In dialogo con Grazia Francescato, figura autorevole dell’ecologismo italiano ed europeo

L’ospite del mese di settembre è Grazia Francescato, una delle figure storiche e più autorevoli dell’ecologismo in Italia e in Europa. Giornalista professionista dal 1977, ha guidato come Presidente il WWF Italia (1992-1998) e ha tradotto la sua passione civile in politica, diventando portavoce dei Verdi Europei e deputata della Repubblica. Scrittrice, attivista e da sempre in prima linea per la tutela della biodiversità e dei diritti civili, oggi è responsabile delle relazioni internazionali di Greenaccord.

O.J. Cara Grazia, per me è un vero privilegio poter avere questo dialogo sui temi centrali del suo percorso professionale e civile. Si è spesa su molteplici fronti, dal giornalismo alla politica, fino alla lotta per i diritti delle donne e alla tutela dell'ambiente. Prima di iniziare, vorrei ricordare ai nostri lettori i punti cardine della sua formazione e della sua carriera: nata il 23 novembre 1946 a Oleggio Castello (Piemonte), si è formata all'Università Bocconi, dove ha studiato Lingue Straniere. È diventata una figura centrale dell'ecologismo europeo, intrecciando la carriera giornalistica con l'attivismo. Ha guidato il WWF Italia (1992-1998), è stata portavoce del Partito Verde Europeo e ha presieduto, per due mandati, la Federazione dei Verdi. in Italia, sostenendo la causa ecologista anche in veste di deputata (2006-2008). Guardando indietro, ci sono altri aspetti essenziali che considera definitori per la sua biografia e che dovremmo menzionare?
Era studentessa in quel periodo di grande fermento; come ha vissuto l'esperienza dei movimenti del '68 e in che misura ritiene che quei momenti abbiano accelerato l’emancipazione delle italiane? Quali sono state le priorità del femminismo in quegli anni e quali forme concrete ha assunto la lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne? Dalla sua esperienza diretta, quali sono stati gli ostacoli più difficili nell'integrare queste istanze? Al contempo, in quel periodo di profonde trasformazioni, qual era il rapporto delle donne con l'istituzione ecclesiastica? Come si sono scontrate le nuove espressioni di emancipazione con i valori religiosi tradizionali e come ha percepito lei questa tensione nella società italiana di allora?

G.F. Nel 1968, quindi nel secolo e millennio scorso, ero studentessa di Lingue e Letterature Straniere all’Università Luigi Bocconi di Milano, una delle più prestigiose dell’Italia. La facoltà più importante era quella di Economia e Commercio, frequentata quasi esclusivamente da maschi. La nostra era ben strutturata e di alta qualità, però frequentata in maggioranza da ragazze.
All’epoca la distinzione tra le due facoltà rispondeva perfettamente alla suddivisione dei ruoli, maschile e femminile, ancora predominante: l’economia e il «governo» del mondo spettavano ai maschi, alle donne si indicava un percorso sicuramente colto, ma più light, sottintendendo che, in ogni caso, il destino delle giovani si identificasse con il matrimonio e la famiglia. Per non poche ragazze che frequentavano la mia facoltà, la presenza dei giovani «bene» (quasi tutti di buona famiglia, rampolli della borghesia del nord ricco e industrializzato) era soprattutto un’occasione per trovare un «buon partito» e «sistemarsi», come si usava dire allora, con un matrimonio di serie A. 
Invece arrivò il ’68, esplose in tutta Europa, Italia compresa, con la «contestazione globale» al sistema e alla cultura vigenti. Anche la rigida suddivisione dei ruoli maschili e femminili venne scossa alle fondamenta. Non a caso la facoltà che «prese fuoco» e si unì alle ribellioni universitarie che anche a Milano dilagavano fu proprio, con sorpresa di molti, «quella delle donne», ovvero Lingue e Letterature Straniere. I maschi della Facoltà di Economia manifestarono le loro posizioni politico-culturali in modo tutto sommato blando, mentre noi ragazze occupammo l’Aula Magna dell’Università e andammo a «prelevare» il Rettore dell’epoca, prof. Giordano Dell’Amore, che si era rifiutato di venirci a incontrare, in un convegno di scienziati ed economisti alla Bocconi, costringendolo (senza violenza, con ottime maniere e tutto sommato con un suo certo compiacimento, visto che eravamo tutte ragazze, non poche di bell’aspetto!) a dialogare con noi nell’Aula Magna occupata. Sulla cattedra c’erano mazzi di fiori e l’ordine nel grande emiciclo era impeccabile: ricordo che alcune delle nostre madri, venute in visita per controllare che «facessimo le brave», sorrisero con approvazione di fronte a quell’esibizione di «vocazione casalinga» secondo i canoni tradizionali. Ma la ribellione covava tra fiori e sorrisi. La partecipazione alle manifestazioni ed eventi del ’68 fu convinta, e le prime tracce di femminismo erano già presenti in quelle circostanze, ma ancora tenute a bada (i leader che parlavano in pubblico erano maschi, eccetto per un paio di ragazze; noi ascoltavamo perlopiù in silenzio). Io sentivo l’urgenza di parlare, ma per timidezza non lo facevo e poi mi mangiavo le dita: «Quel che ha detto lui - rimuginavo - l’avevo già pensato pure io e forse l’avrei anche detto meglio». Ma aprii bocca in Aula Magna solo una volta, facendomi forza: una donna che parlava in pubblico, allora, era ancora una «rara avis».
Molto cambiò, rapidamente, negli anni successivi. Nel 1969, dopo la laurea ottenuta con 110 e lode, con una tesi su un tema temerario e in sintonia con il mutare dei tempi, ovvero Confessions of an English Opium-Eater dello scrittore Thomas de Quincey (1785- 1859), partii per gli USA, dove ero già stata nel 1964-1965 con una borsa di studio dell’American Field Service, oggi Intercultura, come exchange student in una famiglia e in una high school della Pennsylvania.
Fummo le ultime laureate della facoltà, che chiuse i battenti nel 1972 (era stata istituita nel 1946, mio anno di nascita). Pensammo che non poteva essere estraneo a questa drastica decisione il fatto che si era distinta come «facoltà ribelle» nell’infiammato periodo sessantottino, ma ovviamente le cause della dismissione non vennero ufficialmente esternate.
Intanto negli USA nasceva il movimento ambientalista e pacifista e si espandeva la cosiddetta «controcultura», già ricca di esperienze femministe. In Texas, dove avevo raggiunto mia sorella Donata, (sposata con un texano, che studiava alla Rice University di Houston con l’intenzione di ottenere un PhD in Psicologia di Comunità), entrammo in contatto anche con il movimento delle comuni. Al ritorno in Italia, scrivemmo insieme il nostro primo libro, Famiglie aperte: La Comune - Analisi socio-psicologica delle comuni nordamericane, con una nota sulle comuni italiane, pubblicato nel settembre 1974, dalla famosa casa editrice Feltrinelli, la più «rivoluzionaria» dell’epoca.
Il testo tracciava un quadro approfondito del fenomeno comunitario dalla fine del 1700 ad oggi, distinguendo due tipologie fondamentali di comuni: le Comunità Microcosmo e le comuni urbane familiari o famiglie aperte. Le prime coinvolgevano tutti gli aspetti della vita quotidiana, dall’organizzazione del lavoro ai rapporti interpersonali, perseguendo l’ideale dell’integrazione tra sfera privata e pubblica, e tendevano a favorire la transizione da un sistema coercitivo basato su strutture gerarchiche e competitive a uno fondato sull’adesione spontanea e su basi il più possibile egualitarie, cooperative e solidali. Le comuni urbane  e familiari, invece, non si proponevano di creare comunità nettamente distinte dal tessuto sociale, ma tendevano a una diversa organizzazione della vita quotidiana e, liberando la donna dal ruolo di casalinga, permettevano a entrambi i sessi di contribuire in egual misura al lavoro produttivo e domestico, all’allevamento dei figli, meno possessivo ed esclusivo da parte dei genitori, e aprivano alla pratica di rapporti non strettamente monogamici (le cosiddette «coppie aperte»). Il nostro libro ebbe un notevole successo e ci aprì a un ruolo di leadership innovativa (promozione di movimenti, conferenze, campagne e pratiche di attivismo) che rimase poi una costante nella vita di ambedue. E che, al nostro ritorno in Italia e con il trasferimento a Roma, funzionò da avvicinamento alla partecipazione da protagoniste al nascente femminismo italiano e internazionale.
Non a caso, tutte e due siamo state tra le fondatrici di Effe, la prima rivista femminista in Italia, pubblicata nel febbraio 1973 dalle Edizioni Dedalo. Il n. 0 portava provocatoriamente in copertina la foto di un maschio con un pellicciotto aperto sul petto villoso e una didascalia dirompente: «Chi è costui? Assolutamente nessuno. È l’equivalente delle donne seminude che si vedono sulle copertine dei rotocalchi.» A rincarare la dose, la controcopertina portava la scritta «Anatomia Pubblicitaria» che sovrastava un corpo femminile composto da pezzi di carne corredati di scritte irriverenti (es: accanto al seno, la scritta «seno appuntito, donna da marito», accanto al ventre la scritta «ventre smagliato, marito già andato»; accanto al collo «ruga vagante, amore calante» ecc.). Notevoli furono l’attenzione mediatica e le polemiche innescate da questa esplosiva irruzione nel panorama editoriale dell’epoca. Innovativo era anche per l’assetto organizzativo fuori dagli schemi prescelto da Effe: per esempio, la rotazione delle cariche di direttrice e redattrice, il netto rifiuto di qualunque pubblicità che potesse offendere la donna, una scelta dei contenuti partecipata e rispondente alle istanze grassroot. L’editoriale del n. 0, firmato dalla giornalista e scrittrice Gabriella Parca, parlava chiaro riguardo agli obiettivi della neonata rivista: «Effe è il primo giornale, in Italia, che vedrà il mondo con gli occhi delle donne, esprimerà il loro punto di vista, le farà parlare, raccoglierà le loro testimonianze, darà loro una voce, cosa veramente rivoluzionaria perché non era mai accaduta prima». E continuava: «Comunque non è contro l’uomo singolo, il maschio della specie, che intende lottare il movimento che si sta allargando a macchia d’olio in tutto il mondo, ma contro una concezione patriarcale assorbita in pieno dalla società industriale capitalistica che oltre a fare della donna un’oppressa a tutti i livelli sociali, ha creato quei falsi valori che hanno condotto l’umanità alle soglie del suicidio e della nevrosi collettiva». E concludeva l’editoriale: «Per noi di Effe il femminismo è innanzitutto un nuovo umanesimo, che porta alla scoperta della donna come l’altro portò alla scoperta dell’uomo, liberandolo dai miti medioevali in cui era irretito. E pur provenendo da esperienze politiche diverse, ma tutte nella stessa direzione, siamo convinte che solo attraverso la liberazione della donna si possa arrivare a un reale, autentico rinnovamento della società». In linea con questi obiettivi dichiarati, i contenuti della rivista – che è durata dieci anni, fino al 1982, rivestendo un ruolo di punta, non solo nei movimenti femministi, ma nella società italiana – esploravano i temi scottanti di quel periodo, come la legalizzazione dell’aborto, l’accesso alla contraccezione, la lotta per i diritti delle donne, le discriminazioni sul lavoro, le difficoltà di mettere insieme professione e lavoro casalingo, maternità e allevamento dei figli, la violenza e l’oppressione delle donne, senza dimenticare di riscoprire la storia del femminismo e le sue principali icone in Italia e nel mondo.
I rapporti con l’autorità ecclesiastica erano ovviamente percorsi da diffidenze e polemiche, visto che la struttura stessa della Chiesa, composta solo da maschi, rappresentava un’evidente conferma dell’assetto patriarcale della società. Ma, nonostante punte di protesta clamorose, come quando un gruppo di femministe è entrato nel Duomo di Milano al ritmo di uno slogan significativo «Stanche di un mondo a misura d’uomo/ le femministe entrano in Duomo», in genere i rapporti sono stati rispettosi e non sono mancati momenti di dialogo/confronto con le suore e con le donne del mondo ecclesiastico, qualche volta anche intervistate per Effe. E molte credenti hanno tenuto salda la loro fede pur partecipando ai movimenti femministi, che però nella maggioranza dei casi erano composti da donne laiche o non credenti.


O.J. Come giornalista, è stata testimone delle dure realtà del regime di Pinochet. È noto che lei ha avuto un ruolo rischioso, contribuendo a introdurre in Italia una registrazione che denunciava gli abusi del regime cileno. Come è riuscita a superare il confine con quelle informazioni e cosa ha significato per lei quella missione?

G.F.
Quand’ero giornalista dell’agenzia ANSA (la più importante storica agenzia di notizie italiana), all’inizio del 1985 conobbi a Roma, a casa di Gian Maria Volonté (tra i maggiori attori italiani dell’epoca) e della mia amica femminista, sua compagna, la sceneggiatrice Armenia Balducci, un celebre regista cileno, Miguel Littín.
Autore di film famosi come Actas de Marusia, La viuda de Montiel e Alsino y el Cóndor, viveva in quel periodo in Spagna per sfuggire al regime dittatoriale del generale Pinochet, ma desiderava intensamente tornare nel paese natio in veste clandestina per girare un documentario sulla vita in Cile sotto la dittatura militare. Facemmo amicizia e qualche giorno dopo mi chiese se ero disponibile a entrare nella troupe come giornalista, insieme a un fonico, Guido Albonetti, e al cameraman Ugo Adilardi. Il mio “sì” fu rapido e convinto. Nostro compito ‘ufficiale’ sarebbe stato quello di raccontare nel documentario l’influenza della cultura italiana e il ruolo della comunità italiana in Cile. Avremmo invece dovuto girare in segreto una parte del materiale che serviva a Littín (interviste a politici del regime e a esponenti dell’opposizione, testimonianze della popolazione oppressa, incontri clandestini con guerriglieri) raggiungendolo in luoghi che avremmo di volta in volta fissato con lui. Da parte sua, Miguel avrebbe cambiato identità e aspetto, avrebbe vissuto in clandestinità, persino sui treni, per sfuggire al controllo della dittatura: se l’avessero trovato, per lui c’era la morte certa e per noi, se andava bene, l’espulsione immediata dal Cile come «persone non grate». 
Qualche mese dopo ero sull’aereo per Santiago, capitale del Cile. Alloggiavo, secondo le indicazioni ricevute, nella stanza 306 dell’albergo El Conquistador. Nel cuore della notte, sentii bussare alla porta e udii una voce maschile bisbigliare i nomi di due arcangeli: «San Jorge e San Miguel». Era la parola d’ordine che avevamo stabilito tra me e Littín, quindi aprii senza esitare. Mi si parò davanti uno sconosciuto, vestito con un completo grigio da businessman, volto ben sbarbato e cravatta di seta. Era Miguel, quasi irriconoscibile. «Ho dovuto trasformarmi del tutto - confessò con un sospiro – . La parte più difficile è stata tagliarmi la barba: non si trattava semplicemente di radermi, ma di uscire dalla personalità che questa mi aveva conferito». Mi consegnò un biglietto con una serie di istruzioni sulle scene da girare nei giorni successivi e si dileguò.
Cominciò così un’avventura surreale, costellata di episodi davvero «da film»… Con Ugo e Guido, riuscimmo persino a filmare l’interno della Moneda, il famoso palazzo presidenziale semidistrutto dall’aviazione nel golpe del 1973, con la scusa di documentare l’opera dell’italiano più famoso del Cile, l’architetto Joaquín Toesca, il progettista del palazzo. Andammo pure a fare riprese della famosa casa del poeta Pablo Neruda a Isla Negra: la villa in riva al mare era stata fatta chiudere da Pinochet. Sui pali di legno della recinzione, dirimpetto all’oceano che ruggiva tra gigantesche rocce nere, mani ignote e coraggiose avevano scritto inni alla libertà e proteste contro il regime. Le inquadrammo a una a una.
Intervistammo molte persone nelle poblaciones, i sobborghi poveri di Santiago, raccogliendo testimonianze di persone oppresse, torturate, sorvegliate ma coraggiosamente disposte a parlare, senza timore di rappresaglie. Incontrammo personaggi straordinari, come il poeta Víctor Hugo (si chiamava proprio così, in omaggio al famoso «collega» francese) che viveva quasi in povertà ma teneva in casa testi in sanscrito, latino e greco e conosceva alla perfezione la letteratura e il cinema italiano. Dopo un paio di mesi, avendo percorso in lungo e in largo il Cile fino al confine sud con la Patagonia, avevamo girato settemila metri di pellicola sotto la guida clandestina di Littín, che organizzava il tutto con il supporto della resistenza interna e che via via ci dava istruzioni durante fuggevoli incontri segreti, segnati dalla paura che la tremenda polizia cilena potesse scoprirci.
Con un escamotage, riuscii a portare le pellicole girate fuori dal Cile, eludendo i controlli della polizia all’aeroporto. Nel 1986 il film venne presentato in Colombia, poi venne mandato in onda dalla TV spagnola e nel settembre dello stesso anno approdò alla Mostra del Cinema di Venezia, nello Spazio degli autori. Salutato da grandi applausi nella prestigiosa Sala Volpi, dove Littín, io, Guido e Ugo sedevamo commossi, fu definito dal direttore della Mostra, Gianluigi Rondi, come «una di quelle rare operazioni politiche capaci di diventare poesia».
In Cile, dove il regime si infuriò molto per la beffa che gli avevamo giocato, venimmo bollati come «personae non gratae». Abbiamo dovuto attendere fino al 2000 per poter tornare: proprio a Isla Negra, nella casa di Neruda riaperta al pubblico e tornata a splendere, ho ricevuto una festosa accoglienza e un premio dagli artisti, letterati e attivisti locali, insieme al mio amico regista italo-cileno Raúl Morales, autore di splendidi documentari sulla natura e sulla società cilena, che conosceva bene Littín, pure lui infine liberato dal peso dell’esilio e ritornato in patria. 
Con il regista cileno ho mantenuto a lungo i contatti; il film Acta general de Chile è poi stato di nuovo proiettato in Italia durante una rassegna intitolata Cile 40 anni dopo - 11 settembre 1973 - 11 settembre 2013, che si è svolta a Roma alla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, al Nuovo Cinema Aquila, Casa della Memoria. Il 9 settembre il film, presentato in versione integrale italiana e introdotto da Miguel Littín in collegamento da Santiago, è stato preceduto da una conferenza stampa cui ho partecipato insieme ad Ugo Adilardi e a vari giornalisti, esperti, cineasti.


O.J. Oltre all'esperienza sudamericana, ha conosciuto direttamente altri sistemi repressivi?  Qual è stato il suo contatto con la Romania di Ceaușescu?

G.F.
Ho conosciuto altri regimi, molti in America Latina, alcuni in Europa, per esempio la Grecia negli anni della «dittatura dei colonnelli». Sono stata anche in Romania nel 1974, in occasione di una grande conferenza internazionale dell’ONU sulla demografia.
All’epoca ero nella redazione di Effe e partecipai con una delegazione di femministe a eventi e convegni organizzati a Bucarest nello spazio destinato ai movimenti civili e alle NGO. Il banchetto di noi femministe di Effe, coperto da numeri della rivista e libri sui movimenti di liberazione delle donne, era stato collocato fianco a fianco con quello dei Gesuiti del Vaticano. Una coincidenza intrigante, che però si tradusse in un dialogo rispettoso da ambedue le parti, anche se erano spesso diametralmente opposte le nostre posizioni (per esempio sull’aborto libero e legalizzato, una delle nostre maggiori battaglie; o sulla “coppia aperta”, altro tema che teneva banco all’epoca). Conservo ancora, tra i miei biglietti da visita ormai ingialliti, quello del capodelegazione gesuita, un vero gentleman.
Ovviamente, facendo parte di una delegazione internazionale, potevamo godere di una certa libertà di movimento (anche se sempre tenuti d’occhio! Riuscimmo anche ad andare alla scoperta di luoghi bellissimi della Romania, come l’affascinante città di Sinaia, storica residenza estiva della famiglia reale romena, con le sue meravigliose ville di legno che occhieggiavano tra fitti boschi ai piedi del massiccio Bucegi. Partecipammo pure ad alcuni ricevimenti nell’immenso palazzo presidenziale, dove le delegazioni straniere venivano ricevute dalla coppia Nicolae /Elena.  Non fummo mai testimoni in diretta di proteste/repressioni (probabilmente il fatto che si svolgesse in quel periodo la conferenza mondiale sulla popolazione contribuiva a rendere impossibili le manifestazioni delle opposizioni). Tuttavia, leggendo i giornali del regime, zeppi di foto e cronache elogiative del «Tovarășul Ceaușescu», si evidenziavano chiaramente il culto della personalità e l’impronta dittatoriale del regime.
Da ambientalista, ricordo che raccolsi anche perplessità e dispiacere di cittadini/e romene per il fatto che le vecchie e originali case di legno delle campagne venivano spesso distrutte e rimpiazzate da anonimi edifici di cemento, con conseguente cancellazione della storia e identità della popolazione rurale del Paese.


O.J. Si occupa da molto tempo della relazione tra natura e spiritualità, anche attraverso il dialogo interreligioso per la «custodia del creato». La sua visione ha subito dei cambiamenti, passando dall'attivismo pragmatico degli esordi verso una dimensione più profonda, quasi mistica, dell'ecologismo. Come spiega questa trasformazione?

G.F.
Sono stata battezzata nella fede cattolica, quando sono nata in un paesino di 1200 abitanti del Lago Maggiore, Oleggio Castello, a quei tempi molto devoto e praticante. Dopo il ’68, come tanti giovani dell’epoca, sono diventata laica e sostanzialmente agnostica, ma aperta ai segni del trascendente.
La mia rinascita spirituale è avvenuta nel 1989. Ho iniziato a viaggiare in Amazzonia e America Latina, prima come giornalista della rivista Airone, poi come presidente del WWF Italia e dei Verdi italiani e degli European Greens. Ho avuto così l’occasione di vivere per lunghi periodi con i popoli indigeni, sostenendoli, insieme ad attivisti e ambientalisti da tutto il mondo, nelle loro coraggiose battaglie in difesa della foresta, dei loro territori ancestrali e della loro identità culturale e spirituale. Sono stata subito colpita dalla profonda spiritualità di questi popoli, in particolare dal loro approccio rispettoso alla «sacralità» della Pacha Mama (La Madre Terra). Durante quelle ripetute esperienze, ho capito che difendere la Natura non vuole dire soltanto conservare la flora, la fauna, il paesaggio ma riscoprire emozioni arcaiche, ancestrali memorie, le radici profonde della nostra identità, il senso di appartenenza ad un mondo più ampio di quello umano.
Nei primi anni ’90, dopo che sono stata eletta presidente del WWF Italia, mi sono avvicinata al dialogo tra le fedi grazie al principe Filippo d’Edimburgo, presidente all’epoca del WWF International, che nel 1995 ha fondato A.R.C. (Alliance Religions and Conservation) al Castello di Windsor. L’associazione ha promosso centinaia di campagne/progetti in tutto il mondo basati sui «core beliefs» e sui testi sacri delle maggiori religioni del mondo, siglando così un’alleanza importante tra gli esponenti delle varie fedi e i movimenti per la tutela della natura e per il perseguimento della sostenibilità (che deve essere ambientale, sociale, economica ma anche culturale e spirituale). Dialogo che ho proseguito anche in Italia negli ultimi decenni, collaborando con le fedi (in particolare l’Unione Induista Italiana) in numerosi progetti di tutela dell’ambiente e della valorizzazione della dimensione più profonda, quasi mistica, dell’ecologismo.
Nel 2000, quando già ero presidente dei Verdi italiani, ho pubblicato il libro In viaggio con l’Arcangelo (Idea Libri, Rimini, poi ripubblicato nel 2011 da Edizioni Mediterranee, Roma) per raccontare il mio percorso interiore che si snodava dalle foreste dell’Amazzonia all’isola greca di Simi, dalle Azzorre alla Patagonia cilena, ritmato da sincronie, destini incrociati, continue coincidenze, costantemente segnati dalla presenza dell’Arcangelo Michele.
Michele è non solo colui che combatte il Male, quindi anche la distruzione della Natura e dell’ambiente che caratterizza la nostra epoca, ma costituisce una stella polare che ci invita a divenire «intelligenze calde», capaci di unire cuore e cervello, ragione e sentimenti, dimensione pratica quotidiana e vibrazione verso il trascendente. L’Arcangelo, dunque, va visto come guida e fulcro di un processo planetario teso a favorire un salto di qualità della coscienza collettiva.
Nel 2012, dopo aver svolto il mio mandato di Portavoce dei Verdi Europei e dopo il mio passaggio in Parlamento come parlamentare dei Verdi, ho scritto il seguito del primo libro, intitolandolo Lo sguardo dell’anima (Ed. Mediterranee, Roma). Intendevo dimostrare, sulla base delle centinaia di incontri, conferenze, presentazioni del primo libro che si erano succedute per undici anni in tutta Italia ma anche all’estero, costantemente siglate da «sincronie micheliane», che la mia non era stata un’esperienza individuale e meramente soggettiva, ma il tassello di una più vasta, direi planetaria, avventura collettiva.
Gli itinerari dei miei due libri s’innestano l’uno sull’altro a spirale, come una treccia del DNA e mi hanno portato gradualmente alla convinzione che la mia personale missione, il mio compito specifico dentro il multiforme universo ambientalista fosse quello di far capire l’importanza della dimensione spirituale nella tutela della natura e dell’ambiente. Mi sono resa conto che sconvolgere l’equilibrio ecologico significa non solo perdere risorse vitali per tutti noi (foreste, acqua, suolo), ma disturbare una profonda sintonia tra esseri umani e l’universo. Per contrappasso, tutelare la Natura significa anche salvaguardare le radici primigenie della nostra identità e contribuisce a mantenere vivo e vibrante quel raccordo tra micro e macrocosmo, tra anima individuale e «anima mundi» senza il quale siamo relitti vaganti nel vuoto dell’universo. La mia narrazione ha messo in risalto anche il ruolo chiave della Vox Loica (così ho chiamato nei miei libri la «voce della ragione») perché ritengo che non si debba mai perdere di vista il rigore razionale, unico baluardo, insieme al sorriso e all’autoironia, contro possibili derive nelle lande fascinose ma infide del Mistero e dell’Invisibile.
Sono tornata su questi argomenti in un mio saggio successivo, intitolato The Roman Goddess Care: a Therapy for the Planet e pubblicato nel 2012 in un volume collettivo dal titolo Sacred Species and Sites - Advances in Biocultural Conservation edito dalla Cambridge University Press, un testo che raccoglie decine di interventi, firmati da studiosi ed esperti di tutto il mondo, tenuti in un convegno sul tema cui avevo partecipato a Cambridge nel 2007.
Dopo la pubblicazione nel 2015 della storica Enciclica Laudato si’, firmata da Papa Francesco, ho scritto un saggio intitolato Madre Terra, cuore dell’enciclica che esplora le sintonie tra il pensiero ecologista e quello bergogliano centrato sull’ecologia «integrale». Il contributo è stato inserito in un libro a più voci, intitolato Laudatio si’ - Un aiuto alla lettura pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana nel 2016. Ho preso parte anche al Sinodo speciale del Vaticano «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale» in un seminario di preparazione che si è svolto dal 25 al 27 febbraio 2019.
Un itinerario personale, dunque, ma strettamente legato a un’evoluzione collettiva delle coscienze che continua anche attualmente, in sintonia con tante persone di vari Paesi del mondo: indubbiamente una minoranza, ma in ascesa e non irrilevante. Questa commistione tra visibile e invisibile è stata la cifra che ha accompagnato per decadi tutto il mio cammino di leader ambientalista: impegni politici cui facevano seguito spazi di tregua spirituale, incontri di lavoro che si coloravano inaspettatamente di segni micheliani, battaglie ambientali e preghiere, meglio se recitate in grembo alla Natura, in un’alternanza misteriosamente armoniosa tra due mondi che si lambivano e si ritraevano come onde sulla battigia.


O.J. Lei ha portato la natura nelle case di milioni di italiani attraverso programmi come Geo. Quanto è cambiato da allora il ruolo del giornalismo ambientale? La televisione ha ancora il potere di educare il pubblico o siamo passati a un'era di frammentazione dell'informazione?

G.F.
Prima di portare la Natura nelle case di milioni di italiani come presentatrice di Geo, un programma TV di Rai Tre che ho condotto dal 1993 al 1999, avevo già contribuito alla diffusione dei temi ambientali nella mia attività giornalistica come collaboratrice di riviste dedicate. Per esempio, Natura Oggi,  Oasis e in particolare Airone, di cui sono stata inviata speciale dalla fine degli anni Ottanta fino ai primi anni del Duemila. Airone vendeva all’epoca intorno alle 300.000 copie e mi ha inviato in tutto il mondo, in compagnia dei fotografi della testata, permettendomi di firmare reportage dall’Amazzonia, dalla Patagonia, dal Mediterraneo e da molte aree protette italiane.
Con Geo ho accettato la stimolante sfida di cambiare linguaggio, adottando quello televisivo ma senza cadere nella tentazione di semplificare ad oltranza: si trattava di sintetizzare in due minuti di presentazione quotidiana temi e realtà complesse illustrate dai documentari filmati in tutto il pianeta. All’epoca c’erano circa due milioni di spettatori a puntata e il dialogo con parecchi di loro era una costante: la gente scriveva, si informava, voleva saperne di più. Il ruolo della TV era allora preponderante e stimolava la partecipazione. L’avvento dei «social» e il moltiplicarsi dei programmi e dei canali TV ha causato un vertiginoso incremento quantitativo delle notizie, ma anche una frammentazione e una mancanza di approfondimento dell’informazione e della comunicazione che mi sembra ben riassunto dai versi di una poesia di T.S. Eliot: Where is the wisdom we lost in knowledge?/ Where is the knowledge we lost in information? Ovvero: «Dov’è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?» Domanda essenziale, che mette in rilievo come la crescente quantità di notizie, info, documenti, post, commenti social che ci vengono rovesciati addosso a velocità vertiginosa non sono affatto garanzia di evoluzione delle coscienze. Anzi possono tradursi in costante distrazione e pericoloso allontanamento dal «dialogo» con la nostra anima e quindi precipitarci in una regressione intellettuale, perdita di memoria, vera e propria caduta delle capacità cognitive e addirittura del quoziente di intelligenza dell’umanità. Rischio che peraltro ci viene segnalato con sempre maggior frequenza da scienziati, esperti e studiosi e che sembra sovrastarci sempre di più con l’invadenza dei social, che purtroppo possono creare pericolose dipendenze, specie nei bambini, ragazzi e giovani, accentuandone l’isolamento e relegando la loro capacità di socializzare sempre più sul piano virtuale e non reale. Insomma, la comunicazione della nostra epoca – che è troppa, troppo veloce, quasi solo visiva, globale e in tempi virtuali – sembra aver perso per strada la capacità di trasmettere saggezza e conoscenza, i saperi utili alla vita che nei secoli precedenti venivano passati di generazione in generazione.
Come scrivo e faccio osservare ormai da decenni nei miei scritti e nelle mie conferenze, incontri, impegni politici e ambientali, si può purtroppo dire che «l’Ecosistema più a rischio è la mente umana», anzi il collegamento tra mente e cuore, ragione e sentimento che rischia di rendere la specie umana sempre meno umana. Questo significa che anche trasmettere un tema complesso come quello della tutela dell’ambiente e del perseguimento della triplice sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) rischia di essere ridotto a slogan, semplificazioni eccessive, pioggia di notizie spesso catastrofiche, in una confusione globale che non aiuta ad individuare cause e soluzioni a questi complessi problemi. Una comunicazione che rischia di diventare patologica e provocare il rigetto dei temi che propone, troppo complessi per la maggioranza delle persone, che cedono alla tentazione di chiudersi nei loro problemi individuali e lasciar perdere l’impegno collettivo. Se si aggiunge l’ultimo grande rischio della comunicazione negli ultimi decenni, ovvero l’invasione travolgente delle fake news e dell’interlocuzione crescente con l’Intelligenza Artificiale, si capirà quanto diventa arduo fare comunicazione dignitosa e utile su temi tanto complessi e in velocissima evoluzione, quali il cambiamento climatico o la perdita delle risorse naturali. Tuttavia, mi sembra illuminante riproporre qui la «via d’uscita» che decadi fa (ma è ancora attuale e lo sarà, speriamo, sempre di più) mi venne proposta da un gruppo di giovani attivisti del WWF proprio sul tema di «come comunicare» le questioni ambientali e di tutela della Natura. La sfida, secondo loro, era quella di mantenere vivo e continuo il rapporto di comunicazione profonda e ancestrale tra l’essere umano e la Natura. «Con il corpo della terra», come disse allora un ragazzo tredicenne. «Una foglia d’albero, un airone in volo possono comunicare molto di più di cento trasmissioni, di un intero palinsesto TV» (o di ore e ore sui social) possiamo aggiungere oggigiorno. «Che dire dell’ascolto del silenzio, a contatto con la natura? È un grande veicolo di comunicazione», «Il rapporto con la natura dà nutrimento all’anima». Queste erano alcune delle intuizioni pronunciate allora, ma più che mai attuali.
In sintesi, se paiono non esserci grandi speranze che un’umanità sempre più smarrita e frastornata possa prestare orecchio a questi messaggi, che corrono il rischio di sperdersi nel generale frastuono, la sfida va raccolta e portata avanti, fidando nell’invisibile aiuto divino, per chi crede, nella luminosa forza positiva dell’universo e nell’ottimismo della volontà per chi non è credente.


O.J. Come vede gli attuali movimenti ecologisti guidati dai giovani? C'è qualcosa che la sua generazione avrebbe potuto fare diversamente in modo che questi giovani non dovessero più affrontare l’attuale crisi climatica?

G.F.
L’arcipelago dei movimenti ecologisti guidati dai giovani, in particolare i «Fridays for Future» comparsi sulla scena all’inizio del decennio 2020, protagonisti di un vasto risveglio planetario nei confronti dell’urgenza di «salvare il pianeta» e tutti i suoi abitanti, si deve confrontare con un livello di complessità e di velocità mai sperimentati prima dalla specie umana. I giovani consapevoli, e ne conosco molti perché ho frequentato/supportato questo movimento dal 2019 ad oggi, se ne rendono conto e si stanno domandando quali strumenti scegliere per tentare di rendere più sostenibile o se non altro meno insostenibile i presenti modelli di produzione e consumo e stili di vita. Alcuni stanno scegliendo la strada della politica (per esempio, non pochi di questi giovani attivisti miei amici hanno scelto gli schieramenti «green», a livello sia nazionale che europeo, per portare avanti le loro istanze di cambiamento collettivo). Altri hanno raccolto la sfida di diventare protagonisti della «green economy». Sono dunque impegnati nella transizione alle rinnovabili e risparmio energetico, nel settore «One Health» (connessione tra salute dell’ambiente e salute umana), del neorinascimento del Verde (rigenerazione di giardini, parchi, patrimonio vegetale, orti urbani, orti bioattivi) benessere animale, educazione ambientale e così via.
Un aspetto interessante di questi movimenti giovanili green e che sono spesso guidati da donne giovani. Non solo la mitica Greta Thunberg, icona mondiale della chiamata alla gioventù mondiale per guidare in prima linea questa «conversione ecologica» (definizione coniata non a caso dallo storico leader europeo dei Verdi, Alex Langer, e mutuata, sempre non per caso, dall’Ecologia Integrale di Papa Francesco). Sono tante le giovani leader verdi apparse sulla scena in questi ultimi anni. I valori che propugnano, la Cura (del pianeta e delle relazioni umane), l’Interconnessione tra i viventi, la Sostenibilità triplice e un accento speciale sulla Gentilezza e sulla Empatia come metodi di comunicazione di tali scelte sono valori non solo femminili, ma al femminile. Ci si augura quindi che possano essere fatti propri da quella parte di gioventù maschile che ha capito l’urgenza di un’evoluzione interiore autentica per sostenere il mutamento collettivo necessario.
Quanto a quello che avrebbe potuto fare la mia generazione e non ha fatto, questo richiederebbe un’altra intervista… fin troppo lunga!!! Me la risparmio e dico solo che da tempo io credo nella «filosofia dei punti luce»: nel corso della mia vita da attivista e leader verde, infatti, ho potuto toccare con mano che esistono, a livello glocal (quindi globale e locale) molti «punti luce». Si tratta di persone, organizzazioni, movimenti, realtà, istituzioni che fanno bene le cose buone e producono modelli sostenibili autentici. Tuttavia spesso questi punti luce non sono in relazione tra loro (anche se molto bravi a «fare rete» sui social, dunque a livello virtuale), non si aggregano intorno a istanze precise, quindi non influenzano più di tanto le scelte politiche importanti. In altre parole, non fanno costellazione. 
La mia missione, da decenni e oggi più che mai, è dunque aiutare i punti luce a fare costellazione. Tanti di noi potrebbero farlo, e tanti lo fanno, ma non a sufficienza. Turning darkness into light, il verso di una poesia di un monaco dell’ottavo secolo, poema in cui mi sono imbattuta per caso durante una visita alla splendida Biblioteca del Trinity College di Dublino è divenuto in questi ultimi anni il mio motto. Ci indica la strada, tutta in salita ma l’unica che abbiamo, per navigare attraverso questi tempi bui e violenti e per mantenere la rotta. Soprattutto, per mantenerci umani… La sfida più grande.

Intervista a cura di Octaviana Jianu
(n. 9, settembre 2026, anno XVI)