Quando la lingua non è scontata. Testimonianze di giovani italo-romeni (2)

Continuando il lavoro di inchiesta introdotto nello scorso numero, presento in questo secondo articolo altre due interviste sul rapporto emotivo che le mie coetanee e i miei coetanei italo-romeni hanno con la lingua romena.
La prima intervista segue il format classico di questa serie, mentre la seconda ha delle particolarità che sono spiegate nel corpo dell’intervista stessa.
Entrambe le interviste sono state condotte e rielaborate in italiano, la versione romena risulta dunque una traduzione.

Prima intervista

Questa prima intervista è con un ragazzo mio coetaneo, e si è aperta con la domanda di rito: «Per contestualizzare, hai voglia semplicemente di dirmi se sei nato in Italia o in Romania, da quanto tempo sei in Italia e quali sono gli ambienti in cui hai imparato il romeno e tuttora lo parli?»

Io sono nato qua, precisamente a Moncalieri (Torino), e la lingua l’ho imparata principalmente dai miei genitori che mi parlavano in romeno quand’ero piccolo, ma anche dal fatto che i miei genitori avevano la possibilità ogni estate di farmi passare un mese e mezzo o due mesi in Romania, quindi tutta la mia vita è stata dieci mesi in Italia e due in Romania. La lingua l’ho sempre praticata e l’ho sempre usata, non a livelli eccelsi però a un buon livello. L’italiano mi viene molto più veloce da utilizzare, più semplice, in romeno per esprimermi devo pensare un attimo di più perché ci possono essere vocaboli che non mi vengono in mente, però la sento comunque come una lingua mia: ho un livello molto più alto rispetto all’inglese.

Ti capita di ascoltare la televisione in romeno o di leggere degli articoli o dei libri, e una cosa che ti capita, ti trovi bene?

Il telegiornale tendenzialmente lo guardiamo in romeno a casa, ma a livello di televisione quella è l’unica occasione di ascoltare media in romeno. Su internet non guardo praticamente nulla in romeno, se non i meme che escono su Instagram. Per quanto riguarda le letture, leggo davvero poco in romeno; una volta sono stato interessato alla storia della mia regione e mi sono letto Istoria Maramureșului (La storia del Maramureș), però a parte questo non ho letto altre cose in romeno, ma è una di quelle cose che farò nella vita. Riguardo alla musica, non ascolto musica romena: può capitare che una mia amica me le consigli, o che ascolti delle manele (musica leggera) per via dell’atmosfera, ma in generale ascolto soprattutto musica inglese.

Venendo adesso all’oggetto di interesse dell’intervista, parto con una domanda molto generale: che cos’è il romeno nella tua vita?

Sento il romeno davvero vicino, lo sento come parte integrante della mia identità, nel senso che mi fa davvero tanto piacere parlarlo, e quando torno in Romania sento questa vicinanza sia con la lingua che con i luoghi. Emotivamente ci sono molto attaccato, e talvolta quando fantastico sul mio futuro penso che mi dispiacerebbe se i miei figli non parlassero romeno. Temo, tuttavia, che capiterà, perché io ai miei figli insegnerò principalmente a parlare in italiano perché mi viene più naturale, sarebbe una forzatura se gli insegnassi io a parlare romeno. Malgrado questo, lo sento una cosa davvero importante, e se in questo momento dovesse scomparire dalla mia mente la considererei la più grande perdita possibile per la mia identità. Mi sentirei comunque romeno, e penso adesso a delle mie amiche curde che si sentono curde pur non parlando il curdo, però mi dispiacerebbe molto, e se mi capita di incontrare dei romeni all’estero con cui posso parlare romeno sento con loro un legame più profondo che non con degli Italiani. Ciò però non toglie che la cultura in cui mi muovo fuori dal nucleo familiare è quella italiana, per cui malgrado il maggiore attaccamento con la lingua e la cultura romena sento di avere un piede in entrambe, e la cultura romena a volte sembra più distante se non emotivamente.

Prima hai detto che, anche nel malaugurato caso in cui dimenticassi il romeno, continueresti a sentirti romeno, questo mi fa pensare che il tuo legame con la lingua non sia solo motivato dal tuo sentirti romeno. Puoi commentare questo aspetto?

In realtà, per quanto riguarda la mia identità personale, non pesa tanto la lingua quanto i luoghi in cui è vissuta la mia gente: quando vado in Romania vedo le montagne, le case dove sono vissuti i miei nonni, e lì sento un attaccamento emotivo nell’immaginarmi come siano vissuti loro e la vita tradizionale romena. Io sono del Maramureș, e mi sembra che non siamo ancora molto attaccati alla tradizione, a tutta una serie di usanze e di aspetti culturali, anche architettonici, a cui sono affezionato.

A proposito della vita nella Romania rurale del secolo scorso, non ho saputo trattenermi a quel punto dal raccontargli della recente presentazione del volume La fotografia come documento nel progetto dell’Atlante linguistico romeno, che fra gli autori ha anche il mio docente di riferimento per la lingua romena, il professor Roberto Merlo, e a cui rimando per chi fosse interessato a una testimonianza anche visiva di quel mondo.

Tornando alle domande, e sebbene in parte già la risposta potesse intuirsi da quanto detto, gli chiedo formalmente se esistano delle situazioni in cui sente un particolare desiderio di parlare in romeno piuttosto che in un’altra lingua

No, in realtà, mi verrebbe da dire che con un altro romeno parlo più spontaneamente in romeno, anche se comunque parlo soprattutto in Italiano con gli italo-romeni, mi fa però piacere essere la persona che sa il romeno quando può servire un mediatore fra italiano e romeno. Ad esempio, mi è capitato di fare del volontariato insieme a degli scout, e si doveva interagire con dei bambini che parlavano romeno, per cui ho potuto fra da intermediario ed è stata una soddisfazione. Il mio desiderio nasce per lo più quando serve parlare con un altro romeno, o quando posso fare da mediatore fra l’italiano e il romeno.

A questo punto gli chiedo: facendo riferimento al fatto che alcune persone utilizzano volentieri il romeno per pregare o fare pensieri più intimi, tu cosa diresti?

Non mi ritrovo, prego in romeno ma solo perché ho imparato le preghiere in romeno, e mi limito dunque a ripetere una formula. Purtroppo, malgrado l’affezione, in romeno non riesco a esprimermi al cento per cento, non ho le capacità espositive sufficienti per i miei sentimenti e i miei pensieri più intimi.

Venendo alle domande più difficili, gli chiedo: «Ti è mai capitato invece di trovarti in contesti o situazioni in cui hai sentito del disagio, e avresti provato imbarazzo a parlare in romeno?»

No, no, quello non è mai successo, anzi al contrario se sentivo, ad esempio, mia madre al telefono ed ero con amici italiani, parlavo in romeno apposta per farmi vedere. Altro che nasconderlo, qualunque occasione avevo per usarlo la coglievo.

A questo punto mi chiede lui se può raccontarmi un ricordo personale su questo tema che definisce «uno dei ricordi più belli che ho». Mi racconta:

Una sera mia madre mi ha fatto vedere il film Ion – Blestemul pământului (Ion – la Maledizione della Terra, 1981), che mostra la Romania rurale di un tempo e quest’uomo che viene consumato dal volere sempre più terreni, ed è stato molto bello vedere quel film con lei, e ho sentito una grande vicinanza con lei al pensiero che quel mondo era quello che lei aveva vissuto da giovane, e dopo di quello mi ha fatto leggere Espero di Mihai Eminescu, e lì penso sia stata la più bella poesia che abbia mai letto perché fino ad allora non mi ero mai informato su quella che era il mondo della letteratura romena. Ho sentito un contrasto fra la lingua romena e la sua poesia con le poesie che avevo letto fino a quel momento e come studente delle medie, e fu una ventata d’aria fresca, anche perché sentivo quei versi più vicini a me essendo romeno.


Seconda Intervista

Questa seconda intervista è peculiare sia per le modalità in cui si è svolta sia per la formula nella quale ve la racconto, e questa peculiarità si deve al tipo di rapporto di amicizia che intercorre fra me e la ragazza che me l’ha rilasciata, e che mi ha chiesto di essere chiamata in questo testo con il suo nome: Viviana Ciubotaru.
Viviana è mia coetanea, una ragazza del 2001, e vive in Italia da quando aveva circa 10 anni. Durante la nostra ormai annosa amicizia non sono mancati momenti di scambio e riflessioni intense su tematiche legate all’identità e alla cultura, momenti che, beninteso, non sono stati per me solo occasione di conoscenza di lei e delle sue esperienze, ma anche di messa in crisi di me stesso e di crescita anche nel rapporto con la mia identità.
Le premesse di questo rapporto facevano sì che, quando ho chiesto a Viviana di poterla intervistare, mi aspettavo molto, e non sono stato deluso. L’intervista è stata in presenza, e più che un’intervista è stato un pomeriggio a due che è durato circa tre ore e che ha incluso un gelato preso in centro a Torino.
Nel momento di salutarci, la mia amica mi ha lasciato con la sfida di raccontare io, per come ne sono capace, le cose di cui avevamo discusso per quelle tre ore, senza nemmeno volerle rivedere prima della pubblicazione. Ovviamente raccolgo la sfida, e faccio del mio meglio.
Viviana mi ha raccontato che, dopo aver lasciato la Romania a un’età in cui era grande abbastanza per vivere da protagonista quello che succedeva, il suo rapporto con il suo sentirsi romena (e naturalmente anche quello con la lingua) ha dovuto fare i conti con ciò che lei definisce un «processo di integrazione» nella cultura italiana. Con «processo di integrazione», ovviamente, non faccio riferimento al semplice apprendimento della lingua e delle consuetudini di vita in Italia, ma a qualcosa di ben più profondo: il crescere intimamente immersa in una cultura diversa che necessariamente e gradualmente è diventata la sua, riplasmando tutti gli aspetti della sua persona, inclusi i pensieri più intimi e l’interiorità. In un primo momento, rendersi conto che questo processo è in atto è causa di turbamento, quasi di paura, e a questo si pone rimedio cercando di fare dei «bagni di romenità»; dei ritorni cioè a forme della cultura romena, dalla lingua fino ai suoi aspetti materiali, nel tentativo di rinsaldare il legame con qualcosa di ritenuto autentico, ma anche di trovare rassicurazione sul fatto che ancora ci si ricorda com’è vivere e praticare quella cultura. Col tempo, lentamente, ci si accorge però che si è inevitabilmente cambiati, e che almeno in parte si appartiene ormai a un’altra terra e a un’altra cultura: ce ne si accorge, ad esempio, quando cucinare un piatto romeno è diventato una formula nostalgica che si scontra col fatto che l’abitudine ormai è mangiare una pizza.
Quest’ultimo è, naturalmente, un esempio molto semplice di qualcosa che si osserva però a tutti i livelli, dalla musica che si ascolta al modo di pensare, fino al modo di vivere la propria spiritualità e di pensare sé stessi in relazione alle grandi domande dell’uomo.
Naturalmente, tutto questo percorso non avviene nell’isolamento, ma nella rete fluida di relazioni che si hanno con gli altri e con le culture che si incontrano. Si riproduce una cascata di «incontri», per citare il romanzo di Gabriela Adameşteanu: l’incontro con la lingua italiana, che da lingua straniera da apprendere diventa lentamente la propria lingua primaria; l’incontro con la lingua inglese, che spesso diventa il porto sicuro in cui esprimere i propri pensieri lontani dalla lingua del nucleo familiare e insieme lontani da quell’italiano ancora sentito come estraneo; l’incontro con lo scoperta di parlare ormai un linguaggio che rimischia queste tre lingue e l’incontro con il mondo delle persone italiane, talvolta difficile e talvolta fraterno. Infine, c’è l’incontro che coincide con il ritorno in una Romania che spesso ti fa sentire straniero, che ti deride per come il tuo accento è cambiato o per il tuo modo di parlare la lingua, e che apre ferite che bruciano di più degli episodi di rifiuto e incomprensione avvenuti con gli italiani. In questa cascata di incontri, tutti si concentrano a rievocare spesso il momento in cui la propria vita è cambiata per sempre, a quello strappo dal paese natale che lascia dentro quella domanda destinata a non avere mai risposta: come sarebbe stata la mia vita, se fossi rimasta là?
Ma la vita non avanza guardando al passato, e in ciò che di nuovo si incontra si cambia, altri orizzonti si aprono, e Viviana mi dice che al momento la cultura e la lingua romena poco le tornano in mente, e che si sente la persona meno adatta a parlarne. Quanto detto finora, però, non si disgiunge dal fatto che lei stessa premette: «In questo momento non mi sento particolarmente legata alla cultura romena», ma «emotivamente parlando il romeno è la mia lingua madre ed è ovvio che sia per me qualcosa di importante (come se chiedessi a qualcuno se ama la propria madre)». I suoi orizzonti, tuttavia, al momento sono altri: la sua vita è in continuo mutamento come anche in continua evoluzione è capire la realtà in cui vive. Il motivo per cui mi chiede di essere io a raccontare, con mie parole, quello che ho capito della sua testimonianza, è che mi spiega di aver imparato una sorta di distacco e di leggerezza rispetto alla rigidità con cui una volta tentava di definire il suo pensiero, i suoi gusti e la sua identità. Ora mi dice, con un certo sollievo nella voce, che il suo pensiero può sempre cambiare, così come la sua identità sarà sempre mista, e i suoi gusti personali un mosaico che una sola etichetta non può definire.


Inchiesta a cura di Pietro Buoso
(n. 7-8, luglio-agosto 2026, anno XVI)