Magnifica Eleganza alla Casa Memoriale e Museo Paolo e Carolina Zani

È arrivato «il tempo delle mele», per parafrasare un film del passato dal metaforico titolo (un film cult del 1980 diretto da Claude Pinoteau e interpretato da una giovanissima Sophie Marceau, conosciuto in Italia come Il tempo delle mele, mentre il titolo originale francese è La Boum). Per me quel tempo delle mele significa il mese di settembre, mese nel quale le mostre dell’estate vanno via per lasciare posto alle nuove che ripartono di solito a ottobre. Un tempo che significa cercare con più accuratezza, e a volte con affanno, una mostra che sarà l’argomento per un nuovo articolo.
Mentre cercavo che mostra vedere, una mostra che sia consona alla mia indole per poter poi scrivere di questa esperienza, ho trovato tra i rimandi delle riviste d’arte la mostra Magnifica eleganza – mostra nelle vicinanze. inaugurata a Brescia il 12 settembre e che sarà visitabile fino al 6 dicembre nella casa memoriale nonché fondazione Paolo e Carolina Zani a Cellatica, una località accanto, ma staccata da Brescia, una vera zona residenziale dell’alta borghesia industriale della città.
Avevo intuito subito che si trattava di una lungimirante operazione di marketing artistico: proporre una mostra che contenga anche i quadri della Fondazione, quadri che rappresentano il Settecento in preponderanza veneziano, dalle tele di Pietro Longhi a Canaletto e dalla sua scuola detta dei vedutisti – Bernardo Bellotto e Francesco Guardi – accompagnati dai costumi disegnati niente meno che dal premio Oscar Danilo Donati, costumi realizzati per il film Casanova di Federico Felini – punta di diamante dei costumi di scena di tutti i tempi. La cosa che rende ancor più accattivante questa storia dei costumi è «la grande rinuncia» come direbbero coloro che ricordano la rinuncia di Papa Celestino V per ritirarsi alla vita monastica, nel nostro caso la rinuncia di Danilo Donati a favore del film sul seduttore veneziano, Il Casanova di Fellini, a un altro capolavoro della filmografia sul Settecento che è il film di Stanley Kubrick, Barry Lyndon, e i suoi bei costumi che Donati rinunciò di firmare pur di lavorare con Fellini. Scelta di stile, scelta geniale, ma difficilissima. Sia Il Casanova che Barry Lyndon sono due capolavori sulla storia del Settecento e com’era ovvio, uniche occasioni per creare dei costumi memorabili.
Allora anche per me si presentò il momento della scelta: vedere prima la mostra oppure il giardino e la casa? Per tagliare la testa al toro, mi sono lasciata guidare dall’istinto del mio cuore: la pittura della mostra. Appena entrata negli spazi dedicati a essa ho dovuto però attraversare il giardino all’italiana, il grande salone dedicato agli incontri e alle conferenze per aprire poi la porta dello spazio buio e freddo della mostra stessa. Subito, di colpo, vedo i costumi della collezione del film Il Casanova, costumi per i quali Danilo Donati ha preso spunto dalle opere dei classici del Settecento: Hogarth, Watteau, ma soprattutto dai tessuti scintillanti dei maestri veneziani – Canaletto  in primis e la sua scuola – Guardi, Longhi, ma anche i ricordi dei costumi di Tiepolo figlio, Giandomenico, che aveva dato prova del suo talento accanto al padre nell’affrescare la Foresteria di Villa Valmarana detta Dei nani a Vicenza, dove Giambattista il padre aveva affrescato i salotti della Villa stessa.
Niente succede per caso. L’anno scorso, con la mia classe quarta serale dell’Istituto «Carlo Zuccante» di Mestre (Venezia) abbiamo realizzato un’Unità di Apprendimento, cioè un approfondimento sull’età Barocca, partendo proprio dal film Barry Lyndon e i suoi costumi d’epoca, ripresi dai quadri del grande pittore del Settecento, Hogarth.
Tornando ai costumi, chi non ricorda Donald Sutherland nel ruolo di Casanova?
Per noi figli del Novecento, quella è l’immagine dell’uomo del Settecento. Come spiega anche la didascalia della mostra, Danilo Donati non copiava i costumi dei quadri, ma interpreta la poesia, il sentimento e la sensualità che alcune tele proponevano e che lui con brio, estrosità e puro genio ha interpretato alla meraviglia. Per Danilo Donati era il secondo Oscar dopo quello vinto nel 1968 per i costumi di un altro genio assoluto della scenografia – Franco Zeffirelli e la sua versione dell’opera shakespeariana Romeo e Giulietta. E anche qui l’immagine della pellicola cinematografica dimostra la sua forza della penetrazione nell’immaginario comune.
Chi non ricorda la scena del balcone nella scenografia del maestro toscano e soprattutto nei costumi di Danilo Donati?
Tutti noi, ricchi o poveri, occidentali e no, siamo stati ammagliati da quei film, ci siamo formati in e con quelle immagini e oggi, con questa mostra andiamo alle loro origini – ai quadri che si trovano anche nella collezione di un grande mecenate delle arti nonché un collezionista bresciano che fu Paolo Zani.
La vita è l’arte e come lui stesso fece scrivere all’entrata della sua villa alcuni versi tratti dalla poesia Ode su un’urna antica di John Keats:
Bellezza è verità,
verità è bellezza.
Questo solo sulla terra sapete,
ed è quanto basta.
Pensavo alla dicitura della Fondazione stessa – Fondazione Paolo e Carolina Zani – sorta grazie a una coppia, marito e moglie, come d’altronde siamo abituati anche dalle meravigliose collezioni americane. Invece ho scoperto lì che La Belle Dame sans Merci aveva valicato la porta di questo Eden in Terra e che i soldi che hanno permesso di accumulare quella bellezza nella quale vivevano i mortali Zani non ha permesso ahimè, di allontanare la Signora velata di nero dal suo solco. Carolina non era la consorte, bensì la figlia allora ventisettenne di Paolo Zani che morì a causa di un melanoma un anno prima del padre, anche lui scomparso prematuramente nel 2018 ad appena 72 anni. Nell’anno che seguì la morte dell’unica e amata figlia, Paolo Zani preparò il suo lascito dividendolo in due fondazioni. La prima che è la casa memoriale con lo scopo di non far disperdere la collezione. La seconda è una fondazione con carattere scientifico che contribuisce con i suoi soldi alla ricerca sul melanoma, malattia che gli ha portato via la figlia. Entrambe le fondazioni sono sotto la presidenza della moglie, tuttora in vita. Come mi disse un caro amico al quale raccontai la mia scoperta: «Ci vorrebbero più persone come Paolo Zani!»
Il gusto della collezione stessa è centrato sul Barocco e il Rococò, perciò sulla fine del Seicento e tutto il Settecento. Dice Paolo Zani:«Ho collezionato per esprimere il mio gusto, per appagare la mia curiosità e per abitare il bello attraverso l’arte».
Un gusto squisito e difficile da professare senza cadere nel kitsch, senza dare il sentimento del troppo e del tanto, dell’oro e del marmo in eccedenza, tenendo dritta la via che separa il buon gusto dal cattivo gusto.
Riporto qui due delle testimonianze di storici dell’arte che hanno conosciuto il proprietario.
Scriveva Alvar González-Palacios nel catalogo della Casa Museo: Abitare l’arte, Electa, Milano 2020:
«Qualche mese fa, all’inizio della primavera (maggio 2018), mi recai a visitare Paolo Zani nella sua villa di Brescia. Non l’avevo mai conosciuto prima né sapevo nulla della sua raccolta. Mi sembrò un uomo riservato, silenzioso, ma come molti amatori d’arte, via via che vedevamo insieme i molti oggetti che gli appartenevano, il suo tono cambiò. Gli occhi si illuminarono e iniziò lentamente a trasmettere il suo pacato entusiasmo per le cose che si era assicurato negli ultimi trent’anni. Parlammo per diverse ore e finì per stabilirsi fra noi una relazione amichevole. I collezionisti e gli storici dell’arte hanno non poche cose in comune ma nello stesso tempo non sono mai del tutto d’accordo. Ho sempre pensato che queste due tipologie umane sono come fratelli siamesi che sono molto vicini senza capirsi. I collezionisti sono sempre facoltosi e possono acquistare quel che vogliono; gli storici dell’arte non lo sono affatto ma si cullano nell’illusione di sapere tutto. La simpatia non è assicurata in partenza. Paolo Zani, intelligente e acuto, si presentava con modestia, disposto ad ascoltare idee non necessariamente simili alle sue. Abbiamo discusso di molte cose e non so come mai giungemmo a parlare delle lacche. Aveva un gruppo di candelieri veneziani, curiosi, realizzati in una tecnica di cui mi ero occupato, lacca e madreperla. Non so se aveva letto un mio articolo giovanile ma non era comunque quello l’unico lavoro in suo possesso che avevo studiato prima d’incontrarlo. Via via che passavamo davanti a queste opere (alcune sono dei veri e propri capolavori) diventavamo amici. Il giorno seguente riprendemmo a parlare di lacche e volle mostrarmi un mobile molto amato, ma destinato ad altro luogo. La sua idea originale si dimostrò essere quella giusta: si trattava di un magnifico comò romano turchino e oro, a chinoiseries in delicato rilievo. Questo nostro sincero entusiasmo mi legherà sempre al suo ricordo».
A sua volta Massimiliano Capella, che è anche l’ideatore e curatore della mostra Magnifica Eleganza, descrive così il suo incontro con la casa museo nel catalogo della Casa Museo: Abitare l’arte, Electa, Milano 2020:
«La Casa Museo conserva il gusto, le scelte estetiche dell’imprenditore e collezionista Paolo Zani, le sue predilezioni stilistiche, cromatiche e le sue esigenze abitative quotidiane. E così, anche quando i moderni criteri museografici prediligerebbero scelte diverse da quelle che accompagnano il visitatore, l’obiettivo di questo particolare museo è quello di conservare l’aura di una casa privata, l’aura di casa Zani. La costruzione della villa di Cellatica risale al 1976 e riprende il modello della domus romana, scandita lungo undici ambienti imperniati attorno alla vasca quadrangolare centrale, un impluvium in origine, successivamente trasformato in funzione dell’esposizione di una parte delle collezioni. La casa è caratterizzata da un grande portico esterno che collega gli spazi di servizio, oggi adibiti a servizi museali, col ninfeo. L’architettura è circondata da un giardino all’italiana di oltre tremila metri quadrati, concepito dallo stesso Zani come ideale prosecuzione del percorso della collezione. Casa, giardino e oggetti d’arte riflettono dunque il gusto collezionistico e dell’arredare di Zani che, predisponendone il passaggio a museo, ha voluto che questi caratteri venissero conservati e tutelati. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso gli undici ambienti della casa-museo, all’interno dei quali sono stati inseriti i servizi museali (accoglienza, sala didattica, uffici, bar, bookshop e deposito). Parte integrante della visita sono gli spazi aperti del giardino e dei loggiati, un percorso tra sculture, fontane, elementi architettonici in dialogo con la natura».
Personalmente sono rimasta folgorata in modo particolare da una tela esposta nella mostra, opera di Francesco Guardi, La veduta della villa Loredan a Paese, olio su tela del 1780 circa, uno dei quadri più significativi della Fondazione Paolo e Carolina Zani di Cellatica. La villa è stata demolita nel tempo e il quadro di Guardi è una delle poche testimonianze della bella dimora. In più, sembrerebbe che Guardi avesse dipinto quattro quadri che rappresentavano le quattro facciate di villa Loredan e la quarta tela è una delle quattro. Un soggetto comune del Settecento – una bella villa di campagna immersa nel paesaggio –, ma la cosa eccezionale, che la lega in modo intrinseco al titolo della mostra Magnifica eleganza, sono anche i vestiti dei personaggi che attraversano il prato e sono ritratti di spalle, come per dare quel sentimento del fugace, quasi fotografico ante literam, quel cogli l’attimo così caro al Barocco. Le organze e i velluti brillano al sole, un sole che illumina vestiti, il paesaggio, la villa, un sole forte che scalda anche i cuori di noi visitatori, anche oltre i secoli, della mostra. Le touche lunghe del maestro veneziano sembrano presagire quelle della pittura impressionista, la touche (il «tocco») della pennellata visibile, rapida e frammentata lasciata dall'artista sulla tela. Gli impressionisti, a differenza della pittura accademica tradizionale, che cercava di nascondere il segno del pennello per ottenere una superficie perfettamente liscia e realistica, pittori come Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Camille Pissarro e Berthe Morisot ne fecero il fulcro della loro rivoluzione visiva. Qui s’intravede quel tocco, quella fugace pennellata ma che non è, come nel caso degli impressionisti una presa delle distanze dell’accademia, ma un segno dell’attimo che score, del tocco che rincorre quell’attimo per immortalarlo sulla tela. Colori brillanti con toni del giallo e del verde oliva, un cielo idealizzato e sereno, una pace che deborda da ogni centimetro sotto un sole che scalda tutto, la villa, il prato, i vestiti sfoggiati dai personaggi con orgoglio di chi detiene il rango e se ne permette il lusso e a me ha scaldato il cuore con il pensiero anche a Paolo Zani che aveva ogni giorno davanti ai suoi occhi tale bellezza.
Per descrivere il museo non mi basterebbero queste pagine. È una collezione di arte Barocca e Rococò di migliaia di oggetti arrivati dall’Italia – da Venezia i quadri, gli specchi e la tovaglia in merletto di Burano, i marmi provenienti dalle botteghe romane del Cinquecento visibili nei toni delle pietre scelte e della tecnica, applique che combinano il vetro e il legno dorato, ma anche quadri della corte dei re francesi, come il grande quadro della camera da letto di François Boucher, il principale esponente della pittura rococò del Settecento francese (nacque a Parigi nel 1703 e morì nel 1770) e fu appoggiato da Madame de Pompadour, l’amante di Luigi XV.
Si aggiungono eccezionali paraventi cinesi, vasi di porcellana prodotti in Cina e trasportati dalla Compagnia delle Indie per addobbare gli studioli del Settecento alla moda delle corti europee, le chinoiseries realizzate con tecniche e con forme orientali ma che nascondono una narrazione barocca europea escogitata per stupire il visitatore.
Il pezzo forte della collezione è in assoluto il magnifico tavolo con piano ottagonale in commesso fiorentino, considerato uno dei massimi esempi di intarsio in pietre dure tra il XVII e il XVIII secolo.  Le caratteristiche principali dell'opera sono: il piano, che viene realizzato dall'Opificio delle Pietre Dure (Galleria dei Lavori di Firenze) tra il 1715 e il 1720 (o fine XVII - inizio XVIII secolo) su commissione del Granduca Cosimo III de’ Medici, che mise a disposizione la propria collezione privata di pietre rare. La tecnica usata consiste in un prezioso commesso di pietre dure e marmi policromi che formano un raffinato e geometrico intreccio di fiori, frutti e uccelli. Le venature naturali della pietra delineano petali, foglie e piume con precisione strabiliante. La base del tavolo è sostenuta da una base in legno e bronzo dorato realizzata successivamente in Inghilterra dall'ebanista George Bullock tra il 1810 e il 1815. La storia del prezioso oggetto è che viene riportato in Italia nell'estate del 2005 da Paolo Zani dopo 208 anni trascorsi all'estero, il tavolo è custodito nella Casa Museo Zani a Cellatica, in provincia di Brescia. Secondo i miei gusti il tavolo realizzato a Firenze nell’Opificio delle Pietre Dure è il fiore all’occhiello della collezione di Paolo Zani. 

L’argomento è la Natura e il suo meraviglioso giardino.  Fiori di ogni genere concorrono con frutti e con i melograni stupefacenti, con uccellini dai ravvivanti piumaggi come l’upupa, il tutto in una cornice di marmo che racchiude mille tasselli di pietre colorate e che fu modificata dal famoso ebanista inglese con il supporto decorato coi i leoni dorati, simbolo dell’Albione. Ancora una volta l’Arte e Letteratura concorrono per mostrare la Bellezza. Il tavolo fiorentino è come uno specchio della magnifica poesia delle Rime di Angelo Poliziano I' mi trovai, fanciulle, un bel mattino.

È la più celebre ballata di Poliziano, in cui a parlare è una fanciulla che racconta alle compagne di essersi trovata a maggio in un meraviglioso giardino pieno di fiori e di rose, il cui profumo e la cui bellezza erano inebrianti: il testo è un invito a godere dell'amore e della giovinezza finché è possibile, tema tipico dell'Umanesimo che riprende il motivo classico della rosa quale simbolo della bellezza femminile, a sua volta ampiamente diffuso nella letteratura del XV-XVI sec.







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I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.

Eran d’intorno violette e gigli
fra l’erba verde, e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli:
ond’io porsi la mano a côr di quelli
per adornar e’ mie’ biondi capelli
e cinger di grillanda el vago crino.

Ma poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose e non pur d’un colore:
io colsi allor per empir tutto el grembo,
perch’era sì soave il loro odore
che tutto mi senti’ destar el core
di dolce voglia e d’un piacer divino.

I’ posi mente: quelle rose allora
mai non vi potre’ dir quant’eran belle:
quale scoppiava della boccia ancora;
qual’eron un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: «Va’, co’ di quelle
che più vedi fiorite in sullo spino».

Quando la rosa ogni suo’ foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita:
sicché fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliàn la bella rosa del giardino.

Fanciulle, io mi trovai un bel mattino di metà maggio in un verde giardino.

Intorno c'erano violette e gigli in mezzo all'erba verde, e bei fiori appena sbocciati, azzurri, gialli, bianchi e rossi: allora io allungai la mano per cogliere alcuni di essi, per decorare i miei capelli biondi e cingere con una ghirlanda la mia bella chioma.

Ma dopo che mi fui riempita di fiori un lembo della veste, vidi le rose e non di un solo colore: allora io ne raccolsi alcune per riempirmi tutto il grembo, perché il loro profumo era così dolce che mi sentii destare tutto il cuore di un dolce desiderio e di un piacere divino.

Io feci attenzione: non potrei mai dirvi quanto erano belle quelle rose: alcune ancora stavano appena sbocciando, altre erano un po' appassite e altre erano ancora fiorite. Amore allora mi disse: «Va', cogli quelle che vedi più fiorite sullo stelo».

Quando la rosa distende ogni suo petalo, quando è più bella, quando è più piacevole, allora va bene per metterla nelle ghirlande, prima che la sua bellezza sia fuggita: allora, fanciulle, mentre è più fiorita, cogliamo la bella rosa nel giardino.

La dottoressa Brunela Poli ci ha accompagnato nella visita e ci ha spiegato che il tavolo fu comprato da Paolo Zani a un’asta dove gli inglesi avevano il diritto perentorio in quanto l’opera conteneva quel basamento fatto da un artista inglese, ma che, fortunatamente, Paolo Zani riuscì a portarsi via solo grazie a una necessità politica inglese del 2005 che, confrontandosi con gli attentati terroristici nella metropolitana di Londra, decisero si spostare il fondo per l’acquisto del prezioso tavolo a un intero piano per la sicurezza della città. Possiamo solo intuire la portata dell’assegno che ha dovuto sborsare il facoltoso collezionista bresciano. E come in un finale da Mille e una notte il tavolo arrivò a Cellatica dove la famiglia Zani era solita usarlo tutti i santi giorni per i loro pranzi o cene. L’arte che fa parte della vita, abitare nell’arte e usufruire della bellezza nella più comune delle quotidianità di Paolo Zani e della sua famiglia. La collezione è la vita di Paolo Zani e le storie intorno a lei hanno qualcosa di tragico, a tratti drammatico, romantico sempre, ma soprattutto pieno di pathos.
La mostra Magnifica Eleganza esplora il legame tra arte e moda nella Venezia del Settecento e riunisce circa quarantacinque opere tra dipinti e disegni di maestri come Giambattista Tiepolo, Pietro Longhi, Francesco Guardi e Pietro Antonio Rotari. I pezzi speciali sono i costumi che vengono esposti per la prima volta, abiti originali del XVIII secolo insieme ai costumi da Oscar creati da Danilo Donati per il film Il Casanova (1976) di Federico Fellini, reinterpretati in chiave contemporanea nelle fotografie di Mustafa Sabbagh. La tecnica fotografica di Mustafa Sabbagh consiste nel velare l’identità dell’indossatore o indossatrice dell’abito settecentesco che è spesso un abito dalle sfumature scure con materiali luccicanti come i velluti o brillanti come le organze. Alcune delle sue fotografie sono state esposte insieme ai vestiti nella cabina armadio della signora Zani all’interno del percorso della casa museo. Questa scelta ci ha deliziato come una storia incastonata nel quadro barocco della villa, come un racconto nel racconto.
Ci sono anche eventi collaterali alla mostra. Il programma include laboratori creativi, incontri e concerti in collaborazione con le Settimane Barocche di Brescia. Sede istituzionale e centro culturale della Fondazione, la Casa Museo è anche un centro di formazione per i giovani nonché per gli habitué e offre ai visitatori percorsi guidati per scoprire una straordinaria collezione di dipinti, sculture, arredi e oggetti d’arte applicata, raccolti in oltre trent’anni di intensa attività di ricerca dall’imprenditore e collezionista bresciano Paolo Zani. Importante a sapersi è il fatto che l’accesso alla Casa Museo viene organizzato per piccoli gruppi e consente di ammirare le opere esposte con un approccio d’insieme degli visitatori. Percorsi tematici e laboratori, ma anche seminari di studio, mostre e spettacoli animano la programmazione annuale della Casa Museo si svolgono in un ambiente unico che contiene anche un laboratorio didattico, un giardino, oltre al bookshop e alla caffetteria.
Chiudo il mio articolo con un doveroso ringraziamento alla dottoressa Brunela Poli che mi ha accreditata alla visita. Per ultimo, ma non meno importante è la sorprendente conoscenza della collezione da parte della coppia di origini filippine, ex dipendenti da 35 anni del signore Paolo Zani. Stando a contatto con il collezionista che loro chiamano con amicizia «il signor Paolo», hanno avuto l’intelligenza, la curiosità e l’affetto di conoscere a fondo la dimora per poter assimilare conoscenze che Paolo Zani stesso ha impartito loro con il solito amore che un collezionista ha per la sua collezione. La coppia ci ha accompagnato nella visita alla mostra, hanno fornito alcune spiegazioni con gentilezza e con il ricordo sempre vivo della personalità di Paolo Zani.
Quando si dice che l’arte e la bellezza cambiano il mondo! Anche loro sono stati i ciceroni inattesi della visita alla casa museo e alla mostra Magnifica Eleganza in corso fino al 6 dicembre nelle sale della Casa Museo Fondazione Paolo e Carolina Zani.
Per informazioni lascio il link: https://www.fondazionezani.com/12-settembre-6-dicembre-2026-magnifica-eleganza/



Liana Corina Țucu

(n. 10, ottobre 2026 anno XVI)