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Quando la lingua non è scontata. Testimonianze di giovani italo-romeni (2)
Prima intervista Questa prima intervista è con un ragazzo mio coetaneo, e si è aperta con la domanda di rito: «Per contestualizzare, hai voglia semplicemente di dirmi se sei nato in Italia o in Romania, da quanto tempo sei in Italia e quali sono gli ambienti in cui hai imparato il romeno e tuttora lo parli?» Ti capita di ascoltare la televisione in romeno o di leggere degli articoli o dei libri, e una cosa che ti capita, ti trovi bene? Il telegiornale tendenzialmente lo guardiamo in romeno a casa, ma a livello di televisione quella è l’unica occasione di ascoltare media in romeno. Su internet non guardo praticamente nulla in romeno, se non i meme che escono su Instagram. Per quanto riguarda le letture, leggo davvero poco in romeno; una volta sono stato interessato alla storia della mia regione e mi sono letto Istoria Maramureșului (La storia del Maramureș), però a parte questo non ho letto altre cose in romeno, ma è una di quelle cose che farò nella vita. Riguardo alla musica, non ascolto musica romena: può capitare che una mia amica me le consigli, o che ascolti delle manele (musica leggera) per via dell’atmosfera, ma in generale ascolto soprattutto musica inglese. Venendo adesso all’oggetto di interesse dell’intervista, parto con una domanda molto generale: che cos’è il romeno nella tua vita? Sento il romeno davvero vicino, lo sento come parte integrante della mia identità, nel senso che mi fa davvero tanto piacere parlarlo, e quando torno in Romania sento questa vicinanza sia con la lingua che con i luoghi. Emotivamente ci sono molto attaccato, e talvolta quando fantastico sul mio futuro penso che mi dispiacerebbe se i miei figli non parlassero romeno. Temo, tuttavia, che capiterà, perché io ai miei figli insegnerò principalmente a parlare in italiano perché mi viene più naturale, sarebbe una forzatura se gli insegnassi io a parlare romeno. Malgrado questo, lo sento una cosa davvero importante, e se in questo momento dovesse scomparire dalla mia mente la considererei la più grande perdita possibile per la mia identità. Mi sentirei comunque romeno, e penso adesso a delle mie amiche curde che si sentono curde pur non parlando il curdo, però mi dispiacerebbe molto, e se mi capita di incontrare dei romeni all’estero con cui posso parlare romeno sento con loro un legame più profondo che non con degli Italiani. Ciò però non toglie che la cultura in cui mi muovo fuori dal nucleo familiare è quella italiana, per cui malgrado il maggiore attaccamento con la lingua e la cultura romena sento di avere un piede in entrambe, e la cultura romena a volte sembra più distante se non emotivamente. Prima hai detto che, anche nel malaugurato caso in cui dimenticassi il romeno, continueresti a sentirti romeno, questo mi fa pensare che il tuo legame con la lingua non sia solo motivato dal tuo sentirti romeno. Puoi commentare questo aspetto? In realtà, per quanto riguarda la mia identità personale, non pesa tanto la lingua quanto i luoghi in cui è vissuta la mia gente: quando vado in Romania vedo le montagne, le case dove sono vissuti i miei nonni, e lì sento un attaccamento emotivo nell’immaginarmi come siano vissuti loro e la vita tradizionale romena. Io sono del Maramureș, e mi sembra che non siamo ancora molto attaccati alla tradizione, a tutta una serie di usanze e di aspetti culturali, anche architettonici, a cui sono affezionato. A proposito della vita nella Romania rurale del secolo scorso, non ho saputo trattenermi a quel punto dal raccontargli della recente presentazione del volume La fotografia come documento nel progetto dell’Atlante linguistico romeno, che fra gli autori ha anche il mio docente di riferimento per la lingua romena, il professor Roberto Merlo, e a cui rimando per chi fosse interessato a una testimonianza anche visiva di quel mondo. Tornando alle domande, e sebbene in parte già la risposta potesse intuirsi da quanto detto, gli chiedo formalmente se esistano delle situazioni in cui sente un particolare desiderio di parlare in romeno piuttosto che in un’altra lingua No, in realtà, mi verrebbe da dire che con un altro romeno parlo più spontaneamente in romeno, anche se comunque parlo soprattutto in Italiano con gli italo-romeni, mi fa però piacere essere la persona che sa il romeno quando può servire un mediatore fra italiano e romeno. Ad esempio, mi è capitato di fare del volontariato insieme a degli scout, e si doveva interagire con dei bambini che parlavano romeno, per cui ho potuto fra da intermediario ed è stata una soddisfazione. Il mio desiderio nasce per lo più quando serve parlare con un altro romeno, o quando posso fare da mediatore fra l’italiano e il romeno. A questo punto gli chiedo: facendo riferimento al fatto che alcune persone utilizzano volentieri il romeno per pregare o fare pensieri più intimi, tu cosa diresti? Non mi ritrovo, prego in romeno ma solo perché ho imparato le preghiere in romeno, e mi limito dunque a ripetere una formula. Purtroppo, malgrado l’affezione, in romeno non riesco a esprimermi al cento per cento, non ho le capacità espositive sufficienti per i miei sentimenti e i miei pensieri più intimi. Venendo alle domande più difficili, gli chiedo: «Ti è mai capitato invece di trovarti in contesti o situazioni in cui hai sentito del disagio, e avresti provato imbarazzo a parlare in romeno?» No, no, quello non è mai successo, anzi al contrario se sentivo, ad esempio, mia madre al telefono ed ero con amici italiani, parlavo in romeno apposta per farmi vedere. Altro che nasconderlo, qualunque occasione avevo per usarlo la coglievo. A questo punto mi chiede lui se può raccontarmi un ricordo personale su questo tema che definisce «uno dei ricordi più belli che ho». Mi racconta: Una sera mia madre mi ha fatto vedere il film Ion – Blestemul pământului (Ion – la Maledizione della Terra, 1981), che mostra la Romania rurale di un tempo e quest’uomo che viene consumato dal volere sempre più terreni, ed è stato molto bello vedere quel film con lei, e ho sentito una grande vicinanza con lei al pensiero che quel mondo era quello che lei aveva vissuto da giovane, e dopo di quello mi ha fatto leggere Espero di Mihai Eminescu, e lì penso sia stata la più bella poesia che abbia mai letto perché fino ad allora non mi ero mai informato su quella che era il mondo della letteratura romena. Ho sentito un contrasto fra la lingua romena e la sua poesia con le poesie che avevo letto fino a quel momento e come studente delle medie, e fu una ventata d’aria fresca, anche perché sentivo quei versi più vicini a me essendo romeno.
Questa seconda intervista è peculiare sia per le modalità in cui si è svolta sia per la formula nella quale ve la racconto, e questa peculiarità si deve al tipo di rapporto di amicizia che intercorre fra me e la ragazza che me l’ha rilasciata, e che mi ha chiesto di essere chiamata in questo testo con il suo nome: Viviana Ciubotaru.
Inchiesta a cura di Pietro Buoso |
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