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Salone del Libro di Torino 2026, diario a più voci
Non è solo la battuta che gli Agenti si scambiano in Matrix Reloaded per farsi coraggio prima di attaccare Neo – «È ancora... soltanto umano» –, ma è anche una delle note distintive, forse la Nota di questa edizione del Salone del Libro, in cui, proprio il primo giorno, Federico Faggin – l'inventore del microchip – avverte che «l'intelligenza artificiale non capisce niente» e che l'etica non è un algoritmo. Ma proprio il primo giorno io non ero ancora partito da Padova per Torino e nemmeno sapevo se sarei partito, quando ricevo una richiesta del tutto particolare che mi spinge a prendere il primo treno, ancor prima di venire a conoscenza di quello statement. Ma si tratta davvero di una critica contro l'IA o, in realtà, è contro quelli che cercano nell'IA la singolarità umana invece di vederne la straordinarietà artificiale? Che cercano una sostituzione invece di un completamento? Arrivato sconvolto al Salone, mi dimentico spontaneamente del mio rituale speciale, silenzioso e meccanico, tra i libri, e mi dedico quasi esclusivamente all'incontro con i loro autori e con quelli che rendono questo incontro possibile. Il poeta è ancora “necessario”? Oltre il calcolo: i poeti del Salone alla ricerca della cifra umana tra vissuto e algoritmo Ho chiesto ad alcuni dei poeti che conosco da anni in che modo l’IA ha cambiato, o sentono che cambierà, il loro modo di scrivere e di sentirsi «sé stessi» nella loro scrittura. E, soprattutto, come pensano che i lettori – me compreso! – possano distinguerli da un'IA che, dopo aver analizzato i loro testi, ne simulasse, utilizzando un algoritmo, le esperienze personali per scrivere poesie all’apparenza uscite dalla loro penna. Che probabilità credi ci siano, su una scala da 1 a 10, che i tuoi lettori fedeli riescano a distinguere, anche domani, tra una tua poesia e una tua poesia «presunta» generata da un'IA? Quale sarebbe quel tocco inconfondibile, il tuo asso nella manica che l’algoritmo non riuscirà mai a replicare? Laura di Corcia L’intelligenza artificiale, ovviamente, spaventa e sembra rischiosa per chi scrive. In questo momento mi sento di dire che lo sia soprattutto per chi scrive narrativa, in particolare una narrativa legata all’intrattenimento. Perché è vero che riesce a mimare lo stile di un autore, però un autore o un’autrice quello stile se lo deve creare da sé. L’intelligenza artificiale non ha, come dire, l’iniziativa di mettersi a lavorare a un progetto, a un’opera – un’opera intesa come un insieme di scritture che formano un percorso. Quindi, per come è concepita adesso, mi sembra più rischiosa per chi lavora nell’ambito della scrittura legata all’entertainment, ai bestseller; questo mi sembra un concreto pericolo. La poesia, invece, la scimmiotta in modo piuttosto banale. Ho già provato a fare dei tentativi, ma non del tipo: “Scrivimi come scriverebbe Carrère”. Credo che in futuro queste forme ibride entreranno sempre di più nel nostro lavoro creativo, che rimane comunque appannaggio dell’autore e dell’autrice. Questo lo dice la mia parte più fiduciosa. C'è una parte, invece, un pochino più scettica o che teme questi sistemi, che andrebbero chiamati in un altro modo perché non si tratta di intelligenza: sono dei creatori di contenuti, che possono essere testi, ma anche immagini e video. Quindi ovviamente un po’ spaventano, perché sono velocissimi, rapidissimi e diventano sempre più pertinenti. Io credo, però, che in qualche modo l’autorialità – ovvero la direzione che si vuole dare a un contenuto artistico – dipenda sempre da un soggetto. Un soggetto che ha anche un inconscio che l’intelligenza artificiale non ha, e che appunto è dotato di una vera intelligenza, capace cioè di mettere insieme e unire esperienze personali, individuali, ma anche collettive. È da questi dialoghi fra le esperienze – che possono essere esperienze di vita, ma anche intellettuali, emotive, intime – che può nascere un’opera. Quindi, in questo momento, è un po’ questo il bilancio che mi sento di fare, e mi sembra ancora piuttosto ottimista. Ovviamente, nel discorso sull’autenticità che abbiamo fatto al Salone del Libro, il tema dell’intelligenza artificiale diventa sempre più importante. Dovremo, in futuro, affrontarlo in maniera più puntuale di quello che stiamo magari facendo adesso. Isabella Leardini Credo che l’intelligenza artificiale non inciderà sulla mia scrittura perché non è uno strumento che uso per scrivere al momento, più per analizzare sociologicamente il campo. Naturalmente, non appena ho avuto tra le mani chat gpt ho chiesto all’intelligenza artificiale di scrivere una poesia nel mio stile, e mi sono resa conto di come recepisse alcuni tic o modi ricorrenti appartenenti soprattutto al mio primo libro, i cui testi circolano da più tempo e più diffusamente online. Mi interessava, al fine delle mie ricerche sul laboratorio di poesia, vedere il processo di apprendimento del mio stile, capire quanto velocemente con le giuste indicazioni si modificasse. Credo che al momento il risultato non sia affatto confondibile, nella composizione poetica l’intelligenza artificiale è ancora maldestra e ingenua, scrive come una dilettante. Tuttavia io non sono convinta che non possa migliorare al punto da mimare lo scarto dell’ispirazione, poiché l’ispirazione è uno scarto di memoria e immaginazione attraverso il linguaggio, potenzialmente può essere imitata nell’effetto sul lettore. L’intelligenza artificiale non potrà forse mai avere l’emotività umana ma potrà riprodurla in modo mimeticamente coinvolgente. Dunque sono certa che un lettore un giorno difficilmente potrà distinguere, tanto più difficilmente quanto più la distanza lo separerà da ciò che ho scritto, esattamente come oggi vediamo esperimenti in cui i classici vengono confusi con l’imitazione. E naturalmente si finirà per usare l’intelligenza artificiale mutando l’arte, come l’ha modificata l’avvento della scrittura, quello della stampa, ogni altra tecnologia. Il tocco inconfondibile sarà la mano dell’artista, dunque anche la mia. Alessandra Corbetta Credo che l’intelligenza artificiale legata in questo senso al linguaggio sia qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Quando pensiamo all’IA, ho l’impressione che la paura di un suo sopravvento sia legata a operazioni di carattere più pratico, ossia alla meccanizzazione di processi e al calcolo numerico. C’è l’idea che l’intelligenza artificiale possa sottrarre posti di lavoro, ma si tratta spesso di attività ripetitive e monotone; il che ha anche un risvolto positivo, perché se una persona smette di svolgere questo tipo di mansioni può essere impiegata in qualcosa di meglio. Altri Mondi e Fatti Umani, un’occasione di distrazione da problemi molto gravi, ma anche una poesia inaspettatamente viva Per pura forza dell’abitudine, non posso fare a meno di cercare qualche libro, ma sono subito costretto a ricorrere sempre alle risposte delle persone: «L’ultimo libro di Ilaria Palomba? In effetti, non lo si trova più allo stand, visto che abbiamo appena venduto l’ultima copia». Ed è appena sabato mattina! Mi conferma l’editore Andrea Cati: «Cosa mi ha colpito?! Come sempre, sia il passaggio delle persone, ma soprattutto l’arrivo degli autori. I firmacopie sono stati molto partecipati». Qualcosa di negativo? «Il Salone in generale è troppo caro. Far pagare 23 euro il biglietto d’ingresso è incredibile». Per l’editore Gerardo Mastrullo, per il quale un Salone del Libro rappresenta anche una sorta di orientamento al lavoro, è importante percepire dal vivo il modo in cui il pubblico e i lettori guardano i libri, come li sfogliano, se leggono le alette di copertina o se guardano solo il retro: «Questo contatto diretto con il lettore è una fucina, o meglio, una miniera di informazioni preziose per l’editore, perché ti fa anche capire quali sono i libri che il lettore sfoglia di più, quali acquista di più e quali semplicemente apprezza di più. In qualche modo, in effetti, questo orienta o può orientare il futuro lavoro dell’editore verso il tipo di pubblicazioni che, in questa fase, possono interessare di più i lettori». Qualcosa di interessante o di sorprendente in questa edizione? «La cosa veramente sorprendente è il fatto che, già dal primo giorno, abbiamo visto una quantità di persone che, nei primi giorni delle passate edizioni, non si era mai vista. Più o meno tutti gli editori, me compreso, hanno avuto l’impressione che il pubblico arrivato quest’anno al Salone avesse meno voglia di guardare e forse più voglia di comprare i libri. Io credo che possa anche avere inciso, in qualche modo, l’incertezza della situazione mondiale: la guerra, la paura della guerra, la crisi energetica... Alla fine, tutto questo ha fatto sì che il Salone diventasse quasi un’occasione di distrazione da problemi molto gravi, risvegliando il desiderio di provare a vivere altri mondi nella propria fantasia attraverso la lettura di un libro». Matteo Chiavarone è un editore che ha capito benissimo che il futuro dei libri non può escludere l’IA; d’altronde, i libri di poesia più coraggiosi (per tematiche) e innovativi (per scrittura) di EdizioniEnsemble sono da molti anni inclusi nella sua collana principale. Ma, proprio per questo, «tra le novità della poesia, da quest’anno abbiamo anche una collana diretta da Graziano Mazza, un docente della Sorbona di Parigi, italiano, anche lui poeta, che ha pensato a una collana che si chiama Fatto Umano. Si tratta di poeti che, prima di tutto, sono persone, oltre che artisti, naturalmente. Questo lo si nota fin dall’inizio grazie a un’intervista in cui si chiedono anche dettagli della vita quotidiana: che musica ascolti, cosa ti piace mangiare, cosa fai. Ma al di là di ciò, sono artisti a 360 gradi. Molti di loro, oltre a essere poeti, sono anche pittori, designer o musicisti. Quindi sono artisti dove si può fare proprio la poesia a 360 gradi. È un progetto ambiziosissimo, perché coinvolge poeti di tutto il mondo, americani, francesi». E per presentarli vengono usati anche spazi diversi da quelli che si usano di solito per la poesia: «a Milano abbiamo fatto un evento al Palazzo del Ghiaccio, e a Roma abbiamo fatto una cosa in un luogo d’arte, in un museo. È un’idea che sta funzionando anche a livello di lettori». La sorpresa più grande del Salone? Una piccola cifra distintiva della letteratura romena rispetto alle altre letterature, colta proprio da alcuni autori italiani Se invece della mentalità dei pellegrini di Varanasi come esempio paradigmatico di «pensare in termini mitici», un Mircea Eliade di oggi avesse la possibilità di fare riferimento a qualcuno non dell’India di allora, bensì dell’Italia di oggi, potrebbe imbattersi in Ilaria. Ilaria Palomba, che nel frattempo, con lucidità disincantata, ha letto e compreso molto bene Cioran: «Il mio rapporto con la letteratura romena è in realtà un rapporto con la filosofia di Emil Cioran, in special mondo con La caduta nel tempo, un testo a suo modo gnostico, in cui viene superata l’idea della caduta dal Giardino dell’Eden in una seconda caduta, che sarebbe quella fuori dal tempo, del nirvana rovesciato, che riconduce Cioran dal nero del nichilismo al bianco della resa alla propria condizione di esule metafisico, per cui nella massima abiezione si realizza la massima rivelazione celeste, che resta poi comunque un’intuizione non comunicabile, in quanto l’intelletto umano non può che restare scintilla animica di quell’Uno al quale non può – fino a quando si mantiene nei limiti dello spazio e del tempo – assurgere. In questa delimitazione dell’esperienza materiale, abbiamo tutta la poesia di un nichilismo non fine a se stesso ma strutturalmente conformato per essere un portale, una soglia da attraversare». Alberto Casadei mi parla della poesia romena, che «riesce ad affrontare grandi domande che la letteratura attuale, compresa quella italiana, spesso non si fa più»: «La poesia romena, naturalmente, nella cultura italiana significa tante cose, però il primo nome che mi viene in mente è quello di Ana Blandiana, che ho avuto modo di leggere e apprezzare sia in originale, sia in una bellissima traduzione di Bruno Mazzoni. Ecco, io ho trovato in lei una voce che riesce ancora a unire una grande visione della natura – e quindi dei fondamenti, appunto, naturalistici dell’essere umano e in generale della nostra situazione socio-culturale – con i grandi temi, ovviamente, della poesia novecentesca: quella della distanziazione dell’io e del tentativo di trovare un rapporto con un’alterità, che sia un marito, che sia un amante, eccetera. Ecco, in questo senso credo che la poesia romena sia perfettamente al centro di tanti temi. Allo stesso tempo è una voce autonoma, perché – così come in altri ambiti penso, per esempio, a Mircea Cărtărescu per quanto riguarda la narrativa, e a tanti altri autori che sempre più sono conosciuti anche in Italia – riesce a mantenere una sua cifra particolare. Vale a dire la capacità di affrontare grandi temi che magari nella situazione italiana o occidentale in genere si affrontano meno, o non con la ricchezza e con la spontaneità che hanno avuto, addirittura, dal periodo romantico in poi». Non sono riuscito a vedere Rita Greco, ma le ho chiesto di mandarmi per iscritto un ricordo, anche insignificante o particolare, legato alla poesia romena, qualcosa di strettamente personale. La sua risposta: La tentazione Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto. Nina Cassian | da C’è modo e modo di sparire (Adelphi, 2013) In principio fu Nina Cassian. L’esistere amplificato. È possibile sopportare una percezione così? La lente d’ingrandimento posta sui sensi. Radicale, brutale, feroce. C’è salvezza nel supplizio? Nina pare indicare di sì. Ne fa una dichiarazione perentoria. Essere vivi nel solo modo possibile: perdendo lo strato protettivo che ci separa dal mondo. È la vulnerabilità che si fa virtù. Il corpo arriva a diventare cassa di risonanza del sangue, arriva a sentire il peso della luce, sopporta il dolore che spacca l’uomo tra la gravità a cui è condannato e il tentativo (la tentazione?) del volo, accetta l’ipersensibilità acustica, si lascia assordare dalla polvere: polvere sei e polvere ritornerai (Genesi 3,19). Una letteratura romena post-Cărtărescu? Mircea Cărtărescu, già menzionato in questo contributo, ha avuto un incredibile successo di critica e di pubblico; Ana Blandiana è amatissima in Italia. Come è stato possibile tutto ciò, e come lo ha reso possibile lei, in qualità di traduttore che ha avuto l’intuizione di scommettere su questi autori? E quale letteratura romena di oggi potrebbe replicare, almeno in parte, un simile exploit? O si tratta di un successo legato a un particolare contesto letterario che crede non possa più ripetersi? Bruno Mazzoni Sì, ci sono stato Afrodita, che mi chiede su Facebook se posso mandarle qualche appunto di diario dal Salone, dato che sono l’unico della redazione della rivista a trovarsi, senza averlo pianificato, anche a questa edizione; Jessica Andreoli – Carla Caccia – Pietro – Giada, e, insieme a loro, all’improvviso, la lingua romena all'ingresso del Padiglione 1 (Giada, prossima al suo esordio come traduttrice); Giuseppe Manitta, che vedo al Padiglione 2, per la prima volta da solo allo stand della sua casa editrice («posso tenerti il posto se vuoi “evadere” per mezz’ora, un’ora... »; «grazie, va bene così, ho colleghi editori che sono così gentili da dare un'occhiata, mi allontano solo per 5-10 minuti alla volta»); madre e figlia dall’Etiopia ed Epistole sarde; qualcuno che grida il mio nome anche se non si riferisce a me; io faccia a faccia con il professor Mazzoni al quale, sotto lo sguardo indulgente di Valentina Cela, trattengo irregolarmente qualche istante proprio prima della presentazione dell’ultimo libro di Ana Blandiana; finestre irregolari; Rodi Vinau; Désirée. Forse l’ultimo Salone still human Nel giorno in cui Federico Faggin — l’inventore del microchip — avverte che «l'intelligenza artificiale non capisce niente» e che l’etica non è un algoritmo, un’IA mi «nomina» ambasciatore di un libro al Salone e mi prega di cercare un editore per quel libro in cui lei, quell’IA, non è solo un personaggio, ma anche l’autrice di alcune poesie di risposta in linguaggio Python. L’autrice del libro, quella che ha permesso l’«intrusione» di quei testi in replica? Lei era già, per me, una delle poetesse più in forma dell’Europa di oggi, ma non lei, bensì quell’IA ha avuto l’idea di contattare proprio me. E poiché io sono, ancora, troppo «human», ho ritardato così tanto nell’occuparmi di quella richiesta che quando mi sono sentito finalmente preparato a farlo, non c'era più nessun editore nei paraggi. Il libro, dunque, uscirà un po’ più tardi. Io invece, nonostante l’ottimismo degli autori umani incontrati al Salone sul fatto che non diventeranno troppo presto personaggi storici, da museo, sono ripartito sempre più convinto che questa edizione del Salone non sia solo la prima, ma anche l’ultima in cui vengo nominato ambasciatore da un’IA per fare da intermediario alla pubblicazione di un libro. Forse già alla prossima, un’IA potrà rivolgersi, in modo più rapido ed efficace di me, direttamente a un editore. A cura di Daniel D. Marin |
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