Quando la lingua non è scontata. Testimonianze di giovani italo-romeni

L’idea di scrivere e proporre questa serie di articoli nasce da una situazione di cui ho fatto esperienza prima che da un progetto astratto: l’esperienza cioè di essere un giovane che si è riscoperto estroverso dopo gli anni caldi del Covid e che, in parallelo al suo percorso universitario di Lettere all’Università di Torino, ha coltivato e coltiva tuttora una passione personale per la lingua e la cultura romena. Questi due aspetti combinati fra loro, oltre a farmi conoscere e frequentare gli ambienti di Romenistica e la cattedra di Lingua e Letteratura Romena della mia università, mi hanno anche portato ad avere un numero modesto di conoscenze e amicizie fra i miei coetanei romeni o di origine romena che frequentano i miei stessi luoghi di studio e di socialità. Queste amicizie e frequentazioni, oltre ad arricchire a tutto tondo la mia vita e a farmi conoscere altri punti di vista, mi hanno permesso di toccare la concretezza e il significato umano della lingua e della cultura di cui mi ero appassionato. Per me la Lingua Romena e il suo mondo erano entità idealizzate che fluttuavano disincarnate in un mondo di ideali, poesie, vecchie storie e canzoni; il contatto con i miei coetanei romeni significò accorgermi che quella lingua era invece legata alle vite di persone in carne e ossa, ciascuna con le proprie emozioni, le proprie vite concrete e i propri ricordi, a volte felici e a volte meno. Da questa consapevolezza nasce il desiderio di provare, con tutta la cura di cui sono capace, a raccogliere e trasmettere quante più testimonianze possibile del rapporto che queste ragazze e ragazzi hanno con la loro limba strămoșească (la lingua degli antenati) che guardi soprattutto ai loro sentimenti verso di essa. Il mio intento era di accogliere senza giudizi la realtà, e quindi di raccogliere anche testimonianze che potessero risultare poco «edificanti», incluse eventuali storie di lontananza e rifiuto della lingua romena, o di esperienze negative legate al rapporto con l’alterità rappresentata dal mondo italofono. Per questo motivo ho deciso di raccogliere queste testimonianze in forma anonima, restituendo al lettore unicamente i dati biografici necessari a inquadrare l’esperienza della persona in questione.
In questo primo articolo riporto le interviste avute con due ragazze mie coetanee, studentesse universitarie, anche se in ambiti diversi. Entrambe si aprono con una domanda che contestualizza da un punto di vista pragmatico il loro rapporto con la lingua.

Prima intervista

Come prima domanda le chiedo di contestualizzare la sua esperienza legata alla lingua, dicendomi se è nata in Italia o in Romania e dove prevalentemente ha imparato il romeno e lo parla: «I miei genitori sono entrambi romeni, però io sono nata in Italia e sono cresciuta qua; ciononostante, il mio rapporto con la Romania si è stabilito perché da piccola ho passato lì qualche mese con mia nonna, ma non ricordo molto. Da quel momento ho passato molte estati in Romania fin da piccola. Io e il romeno abbiamo un rapporto un po’ particolare…». Mi chiede se può ampliare il discorso e io naturalmente le rispondo positivamente: «Fin da piccola mi sono sempre vergognata sia di essere romena, come quando, per esempio, mia mamma mi parlava in romeno quando facevamo la spesa; io mi vergognavo moltissimo quando le persone sentivano mia mamma parlarmi in romeno, non so bene dire il motivo, perché, nonostante esistano molti stereotipi, non sono mai stata bullizzata per il fatto di essere romena, ma la cosa mi procurava comunque vergogna. In casa i miei genitori, soprattutto mio padre, parlano prevalentemente romeno con me, io rispondo in italiano, però quand’ero più piccola lo sapevo parlare meglio rispetto ad oggi. Infatti, quando vado in Romania e devo parlare, ad esempio, con mia cugina, mi vengono più i termini in inglese che in romeno, cosa che accade anche in italiano, ma non così tanto spesso come in romeno. Quand’ero più piccola, lo parlavo di più, ora poco o niente, ma con le amiche di mia mamma, che sono quasi tutte romene, o con i miei parenti, devo comunicare in romeno. Con i nostri vicini, pure loro romeni, parlo anche in italiano perché lo capiscono. Diciamo che ho un livello… intermedio del romeno, perché lo capisco molto meglio di quanto riesca a parlarlo.»
Le chiedo, considerando che ricorda di aver parlato romeno meglio quand’era più piccola, se questa vergogna che sentiva possa averla portata a parlarlo sempre meno, o se individua altri motivi che l’hanno portata a parlarlo meno: «Allora, secondo me ha influito perché, appunto, quando da piccola delle persone che non conoscevo mi chiedevano se sapessi parlare romeno, anche online, io cercavo di dire che lo parlavo ma in realtà non molto bene, perché mi vergognavo di sapere il romeno e di essere romena. Penso che abbia influito ma leggermente, credo che essermi distanziata da questa lingua sia dovuto al fatto che ho avuto più interazioni sociali, crescendo, con persone italiane. Quando sei più piccolo magari rimani un po’ più chiuso nella tua sfera, anche più a casa dove senti parlare romeno, e quando ero più piccola c’erano più parenti romeni qua in Italia, con cui passavamo le festività o magari venivano durante il weekend, e loro non sapevano benissimo l’italiano e mi chiedevano perché non parlassi romeno, ed ero più incentivata a parlarlo.»
A questo punto procedo con la domanda in merito a cosa sia per lei il romeno, quale rapporto anche identitario abbia con la lingua, e se senta il desiderio di riappropriarsene e di approfondirlo in futuro: «Arrivata a questo punto della mia vita, ho quasi ventun anni, ho imparato a non farmi influenzare dai miei pensieri negativi o da quello che pensa la gente, quindi la vergogna che provavo prima non esiste più, anzi, come hai detto tu, in questo momento vorrei riprendere la lingua, impararla meglio, ho pensato anche di fare un corso all’Università usando i crediti liberi, visto che sono crediti facili per me conoscendo già il romeno, e per imparare meglio a scrivere e memorizzare più vocaboli, perché ne so alcuni, ma mi rendo di non conoscerne molti altri. Sento il romeno come qualcosa che fa parte di me e lo sarà per sempre, e non ha senso rinnegarlo o vergognarsene, perché alla fine siamo tutti cittadini del mondo, ogni paese con le proprie caratteristiche ma non ce n’è uno superiore a un altro. Vorrei coltivare la lingua.»
Le chiedo a questo punto se le sia mai capitato di sentire un rimpianto per non averlo imparato meglio in passato, di provare sofferenza per il fatto di non poter esprimere certe cose in romeno: «Allora, secondo me questo discorso è un po’ ricollegabile al mio futuro, perché io non pianifico di trasferirmi in Romania, quindi concetti come quelli legati ad acquistare una casa o ad aprire un mutuo non credo mi serviranno mai, e il mio livello di romeno non è così compromesso dal fatto di sapere l’italiano, quindi non rimpiango di non aver coltivato la lingua quando ero più piccola, perché sono arrivata al punto in cui sono ora, cioè se non avessi avuto le mie insicurezze prima credo che le avrei avute adesso, diciamo che secondo me, se prima provi qualcosa, riesci poi ad avere un cambiamento che non ti porterà mai più a provare quella cosa, parlo dell’insicurezza e della vergogna. Né ora né mai più mi vergognerò di essere romena e di sapere il romeno.»
Le chiedo quale sia la sua esperienza con il romeno legata alla sua interiorità, anche al mondo dei pensieri più personali e della religione: «Non ho questo legame così viscerale con le lingue, e non ci avevo mai pensato, in merito alla lingua in cui potrei pregare non mi ha mai pesato il pensiero, no, non ho neanche mai sognato in romeno, non mi sono mai posta la questione, forse anche perché non ho un legame così profondo.»
Ci fermiamo un momento a chiacchierare, e discutendo di una parola romena, le mostro una pagina del DEX, che le fa condividere questo pensiero: «Io ho anche un problema a leggere il romeno, perché non riesco a leggere bene, mi hai appena fatto capire che non riesco a leggere e a dare un senso alle parole mentre leggo, so però scriverlo usando bene i diacritici». Continuando a parlare di questo mi dice: «Il problema è leggere e parlare, formulare pensieri, cioè formularli sì, ma dirli poi a voce… perché io li formulo in italiano e devo poi tradurli, non è come, ad esempio, in inglese; cioè io riesco a pensare in inglese, mentre col romeno penso in italiano e poi… per quanto riguarda pensieri più complessi, frasi semplici riesco a pensarle anche in romeno.»
Le chiedo quale sia il suo rapporto con i media in romeno: «I miei genitori hanno i canali romeni sulla TV, il telegiornale lo capisco, i cartoni animati li guardavo quando ero piccola e capivo il discorso generale forse anche grazie alle immagini, film in romeno non ce ne sono così tanti, sono prevalentemente con i sottotitoli in romeno.»
Facendo un passo indietro le chiedo, riguardo alla vergogna che provava nell’essere romena e nel parlare romeno, se si dovesse alla paura di non essere accettata, come se il fatto di parlare romeno rimarcasse il suo essere straniera e in qualche modo estranea al gruppo: «Secondo me sì, ma questo disagio è dettato in special modo da un complesso d’inferiorità, dalla paura di non essere accettata, ma specialmente di venire poco considerata per essere romena, perché io so parlare romeno, e la Romania è un paese di zingari, un paese di persone che rubano, è un paese di alcolizzati e tante altre cose… è un paese povero, penso sia più dettato appunto da pregiudizi che poi vanno a creare questi complessi di inferiorità.»
Così si è conclusa l’intervista.

Seconda intervista


Ripeto anche per la seconda ragazza la stessa domanda, di contestualizzare cioè il suo rapporto con la lingua romena in relazione alla storia della sua vita: «Io sono nata in Italia, ho imparato il romeno a casa con i miei genitori, infatti direi che il 95% delle volte in cui parlo romeno è con i miei genitori o con le mie nonne, anche perché con i cugini non ho molti contatti; il restante 5% era con un’amica stretta. La mia migliore amica era romena di etnia rom, per cui fra di noi parlavamo in italiano ma, se andavamo a casa dei suoi genitori, parlavamo in romeno perché non parlavano bene italiano. Ancora adesso se ha bisogno di dirmi qualcosa di particolare, questa mia amica passa dall’italiano al romeno… quindi ho imparato il romeno a casa.»
Le chiedo se si possa glossare questo discorso con la considerazione che non ha comunque avuto una scolarizzazione in romeno: «Esatto, anche se la prima volta che sono andata in Romania, avevo circa quattro o cinque anni, mia mamma comprò dei libri e, quando in Italia ho imparato a scrivere in italiano, lei ha iniziato a insegnarmi l’alfabeto romeno con questi libri. Non so ovviamente la grammatica tanto bene come quella italiana, e a volte penso di sapere perfino meglio la grammatica inglese di quella romena, non che io abbia problemi a comunicare in romeno, ma forse riesco a essere ancora più fluente in inglese.»
Le chiedo se conosce bene l’ortografia: «No, anzi forse è la cosa in cui faccio più fatica; lo scrivo, ma molto spesso ho dei dubbi, e faccio anche degli errori, diciamo.»
Approfondendo il discorso sull’ortografia, aggiunge di avere talvolta difficoltà a utilizzare correttamente «il trattino», scrivendo le parole tutte attaccate.
Terminato questo momento introduttivo, le chiedo che cosa provi verso la lingua romena: «Questo è davvero difficile da dire perché non mi ci sono mai veramente soffermata, penso che la risposta più banale, che credo sia comune a tutti noi di seconda generazione, è che è la lingua della nostra famiglia, la associamo per forza di cose alla nostra famiglia; poi io ovviamente la sento anche parte di me, non posso essere me stessa solamente con l’italiano o solamente con il romeno, io sono entrambe le cose, quindi per lo più una lingua della famiglia, anche perché quando parlo in romeno se non con la mia famiglia e con la mia migliore amica a volte? Quando magari incontro altri ragazzi di seconda generazione parliamo sempre in italiano, quindi non saprei definire esattamente che cos’è il romeno, una parte di me e basta.»
Le chiedo se secondo lei sia una parte di sé come persona in quanto tale, o se sia un rivendicare la propria identità nazionale come romena, o meglio se sia la lingua in sé il punto o la lingua come componente del suo essere romena: «Ti direi entrambe le cose, perché il più delle volte sarebbe la prima possibilità, però esce sempre fuori anche il senso più nazionale quando si parla di quelle persone che hanno un sacco di stereotipi contro i romeni, e allora in quel caso lì rivendico di essere romena e di non rientrare in quegli stereotipi dimostrando che sono falsi. In aggiunta, negli ultimi anni mi sono avvicinata di più alla mia parte romena per aver conosciuto molti studenti provenienti da altri paesi dell’Est Europa, e con loro potevo utilizzare la mia parte romena per farli sentire più a loro agio, riuscendo di fatto a comprendere la loro cultura. Questo naturalmente per via degli aspetti culturali in comune.»
Ci sono delle situazioni, le chiedo, in cui hai avuto desiderio di parlare romeno? «Sì, una cosa molto strana, io non sono molto religiosa, ma se devo pregare, o se devo sperare qualcosa, lo faccio in romeno per qualche motivo. Io penso sempre in italiano, ma se devo esprimere un desiderio emotivamente forte dentro di me oppure fare qualche pensiero scaramantico lo faccio in romeno, nonostante il 99% di quello che capita nella mia testa sia in italiano.»
Parto da una mia esperienza con un’amica polacca che vive in Italia: quando abbiamo preso insieme il volo per la Polonia, lei aveva gioito nel sentire in aereo la voce che parlava in polacco. Aveva proprio esclamato: «Che bello che è in polacco!» Prendendo spunto da questo aneddoto, le chiedo se a lei possa capitare una cosa di questo genere col romeno: «No, forse perché sono così abituata all’idea che ci siano un sacco di romeni ovunque, quindi non mi stupisco di sentir parlare romeno… no.»
Le chiedo se dunque non le sia mai capitato di avvertire proprio il desiderio di sentir parlare in romeno per il gusto di ascoltare qualcuno parlare in romeno: «Quando ero in Cina, dopo qualche tempo senza parlare molto al telefono con i miei genitori, mi capitava di pensare se sapessi ancora il romeno. Mi chiedevo se fossi ancora in grado di usare il romeno senza averlo parlato per giorni, e in quel caso mi è successo.»
Concordiamo sul fatto che in ogni caso anche qui c’era un fine pratico al desiderio di sentir parlare romeno, l’essere cioè sicura di non averlo dimenticato, ma non un desiderio puramente estetico di sentirlo.
Le chiedo se, di contro, le sia mai capitato di vergognarsi del romeno, di vivere delle situazioni in cui si sarebbe vergognata di parlarlo in pubblico: «No, no, in pubblico no, perché mi è sempre capitato… magari quando ero più piccola, ma ho ricordi molto vaghi, non mi andava che gli altri sapessero… però ero troppo piccola e non mi ricordo molto bene. Forse, dopo l’inizio della scuola, avevo iniziato a parlare solamente in italiano e magari i miei genitori mi obbligavano a parlare romeno per non perderlo… ma ero troppo piccola, credo che fosse il problema identitario di una bambina di sei, sette anni che deve capire.»
Le chiedo se ci siano stati allora dei momenti in cui ha sentito il romeno come una forzatura, come se i suoi genitori la costringessero a parlarlo: «Sì, quando ero piccola, ma non saprei dare un contesto più preciso. Io non lo ricordo, ma i miei genitori mi hanno raccontato che usavano un trucco: mi facevano una domanda in italiano, e alla mia risposta in italiano mi dicevano di non aver capito, e così via finché non capivo che volevano parlassi in romeno. Utilizzavano questo trucco.»
Le faccio una domanda pratica, facendole notare che mi capita di scriverle o mandarle messaggi vocali in romeno e di ottenere da lei risposte sempre in italiano. Le chiedo perché: «La maggior parte delle volte che tu mi scrivi le cose, ti rispondo in italiano, perché la mia ortografia è meno buona della tua. Semplicemente questo.»
Le chiedo se le capiti di non accorgersi nemmeno, in generale, se qualcuno vicino a lei passa repentinamente dal romeno all’italiano o viceversa: «Sì, come ti dicevo, vivo una cosa di questo tipo con la mia migliore amica, che come me è perfettamente bilingue, soprattutto quando lei va in Romania e mi racconta situazioni specifiche, utilizzando i termini in romeno. In questo senso le lingue si mescolano.»
Le chiedo adesso se fruisca della lingua romena in programmi televisivi o nel cinema: «Televisione sì, non più adesso, ma quando ero più piccola guardavo i cartoni in romeno sul canale romeno. Dagli otto anni in su penso di aver cominciato a guardare i canali italiani; anche mia madre mi manda spesso video in romeno, mi capita poi di ascoltare per nostalgia canzoni o canti tradizionali che magari neanche mi piacciono, ma per i quali provo nostalgia associandoli ai familiari. Inoltre, adesso che sto studiando lingue dell’Est Europa mi accorgo che un confronto con la lingua e la grammatica romena mi aiuta meglio a capire queste lingue.»
Come ultima domanda le chiedo della fruizione scritta della lingua, se si senta a suo agio a leggere o scrivere in romeno: «No, non sarei a mio agio a scrivere, ad esempio, un articolo in romeno, farei moltissimi errori di grammatica e di ortografia, invece non avrei problemi a leggere un articolo. La prima volta che sono andata in chiesa con un sacerdote ortodosso, questi mi ha regalano un libro che è stato il mio primo libro-romanzo in romeno… che ho letto chiedendo solo delucidazioni su alcune parole.»
Chiacchierando dopo questa ultima domanda, emerge un tratto già raccontato anche da altre persone: «Una mia amica in Inghilterra si è fatta molti amici, romeni anche loro, e quando sono andata a trovarla parlavamo in romeno, anche quando siamo uscite con loro. Mi capitava però di utilizzare delle parole in inglese se magari non mi venivano in romeno.»

Inchiesta a cura di Pietro Buoso
(n. 6, giugno 2026, anno XVI)