In dialogo con Luminița Țăranu sulla mostra «Indistinti confini - Ovidio e la METAMORFOSI»

L'artista di origine romena Luminița Țăranu attraversa l’arte come chi esplora territori di soglia: luoghi dove la forma si fa fluida e l’identità prende nuove direzioni. Il suo dialogo con Ovidio diventa un viaggio attraverso metamorfosi interiori e memorie condivise, in cui il confine non è barriera ma respiro.
Ida Libera Valicenti dialoga con Luminița Țăranu in occasione della sua mostra più recente, intitolata Indistinti confini - Ovidio e la METAMORFOSI e ospitata dall’Accademia di Romania in Roma tra il 26 novembre e il 7 dicembre 2025, dove mito e contemporaneità si sono intrecciati in una ricerca sulla trasformazione continua dell’essere.
L’intervista indaga il senso della metamorfosi come metodo artistico e visione del mondo: «La metamorfosi è il mio modo di pensare e fare artistico». Trasformazione, esilio e memoria sono chiavi del suo percorso, in cui abbattere gli «indistinti confini» culturali e geografici.


L’origine del progetto e le poetiche della metamorfosi


La ricerca di Luminița Țăranu inizia da un’immagine interiore che si è lentamente trasformata in un dialogo con Ovidio. Qual è stato quel momento iniziale che ha dato vita a Indistinti confini?


Il filo conduttore del mio percorso artistico, cominciando con l'ultimo anno di studio presso l’Università Nazionale delle Arti di Bucarest, è incentrato sul concetto della metamorfosi come trasformazione dialettica, della mutazione e della metafora come stadio poetico. Per le prime opere con metamorfosi, litografie e incisioni su metallo - nel 1987 mi è stata assegnata la Borsa di Studio dell'Unione degli Artisti Plastici della Romania.  Questo concetto è poi diventato un metodo di lavoro e sperimentazione, sia in forma grafica e pittorica, sia come installazioni, megaoggetti (opere concettuali) e performance. La metamorfosi è un concetto antico. Il mio «viaggio nella metamorfosi» è partito dal mio presente verso il passato. La metamorfosi è il mio modo di pensare e fare artistico. Più tardi ho letto il capolavoro La metamorfosi di Franz Kafka, e dopo anni, «l’incontro» naturale con Metamorfosi di Ovidio. Ho iniziato a pensare questo progetto gradualmente, anche come conseguenza della realizzazione delle mie opere precedenti create sul concetto della connessione tra l’antico-contemporaneo, da molti anni al centro della mia ricerca.

E tra le metamorfosi narrate dal poeta, quale sente più vicina al suo processo creativo?

Tutte le metamorfosi di Ovidio sono bellissime, la poetica del suo mondo è inesauribile. Alcune sono meravigliose per il legame con la mitologia, altre per il legame con la natura, la presenza di animali, piante, elementi di geografia, luoghi, acque, costellazioni, uccelli. Contestualizzate nella storia, che parte dalla cosmogonia, dall’origine del mondo e dalle origini dell’uomo, fino a Cesare e alla contemporaneità di Ovidio, Ottaviano Augusto. Tante metamorfosi sono celebri attraverso capolavori dell’arte, come le opere dell’immenso Bernini, Apollo e Dafne, Il ratto di Proserpina, che fanno parte della collezione di Galleria Borghese, a Roma, diventati archetipali e quindi anche sorgente d’ispirazione o, meglio, di interpretazione per tanti artisti, poeti.
Sono rimasta colpita dalla cosmogonia e dalle origini dell’umano, dalla Genesi, l’ho trovata molto attuale la sua dinamica. Anche se scritto duemila anni fa, Metamorfosi di Ovidio è un poema molto moderno, tratta e dà soluzioni a problemi dell’attualità contemporanea.

La materia e il gesto sono intimamente legati nel suo lavoro: ogni opera nasce da un dialogo invisibile tra le mani dell’artista e la materia stessa. Come avviene questo incontro creativo?


La materia e il gesto della mano sono coordinate dalla mente che lavora in concomitanza con l’anima, con la sensibilità. Per i grandi disegni che compongono l’installazione Indistinti confini - Ovidio e la METAMORFOSI, essendo METAMORFOSI di Ovidio considerato da Italo Calvino il «poema della rapidità» - dove il ritmo della successione delle storie è serrato, ogni immagine si sovrappone a un’altra immagine; ho scelto come tecnica di espressione plastica il disegno su carta, una tecnica semplice, antica, ma diretta e rapida, la cui freschezza si avvicina al carattere vivo e umano dell'azione. Ho scelto quindi il carboncino di varie densità e intensità, la fusaggine secca e liquida, il carboncino colorato «ocra giallo», e la grafite. Il carboncino ha una bellissima carica materica, morbida, calda, intensa e segue molto bene il gesto, rende «acuto» il pensiero. Inoltre c’è anche il carboncino pressato, più freddo, con un’espressione vicina all’ago di incisione.


Identità, memoria ed esilio


L’artista vive tra due paesi e due memorie, esperienze che trasformano continuamente la sua identità. Come risuona in lei il tema dell’esilio oggi?


Considero che il viaggio, «il cammino», come lo ha chiamato Dante Alighieri nel suo capolavoro, la Divina Commedia, è decisivo per la maturazione artistica. C’è differenza tra l’esilio, che è un viaggio di costrizione, l’autoesilio che è un viaggio autoimposto e lo spostamento da un luogo all’altro, da un paese all’altro, da un continente a un altro continente. Ma in tutti questi casi l'attraversamento geografico diventa un attraversamento temporale e spirituale, in cui la memoria emotiva seleziona e cristallizza la vita vissuta, funzionando come filtro, come una decantazione che purifica emozioni, valori e significati. Il contrasto tra il sentimento di appartenenza a uno spazio geografico con una cultura e una formazione propria e il nuovo, conduce a comprendere il mondo nella sua essenza, determinando «il salto di qualità» nel modo di pensare. Non si tratta di una sovrapposizione, ma di una fusione di vita vissuta, che arricchisce il sistema di valori con nuove certezze. Considero questa una trasformazione con un carattere evolutivo, che porta al miglioramento. L’identità si rinforza, si diventa più consapevoli e allo stesso tempo più aperti verso il nuovo e verso la ricerca.  La percezione attraverso la memoria emotiva della vita vissuta in Romania è per me come un’«armatura» una struttura interiore che mi sorregge con la sua consistenza, permettendomi di assorbire e rielaborare con entusiasmo il nuovo contemporaneo. Ovidio ha scritto Tristia in esilio a Tomi, sul Mar Nero, nell’Antica Dacia; Dante ha scritto la Divina Commedia in esilio, lontano da Firenze; Brâncuși ha creato i suoi capolavori archetipali che hanno messo le basi della scultura moderna, partendo dalla Romania per vivere a Parigi; l’espressionismo astratto americano e la pop art sono nate attraverso le opere di artisti incredibili che hanno attraversato l’Oceano Atlantico, con le loro famiglie, sbarcando negli Stati Uniti.
Per il titolo della mia mostra mi sono ispirata dal titolo del bellissimo saggio che Italo Calvino ha dedicato a Metamorfosi di Ovidio, «Gli indistinti confini», ma con la volontà di allargare ed esprimere il concetto di «indistinti confini» che per me ha un ampio significato e un augurio importante: l’abbattimento delle barriere geografiche e culturali nel mondo, la normalità di condividere la vita sulla Terra senza annullare l’identità culturale di ognuno.

E in che modo i simboli ricorrenti nelle sue opere dialogano con queste esperienze di trasformazione e memoria?


I protagonisti della mia creazione nascono dal rapporto con la natura e dal rapporto con la cultura. Nella grande parte delle serie delle mie opere, si fondono.
Gli animali, il corpo umano, la natura e le meraviglie che la civiltà ha prodotto: l’arte, l’architettura, l’archeologia, la storia, la letteratura…
I concetti sui quali ha lavorato nel mio percorso artistico sono: le tavole anatomiche (le metamorfosi sul corpo umano e sul corpo animale come la mucca, il cinghiale, il cavallo); il rapporto postclassico tra il corpo umano dal punto di vista anatomico e il corpo umano come opera d'arte; le strutture; le evocazioni mentali e materiche che fanno riferimento al valore evocativo del corpo umano e al rapporto tra il valore spirituale storico-simbolico e il valore evocativo delle materie che lo raffigurano; l’inserimento di restauro, che attribuisce alle mie opere la dimensione astratta del tempo attraverso un atto controllato di distruzione parziale e il suo recupero attraverso il trattamento di recupero delle lacune-mancanza; l’attuale problema della crisi ambientale; il recupero dell’equilibrio e dei valori; il rapporto uomo-natura; il concetto di multiculturalità; il concetto del tempo attraverso la memoria soggettiva e la memoria oggettiva, sul filo connettivo tra l’antico e il contemporaneo, interpretando la materia archeologica, da anni al centro della mia ricerca.
L’icona che mi rappresenta e che rappresenta il mio credo artistico è UOMOMUCCA - COWMAN of the world, come risposta artistica al mondo attuale, soprattutto alla crisi ambientale, proponendo un’alternativa propositiva che richiama la riconquista  dell’equilibrio sul Pianeta Terra attraverso il recupero dei valori autentici dell’umanità, come sguardo verso il futuro. L’UOMOMUCCA rappresenta l'icona della fusione tra la mucca e il corpo umano, simbolo dell'unione tra natura e civiltà. Prodotto da una metamorfosi e da una mutazione, quale metafora della creatività, L'UOMOMUCCA è un discendente dell'«Uomo-Animale» e raffigura la sua forma evoluta. La mucca rappresenta il nutrimento, la natura, l'istinto, l'atavico, la sacralità, la madre terra; l'uomo rappresenta l'intelligenza, la coscienza e la civiltà. L'UOMOMUCCA è comparso sporadicamente in diversi continenti, in contemporanea: «UOMOMUCCA Africa Orientale», «UOMOMUCCA America del Nord», «UOMOMUCCA Europa», «UOMOMUCCA Australia Sud-Orientale», «UOMOMUCCA Asia Orientale», «UOMOMUCCA America del Sud»… Oggi, il rapporto tra atavico, natura e civiltà è diventato difficile ed è in crisi a causa della presenza invasiva dell'uomo sulla Terra, dei suoi eccessi. L'UOMOMUCCA è il prototipo ideale della nuova creatura sulla terra, protagonista del futuro, nato per ridare il prezioso equilibrio del nostro mondo. Viviamo un momento di grandi problemi psico-sociali, politici, economici e spirituali. Questa nuova creatura si moltiplica in tutti i continenti fino a diventare una popolazione. L'UOMOMUCCA si evolve e diventa «COWMAN of the world», cittadino del mondo. La sua è la storia della trasformazione condizionata e dell'evoluzione dello spirito di ognuno di noi, che spazia senza confini geografici, diventando la lotta contro l’inquinamento e simbolo del multiculturalismo. È una conclusione del mio lavoro sulla «Metamorfosi», il cui progetto iniziale è un disegno a matita del 2006, continuato attraverso opere materiche e digitali, in forma bidimensionale, tridimensionale e installazioni.


Lo spazio espositivo e l’esperienza del pubblico


Gli spazi dell’Accademia di Romania diventano parte integrante della mostra. Come hanno influenzato la disposizione, il ritmo e il respiro delle opere?


Il progetto «Indistinti confini - Ovidio e la METAMORFOSI» è stato ben accolto dall‘Accademia di Romania in Roma, nella persona della Vicedirettrice, la Prof.ssa Oana Boșca-Malin, coordinatrice del programma culturale, anche per l’aspetto di ponte culturale tra la Romania e l’Italia, ricordando che il grande poeta del mondo latino Ovidio Publio Nasone ha vissuto l’ultimo periodo della sua vita, dal 8 d.C. fino al 17 d.C. a Tomi (oggi Constanța), sul Mar Nero, esiliato dall’imperatore Ottaviano Augusto.
L’installazione «Indistinti confini - Ovidio e la METAMORFOSI» è composta da 12 elementi verticali di 1,50 m x 3,30 m, grandi disegni con metamorfosi su carta Fabriano, che si succedono come i Libri verticali del capolavoro Metamorfosi di Ovidio. Grazie al progetto dell’Architetto Pietro Bagli Pennacchiotti siamo riusciti a creare un allestimento che rispecchia l’idea di continuità e contiguità, adeguata alle dimensioni del muro centrale frontale della Sala di Esposizioni dell’Accademia di Romania. Oltre a suggerire il ritmo compositivo delle grandi pagine del capolavoro di Ovidio, la composizione era destinata a creare un impatto diretto per il pubblico, con effetto immediato dell’insieme, per poi entrare nei dettagli metamorfici del mondo ovidiano.

E quali sensazioni o domande spera che il pubblico porti con sé dopo aver attraversato questo percorso di metamorfosi?


Mi piacerebbe che al pubblico arrivasse un sentimento che risale dal capolavoro di Ovidio, nonostante la drammaticità e le tragedie di storie che si ripetono: il sentimento della bellezza e l’amore per il mondo, che io condivido pienamente.

Inoltre, quanto conta per lei l’esperienza sensoriale del pubblico – tatto, suono, movimento – nella fruizione delle metamorfosi?


La materia è importante. Nella cosmogonia, Ovidio parla degli elementi che compongono il mondo: il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua. Il movimento riguarda proprio l’aspetto dialettico della trasformazione. Per me, la trasformazione è diventata metodo di lavoro e ricerca: partendo dalla figurazione, analizzo entrando dentro la forma, distruggo e ricompongo, arrivando a una forma diversa dalla prima che, pur mantenendo alcune caratteristiche primarie, diventa un’altra forma, fino alla mutazione. Il mio modo di lavorare quindi parte dal mondo esterno, per entrare nel suo interno, connesso anche alla mia interiorità, per poi ri-uscire proponendo una forma nuova con nuovi significati. È un lavoro mentale. Nei disegni per l’installazione «Indistinti confini - Ovidio e la METAMORFOSI», come tempo fa nelle litografie (sulla superficie della pietra di Baviera), ho avuto risultati soddisfacenti con molte prospettive di proseguimento e di approfondimento. Ho accompagnato la bidimensionalità della carta con tre piccole opere con metamorfosi realizzate con la sabbia, a bassorilievo, per creare un punto materico, evocando la terra che Ovidio nomina molto, soprattutto nella Genesi.


Colore, luce e tempo


Il colore e la luce hanno un ruolo fondamentale nella narrazione visiva della trasformazione. Come sceglie questi elementi e quale funzione assumono nella rappresentazione delle metamorfosi?


La luce significa vita, il mondo che si vede. L’immagine cosmogonica di Ovidio comincia con il buio. Con l’arrivo della luce, i suoi racconti che sorgono l’uno dall’altro si vedono, grande capacità di visualizzazione che troviamo anche con Dante nella Divina Commedia, nella costruzione del suo mondo che si vede.
Nella mia installazione, il bianco, che è quello della carta, splende, è sconfinato; invece, i neri e i grigi dei carboncini e della grafite entrano nella luce, le metamorfosi sono come degli scavi. Il bianco diventa dinamico, circolante, partecipando alle trasformazioni. L’unico colore che ho utilizzato e un carboncino ocra giallo, con la funzione di colorare la luce, nella metamorfosi di Febo e Fetonte, o come in quella di Perseo e Andromeda, delle ali di Pegaso e dei sandali di Perseo. La luce calda diventa sacralizzante.

La metamorfosi implica anche il tempo: come entra la temporalità nelle sue opere e nella percezione che il pubblico ne ha?


Nelle mie opere posso parlare di un tempo attivo, che riguarda il momento di lavoro, della ricerca attraverso la sperimentazione che porta alla realizzazione della mia opera. Il tempo è necessario, a me piace «abitare» le mie opere. Soprattutto nelle metamorfosi, il tempo di iniziare, il tempo di ritornare per approfondire e il tempo per tirare le conclusioni, trovare la «chiave», il tempo che accompagna lo spazio.
Inoltre, è estremamente importante il tempo di riflessione, di studio, di immersione e informazione, il tempo che riguarda la memoria. Posso catalogare le mie opere secondo la memoria soggettiva e la memoria oggettiva.


Limiti, libertà e dialoghi artistici


Nel processo creativo, come gestisce il confine tra controllo e casualità, tra struttura e improvvisazione? E quali influenze letterarie, artistiche o filosofiche, oltre a Ovidio, hanno plasmato la sua visione delle metamorfosi e della fluidità dei confini?

Per me, il processo creativo si sposta continuamente tra casualità e controllo, sicuramente è un lavoro di concentrazione. Leonardo da Vinci affermava: «La pittura è una cosa mentale». Oggi possiamo dire che «l’arte è una cosa mentale». L’equilibrio, a volte ludico, tra emozione e controllo, che è tipico della sperimentazione, dove intuizione e immaginazione fanno la loro parte, a volte sfuma ed è allora che ci si sente liberi e si trova il nuovo emotivo, il vero momento di creazione.
Tengo molto a citare il Prof. Alessandro Masi, noto critico e storico dell’arte, Segretario Generale della Società Dante Alighieri in Italia, che ha scritto lo straordinario testo critico nel catalogo della mostra:
«Il mito per Ovidio è quella fonte a cui Luminița Țăranu si è aggrappata per ricostruire un cammino fatto di parole e immagini, la cui bellezza ci viene anticipata dai tanti schizzi preparatori che l’artista ha eseguito e, che se non fosse per un eccesso di [mia] prodigalità, li metterei accanto a certi disegni botticelliani, tanto sono aggraziati e leggeri. Non sapevo che Luminița Țăranu fosse una disegnatrice tanto descrittiva, con il gusto anche della scrittura parallela, quasi avesse una lente indagatrice con cui affiancare il suo sguardo verso la realtà. E anche in questo caso, un eccesso di generosità mi farebbe parlare di qualche foglio di Codice leonardesco, ma tant’è!».

Ha collaborato con altri artisti o intellettuali per questa mostra? Se sì, come questi incontri hanno arricchito la sua ricerca?


Per realizzare l’installazione «Indistinti confini - Ovidio e la METAMORFOSI», potrei parlare piuttosto delle fonti che mi hanno ispirato. C’è stato un approfondito lavoro di immersione nel capolavoro di Ovidio. Mi sono sentita profondamente a mio agio, la dialettica, la natura, gli Dei, gli spazi sinusoidali, la doppia spirale che riguarda l’intreccio tra gli Dei e i mortali, il paesaggio, le materie, le saggezze: mi è piaciuto umanizzare tutto questo mondo. Considerando che la familiarità con Metamorfosi è avvenuta attraverso le mie metamorfosi, all’intero mio percorso artistico sulla metamorfosi. Poi rivedere i capolavori nella scultura e pittura, del Rinascimento e del Barocco, sui miti, la pittura dei vasi greci, i mosaici romani.  Per la contestualizzazione temporale mi ha molto aiutato ad entrare nell’atmosfera il viaggio fatto insieme a mio marito in Sicilia: i templi di Segesta, Selinunte, Agrigento, Siracusa, l’isola Mozia, i mosaici della Villa Romana del Casale a Piazza Armerina, i grandi musei archeologici della Sicilia, il mare, la luce, la vegetazione, la terra… Nei disegni ho utilizzato non il corpo umano anatomico, ma il corpo umano - opera d’arte, umanizzandolo.
Per strutturare la composizione della mia opera installativa mi è stato di grande aiuto il saggio di Italo Calvino, la prefazione del libro Metamorfosi di Ovidio.


Connessione con la contemporaneità e orizzonti futuri


Infine, come si intrecciano i temi ovidiani di trasformazione con questioni contemporanee, sociali o esistenziali? E quale nuova direzione percepisce all’orizzonte della sua ricerca artistica dopo questo intenso dialogo con Ovidio?


Il mondo ovidiano è attuale, il dialogo rimane aperto. Il capolavoro Metamorfosi supera la dimensione del tempo, ma lo stupore sta nel fatto che risulta estremamente moderno e attuale, rende vivo il rapporto tra il nostro mondo contemporaneo e l’antichità vissuta da lui, umanizzandolo.
«Tutto si trasforma, nulla perisce… E nulla perisce nell’immenso universo, credete a me, ma ogni cosa cambia e assume un aspetto nuovo». Ovidio affida le sue opinioni alla saggezza di Pitagora, nel Libro Quindicesimo, parlando della continuità della materia.
Vorrei concludere citando di nuovo Alessandro Masi: «Ovidio è questo e altro, perché lo scrittore latino ricrea il mondo, anticipando Dante Alighieri, un mondo che si “vede”, dai mille risvolti fantastici, ampio, dinamico, inesauribile fonte d’ispirazione per tanti artisti, come è accaduto anche per Luminița Țăranu».



Ovidio e la METAMORFOSI, Installazione



Intervista a cura di Ida Libera Valicenti
(n. 1, gennaio 2026, anno XVI)