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Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra
Dal 20 marzo al 19 luglio 2026, al Palazzo Ducale (Appartamento e Cappella del Doge) è in corso la mostra Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più imponente rassegna degli ultimi tempi dedicata all'artista fiammingo che rivoluzionò l’arte del ritratto e del sacro, mostra curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen. Tornano a casa, a Genova, capolavori che hanno segnato la storia dell’arte internazionale e che hanno fatto di Genova una capitale mondiale del Seicento e per van Dyck una meta ambita della sua formazione e committenza.
Sono esposte nella splendida cornice del Palazzo Ducale ben 60 opere provenienti dal Louvre al Prado, dalla National Gallery di Londra agli Uffizi di Firenze pronte a svelare ai visitatori la maestria e il genio da enfant prodige del grande van Dyck, opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, oltre alle numerose opere eseguite in diversi momenti della carriera e nei suoi vari spostamenti a Londra e Amsterdam.
Il percorso della mostra percorre 12 sale tematiche, partendo dal meraviglioso autoritratto quando era poco più che quindicenne, dove il pittore mostra oltre al talento, una sicurezza e una maturità eccezionali.
Seguono i suoi famosi ritratti, una infilzata di volti di tutte le età, uomini e donne, vecchi e giovani, ricchi e poveri, ma mai poverissimi. Antoon van Dyck rimane attaccato alle corti, ai nobili e i loro generosi compensi variabili in funzione del ritratto, dall’intero al mezzo busto, di mano dell’artista, alla più collaborativa operosità della bottega. Un van Dyck completo, dagli inizi come enfant prodige ad Anversa, alla corte di Carlo I, passando per Genova come tappa fondamentale nell’incontro con l’arte italiana e con il suo amico e maestro che era già di casa a Genova, nient’altro che Peter Paul Rubens.
Ad accogliere i visitatori all’inizio del percorso è il primo autoritratto conosciuto del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne, un’opera prestata dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e ci lascia presagire il grande pittore che diventerà l’adolescente spavaldo che ci guarda di tre quarti.
Seguono altri prestiti eccezionali come il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, il ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, lo Studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale e accompagnato dai due Studi di uomo barbuto (olio su carta applicata su tela, applicato a sua volta su una tavola moderna) del 1619-1620 circa, oggi ad Anversa alla KBC Art Collection Belgium, Museum Snijders & Rockox House. In questo punto van Dyck dialoga con il tema barocco del memento mori, della vecchiaia e della futilità della vita, tema pittorico fondamentale nella pittura italiana del Seicento che conosce un momento di massima espressione nel Settecento nella scuola lombarda e nei pittori riscoperti dal grande Roberto Longhi come Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto. Sempre in questo collegamento deve essere visto anche il capolavoro proveniente dal Phoebus Foundation, Le tre età dell’uomo come Vanitas, conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza e che a sua volta riprende un tema di Giorgione, e del suo quadro Le tre età dell’uomo, per l’appunto, conservato a Palazzo Pitti di Firenze e datato 1500-1501 circa. Il dialogo tra i pittori italiani e fiamminghi è una costante del Seicento se pensiamo ad Albrecht Dürer e Venezia oppure Peter Paul Ruben e Antoon van Dyck e Genova.
Un altro aspetto che la mostrarappresenta è il fatto che è stata preceduta da anni di ricerche da parte delle curatrici stesse, un lavoro internazionale possiamo affermare a cui hanno concorso i massimi specialisti della pittura di Antoon van Dyck.
Sara Armella, presidente di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, alla presentazione della mostra ha affermato che:
«Con questa mostra vogliamo restituire al pubblico la complessità di un vero genio: attraverso il suo sguardo consolidiamo il valore della nostra città, con la quale Van Dyck si è sintonizzato grazie alla cultura. Per dare vita a questa mostra, Fondazione per la Cultura ha tessuto una rete di collaborazioni con le più grandi istituzioni museali d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado di Madrid e la National Gallery di Londra, e le più prestigiose collezioni italiane, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano e i Musei Reali di Torino. Un’occasione unica, dunque, di promozione dell’immagine di Genova a livello internazionale. Desidero ringraziare i musei per gli importanti prestiti e le istituzioni cittadine che hanno creduto in questo progetto e hanno lavorato insieme a Palazzo Ducale per la sua riuscita».
A sua volta la curatrice della mostra Katlijne Van der Stighelen ha precisato che:
«L'esposizione racconta l’affascinante vicenda artistica di Anthony van Dyck, mettendo in luce il ruolo decisivo che tre città straordinarie — Anversa, Genova e Londra — ebbero nella formazione e nell’evoluzione del suo stile. Ad Anversa, la potente e inesauribile creatività di Rubens influenzò profondamente i suoi esordi. Durante il soggiorno in Italia, Van Dyck seppe reinventare il ritratto aristocratico, trasformandolo in un raffinato simbolo della cultura d’élite, e realizzò allegorie di ascendenza caravaggesca, caratterizzate da una sottile tensione filosofica. Rientrato ad Anversa, contribuì a diffondere un nuovo linguaggio devozionale attraverso imponenti pale d’altare. Alla corte di Carlo I a Londra dipinse alcuni dei suoi ritratti più celebri, raggiungendo il culmine della fama. Grazie a una straordinaria perizia tecnica e a una sensibilità unica nel restituire l’intensità delle emozioni umane, Van Dyck si affermò come un artista visionario, la cui influenza continua a farsi sentire ancora oggi».
Anna Orlando, la seconda curatrice della mostra, ha affermato a sua volta che:
«Essere partecipe, nella mia città, di una grande mostra di Van Dyck dopo che lo fui nel 1997 da giovane neo-specializzata, e questa volta, dopo 29 anni, nelle vesti di curatrice è un misto di emozione, soddisfazione e orgoglio. Tre decenni di studi mi consentono di portare nuova linfa alla conoscenza del pittore, specie sul suo soggiorno italiano del 1621-1627 che oggi ho potuto letteralmente ridisegnare nelle sue molteplici tappe. Non solo Genova, dunque, dove molti dipinti tornano a casa dopo quattro secoli, ossia da quando lasciarono le dimore aristocratiche locali per fare bella mostra di sé nei grandi musei del mondo. Il pubblico può scoprire opere dipinte in altre città: Roma, Palermo, Napoli, in primis. Ma poi, la grande novità che si deve a trent’anni non solo di studio, ma anche di relazioni internazionali, è proporre per l’Italia una grande esposizione con un taglio di ampio respiro, che narra, come recita il sottotitolo, il viaggio europeo di un artista, non solo amatissimo, ma anche dal talento eccezionale: quello di un genio».
Ilaria Bonacossa, direttrice Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, ha concluso la presentazione della mostra con la seguente affermazione:
«Palazzo Ducale, con la mostra Van Dyck L’Europeo, rinnova il proprio impegno nella promozione della ricerca storico-artistica. Questa esposizione opera un confronto sistematico tra opere provenienti da musei e collezioni internazionali e definisce il ruolo di Van Dyck nella costruzione di un linguaggio condiviso dell’identità aristocratica nell’Europa della prima età moderna. Il ritorno a Van Dyck, a quasi trent’anni dalla grande mostra del 1997, assume pertanto un valore che trascende la dimensione monografica. Ripercorrere oggi l’opera di Van Dyck significa non solo aggiornare la conoscenza di un maestro centrale del Seicento, ma anche rinnovare la missione di Palazzo Ducale quale luogo di produzione di sapere, di confronto interdisciplinare e di cooperazione culturale internazionale».
Antoon Van Dyck è uno dei più importanti pittori fiamminghi del Siglo de Oro nonché grande artista, che ha avuto Genova come tappa fondamentale della sua formazione e della committenza e questo fatto è ben visibile anche dal quadro-immagine della mostra genovese, questo tenerissimo e commovente gruppo dei tre fratellini della famiglia Giustiniani Longo. E sì, signori miei, non sono due maschietti e di una femminuccia come erroneamente penserebbe affermare un visitatore contemporaneo vedendo il più piccolo dei bimbi raffigurato in abitino lungo come la moda del tempo prevedeva per i figlioli di stirpe nobiliare fino a una certa età dell’infanzia, ma tre maschietti legati tra di loro nei ruoli dentro la famiglia e riconoscibili dai simboli che tengono tra le mani. Fino a poco tempo fa si pensava che i tre piccoli fossero il Ritratto dei figli della famiglia Balbi così come lasciava intravedere il lascito testamentario e il legato connesso al quadro, quella famiglia Balbi proprietaria del palazzo Durazzo prima e poi sede del Palazzo Reale dopo la conquista sabauda. Invece il celebre dipinto di Antoon van Dyck raffigura i tre fratelli Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo, Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo (1626-1627 circa; olio su tela, 219 × 151 cm; Londra, The National Gallery, inv. NG6502, e non la prole dei Balbi, come hanno dimostrato le recentissime ricerche. L’opera è ricca di una simbologia raffinata, in gran parte legata alla caducità della vita e al lutto – l’uccellino che stringe tra le mani il più piccolo dei fratelli (Francesco Maria) è allegoria tradizionale dell’anima, ma qui inserito come chiaro riferimento alla morte prematura di un altro fratello, Luciano, i corvi – in basso, in primo piano, la presenza di questi uccelli neri richiama anch’essa il lutto, la perdita e il destino funesto del fratello scomparso e lo specchio e la catena – simboli della ritrattistica seicentesca. Gli abiti sontuosi, i ricami e le pose vivaci e aristocratiche non sono solo un’ostentazione di ricchezza e prestigio sociale del casato genovese, ma simboleggiano lo scorrere della vita e l’immortalità, del ricordo familiare affidato all’arte, simboli di morte inequivocabili – come i corvi, il ramoscello reciso, l’usignolo stretto tra le mani di uno dei fratellini Giustiniani Longo. Come avevo messo in risalto prima, i cosiddetti Balbi children arrivati dalla National Gallery, adesso identificati coi nipoti del senatore Alessandro Giustiniani Longo, sono lo spettacolo del barocco personificato. Come descrive anche Federico Giannini, i loro vestiti esprimono la ricchezza e il raffinamento: «broccati e sete, giacche di velluto e tuniche cremisi bordate d’oro, capotain piumati e scintillanti spade da lato. Un’esibizione incurante di qualunque legge suntuaria, di qualsiasi richiamo a quella morigeratezza che si nota, per esempio, nel Ritratto di vedova della Collezione De Groeve, o anche nel Ritratto dei fratelli de Wael (dove l’esigenza d’alleggerimento è semmai da rinvenire nell’atteggiamento teatrale di Lucas, preso a gesticolare dietro un più serioso, imperturbabile Cornelis), eppure Ad Anversa fa freddo, si gela, ma i suoi abitanti vivono. Quando si guardano i ritratti del secondo periodo anversano, fine anni Venti e inizio anni Trenta del Seicento, sembra d’aver a che fare con gente che sta per dire qualcosa. Per alzarsi dalla sedia. Per sollevare un braccio. Ci si ferma davanti al Ritratto di Jacques Le Roy, arrivato dal Thyssen-Bornemisza di Madrid, uno dei vertici di tutta la ritrattistica di Van Dyck, e s’aspetta che quel mercante francese sposti la testa, s’aggiusti la toga bordata di pelliccia, cominci a spiegazzare nervosamente la lettera che tiene con noncuranza tra le mani. Poco distante c’è un giurista, Justus van Meerstraeten, goffo e impettito mentre la luce disegna arabeschi sulla seta della sua giubba, sposta leggermente in avanti il peso del corpo per evitare che il librone che finge di sfogliare scivoli giù dal banco. E poi a Londra cambia tutto. Una Londra insolitamente assolata, una Londra azzurra, briosa. Il ritratto di Lady Venetia Digby acceca coi suoi cangiantismi. Quello di Elizabeth Howard è un affronto, un’insolenza, un atto di prevaricazione tessile. Il ritratto di Carlo I e di Enrichetta Maria, unico ritratto in mostra del re d’Inghilterra, è un esperimento, è un ritratto ufficiale che abbandona qualunque ufficialità, è una specie di pièce teatrale mascherata da effigie di Stato, senza neppure darsi pena di riuscire nell’intento. Sappiamo già come andrà a finire, ovvero Carlo I finirà decapitato una quindicina d’anni dopo questo ritratto. Evidentemente i londinesi dovevano aver pensato che l’aria di Londra era diventata un po’ troppo leggera».
Tutto il «contorno» del ritratto del Seicento parla della storia, del destino, dell’importanza del personaggio nella storia della famiglia stessa ed è per questo motivo che non deve essere mai tralasciato un semplice dettaglio come diremmo noi oggi.
Anche la pubblicità della mostra è stato oggetto di dibattiti e a volte di vere discussioni nel mondo della critica dell’arte. La pubblicità stessa della mostra è stata considerata esagerata. I critici in fattispecie si sono chiesti cosa vuol dire van Dyck «l’europeo», ma soprattutto perché «la più grande mostra su van Dyck dei ultimi venticinque anni» quando a Prado a Madrid, nel 2012, è stata dedicata al pittore una mostra dal titolo El joven Van Dyck al Prado, che in quanto a numero di opere era quasi doppia rispetto alla mostra di Genova?
Sicuramente, al livello nazionale italiano Van Dyck genovese supera di ben dieci quadri la mostra su Van Dyck torinese del 2018. Allora, al Palazzo Reale c’era in mostra il ritratto della marchesa Grimaldi Cattaneo della National Gallery di Washington, che è forse il ritratto più famoso di Van Dyck, c’era la Venere nella fucina di Vulcano del Kunsthistorisches MuseumdiVienna, c’era pure Giove e Antiope. Questa volta a Genova si possono ammirare capolavori come il Matrimonio mistico del Prado, o il Carlo V a cavallo, il Giovane armigero di Dresda, tutte opere che fanno di Antoon van Dyck un protagonista del suo tempo e un orgoglio della Zena come chiamano i liguri la loro splendida città capoluogo che è per tutto il resto dell’Italia e del mondo Genova, la Superba.
La rivista «Finestre sull’arte» ha pubblicato il bell’articolo di Federico Giannini, «Van Dyck al Palazzo Ducale di Genova, l’irresistibile fascino della compilation». Nell’articolo citato l’autore si domanda perché van Dyck sia chiamato pittore «europeo» e si dà la risposta: «perché s’è formato con Rubens, ha studiato e lavorato in Italia, ha conosciuto il trionfo in Inghilterra. La presentazione stessa della mostra incomincia con questa didascalia: “Questa mostra racconta l’affascinante vicenda artistica di Antoon van Dyck mettendo in luce il ruolo decisivo che tre città straordinarie – Anversa, Genova e Londra – ebbero nella formazione e nell’evoluzione del suo stile”. L’autore afferma che per europei dobbiamo considerare, oltre a van Dyck, “Artemisia Gentileschi, dell’Arcimboldo, di Rubens, di tutte quelle schiere d’artisti che studiarono e lavorarono, tra Cinque e Seicento, al di fuori delle zone in cui si parlava la loro lingua madre».
L’attenzione per l’opera di van Dyck della studiosa e curatrice della mostra, Anna Orlando, non è una novità. Genova ha ospitato, curata dalla stessa ricercatrice, in passato, a Palazzo della Meridiana, una bellissima mostra sul Van Dyck genovese. La mostra attuale è arricchita da un lavoro di squadra con Katlijne van der Stighelen.
Il Ritratto del cardinale Guido Bentivoglio (Maria Grazia Bernardini), l’Autoritratto col girasole, l’Amore e Psiche di Kensington Palace, sono opere ugualmente belle ma ben diverse come valore nella produzione pittorica del maestro fiammingo.
Il percorso della mostra necessita intrinsecamente un itinerario nei musei genovesi più famosi, i palazzi dei Rolli, Palazzo Spinola e Palazzo Reale o Durazzo-Balbi che dir si voglia. Soltanto così possiamo affermare che sì, a Genova abbiamo visto tutto il van Dyck possibile e immaginabile esistente in Italia. E scusate se è poco!
L’unica opera spostata per la mostra dal luogo dove risiede da sempre è la Pala Orero di San Michele di Pagana, Francesco Orero introdotto al cospetto del Cristo spirante dai santi Francesco di Assisi e Bernardo da Chiaravalle (1626-1627 circa; olio su tela, 325 × 210 cm; Rapallo, San Michele di Pagana, chiesa di San Michele Arcangelo, cappella del Santissimo Crocifisso). L’opera è affissa nella Cappella dei Dogi al termine del percorso della mostra. La palla raffigura un famoso profumiere, Francesco Orero, in adorazione del Crocifisso sopra al suo altare in origine. San Michele di Pagana si trova a qualche centinaio di metri dal lungomare di Rapallo, vicino a Santa Margherita Ligure, vicino a Portofino. Lo spostamento di certe opere non è un evento che passa inosservato. Continua Federico Giannini: «Nel 2015, a Bologna, Vittorio Sgarbi spostò la Maestà di Cimabue dalla chiesa dei Servi a Palazzo Fava; venne lanciato un appello cui aderirono oltre cento studiosi. Due anni fa, quando la Crocifissione del Guercino lasciò la Basilica della Ghiara di Reggio Emilia per andare alla mostra sul papato Ludovisi alle Scuderie del Quirinale (l’opera aveva subìto un intervento di manutenzione straordinario, dunque un passaggio in mostra prima di rientrare nella sua chiesa era del tutto sensato) si contò qualche flebile protesta, ma niente più. Adesso, per il trasferimento della Pala Orero, senza che neppure ci sia un restauro di mezzo, almeno da quanto è dato sapere, non s’è fatto vivo nessuno. Probabile che di qui a due o tre anni, il sonnacchioso mondo dell’arte si risveglierà dal suo torpore per domandare alle chiese di prestare le loro opere alle mostre, anche quando non hanno granché da aggiungere al discorso. Tanto, chi ci va a San Michele di Pagana?”
La mostra stupisce anche per le novità come è il caso del Cavallo andaluso di Van Dyck (1620-1621 circa; olio su tela, 130,8 × 105,4 cm; Anversa, The Phoebus Foundation) presentato per la prima volta al pubblico vicino al ritratto a cavalo, nella stessa posa del cavallo andaluso, di Carlo V d’Asburgo degli Uffizi. Tra le novità abbiamo anche un Ecce Homo (1625?; olio su tela, 143 × 107 cm; Collezione privata) proposto come autografo che ricorda l’omonimo quadro di Caravaggio di Palazzo Bianco. E le sorprese continuano con un inedito ritratto di dama prestato dalla Phoebus Collection, attribuito qualche anno fa a Van Dyck da Susan J. Barnes e Katlijne van der Stighelen e confermato in quest’occasione.
Sempre nell’ambito dell’arte sacra si trova anche La Madonna col Bambino della Galleria Nazionale di Parma, un’opera di bottega più che un lavoro del maestro, su cui la mostra mette correttamente in guardia, si trova verso la fine del percorso.
Dei quadri che mi sono rimasti impressi nella mente più profondamente è Autoritratto (1615-1617; olio su tavola, 36,5 × 25,8 cm; Anversa, Rubenshuis, inv. RH.S.216). Un giovane addobbato come un cicisbeo, bell’efebo dai riccioli biodi rossicci, dagli occhi castani che scrutano da sotto la tesa del cappello, le sue dolci e rosse labbra che risaltano sul bianco colletto, immacolato e merlettato, che ci invita a seguirlo nella Sua mostra come pure nella Sua vita. L’dea di aprire con l’Autoritratto mi pare a dir poco geniale.
Si prosegue nelle Sale a tema e spunta di nuovo il tema religioso. Il ricordo della colonna di Paolo Veronese s’intravede nell’opera di Antoon van Dyck, Matrimonio mistico di Santa Caterina (1618-1620 circa; olio su tela, 121 × 173 cm; Madrid, Museo Nacional del Prado, inv. P001544). Debbo dire che le opere d’ambito religioso non sono le mie favorite per quanto concerne l’opera di van Dyck, ma non posso non volgere la mia attenzione alla crestomazia delle immagini che racchiude in sé un quadro del genere. Il doppio mento di santa Caterina ricorda le rubensiane dame del Seicento, la stoffa di damasco genovese per l’appunto che l’avvolge è una citazione di Vittore Carpaccio del ciclo delle storie di sant’Orsola dell’Accademia di Venezia, le colonne scultoree, maestose e dalle citazioni doriche – in quella intera di sinistra che fa da schienale alla Madonna e l’altra, ionica, del capitello spezzato, sempre nella parte sinistra del primo piano, entrambe un palese richiamo del grande Paolo Cagliari, detto il Veronese.
Il ritratto rimane il punto forte di Antoon van Dyck e un esempio eclatante è quello dell’imperatore, Ritratto equestre dell’imperatore Carlo V (1620-1621 circa; olio su tela, 191 × 123 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, inv. 1890. 1439). L’aquila imperiale dalle antiche reminiscenze romane porta in becco la corona d’alloro che sta per posare sulla testa del bruttissimo Carlo d’Asburgo dalla mascella prominente, tara genetica del prognatismo che accompagna i rampolli frutto dei troppi matrimoni consanguinei. Sopra un’armatura brillante possa la sciarpa rossa del militare che svolazza come mossa dal vento che smuove anche la criniera del bianco cavallo di provenienza araba della scuola d’equitazione spagnola – andalusa, come denota il bel muso curvo e la bellezza indiscussa, bellezza che stona con il brutto personaggio che lo cavalca. A destra in secondo piano ondeggiano i galeoni della non tanto Invincibile Armata, navi sfornate nel porto di Genova per l’Impero spagnolo, grazie ai suoi maestri d’ascia e alle sue banche piene zeppe d’oro e d’argento della Spagna.
Proseguiamo con i ritratti per mia gioia e delizia, il Giovane armigero (1626 circa; olio su tela, 90 × 70 cm; Dresda, Gemäldegalerie Alte Meister, Staatliche Kunstsammlungen Dresden, inv. Gal-Nr. 1026) è un’altra citazione del grande Giorgione da Castelfranco e delle sue sbrilluccicanti armature cavalleresche. La sciarpa rossa legata al gomito sinistro è segno del virile rango militare, ma lui è giovane, dai paffuti baffetti imberbi e nella destra impugna un bastone e guarda come sorpreso mentre sfoggia la sua bellezza armata da Marte conquistatore dei cuori delle Veneri più che vincitore sui campi di battaglia. Le mani fini, da musicista, sono uguali alle mani dei personaggi ritratti da Giorgione.
Da Madrid arriva un meraviglioso quadro di Antoon van Dyck, Ritratto di Jacques Le Roy (1631; olio su tela, 117,8 × 100,6 cm; Madrid, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, inv. 1929.9). Il drappo rosso sulla sinistra preannuncia gli sfondi dei quadri del Settecento genovesi che raffigurano i dogi della Superba Zena. Un uomo piuttosto corposo dal pizzetto alla Richelieu, tipico del Seicento, posa la sua bella testa dai capelli grigiastri sulla gorgiera plissettata di un bianco candido come una ciliegina sulla torta. Nella mano destra tiene una lettera, è seduto sulla sedia vellutata rossa come quella che prima usava Tiziano Vecellio per raffigurava il suo Papa Paolo III della Rovere attorniato dai cardinali nipoti.
Segue un altro splendido ritratto opera di Antoon van Dyck, Ritratto di Justus van Meerstraeten (1634-1635; olio su tela, 107,5 × 97 cm; Kassel, Hessen Kassel Heritage, inv. GK126). Sta sfogliando in piedi un’opera fondamentale di giurisprudenza, il Digesto (in latino Digesta) o Pandette (Pandectae), che è una compilazione in 50 libri di frammenti di opere di giuristi romani realizzata su incarico dell'imperatore Giustiniano. Lo sorveglia dal basso un busto scultoreo romano il cui realismo contraddistingue l’opera. A destra in alto, oltre tutto questo rigore, oltre le vesti nere protestanti e l’immancabile gorgiera bianca s’intravede un paesaggio marino, quel campo fertile degli olandesi che è sempre stato il mare e l’acqua portatrice di ricchezza e di prestigio.
Ultimo, ma non meno importante, è il quadro di uno dei committenti indiscussi di Antoon van Dyck, il primo re della modernità che perse la testa, Ritratto di Carlo I e della regina Enrichetta Maria (1632 o 1633; olio su tela, 104 × 176 cm; Repubblica Ceca, Archbishopric of Olomouc, Archdiocesan Museum in Krome, inv. KE 2372 O 406). Ed ecco a noi il re dell’Inghilterra che fece di van Dyck il suo pittore di corte e che prende nelle sue fini e delicatissime mani d’intellettuale più che di guerriero la corona d’alloro che la moglie le ha appena confezionato. La vera corona della Gran Bretagna è posata sulla sinistra, dietro al re. Una quinta scenografica apre il sipario dietro la coppia reale e ci fa vedere uno squarcio del cielo d’Irlanda dal blu intenso attraversato da nuvole minacciose sopra un paesaggio roccioso da cui spunta un alberello dalle foglie verde crudo. Una scena tranquilla con due personaggi ben vestiti secondo etichetta: lui nel costume tipico a due pezzi «alla spagnola» con un colletto bianco di merletto. Lei sempre di bianco vestita con un laccio rosso stretto in vita e nei capelli. Il filo di perle le attornia il collo e il viso bianco e i capelli dai piccoli riccioli cerchiati inquadrano un viso malinconico che guarda altrove mentre lui, il suo re la guarda con occhi esoftalmici e inconsapevoli della brutta fine che gli riserverà il futuro.
Si esce dalla mostra scendendo le scale di pietra dei Dogi genovesi e si riprende la vita della città. Ma Genova è molto più di uno scrigno d’orato dell’arte barocca. Genova è anche il porto con la sua gente dove «Dai diamanti non nasce niente/ Dal letame nascono i fior» come diceva una canzone indimenticabile di Fabrizio De André dal titolo Via del Campo:
Via del Campo, c'è una graziosa
Gli occhi grandi color di foglia
Tutta notte sta sulla soglia
Vende a tutti la stessa rosa
Via del Campo, c'è una bambina
Con le labbra color rugiada
Gli occhi grigi come la strada
Nascon fiori dove cammina
Via del Campo, c'è una puttana
Gli occhi grandi color di foglia
Se di amarla ti vien la voglia
Basta prenderla per la mano
E ti sembra di andar lontano
Lei ti guarda con un sorriso
Non credevi che il paradiso
Fosse solo lì al primo piano
Via del Campo, ci va un illuso
A pregarla di maritare
A vederla salir le scale
Fino a quando il balcone è chiuso
Ama e ridi se amor risponde
Piangi forte se non ti sente
Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fior
Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fior
Genova è la città che fa da ponte tra le canzoni dei maestri francesi come Georges Bressan e la scuola della canzone d’autore, è il porto verso la Francia che sta lì, oltre il confine, con gente che si mescola sempre nei caruggi a comprare, a visitare, ad ammirare, a mangiare e ha godere della splendida città. Genova è la città di Edoardo Sanguineti e il suo Questo è il gatto con gli stivali.
Genova era nei giorni di 8-10 maggio la città che ospitava l’adunata degli Alpini, nobile arma dei bravi combattenti della carità e dell’aiuto al prossimo in tempi di pace. Il loro spirito, di ex soldati del corpo degli Alpini, lo spirito dei loro figli e delle loro mogli e compagne si riversava in un fiume umano di circa mezzo milione di persone verso Genova. Nel treno che da Milano mi portava a Piazza Principe a Genova si sentivano i canti e le fisarmoniche e all’improvviso i volti dei viaggiatori si sono riempiti di sorrisi e di allegria. Per i due giorni consecutivi che ho soggiornato a Genova per vedere la mostra dedicata ad Antoon van Dyck e alle sue opere che riempiono i palazzi genovesi in pianta stabile, ho avuto attorno a me lo spirito dell’adunata degli alpini. I capelli con le pene nere che li contraddistinguono giravano per la mostra, per le piazze larghe come la splendida piazza de Ferraris suonando la banda, nelle osterie e per le vie strette, pure nel viaggio di ritorno. Nel treno da Genova a Milano e quello delle frecce rosse da Milano a Udine erano sempre loro, gli Alpini, con le loro bottiglie di buon vino rosso e il formaggio e il salame, con la fisarmonica come colonna sonora dei tempi che furono, della vita che scorre, del vivere aiutando gli altri nel momento del bisogno e soccorrere con spirito di fratellanza che solo gli Alpini sanno dare e coltivare e che contraddistingue questo corpo militare italiano dal resto del mondo.
Con la mente ai sessanta quadri di van Dyck, con gli occhi pieni della bellezza dei palazzi genovesi e con il cuore colmo d’emozione che i cari, bravi e allegri Alpini hanno saputo trasmettermi sono tornata a Padova, felice e contenta di aver visto ancora una volta Zena – come la chiama la Liguria intera – lei, la città di Genova, la Superba.
Liana Corina Țucu
(n. 6, giugno 2026, anno XVI)
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