros e thanatos abbracciati in un’eterna bellezza che è sfuggente e che è, in fin dei conti, la nostra propria vita. Il Barocco è uno stato d’animo, un’emozione che si basa sul contrasto, sullo stupore, sulla meraviglia. E la mostra del Museo di San Domenico di Forlì con le sue centinaia di opere mi ha sorpresa piacevolmente e ha continuato la tradizione del passato con le mostre che si organizzano da vent’anni in questo meraviglioso museo e che fanno di Forlì una meta obbligatoria per gli amanti dell’arte.
La mostra è accompagnata da un corposo e bellissimo catalogo Barocco. Il gran teatro delle idee,opera del curatore della mostra, Gianfranco Brunelli, e dell’editore Dario Cimorelli.



Liana Corina Țucu

(n. 5, maggio 2026 anno XVI)