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La mostra Rothko a Firenze
La Fondazione Palazzo Strozzi ha in corso dal 14 marzo al 23 agosto 2026 una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko (1903-1970), grande pittore dell’arte moderna americana e uno dei più importanti rappresentanti dell’espressionismo astratto mondiale.
La mostra è stata curata dal figlio dell’artista, Christopher Rothko, e da Elena Geuna. Rothko a Firenze è un progetto unico, concepito appositamente per Palazzo Strozzi, per celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze ed è un’iniziativa che si trova in continuazione con una mostra formidabile dell’anno scorso dedicata a Beato Angelico o Fra Angelico, che dir si voglia. Evidentemente, messo in quest’ordine temporale e tematico, il legame tra i maestri prerinascimentali e del Rinascimento toscano, grandissimi amati dei colori e della luce e l’espressionismo astratto di Mark Rothko ha un senso didascalico ed emozionale impareggiabile. Sembra che uno spiritus loci benevolo ed amorevole abbia fatto sì che la grande mole di Palazzo Strozzi facesse da cassa di risonanza alla viscerale simbiosi che lega il maestro americano a Firenze, all’Italia che conosceva e visitava spesso, e ai colori e alla luce che accomunano le sue tele, al registro cromatico di Beato Angelico. Il fatto che il Museo San Marco e le celle dei suoi ancestrali abitanti fossero un prolungamento naturale della mostra di Palazzo Strozzi, il semplice accostamento delle opere di Rothko, esposte nelle celle affrescate da Beato Angelico e scelte con cura per riprendere l’identico registro cromatico delle due opere messe a confronto, è frutto di una cura e di una sensibilità che appartiene alla sfera semantica dello sindrome di Stendhal, e credo fermamente che non si poteva spiegare meglio tale avvicinamento tra Mark Rothko e Beato Angelico.
L’architettura di Palazzo Strozzi con le sue ampie e altissime sale, con le sue finestre gotiche e ovattate che lasciano intravedere scorci di Firenze che sembrano dei veri viaggi nel tempo, è stato il set ideale per le grandi tele del maestro dell’espressionismo astratto americano. Rothko porterà nella sua pittura la tenzone tra il classico registro cromatico appreso dai maestri fiorentini e non solo, ma anche dalla pittura romana di Pompei e la sua di libertà espressiva tramite il colore come stato d’animo, come emozione ed emblema delle varie epoche della sua vita, un colore che si confonde, si sovrappone, si interseca, si nutre del silenzio e dei pensieri a volte psicanalitici e a volte come sfondo di una filosofia zen o confuciana, frutto di un lavoro immenso su se stesso e sul mondo dell’arte italiano che ha assimilato e ha fatto suo, che l’ha nutrito e gli è entrato sotto la pelle. La bidimensionalità viene superata anche dalla scelta della pittura continuata sul canto del quadro stesso, come una continuazione che vuole che si superi la bidimensionalità e che fu gioco sapiente, voluto e scherzoso di certi ritratti rinascimentali dove i personaggi irrompono dal quadro stesso con una mano che oltrepassa la cornice di una finestra o di un davanzale, come un quadro nel quadro, come una narrativa di Giovanni Boccaccio e il suo Decamerone o ancor più in là nel mondo arabo delle Mille e una notte.
Il percorso espositivo a Palazzo Strozzi è stato pensato in modo didascalico, come un racconto dell’intera carriera di Mark Rothko, dove le oltre 70 opere s’incontrano come in un simposio d’arte, con tele provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali dall’America – il Museum of Modern Art (MoMA) e il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery of Art di Washington – alla Gran Bretagna – Tate Gallery di Londra e alla Francia – il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidoudi Parigi.
La mostra è completata dalla pubblicazione in traduzione italiana, a cura di Marco Cianchi, per Marsilio Arte, del libro del secondogenito di Rothko, Christopher. Il libro, Mark Rothko. Dentro l’opera, è stato dato alle stampe in versione italiana dopo la sua pubblicazione nel 2015 presso la Yale University Press. In questo modo la carriera del pittore è fatta conoscere anche dal racconto del figlio che mescola memoria personale con l’analisi formale e la riflessione critica. Christopher Rothko è a sua volta uno psicologo e scrittore e in questo libro dedicato al padre riunisce diciotto testi redatti nel corso di oltre dieci anni. L’analisi segue l’opera di Mark Rothko dalle opere figurative degli anni Trenta alla fase neosurrealista sino alla graduale decostruzione delle forme e agli imponenti dipinti caratterizzati dalle campiture di colore. Ne esce fuori la storia dell’arte intrecciata alla vita dell’uomo Mark Rothko, dove l’uomo è l’opera e la testimonianza viene da dentro, dalla sua famiglia. In questo modo il volume, che è in libreria dal 6 marzo 2026, accompagna la grande mostra Rothko a Firenze e rende omaggio ancora una volta al legame fra l’artista e la città toscana.
Oltre agli ambienti di Palazzo Strozzi, la rassegna si sviluppa, attraverso due sezioni-satellite, in due luoghi amati dall’artista: il Museo di San Marco, dove le opere dialogano con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, opere che hanno influenzato e formato in modo decisivo l’evoluzione pittorica di Mark Rothko.
Si parte dai ruggenti anni Trenta e da una vera e propria dichiarazione d’intenti che è un piccolo quadro, Interior, del 1936, olio su tavola, 60,6 x 46,4 della National Gallery of Art, Washington DC, donazione della Mark Rothko Fundation, inc. 1986. 43.26. Il quadro rappresenta un bozzetto di un affresco pompeiano rivisitato. Diviso dalle colonne di due livelli architettonici hanno nella parte bassa anche due statue che rappresentano una divinità femminile dalle vesti un po’ moderne e dagli atteggiamenti contemporanei, perché nella parte a sinistra e vista da fronte e nella parte destra la stessa silhouette sembra che si stia diramando e viene sorpresa dal retro dallo scalpellino dello scultore antico e dal pennello del pittore moderno che è Rothko stesso. In mezzo tre uomini con drappeggiate vesti di un marrone come il saio dei francescani, uomini che discutono tra di loro in atteggiamenti che ricordano i tre misteriosi della Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca. Perciò abbiamo già un quadro nel quadro, un fondale romano sottolineato soprattutto dal registro superiore che è di un rosso pompeiano e raffigura un’edicola con un personaggio che sta dritto in piedi ma vestito alla maniera rinascimentale e i tre uomini nel basso che ricordano lo stesso Rinascimento dell’ambiente urbinate di Piero della Francesca. Rothko ne fa un cocktail meraviglioso realizzato con amore per l’arte italiana nella sua interezza, dall’Impero romano al Rinascimento stesso e si dichiara un suo sentito continuatore, erede e profeta. La tavola stessa è preparata con gesso come si faceva nel Rinascimento fiorentino e la composizione scandita dal registro architettonico ricorda che si tratta di un’edicola di una tomba romana in rosso pompeiano, che le Tombe Medicee che Michelangelo realizzò a San Lorenzo per la celeberrima famiglia fiorentina.
Segue il quadro Woman Reclining on a Couch, una specie di odalisca dal sapore francese che parte da Ingres, un altro innamorato del Bel Paese e segue fino a Matisse, per non dimenticare Goya e la sua Maja desnuda. La pittura classica europea è tutta lì. Mark Rothko dichiara apertamente la simbiosi di stile e di sentimento con la grande famiglia europea. A pensarci bene tutto il percorso di Mark Rothko sembra un’evoluzione di un evento miracoloso quando, all’età di 25 anni, accompagna un amico a una lezione di disegno dal vivo all’Art Students’ League di New York. Allora lui ha guadagnato una vocazione scoperta quasi per caso e il mondo un grandissimo pittore che tramite la sua opera ha voluto comunicarci i suoi stati d’animo, la sua gioia, dai gialli e dei rossi della giovinezza fino al suo dolore dei grigi e dei neri del tramonto della sua vita.
Spesso, quando penso ai colori di Mark Rothko, li associo agli accostamenti cromatici diventati segno distintivo della casa di moda Gucci, non a caso fiorentina. Riconosco questa felice vicinanza soprattutto in una celebre tela del periodo classico: Untitled del 1957, un grande dipinto verde incorniciato da un bordo scuro, di un nero ovattato, che delimita anche una fascia orizzontale di intenso blue navy – olio su tela, Washington DC, National Gallery of Art, dono della Mark Rothko Foundation, Inc., 1986.43.141. Ripenso allora allo spiritus loci fiorentino, capace di unire Beato Angelico e Mark Rothko e, perché no, anche il logo di Gucci, con la sua forza fondata sull’accostamento di strisce dai colori intensi e apparentemente contrastanti. Un contrasto che caratterizza l’ambiente toscano non solo nel caso di Gucci, ma anche in quello di Emilio Pucci, marchese di Barsento, nato a Napoli ma vissuto a Firenze, maestro del colore per intere generazioni di stilisti. Sarà forse perché Firenze è la patria dei colori, delle ali degli angeli di Beato Angelico e di Giotto, di quel ventaglio multicolore e gioioso che ci colpisce al primo sguardo e rimane nel cuore come qualcosa di unico e irripetibile?
Il pensiero mi porta a Firenze di Dante e ai suoi bei versi che la ritraggono con amore e odio, con passione e mai con distacco, Patria perduta e mai dimenticata, paradiso in terra, ma abitata allora dai suoi acerrimi demoniaci nemici.
Godi, Fiorenza, poi che se' sí grande,
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!
(Inf., XXVI Canto)
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercè del popol tuo che si argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio all'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo della bocca.
(Purg., V canto)
Fiorenza dentro dalla cerchia antica,
ond'ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
(Par., XV canto)
Mi torna allora in mente una caratteristica antica e costante di Firenze: l’impegno appassionato, l’attaccamento che può arrivare fino alla collera, la tendenza a schierarsi con forza da una parte o contro il suo opposto. Questo bianco e nero, questa mancanza di understatement, di compostezza e di equilibrio, questa «forte tenzone», come avrebbe detto Umberto Saba, appartengono profondamente alla città. Saba, che a Firenze visse nascosto in undici case diverse dal settembre 1943 alla Liberazione del 1944, protetto da Eugenio Montale e da altri amici, per sfuggire ai rastrellamenti fascisti e alla deportazione, ne conobbe bene lo spirito. Uno spirito ribelle sembra accomunare questo luogo a coloro che ne sono stati sedotti. Mark Rothko non fa eccezione.
Tornando alla mostra, diceva Christopher Rothko: «Scrivere di Rothko equivale sempre ad azzardare congetture». E come diceva il figlio del maestro americano, a Firenze si è riusciti a realizzare l’impresa esaltando i punti di contatto del suo espressionismo astratto 'che vive e respira', con la tradizione artistica italiana e l’esperienza formativa dei maestri del Rinascimento.
L’opera White, Red on Yellow (Bianco, rosso su giallo) del 1958 è un olio acrilico con pigmenti in polvere su tela del Metropolitan Museum of Art di New York, anch’essa una donazione della Mark Rothko Fundation, Inc., 1985, 1985.63.5 sembra spalancare le porte ai primi anni Sessanta. La partecipazione al progetto di realizzare delle pitture murali per il ristorante Four Seasons all’interno del Seagram Building di New York, progettato da Philip Johnson e Mies van der Rohe, è il momento decisivo per Rothko nel passaggio dai quadri di dimensioni tutto sommato normali a quelli di grandissime dimensioni, così grandi da dover affittare una palestra sulla Bowery per poter costruire delle impalcature che gli permisero di dipingere quadri grandi quanto le parenti della palestra stessa. In questo progetto si nota l’influenza che ha avuto nella formazione di Rothko il vestibolo della Biblioteca Laurenziana realizzato da Michelangelo stesso, le finestre e le porte murate, il carico scultoreo del marmo, la pittura che diventa architettura e viceversa.
Le nuvole nere vanno ad accumularsi e ne è testimonianza un’opera «parigina» – Brouwns Over Dark (Bruni su scuro) del 1963, olio su tela, Parigi, Centre Pompidou, Musée National d’art Moderne, Centre de création industrielle”, AM 1976-1015. Nel 1958 Rothko sarà a Venezia alla Biennale al Padiglione americano insieme a David Smith, Mark Tobeye Saymour Lipton e questa partecipazione è un altro momento importante nell’opera dell’artista, perché farà del rosso scuro e del bruno la sua nuova palette favorita di colori. Nel 1959 visita i templi di Paestum e gli affreschi di Pompei e i rossi intensi lo impressionano a tal punto da farli suoi e il silenzio di quelle rovine romane sarà la colona sonora di questa sinestesia. Mi affiora alla mente una testimonianza dell’amico Livio Zanolini, un medico di base italo-romeno che è anche un personaggio delle interviste raccolte nel mio libro Veneti in Romania. Livio non credeva in Dio, ma mi confessò di aver percepito la presenza di qualcosa di sovrannaturale quando, in gioventù, visitò il tempio greco di Selinunte in Sicilia, un tempio eretto in riva al mare, in una tarda e calda giornata estiva, dove le ombre delle colone si proiettavano fin sulla spiaggia e un silenzio antico avvolgeva quel momento mistico di cui lui fu testimone e che fu la cosa più strana che gli fosse mai capitata nella vita e di momenti strani ne ha avuti come nel 1947 quando lasciò i beni di tre generazioni per ritornare in Italia, paese di cui aveva soltanto il nome e la cittadinanza, ma nessun ricordo e qualche parente dalle parti di Verona. Guardando le tele di Rothko della fine degli anni Cinquanta e dell’inizio degli anni Sessanta si percepisce una certa solitudine meditativa, quel silenzio mistico di cui mi parlò Livio Zanolini, che era anche un grande appassionato e collezionista d’arte.
Le mostre del 1961 al Museum of Modern Art di New York e a Londra dello stesso anno alla famosa Whitechapel Gallery faranno di Mark Rothko un pittore di indiscusso valore nel panorama dell’arte mondiale.
E arrivò il Sunset Boulevard con il suo Crepuscolo degli Dei anche per Mark Rothko. Ne sono testimonianza le opere della serie Black and Gray, ma soprattutto alcune opere su carta di grandi dimensioni di cui alcune molto scure, talmente intrecciate che l’occhio umano ha bisogno di un intervallo di tempo per poter percepirle, alcune con velature ineffabile e sottili come le ali degli angeli, colori terra rossa, azzurri tenui, colori che lo avvicinano a quelli del Quattrocento fiorentino e che ricordano le celle monacali che Beato Angelico dipinse nel convento di San Marco a Firenze.
Il quadro Untitled (Senza titolo) del 1969, un acrilico inchiostro su carta vergata di Hudson della Collezione Rothko Chapelè una di queste ultime opere ad avermi commossa maggiormente per il coraggio degli accostamenti: sulla carta di dimensioni o-bon, come delle stampe giapponesi di grandi dimensioni, si nota una esigua bordura color blu intenso che assomiglia a un filo sottile che legava ancora Rothko alla vita. Nella parte alta un blocco blue navy, nella parte bassa un inatteso blocco simile color marrone, come la terra da cui siamo venuti e dove finiremo come dice il Libro Sacro e in mezzo è tratteggiato un filo azzurro intenso, un segnale di un’apparecchiatura medica che misura i battiti del cuore, la presenza debole, sempre più fievole della vita che si spegneva dentro di lui e che Mark Rothko ci trasmette con questo gesto ineffabile e commovente. Il filo che legava il maestro dell’espressionismo astratto americano alla vita; in basso la terra dove verrà sepolto, in alto il cielo dove volerà la sua anima, un cielo blue navy scuro, denso e minaccioso, la fine di un uomo, l’inizio della gloria di un grande maestro del colore, del silenzio e dell’analisi come ricerca interiore.
Tutto questo si trova nelle dieci grandi sale di palazzo Strozzi a Firenze, nel Museo San Marco accanto agli affreschi di Beato Angelico e nel vestibolo della Biblioteca Laurenziana opera del massimo artista – Michelangelo Buonarroti, luoghi dello spirito, della preghiera e dell’arte. L’arte di Mark Rothko è più che mai a Firenze una testimonianza della sua formazione, la paideia di un autodidatta, un lascito testamentario della sua opera che fu anche la sua vita.
Liana Corina Țucu
(n. 7-8, luglio-agosto 2026, anno XVI)
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