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Un racconto inedito di Alessandro Pertosa
L’eco di lei
Il cimitero era in fondo al paese, dove la strada si faceva più stretta.
La sera, la luce dei lampioni s’infilava di taglio attraverso il cancello per fermarsi a due passi dal prato.
Le tombe, quasi tutte a terra, erano coperte da una fitta coltre di edera e muschio, che nelle notti d’autunno sembrava quasi fosforescente. Sotto quel brillante verdame, minuscoli insetti s’infilavano nei solchi delle lettere incise sulle lapidi, per poi sparire fra le crepe sottili del marmo.
Accanto al cancello c’era una casa bassa, da cui non proveniva alcun suono.
A vederla da fuori, con l’intonaco color cenere screpolato in più punti, la si sarebbe potuta ben dire disabitata. Se non che, di tanto in tanto, la porta d’ingresso si apriva con un lieve cigolio per consentire al vecchio che vi abitava di entrare e uscire.
Il tetto basso della casa tratteneva a stento l’umidità della notte e al mattino restituiva all’esterno un vago sentore di legno e terra bagnata. Due finestre affacciavano sul cancello esterno: avevano vetri sottili, attraversati da piccole onde che deformavano la vista a chi ci guardava attraverso.
Sotto una delle finestre, una panca di ferro dipinta di verde conservava leggere tracce di ruggine; nessuno vi si sedeva mai, se non lui, il vecchio, ma soltanto nelle lunghe sere d’estate.
All’interno della casa, le stanze erano poche e ordinate. La cucina occupava quasi metà dello spazio, con un tavolo massiccio al centro, segnato da graffi antichi e bruciature circolari sul piano. Una credenza custodiva tazze spaiate, piatti bianchi, barattoli di vetro pieni di chiodi, semi secchi, bottoni colorati: piccoli oggetti raccolti negli anni e mai gettati. Sulla parete opposta, un calendario rimasto fermo a un mese qualunque di moltissimi anni addietro, perché per lui i giorni esistevano a prescindere dal tempo.
La camera da letto era essenziale: un materasso stretto e lungo, una coperta pesante piegata con cura, un armadio che odorava di canfora. Sopra il comodino impolverato, una sveglia meccanica segnava il tempo con un ticchettio regolare. Non c’erano fotografie alle pareti, né specchi che potessero restituire il volto di qualcuno. Solo un chiodo nel muro vicino alla porta. Un chiodo e basta.
Il vecchio aveva mani grandi e nodose, portavano i segni di stagioni trascorse a lavorare la terra e a sollevare pietre. Le sue unghie erano sempre pulite, nonostante i continui lavori manuali. Averne cura, per lui, era una forma di rispetto verso se stesso.
Che fosse caldo o freddo, indossava sempre camicie di cotone chiaro, arrotolate agli avambracci, e un grembiule, che legava in vita quando si occupava dei vialetti del cimitero. Camminava senza fare rumore. Perché era abituato a muoversi tra silenzi che non andavano spezzati per alcuna ragione.
Parlava poco: lui diceva il giusto. Conosceva i nomi incisi sulle lapidi meglio di chiunque altro. Sapeva quali fiori resistevano al gelo e quali invece chiedevano acqua ogni giorno; riconosceva le visite abituali dal modo, più o meno deciso, in cui il cancello si apriva. Quando qualcuno gli rivolgeva la parola, rispondeva con frasi brevi e misurate. Ma mai scortesi.
La sera, prima di rientrare a casa, percorreva l’intero perimetro del cimitero. Controllava la stabilità dei vasi, che le candele fossero spente e nessuna pietra avesse ceduto alla pioggia. Poi si fermava un istante davanti al cancello chiuso. Appoggiava la mano sul ferro freddo della maniglia e perdeva il suo sguardo lungo la strada che si allungava verso il paese. In quel gesto rivelava una doppia appartenenza: alla vita che continuava oltre la curva e alla morte, custodita al cimitero.
Visse così per anni compiendo sempre gli stessi gesti. Poi un giorno, in un mercoledì di luce chiara, comparve lei. Entrò dal cancello principale senza esitazione, ma con l’accortezza di chi attraversa una stanza in cui dorme qualcuno. Portava fiori bianchi stretti al petto e si inginocchiò davanti a una tomba nascosta dall’erba. Aveva modi eleganti, gesti precisi e delicati, quasi sacri. Il suo passo non lasciava impronte visibili sulla breccia del vialetto, eppure modificava l’aria. Quando si fermava a guardare di qua o di là, il tempo pareva rallentare, assumeva un peso diverso. Il profilo francese del suo volto, fermo e assorto, conteneva una distanza che non era freddezza ma concentrazione.
La giovane donna restò sempre a distanza da tutti, con l’atteggiamento di chi osserva una finestra illuminata nella notte, senza avere il coraggio di sporgersi.
Quel giorno, il giorno in cui per la prima volta il vecchio incrociò con lei lo sguardo, i capelli le cadevano sulle spalle, lievi. E per un attimo un raggio di sole le fece brillare le ciocche della frangetta. Non c’era teatralità nel suo dolore, solo una disciplina silenziosa, una cura che non chiedeva testimoni.
Da quel giorno, i mercoledì furono tutti uguali. Lei arrivava, ripeteva sempre i medesimi gesti e poi se ne andava senza dire neppure una parola. In lui, nacque presto il desiderio di avvicinarsi, ma l’abitudine al silenzio e un vago senso di timidezza lo trattenevano dall’esporsi.
Col passare delle settimane, l’attesa prese consistenza. L’arrivo della donna per il vecchio non era più soltanto una semplice emozione: aveva assunto forma, peso, persino una voce interiore che gli suggeriva frasi che non avrebbe mai avuto il coraggio di pronunciare davanti a lei. Pensava spesso fra sé di essersi innamorato. Ma poi sorrideva di quel pensiero bislacco. «Sono troppo vecchio per queste cose» balbettava fra sé quando era sicuro che nessuno potesse sentirlo.
Che sistemasse casa o il cimitero, il volto di quella donna gli era sempre davanti. Era ormai capace di riconoscere il suono dei suoi passi prima ancora di vederla apparire da dietro il cancello.
Il vecchio aveva cominciato a curare sempre più la lapide davanti alla quale quella giovane donna si inginocchiava ogni mercoledì. Era particolare. Di colore verde. Un verde intenso. Al centro la fotografia, di un giovane e sorridente ragazzo, emanava una luce chiara. Guardando quell’immagine, il vecchio cercava un dettaglio nuovo, un’ombra negli occhi, una piega del sorriso capace di spiegargli qualcosa. Ma nulla cambiava, e proprio quell’immobilità alimentava la sua fantasia.
Nei giorni che non erano mercoledì, vedeva l’immagine di quella donna affiorare nei riflessi dell’acqua, tra i fili piegati dal vento, nell’ombra dei cipressi. Immaginava di camminarle accanto lungo la strada polverosa. Sentiva il calore dei suoi passi e le sfiorava la mano senza darlo a vedere.
Aveva con lei, con le immagini di lei, dei dialoghi completi, silenzi condivisi, perfino lievi contrasti seguiti da riconciliazioni immaginarie. Ogni dettaglio inventato sembrava riempire uno spazio che la realtà del giorno non riusciva a colmare.
Lui le confidava piccoli segreti e desideri impossibili. Le raccontava i pomeriggi d’inverno passati tra le tombe e il sole, la voce del fiume lontano. Lei sorrideva, si chinava a terra, camminava tra i cipressi, e il suono della sua voce dolce e melodiosa gli restava sospeso come un brivido sulla pelle. In quelle conversazioni solitarie, il vecchio si sentiva libero e non temeva di essere frainteso. Ogni cosa trovava posto, anche la sua fragilità più nuda, anche la paura di esistere.
Quando di mercoledì arrivava la pioggia, la donna rimaneva inginocchiata comunque davanti alla lapide senza alcuna protezione. Lui le si avvicinava con l’ombrello e restavano vicini, così, senza dirsi nulla. Capitò almeno quattro volte, e ognuna fu uguale alla precedente.
Alessandro Pertosa
(n. 10, ottobre 2026, anno XVI)
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