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La lezione di Caivano
Nell’immaginario italiano contemporaneo, Napoli è diventata quasi inseparabile dalle proprie rappresentazioni culturali. La città di Elena Ferrante, Roberto Saviano, Pino Daniele e Paolo Sorrentino sembra ricostruirsi incessantemente attraverso la letteratura e il cinema. Ogni generazione produce la propria Napoli, il proprio linguaggio e le proprie interpretazioni di uno spazio che continua ad affascinare per la sua complessità. In questo vasto palinsesto di immagini e significati si inserisce anche La Preside, serie diretta da Luca Miniero, una delle più interessanti produzioni recenti della televisione italiana, ispirata all’esperienza reale della dirigente scolastica Eugenia Carfora, protagonista della lotta contro l’abbandono scolastico a Caivano. La scelta di Caivano non possiede soltanto un valore documentario. Situata nell’area metropolitana di Napoli, questa comunità è divenuta negli ultimi decenni uno dei simboli delle contraddizioni sociali dell’Italia contemporanea: povertà, dispersione scolastica, traffico di droga e persistente presenza delle strutture camorristiche. In tale contesto, la scuola emerge come uno spazio concreto di confronto tra due diversi modelli di vita.
Trasmessa da Rai 1 all’inizio del 2026 e interpretata da Luisa Ranieri nel ruolo principale, la serie propone un significativo cambio di prospettiva. Dopo decenni in cui le periferie napoletane sono state associate quasi esclusivamente alla violenza, alla criminalità e all’ascesa delle organizzazioni mafiose, La Preside sposta l’attenzione su un’istituzione molto meno spettacolare, ma infinitamente più importante: la scuola. Questa scelta narrativa non è priva di significato. La cultura italiana ha analizzato a lungo i meccanismi del potere criminale. Letteratura, cinema e giornalismo hanno esplorato in profondità l’universo della Camorra, dagli studi sociologici alle opere di finzione ispirate alla realtà. Molto più raramente, invece, è stata raccontata la resistenza quotidiana a tali meccanismi. Ancora più raramente sono stati posti al centro della narrazione gli insegnanti, i dirigenti scolastici e tutti coloro che cercano di offrire agli adolescenti un’alternativa alla logica della strada.
Al centro della serie si trova l’istituto «Anna Maria Ortese», nome che rimanda a una delle più importanti scrittrici italiane del Novecento. La scelta è particolarmente felice. L’autrice della celebre raccolta di racconti e reportage Il mare non bagna Napoli è stata una delle grandi coscienze morali della cultura italiana, osservatrice lucida delle contraddizioni sociali e della fragilità umana. Ortese comprese forse meglio di chiunque altro che Napoli non può essere ridotta né alla miseria, né alla bellezza, né alla propria mitologia turistica. La città esiste simultaneamente in tutte queste dimensioni. L’istituto che porta il suo nome diventa così, nell’economia simbolica della serie, uno spazio della memoria culturale e della resistenza.
Il personaggio ispirato a Eugenia Carfora assume la direzione di una scuola situata in un territorio segnato dall’abbandono scolastico, dalla precarietà economica e dall’influenza persistente della Camorra. La nuova dirigente si trova di fronte a un’istituzione quasi paralizzata: insegnanti demotivati, assenteismo cronico, famiglie disinteressate. Nei primi giorni di scuola il numero degli studenti presenti è irrisorio rispetto a quello degli iscritti. L’immagine funziona come metafora di una frattura più profonda tra l’istituzione e la comunità che essa dovrebbe servire. La serie evita tuttavia con intelligenza la tentazione dell’eccessiva drammatizzazione. L’organizzazione criminale non viene rappresentata in modo spettacolare né trasformata nel personaggio principale. Essa agisce come una presenza costante, capace di modellare comportamenti, aspettative e destini. Questa scelta registica costituisce uno dei maggiori punti di forza della produzione. La Camorra non è qui un tema in sé, bensì l’ambiente nel quale si svolge l’esistenza quotidiana. Proprio questa normalizzazione della sua influenza rappresenta il problema fondamentale.
Per molti adolescenti delle periferie napoletane, la criminalità appare come una delle possibilità naturali di integrazione sociale. Di fronte a una simile realtà, la scuola diventa una delle poche istituzioni capaci di proporre un’immagine diversa del futuro. Nicola Russo, Michele Coppola, Lucia Ruotolo e gli altri studenti dell’istituto sono colti in una zona di incertezza morale e sociale tipica dell’adolescenza. Essi rappresentano destini posti a un bivio, costantemente esposti alla seduzione esercitata dal potere immediato della strada.
Osservata da questa prospettiva, La Preside supera ampiamente i limiti di una semplice serie sull’educazione. La vicenda di Eugenia Carfora assume un significato che va oltre il contesto napoletano. Essa parla della fragilità stessa dell’idea di formazione, non soltanto di un quartiere, di una regione o dell’Italia. Il successo della serie conferma la sensibilità del pubblico verso questi temi, ma il suo impatto non può essere spiegato esclusivamente dall’attualità dell’argomento. Esso deriva anche dal recupero di una figura quasi assente nell’immaginario contemporaneo: l’educatore come autorità intellettuale e morale. Negli ultimi decenni la cultura popolare europea è stata dominata da detective, magistrati, politici, giornalisti d’inchiesta o personaggi ai margini della legalità. L’insegnante e il dirigente scolastico hanno raramente occupato posizioni centrali nelle grandi narrazioni del presente.
In questo senso, la serie produce una significativa inversione di prospettiva. L’eroismo viene associato alla perseveranza, alla ripetizione quotidiana di gesti che non producono risultati immediati e non garantiscono il successo: visite alle famiglie degli studenti, dialogo con i genitori, pressione costante su una comunità che sembra aver rinunciato da tempo all’idea stessa del cambiamento. La serie suggerisce così che le trasformazioni reali non si producono attraverso atti spettacolari, ma mediante il lento accumularsi di gesti ripetuti.
Man mano che la narrazione procede, diventa evidente che le difficoltà incontrate dalla dirigente non derivano esclusivamente dall’influenza della Camorra o dalla fragilità dell’ambiente familiare degli studenti. La Preside suggerisce l’esistenza di una rete molto più complessa di interessi, complicità e silenzi istituzionali. Alcuni personaggi appartenenti alle forze dell’ordine, compresi membri dell’Arma dei Carabinieri, vengono rappresentati in prossimità di affari oscuri e di meccanismi di protezione che contribuiscono alla conservazione dello status quo.
In tale contesto, l’azione della dirigente si configura come una forma di contestazione di un equilibrio sociale fondato sull’adattamento e sulla rassegnazione. La lotta di Eugenia Carfora non si svolge dunque soltanto contro la dispersione scolastica, ma anche contro una cultura della complicità che attraversa diversi livelli della società. L’interpretazione di Luisa Ranieri contribuisce in modo decisivo a questa costruzione narrativa. L’attrice dà vita a un personaggio sobrio, lucido e credibile, la cui forza deriva dalla capacità di andare avanti anche quando le istituzioni, la comunità e perfino gli studenti sembrano aver perso fiducia nella possibilità del cambiamento.
Significativamente, l’ultimo episodio non offre l’immagine di un mondo riconciliato. Luca Miniero evita la tentazione delle conclusioni consolatorie e preferisce lasciare aperta la tensione che attraversa l’intera serie. Caivano rimane lo stesso territorio difficile, la Camorra continua a esistere, le disuguaglianze sociali non scompaiono. Eppure, all’interno di questa realtà, la scuola riesce a recuperare la funzione che aveva smarrito: quella di produrre possibilità.
Dopo anni di impegno, l’istituto di Caivano è divenuto un esempio di rigenerazione educativa in un territorio considerato per lungo tempo irrecuperabile. Il numero degli studenti è aumentato costantemente, la dispersione scolastica si è ridotta e l’istruzione ha iniziato a essere percepita come una reale alternativa alla logica della strada.
Considerata nel contesto più ampio delle recenti rappresentazioni di Napoli, La Preside offre un necessario contrappunto all’universo di Gomorra. Se la serie ispirata a Roberto Saviano analizzava i meccanismi interni del potere criminale, La Preside esplora ciò che cerca di sopravvivere al di fuori di esso. Se l’una era interessata alla logica del dominio, l’altra è interessata alla possibilità della formazione. Tra queste due produzioni si sviluppa, in fondo, uno dei grandi dibattiti dell’Italia contemporanea: il conflitto tra determinismo sociale e opportunità educativa.
La vera rilevanza della serie risiede proprio in questo spostamento di prospettiva. Invece di chiedersi come funzioni il male, essa si interroga su come possa essere limitato.
Dal punto di vista cinematografico, la serie si inserisce in una significativa tradizione del realismo italiano. L’attenzione riservata allo spazio urbano, l’interesse per le periferie, il rifiuto dell’idealizzazione e la preoccupazione per le condizioni concrete dell’esistenza sociale richiamano, in alcuni momenti, l’eredità del neorealismo. Non si tratta di una sua riproposizione, ma di un adattamento contemporaneo di una sensibilità che continua ad attraversare la cultura italiana.
Carmen Teodora Făgețeanu
(n. 6, giugno 2026, anno XVI)
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