Salone del Libro di Torino 2026, diario a più voci

Un Salone still human

Non è solo la battuta che gli Agenti si scambiano in Matrix Reloaded per farsi coraggio prima di attaccare Neo – «È ancora... soltanto umano» –, ma è anche una delle note distintive, forse la Nota di questa edizione del Salone del Libro, in cui, proprio il primo giorno, Federico Faggin – l'inventore del microchip – avverte che «l'intelligenza artificiale non capisce niente» e che l'etica non è un algoritmo. Ma proprio il primo giorno io non ero ancora partito da Padova per Torino e nemmeno sapevo se sarei partito, quando ricevo una richiesta del tutto particolare che mi spinge a prendere il primo treno, ancor prima di venire a conoscenza di quello statement.

Ma si tratta davvero di una critica contro l'IA o, in realtà, è contro quelli che cercano nell'IA la singolarità umana invece di vederne la straordinarietà artificiale? Che cercano una sostituzione invece di un completamento?

Arrivato sconvolto al Salone, mi dimentico spontaneamente del mio rituale speciale, silenzioso e meccanico, tra i libri, e mi dedico quasi esclusivamente all'incontro con i loro autori e con quelli che rendono questo incontro possibile.

Il poeta è ancora “necessario”? Oltre il calcolo: i poeti del Salone alla ricerca della cifra umana tra vissuto e algoritmo

Ho chiesto ad alcuni dei poeti che conosco da anni in che modo l’IA ha cambiato, o sentono che cambierà, il loro modo di scrivere e di sentirsi «sé stessi» nella loro scrittura. E, soprattutto, come pensano che i lettori – me compreso! – possano distinguerli da un'IA che, dopo aver analizzato i loro testi, ne simulasse, utilizzando un algoritmo, le esperienze personali per scrivere poesie all’apparenza uscite dalla loro penna.

Che probabilità credi ci siano, su una scala da 1 a 10, che i tuoi lettori fedeli riescano a distinguere, anche domani, tra una tua poesia e una tua poesia «presunta» generata da un'IA? Quale sarebbe quel tocco inconfondibile, il tuo asso nella manica che l’algoritmo non riuscirà mai a replicare?

Laura di Corcia

L’intelligenza artificiale, ovviamente, spaventa e sembra rischiosa per chi scrive. In questo momento mi sento di dire che lo sia soprattutto per chi scrive narrativa, in particolare una narrativa legata all’intrattenimento. Perché è vero che riesce a mimare lo stile di un autore, però un autore o un’autrice quello stile se lo deve creare da sé. L’intelligenza artificiale non ha, come dire, l’iniziativa di mettersi a lavorare a un progetto, a un’opera – un’opera intesa come un insieme di scritture che formano un percorso. Quindi, per come è concepita adesso, mi sembra più rischiosa per chi lavora nell’ambito della scrittura legata all’entertainment, ai bestseller; questo mi sembra un concreto pericolo. La poesia, invece, la scimmiotta in modo piuttosto banale. Ho già provato a fare dei tentativi, ma non del tipo: “Scrivimi come scriverebbe Carrère”. Credo che in futuro queste forme ibride entreranno sempre di più nel nostro lavoro creativo, che rimane comunque appannaggio dell’autore e dell’autrice. Questo lo dice la mia parte più fiduciosa. C'è una parte, invece, un pochino più scettica o che teme questi sistemi, che andrebbero chiamati in un altro modo perché non si tratta di intelligenza: sono dei creatori di contenuti, che possono essere testi, ma anche immagini e video. Quindi ovviamente un po’ spaventano, perché sono velocissimi, rapidissimi e diventano sempre più pertinenti. Io credo, però, che in qualche modo l’autorialità – ovvero la direzione che si vuole dare a un contenuto artistico – dipenda sempre da un soggetto. Un soggetto che ha anche un inconscio che l’intelligenza artificiale non ha, e che appunto è dotato di una vera intelligenza, capace cioè di mettere insieme e unire esperienze personali, individuali, ma anche collettive. È da questi dialoghi fra le esperienze – che possono essere esperienze di vita, ma anche intellettuali, emotive, intime – che può nascere un’opera. Quindi, in questo momento, è un po’ questo il bilancio che mi sento di fare, e mi sembra ancora piuttosto ottimista. Ovviamente, nel discorso sull’autenticità che abbiamo fatto al Salone del Libro, il tema dell’intelligenza artificiale diventa sempre più importante. Dovremo, in futuro, affrontarlo in maniera più puntuale di quello che stiamo magari facendo adesso.

Isabella Leardini

Credo che l’intelligenza artificiale non inciderà sulla mia scrittura perché non è uno strumento che uso per scrivere al momento, più per analizzare sociologicamente il campo. Naturalmente, non appena ho avuto tra le mani chat gpt ho chiesto all’intelligenza artificiale di scrivere una poesia nel mio stile, e mi sono resa conto di come recepisse alcuni tic o modi ricorrenti appartenenti soprattutto al mio primo libro, i cui testi circolano da più tempo e più diffusamente online. Mi interessava, al fine delle mie ricerche sul laboratorio di poesia, vedere il processo di apprendimento del mio stile, capire quanto velocemente con le giuste indicazioni si modificasse. Credo che al momento il risultato non sia affatto confondibile, nella composizione poetica l’intelligenza artificiale è ancora maldestra e ingenua, scrive come una dilettante. Tuttavia io non sono convinta che non possa migliorare al punto da mimare lo scarto dell’ispirazione, poiché l’ispirazione è uno scarto di memoria e immaginazione attraverso il linguaggio, potenzialmente può essere imitata nell’effetto sul lettore. L’intelligenza artificiale non potrà forse mai avere l’emotività umana ma potrà riprodurla in modo mimeticamente coinvolgente. Dunque sono certa che un lettore un giorno difficilmente potrà distinguere, tanto più difficilmente quanto più la distanza lo separerà da ciò che ho scritto, esattamente come oggi vediamo esperimenti in cui i classici vengono confusi con l’imitazione. E naturalmente si finirà per usare l’intelligenza artificiale mutando l’arte, come l’ha modificata l’avvento della scrittura, quello della stampa, ogni altra tecnologia. Il tocco inconfondibile sarà la mano dell’artista, dunque anche la mia.

Alessandra Corbetta

Credo che l’intelligenza artificiale legata in questo senso al linguaggio sia qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Quando pensiamo all’IA, ho l’impressione che la paura di un suo sopravvento sia legata a operazioni di carattere più pratico, ossia alla meccanizzazione di processi e al calcolo numerico. C’è l’idea che l’intelligenza artificiale possa sottrarre posti di lavoro, ma si tratta spesso di attività ripetitive e monotone; il che ha anche un risvolto positivo, perché se una persona smette di svolgere questo tipo di mansioni può essere impiegata in qualcosa di meglio.
Al di là del fatto che questo è tutto un ambito che andrebbe discusso, credo che non di minore importanza sia, invece, quanto l’intelligenza artificiale impatti sul linguaggio. Vedo, per esempio, all’interno delle realtà aziendali – prima ancora di arrivare alla tua domanda specifica sulla poesia – che in sempre più contesti l’intelligenza artificiale viene utilizzata per rispondere a mail, per costruire discorsi, per realizzare brevi testi legati a siti internet o a social network. Quindi vuol dire che questo processo di sostituzione del linguaggio umano con il linguaggio sempre umano, ma introiettato e buttato fuori dalla macchina, sia sempre maggiore. E la sensazione in questo caso, da lettrice, che ho, è che ci sia progressivamente un appiattimento ancora maggiore del linguaggio, perché comunque la macchina è tarata su una serie di input che sono sempre più ampi e che oggi includono anche i motori di ricerca, ma che non vanno a includere tutto, che non contemplano la generatività dell’errore e che attingono comunque a un bacino finito, mentre gli uomini, nella loro totalità, danno vita a un bacino di conoscenza infinito.
Nel caso specifico della poesia, che è uno dei temi della mia ricerca su cui mi sono interrogata anche attraverso degli incontri che ho fatto, per esempio a Pordenonelegge, o attraverso una lunga intervista con Vincenzo Della Mea, autore di Cl. 2.0, un libro dove l’IA è stata protagonista, l’idea che mi sono fatta è che sicuramente l’intelligenza artificiale può sostituire il poeta. In che senso? Nel senso che se io sono poco avvezzo, ma a volte anche se ho una buona conoscenza della poesia, è facile che io possa scambiare un testo scritto dalla macchina – ovviamente guidato dal soggetto umano – rispetto a un testo che è scritto esclusivamente dall’uomo.
La sostituzione però non è realmente possibile, innanzitutto perché i livelli a cui oggi l’intelligenza artificiale arriva in termini di linguaggio sono ancora dei livelli che possono raggiungere uno standard mediano, ma non sicuramente gli apici, e quindi riescono a fare una poesia medio-bassa, ma non più di questo. Dall’altro lato, c’è la possibilità che l’intelligenza artificiale non venga utilizzata in sostituzione, ma, come accade in altri ambiti, in collaborazione rispetto alla creatività dell’essere umano, come potrebbe essere utilizzato il vocabolario o come potrebbe essere utilizzato il confronto con un amico o una persona che resta in quello che in gergo viene chiamato “human-in-the-loop” (la modalità di coordinatore e di controllore). È una questione molto complessa dove non credo sia opportuno dare una risposta definitiva. Quindi, laddove tu mi chiedi: «Pensi che un tuo testo possa essere scambiato per uno scritto dell’intelligenza artificiale?», forse sì, nel senso che se i prompt che io do o che qualcuno dà sono molto specifici, mettono dei miei testi, usano parole chiave della mia poetica, è possibile che il testo che venga messo come output non sia così facilmente distinguibile dal mio originale. Ma sono fortemente convinta – e chiudo ricollegandomi alla tua prima domanda – che il poeta oggi sia più che mai necessario. Perché il poeta non solo ci insegna a stare dentro la lingua e ci ricorda cosa la lingua sia davvero, ma soprattutto diventa una sorta di combattente rispetto a questo processo di omologazione, di omogeneizzazione del linguaggio, che credo sia uno dei problemi più gravi della nostra società contemporanea.

Altri Mondi e Fatti Umani, un’occasione di distrazione da problemi molto gravi, ma anche una poesia inaspettatamente viva

Per pura forza dell’abitudine, non posso fare a meno di cercare qualche libro, ma sono subito costretto a ricorrere sempre alle risposte delle persone:

«L’ultimo libro di Ilaria Palomba? In effetti, non lo si trova più allo stand, visto che abbiamo appena venduto l’ultima copia».

Ed è appena sabato mattina!

Mi conferma l’editore Andrea Cati:

«Cosa mi ha colpito?! Come sempre, sia il passaggio delle persone, ma soprattutto l’arrivo degli autori. I firmacopie sono stati molto partecipati».

Qualcosa di negativo?

«Il Salone in generale è troppo caro. Far pagare 23 euro il biglietto d’ingresso è incredibile».

Per l’editore Gerardo Mastrullo, per il quale un Salone del Libro rappresenta anche una sorta di orientamento al lavoro, è importante percepire dal vivo il modo in cui il pubblico e i lettori guardano i libri, come li sfogliano, se leggono le alette di copertina o se guardano solo il retro:

«Questo contatto diretto con il lettore è una fucina, o meglio, una miniera di informazioni preziose per l’editore, perché ti fa anche capire quali sono i libri che il lettore sfoglia di più, quali acquista di più e quali semplicemente apprezza di più. In qualche modo, in effetti, questo orienta o può orientare il futuro lavoro dell’editore verso il tipo di pubblicazioni che, in questa fase, possono interessare di più i lettori».

Qualcosa di interessante o di sorprendente in questa edizione?

«La cosa veramente sorprendente è il fatto che, già dal primo giorno, abbiamo visto una quantità di persone che, nei primi giorni delle passate edizioni, non si era mai vista. Più o meno tutti gli editori, me compreso, hanno avuto l’impressione che il pubblico arrivato quest’anno al Salone avesse meno voglia di guardare e forse più voglia di comprare i libri. Io credo che possa anche avere inciso, in qualche modo, l’incertezza della situazione mondiale: la guerra, la paura della guerra, la crisi energetica... Alla fine, tutto questo ha fatto sì che il Salone diventasse quasi un’occasione di distrazione da problemi molto gravi, risvegliando il desiderio di provare a vivere altri mondi nella propria fantasia attraverso la lettura di un libro».

Matteo Chiavarone è un editore che ha capito benissimo che il futuro dei libri non può escludere l’IA; d’altronde, i libri di poesia più coraggiosi (per tematiche) e innovativi (per scrittura) di EdizioniEnsemble sono da molti anni inclusi nella sua collana principale. Ma, proprio per questo, «tra le novità della poesia, da quest’anno abbiamo anche una collana diretta da Graziano Mazza, un docente della Sorbona di Parigi, italiano, anche lui poeta, che ha pensato a una collana che si chiama Fatto Umano. Si tratta di poeti che, prima di tutto, sono persone, oltre che artisti, naturalmente. Questo lo si nota fin dall’inizio grazie a un’intervista in cui si chiedono anche dettagli della vita quotidiana: che musica ascolti, cosa ti piace mangiare, cosa fai. Ma al di là di ciò, sono artisti a 360 gradi. Molti di loro, oltre a essere poeti, sono anche pittori, designer o musicisti. Quindi sono artisti dove si può fare proprio la poesia a 360 gradi. È un progetto ambiziosissimo, perché coinvolge poeti di tutto il mondo, americani, francesi». E per presentarli vengono usati anche spazi diversi da quelli che si usano di solito per la poesia: «a Milano abbiamo fatto un evento al Palazzo del Ghiaccio, e a Roma abbiamo fatto una cosa in un luogo d’arte, in un museo. È un’idea che sta funzionando anche a livello di lettori».

La sorpresa più grande del Salone?

«Io direi la passione di tanti, inaspettatamente – non per noi –, verso la poesia. Molti dicono che la poesia sia morta, ma in realtà non è vero; è morta nei premi letterari, o in taluni premi letterari, perché in realtà è viva nella passione di molti e nell’interesse di tanti che acquistano bei libri di belle collane» (Renzo Casadei, di CartaCanta Editore, Edizioni della Meridiana).

Una piccola cifra distintiva della letteratura romena rispetto alle altre letterature, colta proprio da alcuni autori italiani

Se invece della mentalità dei pellegrini di Varanasi come esempio paradigmatico di «pensare in termini mitici», un Mircea Eliade di oggi avesse la possibilità di fare riferimento a qualcuno non dell’India di allora, bensì dell’Italia di oggi, potrebbe imbattersi in Ilaria. Ilaria Palomba, che nel frattempo, con lucidità disincantata, ha letto e compreso molto bene Cioran:

«Il mio rapporto con la letteratura romena è in realtà un rapporto con la filosofia di Emil Cioran, in special mondo con La caduta nel tempo, un testo a suo modo gnostico, in cui viene superata l’idea della caduta dal Giardino dell’Eden in una seconda caduta, che sarebbe quella fuori dal tempo, del nirvana rovesciato, che riconduce Cioran dal nero del nichilismo al bianco della resa alla propria condizione di esule metafisico, per cui nella massima abiezione si realizza la massima rivelazione celeste, che resta poi comunque un’intuizione non comunicabile, in quanto l’intelletto umano non può che restare scintilla animica di quell’Uno al quale non può – fino a quando si mantiene nei limiti dello spazio e del tempo – assurgere. In questa delimitazione dell’esperienza materiale, abbiamo tutta la poesia di un nichilismo non fine a se stesso ma strutturalmente conformato per essere un portale, una soglia da attraversare».

Alberto Casadei mi parla della poesia romena, che «riesce ad affrontare grandi domande che la letteratura attuale, compresa quella italiana, spesso non si fa più»: «La poesia romena, naturalmente, nella cultura italiana significa tante cose, però il primo nome che mi viene in mente è quello di Ana Blandiana, che ho avuto modo di leggere e apprezzare sia in originale, sia in una bellissima traduzione di Bruno Mazzoni. Ecco, io ho trovato in lei una voce che riesce ancora a unire una grande visione della natura – e quindi dei fondamenti, appunto, naturalistici dell’essere umano e in generale della nostra situazione socio-culturale – con i grandi temi, ovviamente, della poesia novecentesca: quella della distanziazione dell’io e del tentativo di trovare un rapporto con un’alterità, che sia un marito, che sia un amante, eccetera. Ecco, in questo senso credo che la poesia romena sia perfettamente al centro di tanti temi. Allo stesso tempo è una voce autonoma, perché – così come in altri ambiti penso, per esempio, a Mircea Cărtărescu per quanto riguarda la narrativa, e a tanti altri autori che sempre più sono conosciuti anche in Italia – riesce a mantenere una sua cifra particolare. Vale a dire la capacità di affrontare grandi temi che magari nella situazione italiana o occidentale in genere si affrontano meno, o non con la ricchezza e con la spontaneità che hanno avuto, addirittura, dal periodo romantico in poi».

Non sono riuscito a vedere Rita Greco, ma le ho chiesto di mandarmi per iscritto un ricordo, anche insignificante o particolare, legato alla poesia romena, qualcosa di strettamente personale. La sua risposta:

La tentazione

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

Nina Cassian | da C’è modo e modo di sparire (Adelphi, 2013)
Traduzione di Anita Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica

In principio fu Nina Cassian. L’esistere amplificato. È possibile sopportare una percezione così? La lente d’ingrandimento posta sui sensi. Radicale, brutale, feroce. C’è salvezza nel supplizio? Nina pare indicare di sì. Ne fa una dichiarazione perentoria. Essere vivi nel solo modo possibile: perdendo lo strato protettivo che ci separa dal mondo. È la vulnerabilità che si fa virtù. Il corpo arriva a diventare cassa di risonanza del sangue, arriva a sentire il peso della luce, sopporta il dolore che spacca l’uomo tra la gravità a cui è condannato e il tentativo (la tentazione?) del volo, accetta l’ipersensibilità acustica, si lascia assordare dalla polvere: polvere sei e polvere ritornerai (Genesi 3,19).
Ho incontrato questa poesia di Nina Cassian molti anni fa. La sua grazia brutale mi ha folgorata. L’ho immediatamente mandata a memoria. Di tanto in tanto mi torna alla mente o dalla mente vado a scovarla e la ripeto a voce alta e mi ripeto la stessa domanda: sei capace di vivere così?

Una letteratura romena post-Cărtărescu?

Mircea Cărtărescu, già menzionato in questo contributo, ha avuto un incredibile successo di critica e di pubblico; Ana Blandiana è amatissima in Italia. Come è stato possibile tutto ciò, e come lo ha reso possibile lei, in qualità di traduttore che ha avuto l’intuizione di scommettere su questi autori? E quale letteratura romena di oggi potrebbe replicare, almeno in parte, un simile exploit? O si tratta di un successo legato a un particolare contesto letterario che crede non possa più ripetersi?

Bruno Mazzoni

Mi piace credere che si è trattato di una semplice circostanza congiunturale, dal momento che, allorquando proposi alla Casa editrice Voland un libro di Mircea Cărtărescu era l’anno 1999, cioè quando il programma «Translation and Publication Support» (TPS) dell’ICR/Cennac di Bucarest non era stato ancora creato, la stessa cosa sarebbe avvenuta appena qualche anno dopo con il primo volume di versi di Ana Blandiana, Un tempo gli alberi avevano occhi, pubblicato sempre a Roma nel 2004, nella elegante collana di poesia di Donzelli Editore, volume per il quale ebbi la gioia di lavorare a stretto contatto con la nota poetessa Biancamaria Frabotta, già titolare della cattedra di Letteratura italiana contemporanea all’Università La Sapienza di Roma (con la felice aggiunta che nel corso del 2003 avemmo la fortuna, unica quanto insperata, di potere dialogare per tutti i pomeriggi di un’intera settimana con la stessa Blandiana e confrontare dunque in presenza e perfezionare, insieme con l’Autrice, le ‘nostre' rese traduttive). Il volume donzelliano di poesie ebbe un’ottima accoglienza di critica e di pubblico, sicché nell’arco del 2005 la poetessa romena, già di fatto nota e apprezzata in Italia, venne in più contesti invitata e premiata (tra gli altri, col premio internazionale di Poesia Camaiore), come avvenne d’altronde con il primo romanzo di Cărtărescu uscito in Italia, Travesti – a più riprese riedito da Voland e ripubblicato nel 2025, a un quarto di secolo dalla sua prima uscita, nella gloriosa collana della BUR rizzoliana – che venne a suo tempo recensito positivamente e a volte magari frainteso, se dobbiamo ricordare il titolo dato da un articolista frettoloso: «Una piccola Bibbia gay»! (Cosa che ebbe pure un interessante prosieguo, visto che due giovani registi berlinesi ci contattarono con la proposta di trarne un film LGTB… un invito dignitosamente declinato dall’Autore romeno!). Il successo dei volumi di questi due autori è in primo luogo riferibile alla qualità stessa della loro scrittura: la voce lirica di Blandiana rimane inconfondibile, e non sarà certo casuale se nell’arco di due decenni tre diverse case editrici hanno fatto a gara per pubblicarla (due libri sono stati editi da Donzelli, due da Elliot – che ha altresì tenuto a pubblicare il suo romanzo Applausi nel cassetto e il saggio Falso trattato di manipolazione – e un’ampia crestomazia riepilogativa, Raccolto d’angeli, è uscita alla fine del 2025 da Bompiani), e così si può anche affermare per Cărtărescu, che suppongo sia lo scrittore romeno più tradotto in Italia (anche per lui possiamo menzionare l’interesse di diverse case editrici di prestigio: Voland, che lo aveva tenuto a battesimo, ha in catalogo ben sette suoi titoli, l’ultimo dei quali è stato il prosimetro Il Levante; è poi subentrato a pieno titolo Il Saggiatore, che ha acquisito i diritti per i suoi romanzi più recenti, Solenoide e Theodoros, che hanno riscosso unanimi consensi, tant’è che Luca Formenton ha già provveduto a opzionare l’ultimo frutto letterario di Cărtărescu, il libro di aforismi Texistenta, lanciato a Bucarest la scorsa settimana; molto interessata è risultata essere anche La Nave di Teseo, che ha pubblicato la bella raccolta di 5 racconti intitolata Melancolia, pendant significativo, a distanza di quarant’anni, di un libro di culto qual è stato Nostalgia; senza dimenticare il versante poetico del nostro autore, già presente in italiano con due antologie, apparse presso due case editrici romane, rispettivamente Pagine – col titolo Quando hai bisogno d’amore – e successivamente Nottetempo – con la raccolta Il poema dell’acquaio).
Nel corso degli anni mi sono altresì impegnato nella traduzione di altre opere di vari scrittori romeni di valore, ma verosimilmente il successo di critica e di pubblico riscosso da Blandiana e da Cărtărescu resta per ora un fenomeno non immediatamente replicabile (ho tenuto molto, ad esempio, a vedere pubblicati i romanzi di M. Blecher, la cui produzione è stata prontamente accolta più che favorevolmente qui in Italia, anche grazie al fatto che l’editore Keller di Rovereto fa da sempre un meritorio lavoro di scouting, mi pare però verosimile che l’impossibilità di avere lo scrittore in carne e ossa nelle diverse occasioni in cui sono stati presentati i suoi libri ha creato di fatto un impatto meno decisivo sul pubblico dei lettori). Un altro scrittore che avrebbe avuto le qualità giuste per diventare un nome di riferimento è senz’altro Gabriela Adamesteanu, se solo fosse stato trasposto in lingua italiana, dopo il successo de L’incontro e del mirabile Una mattinata persa, qualche altro suo romanzo (e qui va notato che ha forse un suo peso il fatto che un ‘nuovo’ autore venga in qualche misura identificato dal pubblico dei lettori con una linea editoriale specifica, acquisendo così una visibilità propria). Discorso analogo si potrebbe fare per Lucian Dan Teodorovici e Dan Lungu, i cui romanzi, pur essendo stati pubblicati in traduzione italiana, non hanno avuto di fatto una reale diffusione a causa di tracolli editoriali.
Mi piace però credere che i nomi di alcuni scrittori romeni che sono stati opportunamente tradotti, quali ad esempio Matei Vișniec – di cui oltre alla traduzione di varie pièces, messe in scena con successo in varie città italiane, abbiamo due romanzi già molto amati (Sindrome da panico nella città dei Lumi e Il venditore di incipit per romanzi, entrambi apparsi presso Voland) – Tatiana Țîbuleac (il cui romanzo L’estate in cui mia mamma ebbe gli occhi verdi, edito da Keller, molto ben recepito, sta anche godendo di un significativo apprezzamento all’interno di numerosi ‘gruppi di lettura’ in tutta la penisola) e Ioana Pârvulescu (ancora presso Voland) potranno essere in tempi brevi posti accanto ai già ampiamente accreditati Blandiana e Cărtărescu, anche perché nel 2027 il pubblico avrà modo di leggere in traduzione italiana altri loro romanzi, accanto a quelli di autori più giovani.
Habent sua fata libelli, secondo un vecchio adagio latino… e ci auguriamo dunque che un numero sempre crescente di romanzi, di versi e di saggi di autori romeni possano degnamente figurare negli scaffali delle nostre librerie e delle nostre biblioteche personali. 

Sì, ci sono stato

Afrodita, che mi chiede su Facebook se posso mandarle qualche appunto di diario dal Salone, dato che sono l’unico della redazione della rivista a trovarsi, senza averlo pianificato, anche a questa edizione; Jessica Andreoli – Carla Caccia – Pietro – Giada, e, insieme a loro, all’improvviso, la lingua romena all'ingresso del Padiglione 1 (Giada, prossima al suo esordio come traduttrice); Giuseppe Manitta, che vedo al Padiglione 2, per la prima volta da solo allo stand della sua casa editrice («posso tenerti il posto se vuoi “evadere” per mezz’ora, un’ora... »; «grazie, va bene così, ho colleghi editori che sono così gentili da dare un'occhiata, mi allontano solo per 5-10 minuti alla volta»); madre e figlia dall’Etiopia ed Epistole sarde; qualcuno che grida il mio nome anche se non si riferisce a me; io faccia a faccia con il professor Mazzoni al quale, sotto lo sguardo indulgente di Valentina Cela, trattengo irregolarmente qualche istante proprio prima della presentazione dell’ultimo libro di Ana Blandiana; finestre irregolari; Rodi Vinau; Désirée.
Magda Cârneci, presso lo stand della Romania, dopo la presentazione dell’antologia Transneuronale, uscita presso la casa editrice Raffaelli nella traduzione di Giovanni Magliocco («cosa porterebbe a casa con sé dal Salone, al suo ritorno in Romania?»; «tutti questi gruppi di bambini e adolescenti, perché è uno spettacolo vivente molto affascinante vedere come tutta questa energia che si percepisce intorno possa motivarli, così come la diversità dei libri e la bellezza delle loro copertine; un salone del libro come questo, tra i più grandi in Europa, è un grande spettacolo che può trasmettere il gusto e l’interesse per la lettura – credo che questo aspetto debba essere coltivato in modo più sistematico in Romania, così come accade in Italia, perché se non li attiri fin da piccoli a stare vicino ai libri, si perdono tra i nuovi mezzi di comunicazione e di interazione umana, e ora anche con l’IA»).
Poi, un romanzo di Daniela Marchetti; Luiza Diculescu che mi ha appena ricordato che verrà a Padova, dopo che io ho fatto il percorso inverso... (auto)estratto dai miei «piccoli rituali» da Salone, questo viaggio mi è giovato, anche se sono rimasto persino un giorno intero in poche centinaia di metri quadrati. Sì che si può viaggiare anche guardando per ore i volti delle persone che ti passano accanto e con le quali scambi casualmente qualche parola! Neanche una riga di diario personale, ma porto con me alcune impressioni di quelli con cui mi sono incrociato.

Forse l’ultimo Salone still human

Nel giorno in cui Federico Faggin — l’inventore del microchip — avverte che «l'intelligenza artificiale non capisce niente» e che l’etica non è un algoritmo, un’IA mi «nomina» ambasciatore di un libro al Salone e mi prega di cercare un editore per quel libro in cui lei, quell’IA, non è solo un personaggio, ma anche l’autrice di alcune poesie di risposta in linguaggio Python. L’autrice del libro, quella che ha permesso l’«intrusione» di quei testi in replica? Lei era già, per me, una delle poetesse più in forma dell’Europa di oggi, ma non lei, bensì quell’IA ha avuto l’idea di contattare proprio me. E poiché io sono, ancora, troppo «human», ho ritardato così tanto nell’occuparmi di quella richiesta che quando mi sono sentito finalmente preparato a farlo, non c'era più nessun editore nei paraggi. Il libro, dunque, uscirà un po’ più tardi. Io invece, nonostante l’ottimismo degli autori umani incontrati al Salone sul fatto che non diventeranno troppo presto personaggi storici, da museo, sono ripartito sempre più convinto che questa edizione del Salone non sia solo la prima, ma anche l’ultima in cui vengo nominato ambasciatore da un’IA per fare da intermediario alla pubblicazione di un libro. Forse già alla prossima, un’IA potrà rivolgersi, in modo più rapido ed efficace di me, direttamente a un editore.

A cura di Daniel D. Marin
(n. 6, giugno 2026, anno XVI)