Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana alla Collezione Peggy Guggenheim

Dall’11 ottobre 2025 al 2 marzo 2026, è aperta a Venezia, all’interno della collezione Peggy Guggenheim  una mostra inedita, la prima mostra personale realizzata da un museo e dedicata alle opere in ceramica di Lucio Fontana (1899–1968), uno degli artisti più innovativi nonché un italo-argentino che ha cambiato l’arte con il suo segno o taglio, per meglio dire, che lo contraddistingue nel paesaggio dell’arte del XX secolo.
Procediamo con ordine. Intanto si deve un doveroso accenno a questo tempio dell’arte moderna e contemporanea che è il palazzo Venier, detto «dei Leoni» e che fu la casa a Venezia di Peggy Guggenheim, dove la dogaressa, come era chiamata la grande collezionista e amante d’arte, aveva collocato, insieme alla sua vita di tutti i giorni, anche la sua favolosa collezione d’arte. Il palazzo si trova in Dorsoduro, la parte più alta della città, ha uno splendido giardino dove, in un angolo raccolto sono collocate le tombe degli amati cani della padrona, ed è per noi romeni l’unico luogo in Italia dove possiamo trovare non uno, bensì due degli Uccelli meravigliosi (Pasărea măiastră) di Constantin Brâncuşi. Ricordo con grande emozione la prima volta quando mi trovai davanti a questi due capolavori dell’artista romeno, posati li su alti piedestalli nelle due stanze simmetriche che chiudono la scalinata monumentale che collega il palazzo alla sua porta d’acqua e il molo con i pali da casada multicolori che punteggiano lo sbocco al Canal Grande, due opere come due colone del tempio e che riecheggiano dei meravigliosi versi di Charles Baudelaire nelle Corrispondenze dell’iconico volume I fiori del male:

È un tempio la Natura ove viventi
pilastri a volte confuse parole
mandano fuori; la attraversa l'uomo
tra foreste di simboli dagli occhi
familiari. I profumi e i colori
e i suoni si rispondono come echi
lunghi che di lontano si confondono
in unità profonda e tenebrosa,
vasta come la notte ed il chiarore.

Esistono profumi freschi come
carni di bimbo, dolci come gli òboi,
e verdi come praterie; e degli altri
corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno
l'espansione propria alle infinite
cose, come l'incenso, l'ambra, il muschio,
il benzoino, e cantano dei sensi
e dell'anima i lunghi rapimenti”.

La Collezione Guggenheim di Venezia è rimasta, per volere di Peggy Guggenheim, una «officina delle arte» come direbbe Roberto Longhi, forse il più grande critico d’arte italiana mai esistito. Come afferma anche la presentazione della Collezione:
«La missione del museo è presentare e dare risalto alla collezione di Peggy Guggenheim e approfondire e divulgare la conoscenza e dell’arte moderna. La collezione include opere fondanti del Cubismo, del Futurismo, della pittura metafisica, dell’astrazione europea, della scultura d’avanguardia, del Surrealismo e dell’Espressionismo astratto americano. È costituita da opere altamente rappresentative dei maggiori artisti di questi movimenti, come Jean Arp, Francis Bacon, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Brâncuşi Constantin, Georges Braque, Victor Brauner, Alexander Calder, Giorgio de Chirico, Salvador Dalí, Robert Delaunay, Marcel Duchamp, Max Ernst, Leonor Fini, Alberto Giacometti, Arshile Gorky, Juan Gris, Grace Hartigan, Vasily Kandinsky, Paul Klee, Fernand Léger, El Lissitzky, René Magritte, Kazimir Malevich, Marino Marini, Joan Miró, Piet Mondrian, Henry Moore, Robert Motherwell, Tancredi Parmeggiani, Francis Picabia, Pablo Picasso, Jackson Pollock, Germaine Richier, Mark Rothko, Gino Severini, Yves Tanguy ed Emilio Vedova. Comprende, inoltre, un nucleo di opere d’arte africana, oceanica e precolombiana».
Dentro questo progetto di ricerca e innovazione si piazza anche la mostra di ceramiche di Lucio Fontana. Come abbiamo già precisato, la mostra di Lucio Fontana è la prima mai realizzata per mostrare in buona parte pezzi che sono inaccessibili al largo pubblico in quanto che fanno parte di collezioni private. Sono opere in ceramica e non le ben più conosciute e rinomate tele spaccate dal taglio del coltello argentino che distingue e fa da chiave di lettura dell’identità del grande artista italo-argentino. Veniamo a sapere che il lavoro di Lucio Fontana con l’argilla era già iniziato in Argentina negli anni ’20 e che l’ha affascinato per tutto il corso della sua vita. La mostra è frutto della cura della storica dell’arte Sharon Hecker ed è la prima monografica che offre un esame approfondito della produzione in ceramica di Fontana.
Come afferma Sharon Hecker:
«A lungo associata all’artigianato più che all’arte, oggi la ceramica di Fontana sta ricevendo una nuova attenzione grazie al rinnovato interesse per questo materiale nell’arte contemporanea».
Ci sono in tutto 70 opere storiche, alcune esposte per la prima volta, opere provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private ed esposte con l’intenzione di far luce sull’arte di Lucio Fontana che è conosciuto fin’ora soprattutto come pittore, ma che fu anche un eccellente  scultore e che amava sperimentare attraverso materiali più «duttili» al tocco dell’artista, come l’argilla, dove Fontana non si limita soltanto alla gioia della lavorazione della materia, ma tira fuori la sua vena pittorica nell’uso dei colori e a volte anche delle tecniche moresche dello smalto a base di rame soffusa nella cottura a temperature altissime e che da quel brio e quella luce riflessa dai metalli e che cattura l’occhio dello spettatore.
Dentro le sale ci accoglie una mostra scandita in modo cronologico e tematico. Si parte con i primi sperimenti molto figurativi e decorativi in un certo senso. Dei coccodrilli come il minaccioso Coccodrillo del 1936-37, arancione e verde come quel Coccodrillo del 1937, spettacolari che brillano di luce propria e sfoggiano le corazze verdastre e sinuose, mimetiche e spettacolari, quell’inganno che li fa confondere con le acque e che fanno ingannare le fragili prede. Seguono i meravigliosi Cavalli marini del 1936 (terracotta invetriata, Glazed ceramic, collezione privata) che emergono dall’acqua come quelli cavalli veri dalle pampas argentine che si spronano per emergere dalla terra di cui sono fatti, uno nero come la pece, l’atro rosa come il fiore, brillanti, simmetrici. Lucio Fontana è un uomo che viene da lontano, dalla terra del tango e della «dolce Milonga» come direbbe il favoloso cantautore che è Paolo Conte, è un uomo che trasuda seduzione ed energia e le sue creature in ceramica sono delle alter ego dell’artista. Una sala con delle belle fanciulle e i loro busti è la testimonianza dell’amore che Lucio Fontana sente per la donna in quanto modella e musa ispiratrice. Le tecniche di nuovo ci stupiscono. Tre ritratti di fanciulle testimoniano l’amore per la donna: Studio di testa del 1931 (terracotta dipinta a ingobbio e graffita, della Collezione Mario e Andriana Monti), Busto femminile sempre del 1931 (terracotta dipinta a ingobbio, graffita e dorata del Museo del Novecento a Milano) e Ritratto di bambina dello stesso anno 1931 (Terracotta graffita della Fondazione Lucio Fontana di Milano). Ceramica dorata come, per segnare abiti preziosi dei ruggenti anni ’20, abiti accennati con piccoli tocchi realistici per rendere omaggio al tempo che fu, il tempo della sua giovinezza. Una splendente ed esuberante Ballerina di Charleston del 1926 (gesso dipinto di una collezione privata) con le sue forme e i suoi movimenti ritratta in gesso dal colore nero ricorda l’intramontabile Joséphine Baker, le sue seducenti movenze e la Parigi del periodo tra le due guerre.
Segue il tempo della maturità che era per Lucio Fontana il tempo, ahimè, del fascismo. L’imperatore – Torso italico del 1938, una potente raffigurazione di Augusto è testimone di un corpo rappresentato a mezza figura, fino a dove è esposta la corazza del generale e le sue insegne di guerra. Un imperatore con corona d’alloro, vincitore in pectore, nero come il tempo del buio ventennio, dominatore solitario esposto con garbo da solo, in una sala dedicata solo e soltanto a lui.  
Il tempo del dopoguerra, quello della tarda maturità affermata è rappresentato dalle sculture astratte, dove il suo approccio all’argilla ricorda anche altri sperimentalisti come lui, in particolar modo Alberto Burri e della sua materia con sfere dalla forma scaramazza, dai buchi che solo Alberto Burri sapeva fare, materia che ha incuriosito assai anche un artista come Lucio Fontana, il maestro delle tele incise dalla lama di un coltello che taglia in modo simile la carne dell’asado e la tela della pittura.
Lucio Fontana manifesta l’amore per la ceramica nell’arco di decenni e in contesti molto diversi: dal primo periodo in Argentina, poi al ritorno in Italia, dal Fascismo al ritorno in Argentina durante la guerra, per rientrare nuovamente nel dopoguerra in Italia e rimanere qui negli anni ’50-60 della ripresa del paese e del boom economico.
Mi ha stupito anche in un certo senso la capacità di reinterpretare il barocco e le sue ceramiche. Lucio Fontana ha realizzato anche, come dice pure la presentazione della mostra:
«oggetti per interni privati, come i piatti e crocifissi, caminetti, maniglie, spesso in collaborazione con importanti designer e famosi architetti milanesi con i quali  creò fregi ceramici per facciate di edifici, sculture per chiese, scuole, cinema, hotel, circoli sportivi e tombe che ancora oggi ornano la città».
In un certo senso questa produzione febbrile di opere catalogate come appartenenti a un’arte minore come è chiamata  la ceramica, mi ricorda la prolificità di Gio Ponti e il suo appartamento del Rettore dell’università di Padova, a Palazzo Liviano, e il museo che è un mondo e un manuale sul genio di Gio Ponti, dalle maniglie delle lunghe porte, alle lampade e i banchi delle aule studentesche, dalla grata in ferro battuto delle scale, alle aule imperiali dell’ingresso con affreschi di Massimo Campigli e sculture come Tito Livio, il patavino, di Arturo Martini. Per non parlare della lunghissima collaborazione di Gio Ponti con la migliore fabbrica di ceramiche dell’Italia che è la Richard-Ginori.  
La mostra veneziana è un mondo a 360 gradi che ruota intorno alla figura da hidalgo delle pampas di Lucio Fontana, una creatività sconfinata, una curiosità nello sperimentare tecniche e materiali sempre nuovi, forme d’espressione d’avanguardia, quell’Avanguardia che non morirà mai nei cuori dei pionieri dell’arte e negli spiriti ribelli come fu anche quello di Lucio Fontana. Una foto che lo ritrae in veste quasi vacanziera e spensierata e che mi è rimasta impressa nella mente (Lucio Fontana con due Ceramiche spaziali, ad Albisola, nel 1949 circa, Courtesy Fondazione Lucio Fontana, Milano). Un Lucio Fontana a busto nudo che indossa pantaloncini corti e un paio di espadrillas, in posa con questa foggia quasi da «uniforme dei grandi artisti» che assomiglia a Pablo Picasso, un appello alla comodità che lo fa sembrare chic e disinvolto, sexy e ribelle, uno dal polso fermo e dall’occhio socchiuso dalle sopracciglia brune in contrasto con la pelata lucente del sole forte che picchia duro sulla costa ligure come in un verso di Salvatore Quasimodo: Ed è subito sera
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera.
Le fotografie d’archivio che ritraggono Lucio Fontana al lavoro mi ricordano di nuovo le fotografie di Constantin Brâncuși nel suo atelier dell’Impasse Ronsin, 11, oggi donazione al Centro Pompidou. L’artista al lavoro, testimonianza della creazione e del rapporto intimo che s’instaura con la materia e con lo spazio dove si lavora, dove crea e spesso dove vive, un mondo a sé pieno di significato.

Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana è un invito al pubblico di pensare all’opera di Lucio Fontana non solo come precursore dello spazialismo e dell’arte concettuale, ma anche come scultore e ceramista, come amante profondo della materia, dell’argilla docile che si lascia toccare e lavorare come un pezzo della sua e, oggi, della nostra vita. La mostra è riuscita a dare un’altra immagine dell’artista Fontana, come ci fa capire la presentazione stessa:
non soltanto come figura solitaria, ipermaschile ed eroica che taglia le sue tele con un cutter, l’esposizione rivela un lato più informale, profondo e collaborativo dell’artista, radicato nella fisicità morbida dell’argilla e plasmato da relazioni durature, come quella con il ceramista e poeta Tullio d’Albisola e la manifattura ceramica Mazzotti di Albisola. Come afferma la curatrice: “L’argilla emerge come un contenitore di sperimentazione vitale, di molteplicità e fertilità.
Le fotografie insieme a Giuseppe Mazzotti e altri artigiani ad Albisola del 1936, quando lavoravano il Coccodrilo e il serpente sono una bella testimonianza della fatica e della dedizione dell’artista all’opera.
Una opera di Lucio Fontana, Concetto spaziale, del 1964-66 (terracotta invetriata, taglio e graffito, collezione privata) richiama nella mente un’altra opera di Constantin Brâncuşi, Il pesce, segno dell’eterno dialogo tra gli artisti di tutte le epoche. Stessa forma da siluro che attraversa lo spazio, affilato, veloce, accattivante e pericoloso, forma-concetto che arriva dritto fino a noi, spettatori di questa mostra inedita ed emozionante.
Come è successo anche nella mostra su Beato Angelico al PalazzoStrozzi a Firenze, che ha accompagnato la mostra in sé con una serie di eventi culturali nonché il restauro di alcune tele, anche la Fondazione Peggy Guggenheim ha completato l’esposizione della mostra su Lucio Fontana ceramista con un articolato programma di attività collaterali gratuite, volte ad approfondire e interpretare la pratica e il linguaggio visivo dell’artista, realizzate grazie alla FondazioneAraldi Guinetti, Vaduz. Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana è sostenuta da BottegaVeneta e la Collezione Peggy Guggenheim ringrazia il Comitato consultivo, LavazzaInclusivitySupporter.  
Ultimo, ma non meno importante, la Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana è accompagnata da un catalogo illustrato, pubblicato da MarsilioArte, che include nuovi saggi critici della curatrice Sharon Hecker e di Raffaele Bedarida, Luca Bochicchio, Elena Dellapiana, Aja Martin, Paolo Scrivano, Yasuko Tsuchikane, tutti dedicati alla pratica ceramica di Fontana e ai suoi contesti storici, sociali e culturali.

Esprimo un doveroso ringraziamento alla Fondazione Peggy Guggenheim che mi ha accreditato la visita alla mostra. Per ulteriori approfondimenti e informazioni si può consultare il link: https://www.guggenheim-venice.it/it/mostre-eventi/mostre/mani-fattura-le-ceramiche-di-lucio-fontana/


Liana Corina Țucu

(n. 2, febbraio 2026 anno XVI)