Intervista alla poetessa croata Ana Brnardić al Salone del Libro di Torino

La letteratura croata vanta oramai una sua storia in Italia. Marko Marulić, considerato il padre della letteratura croata, studiò all’Università di Padova. Predrag Matvejević, con il suo celebre Breviario mediterraneo, ha avuto un enorme impatto culturale diventando un punto di riferimento per la comprensione dell’identità mediterranea. Tornando ai giorni nostri, di recente Ana Brnardić è stata invitata al Salone del Libro di Torino in quanto autrice inclusa nell’antologia Poeti croati, pubblicata da Samuele Editore (collana Gialla, 2025). Ho colto questa occasione per chiederle come si rapporta ora alla sua poesia in un periodo storico segnato dal rapido sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, tra l’altro è stata una delle tematiche affrontate in quest’edizione del Salone, e se la letteratura abbia ancora un futuro autentico oppure se la tecnologia riuscirà a decodificarla completamente.


«La poesia ha fame di realtà», diceva Davor Šalat parlando del suo rapporto con il cosmo e con l’Altro che cerca di integrare nel suo testo, sia che si tratti della persona amata, sia di una forma di alterità. Riguarda una relazione diretta, non mediata, mentre la tua poesia ha un legame particolarmente forte con il mondo naturale, con la dimensione vegetale e animale. D’altra parte, e credo che su questo possiamo essere d’accordo, la poesia rappresenta già – non è così?! – uno dei banchi di prova più significativi per l’intelligenza artificiale. Basti pensare alle innumerevoli poesie presenti negli archivi che rappresentano altrettanti punti di riferimento per gli algoritmi generativi verso una propria creatività IA. Ci sono sempre più poeti, forse anche croati, che richiedono un feedback all’IA diventando, al contempo, sia allievi, sia insegnanti. Dal tuo punto di vista, quali ritieni essere i principali punti di forza della creatività umana rispetto a quella artificiale?


Credo che la poesia e la letteratura siano il modo migliore per opporsi all’intelligenza artificiale. E sì, credo che alcuni poeti croati abbiano utilizzato l’intelligenza artificiale chiedendole di emulare la propria poetica, tuttavia il risultato risulta ancora molto debole e si nota l’artificialità del prodotto, il fatto che sia un’opera fabbricata. In primis credo che sia una questione legata all’immaginazione umana, senza volerla idealizzare troppo, la quale è un qualcosa che non può in nessun modo essere trasformata in un algoritmo o in un insieme di conoscenze riproducibili da una macchina. Ciò che il poeta o la poetessa utilizzano nel momento in cui scrivono una poesia sono i diversi strati della propria esperienza, della propria storia personale e una forma di partecipazione alla memoria e alla storia collettiva. Tutta questa complessità trova espressione nella poesia in un modo impossibile da replicare da nessun meccanismo artificiale. Ed è proprio ciò che la poesia vuole comunicare, il modo in cui entra in contatto con il pubblico e con gli altri: questi molteplici livelli coesistono nella natura umana e questa forma di comunicazione non potrà mai essere realizzata da una macchina. Personalmente utilizzo l’intelligenza artificiale per tradurre affiancandola anche ad altri strumenti, prendendo sempre con le pinze ciò che la macchina ti propone come risposta. Almeno per il momento continuo a vedere enormi limiti intrinseci nell’intelligenza artificiale.

Per il momento, ma ci sarà un domani per questo «per il momento…»

Beh, è difficile dirlo. Non riesco a pensare in termini pessimistici: sono estremamente convinta che, in un modo o nell’altro, esisterà sempre un limite per le macchine, anche in un futuro lontano non credo che le macchine riusciranno a superare l’immaginazione, la creatività e l’arte umana. Certamente la macchina può essere programmata per operare in modo creativo, ma o non arriverà molto lontano, o verranno introdotte delle leggi che impediranno alle macchine di superare certi limiti.

Ah, il quadro normativo e le regolamentazioni… Ma credi davvero che l’immaginazione umana, o quel qualcosa appartenente alla vita vissuta di un individuo, o ancora quel modo tipicamente umano di filtrare e di lasciar sedimentare la creatività, possa fare la differenza dal punto di vista letterario? Esiste davvero qualcosa di così potente nella poesia tanto da far comprendere, in modo inequivocabile, che è stata scritta da un essere umano?


Credo che ci sarà sempre una differenza dal momento che la mente umana si sviluppa, cambia e fa uso della conoscenza e della storia in così tanti modi diversi. Dopotutto la poesia di oggi è il risultato di un’evoluzione che dura da oltre duemila anni. Non so se hai mai letto Ursula Le Guin…

Ursula le Guin, con i suoi mondi e i suoi modi di essere alternativi… Quindi punti sull’essere e sul pensiero individuale e sull’imprevedibilità della trasformazione del processo creativo? Sarebbe lì la linea di demarcazione? 


Sicuramente sull’esperienza personale, ma anche su altri tipi di esperienze che le macchine non potranno mai vivere. Non ho una particolare familiarità con la scienza, ma non è il caso di aver paura di perdere la nostra autenticità di esseri umani. Ognuno di noi utilizza un computer o una specie di macchina, ma resta pur sempre solo uno strumento. Dopotutto ogni forma di esistenza ha la propria autenticità oppure non ne possiede affatto.

In altre parole, l’esperienza personale, proprio per la sua imprevedibilità, rappresenterebbe un ostacolo insormontabile per l’IA: anche se riuscisse a leggere la tua opera completa, non riuscirebbe comunque a integrare e simulare la tua esperienza fino al punto di generare poesie indistinguibili da quelle che avresti scritto tu…


Se la macchina leggesse tutta la mia poesia, sarebbe comunque diversa da me. Di sicuro. Perché poesia non significa solo parole in versi. Non è questa la poesia. La poesia è anche tutto ciò che sta dietro le parole, dentro i versi. Di fatto è qualcosa di inesprimibile, non si può definire o racchiudere in parole. È questo il punto centrale. Non si tratta solo di mettere insieme qualche parola o qualche vocabolo, né di assimilare la struttura di un verso e riprodurla così com’è. C’è sempre qualcosa che non si può definire fino alla fine. La mia scrittura non è qualcosa di prestabilito nei dettagli, non mi dico:«Ok, scriverò questo, quest’altro e quest’altro ancora, voglio fissare questo aspetto e questa esperienza». Scrivo ciò che posso e non posso mai prevedere ciò che provo.

Quindi l'imprevedibilità sarebbe l'ultima frontiera...

Sì, qualcosa del genere. Perché potrebbe pure esistere un algoritmo in grado di scrivere bene, ma non si saprebbe esattamente come far emergere quell'elemento di imprevedibilità. Forse gli scienziati riusciranno a prevedere tutto. Esiste anche questo straniamento di cui hanno parlato i formalisti russi all’inizio del XX secolo, è presente questa dimensione della sorpresa di cui parlavi, qualcosa che nemmeno un essere umano è in grado di concettualizzare in anticipo. È qualcosa che accade, qualcosa che fa sì che l’opera funzioni meglio, anche meglio di quanto avrebbe potuto immaginare colui che l’ha pensata dall’inizio alla fine. C’è qualcosa che lavora nelle retrovie della coscienza. E non credo che le macchine potranno mai avere queste «retrovie della coscienza». Anche se tutte le forme di conoscenza fossero inserite all’interno della macchina, come la conoscenza inconscia, quella collettiva o i sogni, anche se si introducesse l’umanità intera nella macchina, non si otterrebbe mai un testo paragonabile a un testo umano. Questa è la mia posizione e non credo che cambierà mai.

«Mai dire mai»


No, non me la sento di dirlo.

Ti ringrazio molto, Ana!


Di niente!

A cura di Daniel D. Marin
Traduzione italiana di Giada Chetti
(n. 7-8, luglio-agosto 2026, anno XVI)