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Da Picasso a Van Gogh
A Treviso, nel cuore del Veneto laborioso e così fortemente collegato alla Romania, soprattutto a Timişoara, è in corso una mostra d’eccezione intitolata Da Picasso a Van Gogh (6 novembre 2025 – 10 maggio 2026) dove sono presenti ben oltre 60 opere prestate dal Toledo Museum of Art dell’Ohio, uno dei musei più prestigiosi degli Stati Uniti. MTA (Toledo Museum of Art) chiude per due anni per un riallestimento fino al 2027 ed è così che ha reso possibile un prestito che arriva a un valore complessivo di un miliardo, sommando il valore di tutti i quadri che sono presenti nella mostra. Treviso è l’unica tappa europea, dopodiché la mostra proseguirà direttamente in Australia e Nuova Zelanda. Solo a pensare a questo primato mi è venuta la voglia di visitarla e di far invogliare anche voi, miei lettori curiosi del viaggio e amanti dell’arte.
Il Museo Santa Caterina, come si può intuire dal suo nome, è un ex monastero e le sale di cui dispone sono ritmate da ambienti non molto grandi e distribuiti su più piani che scandiscono anche il percorso dall’alto verso il basso, con una classica divisione sui temi.
Proprio perché il museo Toledo è americano, si parte con gli artisti americani, del Novecento in primis, con il meraviglioso quadro dedicato al paesaggio, opera di Richard Diebenkorn della serie Ocean Park, numero 32 del 1970. La mostra si conclude con un altro capolavoro, il quadro di Vincent van Gogh Campi di grano con falciatore, Auvers del 1890. Tra queste due «parentesi» si sviluppa un mondo che scandisce un voluto «raccontare a ritroso», un viaggio che ipotizza un’inversione temporale piena d’emozione e di quadri che trattano temi classici della storia dell’arte, dalla natura morta al ritratto, dal paesaggio per l’appunto alle figure umane dentro di esso, come un connubio di bellezza e di vita stessa, un’armonia che si rivela a tratti, con flash eleganti e momenti di confronto tra le opere, attimi di riflessione e di pura sindrome di Stendhal.
Il filo conduttore della mostra è anche, in maniera sottile, il colore blu del cielo partendo dalla versione di Ocean Parks di Richard Diebenkorn che apre l’esposizione, una composizione che mette in risalto l’azzurro profondo dell’oceano Pacifico, al cielo dei Campi di grano con falciatore, Auvers, del 1890 di Vincent van Gogh, un cielo con nuvole come cumuli bianchi, paffutelli e minacciosi allo stesso tempo, nuvole che van Gogh aveva sicuramente visto nelle stampe orientali da cui tutti gli impressionisti hanno preso spunto. L’altro colore è il giallo, colore che ben ci sta nella combinazione con il blu e che rappresenta la sabbia del deserto californiano come, in ugual modo, il mare di grano che il falciatore incide con le sue mani e il suo corpo, in un paesaggio dove i pagliai intorno sembrano personaggi nell’atto di ballare con le loro ampie gonne, come un vero coro folcloristico sotto il sole e la calura del mese di giugno nella regione dell'Île-de-France, vicino a Parigi, sulle rive del fiume Oise.
Come già accennato, la prima sala della rassegna espone insieme gli astrattisti americani come Helen Frankenthaler e pittori europei ugualmente geometrici ed essenziali come i due Paul, Mondrian e Klee. In fondo, da solo, troneggia uno dei quadri della serie Ninfee degli anni 1914-1917 di Claude Monet, un’oasi di pura bellezza vista dal Maestro quasi cieco, dove i colori si mescolano, si riflettono nell’acqua, ci incantano. Sono stati proprio loro, i pittori americani, a riscoprire come astrattista «il tardo Monet».
Segue la sala della natura morta dove le bottiglie di Giorgio Morandi sono ben accompagnate dalla Natura morta con pesce di Georges Braque. Ma la cosa che ha deliziato la mia anima da nipote delle zie borghesi ed accanite amanti dell’antiquariato di Bucarest è la tela Fiori e frutta del 1866 di Henri Fantin-Latour. I fiori sono due bouquet di ortensie leggermente rosa-violacee, uguali a quelle che ornavano l’entrata sontuosa della villa delle mie zie nel vicolo di Precupeţi Vechi, vicino alla grande piazza Obor a Bucarest. Oltre alle ortensie ci sono i ranuncoli gialli, bianchi puri o quelli dai bordi rosa, immersi in un vaso di vetro trasparente che lascia intravedere i loro peduncoli verdi e accanto un invitante piatto di fragole mature e succulenti quanto l’arancia sbucciata accanto a quella intera posata sul vassoio che contiene una zuccheriera bianca con piccoli ritocchi aurei sulle maniglie e sul coperchio. La tovaglia è di un rosso granata, il tavolo è accostato a un muro bianco grigiastro dove il bouquet proietta una leggera ombra che nasce dalla luce che arriva dritta e si riflette pure sulla boule di vetro che disseta i fiori e anche la nostra immaginazione. Ahimè, un mondo antico del bello e del buono tutto insieme, delle delizie, frutto delle sinestesie dell’occhio e del palato, una natura morta che ha imparato anche la lezione dai maestri fiamminghi e la lucentezza dei loro vetri ineguagliabili. Proseguo la visita ed ad un tratto vedo il quadro di Camille Pissarro, Natura morta con caraffa di vino del 1867, un quadro dai colori cupi come in Paul Cézanne – Brocca di vino e bicchiere semipieno, come se fosse colto l’attimo in cui il pittore stesso sorseggiava il rosso sangue dell’uva, con il pane accanto, le mele gialline e la bella e corposa carne adagiata sulla fondina con il coltello appresso all’occorrenza, tutto sotto la benedizione dei due mestoloni appesi al muro e accomodata dalla bianca e impeccabile tovaglia che risalta il corposo pasto. Colori scuri dell’altro, tratti della pennellata decisi, colpo da maestro e non so perché, mi ricorda alcune delle meravigliose nature morte di Theodor Pallady realizzate quando abitava in Place Dauphine a Parigi e che si trovano in buona parte nella Casa Melik a Bucarest, frutto della generosa donazione dei coniugi Serafina e Gheorghe Răut. Sicuramente, Theodor Pallady, che era anche imparentato con Puvis de Chavannes (che aveva sposato una sua zia, la principessa romena Marie Cantacuzène), aveva avuto modo di conoscere nel suo lungo soggiorno formativo parigino gli impressionisti, così come fecero anche alcuni dei pittori americani dell’Ottocento presenti nella mostra.
Segue la sala delle figure nel paesaggio dove si distinguono le opere di Camille Pissarro e dell’unica donna del gruppo degli impressionisti francesi, Berthe Morisot, che continua la lezione del maestro Édouard Manet scegliendo i soggetti familiari, alla portata del quotidiano. Nei quadri di Camille Pissarro, Contadine che riposano, del 1881, e il Giardino a Maurecourt, del 1884 di Berthe Morisot vengono dipinte scene della vita quotidiana, una donna dallo sguardo trasognato, forse la presunta bambinaia e una bambina, sua figlia, che è la figura permanente nelle opere di Berthe Morisot, immerse «in un verde giardino» come direbbe Angiolo Poliziano nel suo meraviglioso poema delle Rime:
I' mi trovai, fanciulle, un bel mattino
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I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.
Eran d’intorno violette e gigli
fra l’erba verde, e vaghi fior novelli
azzurri gialli candidi e vermigli:
ond’io porsi la mano a côr di quelli
per adornar e’ mie’ biondi capelli
e cinger di grillanda el vago crino.
Ma poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo,
vidi le rose e non pur d’un colore:
io colsi allor per empir tutto el grembo,
perch’era sì soave il loro odore
che tutto mi senti’ destar el core
di dolce voglia e d’un piacer divino.
I’ posi mente: quelle rose allora
mai non vi potre’ dir quant’eran belle:
quale scoppiava della boccia ancora;
qual’eron un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: «Va’, co’ di quelle
che più vedi fiorite in sullo spino».
Quando la rosa ogni suo’ foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a mettere in ghirlande,
prima che sua bellezza sia fuggita:
sicché fanciulle, mentre è più fiorita,
cogliàn la bella rosa del giardino». |
Il quadro emana la tranquillità e la pace di una scena con le due figure che assaporano il silenzio del paesaggio che le circonda, due figure in simbiosi con il creato, senza fatica e il lavoro come nei quadri del tempo con delle donne intente solo ai mestieri domestici, a leggere, a fare da mamma accanto alla culla o a cucire. Solitario, su una parete dedicata solo a lui, ci aspetta il quadro di Pierre Bonnard, Il ratto di Europa, del 1919, dove l’Europa è ritratta rigorosamente nuda ma di tre quarti sulla schiena del divino toro, un po’ bagnante e meno allegorica, sopra un groviglio di rocce o corpi che lasciano lo spazio che trovano all’immaginazione. Ultima, ma non meno importante è La ragazza con i fiori di Gustave Courbet, maestro del realismo ma distaccato dallo stile convenzionale accademico. Il legame con l’America è sottolineato dai quadri del più importante pittore impressionista americano, William Merritt Chase.
Come nel finale di un’opera musicale, abbiamo vero l’ultimo spazio della mostra il Signor ritratto.
Da romena, mi sento sempre a casa quando riconosco la famosa blouse roumaine, la ie che indossa la Danzatrice a riposo di Henri Matisse, un quadro del 1940. Come direbbe un altro poeta romeno, Tudor Arghezi, nella sua poesia Testamento:
Întinsă leneșă pe canapea, Distesa pigramente sul divano,
Domnița suferă în cartea mea. La principessa soffre nel mio libro.
Slovă de foc și slovă faurită La lettera infuocata e quella forgiata
Împarechiate-n carte se mărită, Accoppiate nel mio poema si sposano,
Ca fierul cald îmbrățișat în clește. Come il ferro bruciante abbracciato dalla pinza.
Robul a scris-o, Domnul o citește, Lo schiavo l’ha scritto, il Signore lo legge,
Făr-a cunoaște ca-n adîncul ei Senza sapere che nella sua profondità
Zace mania bunilor mei. Giace latentemente l’ira dei miei avi.
La danzatrice è sorpresa dal pittore con uno sguardo da voyeur in un momento di riposo, con le gambe leggermente abbandonate e che sporgono dal vestito aperto in ambi i lati, sensuale e un po’ lasciva ma non intenzionalmente. Accanto abbiamo un quadro di grandi dimensioni, le Figure a teatro di Edward Hopper del 1927, grandissimo pittore americano che ispirò persino Alfred Hitchcock che riprese la Casa sulla ferrovia di Edward Hooper del 1925 nel leggendario film Psycho degli anni ’60. Il cinema che si nutre dell’arte, del sentimento inquietante della modernità, della solitudine dell’uomo nello spazio, in questo caso di un comunissimo e chicchissimo teatro americano dei ruggenti anni Venti.
Per ritornare al titolo della mostra, non manca Pablo Picasso e la sua Donna con il cappello nero del 1909, donna che ha un nome e una identità ben precisa, è Fernande Olivier (nata Amélie Lang; 1881-1966), un'artista e modella francese, nonché la prima grande compagna e musa di Picasso tra il 1905 e il 1912. Non manca Amedeo Modigliani con l’opera Il ritratto di Paul Guillaume del 1915, un personaggio dal sorriso arguto che sbuca da sotto i baffi accanto a una finestra e davanti a una possente e nera credenza in stile Biedermeier.
Dei ritratti me ne sono rimasti due nel cuore: Antonin Proust, ritratto da Édouard Manet nel 1880, un gentiluomo in posa come i personaggi di Van Dyck, con una mano appoggiata su un fianco e l’altra posata su un bastone da passeggio, le mani inguantate da vero dandy e una malinconia che trasuda dallo sguardo blu. L’altro è La ragazza con i fiori di Gustave Courbet del 1862, una beata donna accanto a una vera cascata di fiori, che sta sistemando un fiore di dipladenia, una pianta arrampicante sulla grata a rombi che le fa da sostegno. Vista di spalle, anch’essa è rappresentata «a tre quarti», con le mani sollevate, impegnata in un momento di delizioso lavoro, avvolta nel suo abito a sfondo scuro adornato da fiori rossi stampati, un abito da dove escono due maniche bianche e un collare candido, in contrasto con i neri capelli raccolti in uno chignon morbido, in una giornata di maggio con un cielo di un blu intenso sotto il quale la donna sorride felice guardando il «quadro vivente» dei fiori che le accarezzano la vista e il cuore.
I ritratti di un uomo elegantissimo e orgoglioso e di una donna felice nella natura in fiore, ambedue simbolo della vita e di un’epoca che si rivela a noi in questa mostra come uno spaccato dell’Ottocento e l’inizio del Novecento della pittura impressionista francese, che ha lasciato una traccia profonda nello stile americano, di quella high society americana così ben raccontata dal romanzo di Edith Wharton da cui trasse ispirazione Martin Scorsese de 1993 per il suo film L'età dell'innocenza (The Age of Innocence).
Possiamo concludere con questo pensiero, romantico e vero in un certo senso, che la pittura della seconda metà dell’Ottocento è dell’inizio del Novecento fu una raffigurazione dell’età dell’innocenza, un tempo spazzato via dalle avanguardie, figurativo e rassicurante, bello e commovente, ammirato e imitato dagli americani dopo un soggiorno nel Vecchio continente e, come nel Ratto dell’Europa, portarono nel cuore, nei loro bei salotti alla francese e adesso nelle collezioni di tutto rispetto come questa del Museo Toledo dell’Ohio, nel cuore della deep America, geograficamente e non solamente.
Il Comune di Treviso si «ri-marca» come l’unica tappa del viaggio della collezione del prestigioso museo americano e Linea d’ombrariesce a puntare ancora una volta sul cavallo vincente e far crescere la cultura in un territorio votato allo scambio e alla crescita.
La mostra è stata voluta dal comune di Treviso, dalla Regione Veneto ed è accompagnata dal catalogo realizzato dal curatore della mostra, Marco Goldin, e pubblicato da Linea d’ombra.
Liana Corina Țucu
(n. 3, marzo 2026 anno XVI)
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