«Spazio Cioran». Rodrigo Menezes in dialogo con Dario Stabile

Dario Stabile è dottore in Filosofia presso l’Università Complutense di Madrid. Ha svolto i suoi studi di filosofia tra Napoli e Madrid, orientando progressivamente la sua ricerca verso la filosofia contemporanea, il pensiero pessimista e le questioni etiche legate all’esistenza umana.
Il suo lavoro accademico si concentra sulla storia filosofica del suicidio e sulle sue implicazioni etiche, culturali e biopolitiche. Nel 2025 ha discusso la sua tesi di dottorato intitolata Il suicidio tra storia, etica e biopolitica: Cioran e la tolleranza estrema all’esistenza, nella quale analizza l’evoluzione del problema del suicidio dall’Antichità classica fino ai dibattiti contemporanei su bioetica, eutanasia e suicidio assistito, con particolare attenzione al pensiero di Emil Cioran.
I suoi interessi di ricerca includono l’esistenzialismo, il pessimismo filosofico, l’opera di autori come Cioran, Pavese e Mainländer, nonché le relazioni tra filosofia, letteratura ed esperienza esistenziale.
Secondo Dario Stabile, il pensiero di Emil Cioran getta una luce nuova e radicale sulla questione del suicidio. Per il filosofo rumeno, la vita è intrinsecamente segnata dall’assurdità e dal dolore, e il pensiero del suicidio rappresenta, paradossalmente, un momento di speranza all’interno della condizione umana, caratterizzata dalla sofferenza esistenziale e dalla disillusione nei confronti del mondo. Questa riflessione mette in crisi il concetto stesso di suicidio, sottolineando come pensare e discutere questo tema possa, in realtà, allontanarne la realizzazione.


Rodrigo Menezes: Caro Dario, la ringrazio per averci concesso questa intervista. Lei ha concluso nel 2025 una tesi di dottorato in filosofia presso l’Università Complutense di Madrid, intitolata Il suicidio tra storia, etica e biopolitica: Cioran e la tolleranza estrema all’esistenza. La problematica riassunta nel titolo suscita molte domande, ma, prima di affrontarla, vorrei chiederle: come ha conosciuto Cioran? Qual è stata la sua prima lettura e quale impatto ha avuto su di lei?

Dario Stabile: La ringrazio molto per avermi dato la possibilità di poter conversare su Cioran. È sempre un piacere riflettere su queste questioni e condividere alcune idee sul suo pensiero, che rimane un autore profondamente scomodo.
Ho conosciuto Cioran durante i miei anni di studio all’università a Napoli. Non è stata una scoperta accademica in senso stretto, ma qualcosa di molto più informale: è apparso nelle conversazioni con amici, nelle discussioni notturne su filosofia, letteratura e sul senso — o il non senso — dell’esistenza. In quel contesto qualcuno ha menzionato il suo nome, e ho iniziato a leggerlo quasi per curiosità. La mia prima impressione è stata che ci fosse qualcosa di profondamente familiare nella sua scrittura. In un certo senso mi ricordava Nietzsche: la forma aforistica, l’intensità dello stile, quella mescolanza di lucidità e provocazione. Ciò che mi ha colpito di più è stato l’effetto prodotto dai suoi aforismi. Non si trattava semplicemente di una filosofia del pessimismo. In essi c’era una sorta di compagnia intellettuale. Leggere Cioran aveva l’effetto paradossale di farmi sentire meno solo di fronte a certe intuizioni o inquietudini sull’esistenza che, fino a quel momento, sembravano difficili da esprimere con chiarezza. In questo senso, i suoi testi funzionano quasi come un dialogo silenzioso con il lettore: qualcuno ha pensato prima ciò che uno appena osa formulare.


RM:
Dal suo punto di vista, quali sono le maggiori difficoltà ermeneutiche e metodologiche nello studiare Cioran e nell’elaborare una ricerca accademica sulla sua opera?

DS:
Una delle maggiori difficoltà ermeneutiche è che la sua opera resiste alle categorie tradizionali della filosofia accademica. Non costruisce sistemi, non propone concetti rigorosamente definiti, e la sua forma privilegiata di espressione è l’aforisma, che per natura è frammentario, ambiguo e spesso contraddittorio. Dal punto di vista metodologico, ciò pone un problema evidente: come elaborare una ricerca filosofica sistematica a partire da una scrittura deliberatamente antisistematica?
La mia strategia nella tesi è stata quella di affrontare Cioran da due prospettive complementari. Da un lato, ricostruendo il contesto storico-filosofico delle idee sul suicidio, dall’Antichità fino all’attualità; dall’altro, leggendo i suoi aforismi come condensazioni di un’esperienza filosofica, più che come tesi dottrinali. Cioran non propone una teoria del suicidio in senso stretto. Ciò che offre è una fenomenologia del disincanto e della lucidità, in cui il suicidio appare come una possibilità costitutiva della coscienza umana.


RM:
Lei sviluppa un’analisi storico-filosofica minuziosa della questione del suicidio dall’Antichità classica, precedente all’avvento del cristianesimo, fino all’attualità, nel contesto dei dibattiti biopolitici e bioetici intorno all’eutanasia e il suicidio assistito. Nelle sue parole, «da Epicuro a Schopenhauer e ai pensatori moderni, la filosofia ha oscillato tra interpretazioni che enfatizzano l’autonomia personale e visioni che collegano il suicidio alla sofferenza umana e all’assurdità dell’esistenza». Dove si colloca Cioran e qual è la singolarità del suo pensiero sul suicidio in mezzo a prospettive così diverse?

DS:
Cioran occupa una posizione molto singolare all’interno di questa tradizione. Non difende il suicidio nel senso normativo in cui lo fanno alcuni pensatori che enfatizzano l’autonomia personale, né lo condanna moralmente come fanno le tradizioni religiose o certe correnti filosofiche. Ciò che fa Cioran è spostare la questione. Per lui, ciò che è decisivo non è l’atto del suicidio, ma l’idea del suicidio. Questa idea introduce nell’esistenza una dimensione di libertà radicale. Sapere che si può abbandonare la vita in qualsiasi momento trasforma il rapporto con la propria vita. Per questo Cioran arriva a formulare un paradosso che attraversa tutta la sua opera: il pensiero del suicidio può avere una funzione vitale. Invece di condurre necessariamente alla distruzione, può diventare una forma di tollerare l’esistenza. Nella mia tesi chiamo questo «tolleranza estrema all’esistenza»: la capacità di sopportare la vita grazie alla coscienza permanente della possibilità di abbandonarla.


RM:
In Dell’inconveniente di essere nati, Cioran cita un oscuro filosofo edonista dell’antichità: «“La vita sembra un bene solo all'insensato” amava dire, ventitré secoli fa, Egesia, filosofo cirenaico, del quale ci resta praticamente solo questa frase... Se c'è un'opera che ci piacerebbe reinventare, è proprio la sua.» Nella sua analisi storico-filosofica sul suicidio, dall’Antichità fino all’attualità, compare Egesia, soprannominato il Peisithánatos (“colui che persuade a morire”)?

DS:
In realtà, Egesia non compare nella mia ricerca in modo diretto. Ciò è dovuto principalmente a una ragione metodologica: la mia analisi storica si concentra su autori e tradizioni filosofiche di cui possediamo un corpus testuale relativamente consistente, che consenta di ricostruire con un certo rigore i loro argomenti e la loro concezione del suicidio. Nel caso di Egesia, come sappiamo, le fonti sono estremamente scarse e frammentarie.
Tuttavia, la sua figura è senza dubbio suggestiva, soprattutto perché rappresenta uno dei pochi esempi antichi di una riflessione radicalmente pessimistica sulla vita. Non è strano che Cioran si sia sentito attratto da questa figura quasi fantasmatica della filosofia antica. In un certo senso, Egesia incarna quel tipo di pensiero estremo che mette in discussione l’idea stessa che la vita sia necessariamente un bene, qualcosa che, secoli dopo, riemerge in autori come Schopenhauer e, in modo molto singolare, nello stesso Cioran.


RM:
In Il mito di Sisifo, Camus afferma che «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto - se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie - viene dopo.» Nella sua interpretazione, questa proposizione vale ugualmente per Cioran? Quale differenza vede tra la filosofia dell’assurdo di Camus e il pensiero filosofico di Cioran? Il rumeno sarebbe più pessimista (e nichilista) che tragico e/o assurdo?

DS:
L’affermazione di Camus, secondo cui il suicidio è il problema filosofico fondamentale, è, in un certo senso, valida anche per Cioran, ma il modo in cui entrambi la affrontano è profondamente diverso. Camus formula la domanda («giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta») per rispondervi affermativamente. Tutto Il mito di Sisifo è un tentativo di dimostrare che, anche in un universo assurdo, il suicidio non è una soluzione legittima. La risposta camusiana è la rivolta: accettare l’assurdo e vivere nonostante esso.
Cioran, invece, non cerca di risolvere la questione. Per lui, il suicidio rimane come una possibilità aperta che accompagna la coscienza umana. Invece di superarlo attraverso un’etica della rivolta, lo integra nell’esperienza stessa dell’esistere. In questo senso, si potrebbe dire che Cioran è più radicalmente pessimista di Camus. Camus resta, in un certo modo, un pensatore tragico: crede che la dignità umana consista nel resistere all’assurdo. Cioran, al contrario, si muove in una zona più vicina al nichilismo contemplativo, dove la lucidità non conduce necessariamente alla rivolta, ma a una forma di ironia metafisica.


RM:
Ancora nel Mito di Sisifo (1942), Camus rivolge una critica tenace a «la tradizione di ciò che si può chiamare il pensiero umiliato», che, nella sua comprensione, non è altro che una tradizione di irrazionalismo, nella quale include Kierkegaard, Šestov, Heidegger e Jaspers. Sebbene non sia menzionato (Cioran non aveva ancora iniziato a scrivere in francese), crede che l’autore del Sommario di decomposizione potrebbe essere incluso, per contiguità, in questa tradizione?

DS:
È una domanda interessante. In un certo senso, Cioran potrebbe essere collocato in una tradizione di pensiero che diffida profondamente della ragione sistematica e che esplora i limiti dell’esperienza umana. Tuttavia, credo che sarebbe problematico classificarlo semplicemente come un pensatore irrazionalista. Cioran non rifiuta la ragione; piuttosto la porta alle sue conseguenze più scomode. Il suo pessimismo nasce proprio da una forma estrema di lucidità.
Se Camus critica ciò che chiama «suicidio filosofico» – cioè   il salto verso la trascendenza quando la ragione giunge ai suoi limiti –, Cioran fa qualcosa di diverso: non salta verso alcuna trascendenza. Rimane all’interno del vuoto. Il suo pensiero non tenta di giustificare il mondo né di salvarlo mediante una fede o una metafisica.


RM:
Nel capitolo intitolato «Il suicidio filosofico», in Il mito di Sisifo, Camus approfondisce la sua critica a questa tradizione di «pensiero umiliato». Riferendosi in particolare a Kierkegaard e Šestov, egli sostiene che tutte queste filosofie esistenziali propongono una sorta di «evasione». «Con un singolare ragionamento, costoro, partiti dall'assurdo sulle rovine della ragione, in un universo chiuso e limitato all'umano, divinizzano ciò che li schiaccia e trovano una ragione di sperare in ciò che li spoglia. […] Il pensiero mistico ci ha familiarizzati con questi processi», osserva, criticando questi pensatori per aver trasformato l’assurdo in un «trampolino per l’eternità», verso una qualsiasi trascendenza al di là del mondo e del tempo, del hic et nunc, sia essa Dio o il Nulla. Ritiene che questa descrizione getti luce sul pensiero di Cioran, su eventuali affinità con alcuni di questi pensatori e, di conseguenza, sulle differenze tra lui e Camus? Le sembra giusto attribuire a Cioran questo «suicidio filosofico»? Per il filosofo rumeno, la condizione di possibilità del perseverare nell’esistenza sarebbe mantenere l’idea del suicidio come ausilio della vita, come affermazione della libertà suprema e, dunque, di quella «tolleranza estrema all’esistenza»?

DS:
A mio avviso, sarebbe difficile attribuire a Cioran questo «suicidio filosofico» nel senso che gli attribuisce Camus. Proprio perché Cioran non trasforma l’assurdo in un «trampolino» per nessuna forma di trascendenza. Al contrario: insiste ripetutamente sull’impossibilità di qualsiasi redenzione metafisica. Né Dio, né la storia, né il progresso possono giustificare l’esistenza.
Per questo l’idea del suicidio assume nella sua opera una funzione molto particolare. Non è una via d’uscita verso un altro mondo, ma una possibilità che rimane all’interno di questo. Sapere di poter morire quando si vuole introduce una sorta di margine di libertà all’interno di un’esistenza che, per il resto, può apparire assurda o insopportabile. Da questa prospettiva, la perseveranza nell’esistenza dipende proprio da questa possibilità. La vita diventa sopportabile perché non è obbligatoria.


RM:
La prospettiva cioraniana sul suicidio le sembra più paradossale e complessa di quella camusiana? Camus rifiuta il suicidio come una sorta di fuga di fronte all’assurdo. Uccidersi, secondo lui, uccidersi è «confessare: confessare che si è superati dalla vita o che non la si è compresa», oppure semplicemente «non vale la pena». Cioran sarebbe d’accordo? Inoltre, come egli stesso riconosce nei suoi Quaderni, sebbene abbia sconsigliato il suicidio a tutti coloro che lo consultavano personalmente su questa possibilità nei momenti più difficili, i suoi scritti risultano spesso apologetici nei confronti della soppressione di sé. Questa contraddizione tra lo scritto e il vissuto, per quanto riguarda il filosofo rumeno, sarebbe vitalmente necessaria e un tratto costitutivo del suo pensiero?

DS:
Sì, la prospettiva di Cioran è probabilmente più paradossale di quella di Camus. Camus formula una posizione filosofica relativamente coerente: il suicidio è una rinuncia di fronte all’assurdo. Cioran, invece, vive nella contraddizione. I suoi testi possono apparire, a volte, come un’apologia del suicidio; tuttavia, nella sua vita personale sconsigliava sistematicamente quel gesto a chi si rivolgeva a lui in cerca di consiglio. Credo che questa tensione tra lo scritto e il vissuto non sia accidentale, ma costitutiva del suo pensiero. Gli aforismi di Cioran funzionano come una sorta di catarsi intellettuale. Scrivere contro la vita è un modo per alleggerire il peso del vivere.


RM: Ritiene che gli aforismi di Cioran funzionino come confutazioni paradossali del suicidio? La negatività del suo pensiero, questa ruminazione funebre e insonne, ma in qualche modo stimolante, ha l’effetto paradossale di dissipare una possibile tentazione del suicidio e di rinnovare la tentazione di esistere?

DS:
Sì, credo che gli aforismi di Cioran possano essere letti proprio in questo senso. La loro negatività ha una funzione liberatoria. Portando il pessimismo alle sue estreme conseguenze, Cioran ne disattiva in parte il potere distruttivo. Ciò che in altri contesti potrebbe condurre alla disperazione si trasforma, nella sua scrittura, in una forma di lucidità ironica. Per questo molti lettori sperimentano un effetto paradossale: invece di incitare al suicidio, i suoi testi producono una sensazione di sollievo. Qualcuno ha pensato il peggio al posto nostro.


RM:
In termini bioetici, la discussione sulla moralità del suicidio risulta inseparabile da una discussione sulla moralità della nascita. Nel Sommario di decomposizione vi è una sezione intitolata «Il rifiuto di procreare». In Dell’inconveniente di essere nati, Cioran sposta il problema capitale della nostra esistenza dalla morte alla nascita. Nella sua conversazione con Léo Gillet, dice: «Uno dei motivi per cui ho sempre avuto un atteggiamento anticristiano è che il cristianesimo ha osteggiato il suicidio, mentre il suicidio è il sostegno dell’uomo. È una delle sue grandi idee. Ora, per duemila anni si è impedito all’uomo di uccidersi (risate).» Si può dire che il cristianesimo sostenga – come  le altre religioni monoteistiche occidentali – una concezione falsa della vita e della morte; sacralizza la prima come un dono divino e condanna la seconda come qualcosa di innaturale che non dovrebbe esistere; da qui il fatto che la morale religiosa proibisce l’aborto (e persino i metodi contraccettivi) e condanni il suicidio come un «peccato». È questa la duplice ragione della posizione eretica di Cioran nei confronti del cristianesimo e delle religioni in generale? È qui che va cercata la fonte della sua attrazione per lo stoicismo e per altre filosofie pagane, come quella di Egesia?

DS:
Effettivamente, in Cioran la questione del suicidio è profondamente legata a quella della nascita. Se l’esistenza è problematica, allora il problema fondamentale non è soltanto come morire, ma anche perché nascere. Da qui il suo interesse per le filosofie antiche che contemplavano con maggiore serenità la possibilità del suicidio, come lo stoicismo. Di fronte alla tradizione cristiana, che sacralizza la vita come un dono divino, Cioran introduce una prospettiva radicalmente diversa: la vita non è necessariamente un bene. La sua critica al cristianesimo ha molto a che vedere con questo. Egli ritiene che la condanna assoluta del suicidio faccia parte di una visione teologica che pretende di giustificare l’esistenza a qualsiasi costo.


RM:
«Vivo solo perché è mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito» (Sillogismi dell’amarezza). Sarebbe questo l’aforisma che riassume meglio il pensiero di Cioran sul suicidio? Ce n’è qualche altro che si possa citare al riguardo?

DS:
Sì, questo aforisma riassume molto bene il paradosso centrale del pensiero di Cioran sul suicidio. L’idea che la possibilità di morire volontariamente possa diventare una condizione per continuare a vivere ricorre in modo costante nella sua opera. Il suicidio, più che un atto, funziona in Cioran come una possibilità interiore che introduce una forma estrema di libertà di fronte all’esistenza.
Vi sono altri passaggi che esprimono un’intuizione simile da prospettive diverse. In Il funesto demiurgo, per esempio, scrive: «È semplice chiacchiera ogni conversazione con chi non ha sofferto.» Questa frase, pur non parlando direttamente del suicidio, illumina il retroterra esistenziale da cui nasce la sua riflessione. Per Cioran, la lucidità sulla condizione umana nasce proprio dall’esperienza della sofferenza e del disincanto. In questo orizzonte, l’idea del suicidio appare come una delle grandi possibilità della coscienza umana: non necessariamente come un invito a morire, ma come un modo di comprendere la vita a partire dalla sua fragilità e dal suo limite.


RM:
Che cosa pensa di coloro che accusano Cioran di essere un nichilista irresponsabile, autore di un’opera pericolosa che non dovrebbe essere letta da nessuno?

DS:
Credo che questa accusa derivi da una lettura superficiale. Cioran può apparire un nichilista irresponsabile se i suoi testi vengono letti in modo letterale o isolato. Ma la sua opera è molto più complessa. In realtà, il suo pensiero non è un’incitazione al suicidio, bensì un’esplorazione radicale dei limiti dell’esistenza umana.
La sua negatività non distrugge necessariamente il desiderio di vivere; spesso lo trasforma. Paradossalmente, molti lettori trovano in Cioran una forma di consolazione. Esprimendo senza riserve l’esperienza del disincanto, libera il lettore dall’obbligo di mantenere un’illusione permanente sulla vita. E in questo senso, la sua opera può essere più onesta – e forse più umana – di molte filosofie ottimistiche.


A cura di Rodrigo Menezes
(n. 4, aprile 2026, anno XVI)