Quando la lingua non è scontata. Testimonianze di giovani italo-romeni (3)

In questo terzo articolo vi presento altre due interviste realizzate nell’ambito della mia inchiesta sul rapporto che i giovani italo-romeni hanno con la lingua romena. In particolare, nell’articolo di questo mese vi presento le interviste rilasciate da Andreea e Andrei Şutac, sorella e fratello. La possibilità di intervistare un fratello e una sorella che hanno pochi anni di distanza permette di osservare come il rapporto con la lingua può svilupparsi in modo diverso anche in due persone che condividono e hanno condiviso molti spazi e il medesimo milieu familiare. Per questa volta, entrambe le interviste sono state condotte in romeno, mentre l’edizione in italiano è una traduzione.

Prima intervista

La prima intervista è con Andrei Șutac, un mio collega di Università.

Prima domanda: potresti presentare la tua situazione come parlante di romeno? Ovvero se sei nato in Italia o se sei nato in Romania e poi ti sei trasferito in Italia, a che età ti sei trasferito, dove hai imparato la lingua romena e in quali contesti la parli.

Andrei: Sono madrelingua romeno sia da parte di padre che di madre. Sono nato nel 2002 in Romania, ma alla tenera età di nove mesi sono venuto in Italia perché mio padre era già qui da un anno, parlo romeno praticamente da quando sono piccolo. Ho avuto la fortuna di avere un bilinguismo simultaneo con la mia lingua d'adozione, l'italiano. Credo di aver imparato molto bene il romeno già da bambino, anche grazie alla televisione, ai cartoni animati e non solo. In casa si è sempre parlato romeno e, avendo una sorella, comunicavo spesso con lei in entrambe le lingue. A scuola non ho avuto problemi a parlare solo in italiano, anche perché ho avuto la fortuna di trovare molti compagni curiosi che volevano imparare qualche parola in romeno, quindi con la lingua è sempre stata una bella esperienza fin dall'infanzia. A un certo punto... beh, chiaramente non parlavo così bene il romeno perché si sentiva molto l'accento italiano e l'influenza della cultura italiana, poi all'età di 14 anni sono partito da solo per la Romania, per andare in un liceo di indirizzo sportivo a Suceava, e il motivo principale era il calcio. Lì sono stato praticamente costretto a imparare a scrivere bene in romeno, perché era una cosa totalmente diversa: in Italia non avevo un corso di lingua romena. Da lì ho iniziato a imparare un romeno più letterario, dato che stavo spesso con i professori, ma ho acquisito anche un linguaggio standard, diciamo così, visto che non ho un accento particolare quando parlo, come invece ce l'ho in italiano, dato che ritengo di parlare un italiano standard della regione Piemonte.

Pietro: Hai detto che pensi sia una fortuna essere cresciuto con questo bilinguismo.

Andrei: Sì, perché purtroppo ci sono genitori che pensano sia meglio che il figlio impari solo l'italiano per non confondersi, ma non è giusto, soprattutto perché ci sono tantissimi studi scientifici ed evidenze che provano come i bambini, fin da piccoli, imparano le lingue molto facilmente.

Pietro: Questo è un aspetto di cui ho già parlato in questa inchiesta, perché in un'altra intervista una ragazza mi ha detto che ha avuto modo di imparare il romeno proprio perché i professori del liceo avevano detto ai suoi genitori che facevano bene a parlare romeno a casa. Invece, un'altra mia amica non ha potuto imparare il romeno perché i suoi professori avevano detto ai genitori: «No, assolutamente, non dovete parlare romeno a casa, la bambina deve sentire solo l'italiano». Quindi questa cosa ha influenzato tantissimo la vita di queste persone.

Andrei: Io penso che qualsiasi lingua sia un valore aggiunto per ogni individuo, perché ti apre mentalmente, da un punto di vista neurologico, come persona, in tutto. Cioè, è sempre un valore in più.

Pietro: La seconda domanda è: adesso, in quali situazioni parli romeno? Immagino a casa, ma tu lo parli anche all'università. Guardi la televisione in romeno, oppure film, podcast?

Andrei: Per quanto riguarda i podcast, in genere se li guardo è per il calcio, oppure ultimamente guardo programmi di politica, perché al momento la Romania sta attraversando un periodo particolare e mi piace tenermi informato. L'ultimo podcast che ho ascoltato – cioè, era un video su YouTube, ma c'era l'ex presidente Traian Băsescu con un giornalista di Record – e ho ascoltato cos'aveva da dire. Poi i programmi sportivi in generale: ad esempio, le partite di calcio preferisco ascoltarle in romeno, non so perché... preferisco così. Poi ascolto il romeno, a volte lo parlo, lo parlo a casa, con i miei amici, insegno loro qualche parola o gli faccio leggere dei testi per tradurli, per vedere che potenziale hanno. Ho notato che gli italiani hanno un grandissimo potenziale nell’imparare il romeno, proprio come lo hanno avuto i romeni con la lingua italiana, che hanno imparato abbastanza facilmente. Persino mio padre diceva che lui l’ha imparato... L'ho chiesto anch'io ai miei genitori: «Voi quand'è che avete iniziato a capire l'italiano e a parlarlo?». Mi hanno detto che quasi non se ne resero conto subito, non sanno indicare un momento esatto, semplicemente nel giro di qualche mese inizi a capire e a parlare bene. Loro non parlano un italiano grammaticamente perfetto, ma non è un problema per farsi capire. Anzi, mia mamma parla l'italiano meglio di mio padre; con mia mamma a volte parlo in italiano, con mio padre meno... solo quando siamo in Romania parliamo in italiano.

Pietro: E per quanto riguarda i film o la musica?

Andrei: Musica tantissima, film un po' meno. Preferisco in italiano perché c'è un doppiaggio di qualità molto superiore, cioè tutti dicono che gli italiani sono tra i migliori. È anche il motivo per cui hanno cominciato tardi a imparare l'inglese. In Romania, invece, la maggior parte delle persone parla benissimo l'inglese anche grazie al fatto che ci sono i sottotitoli, e l'hanno imparato persino persone di 40 o 50 anni. Quindi, se si tratta di film o serie TV, preferisco in italiano o in inglese piuttosto che in romeno. Ovviamente mi è capitato di guardare alcune cose in romeno, penso soprattutto all'infanzia, come i cartoni animati, dove ci sono ancora quelle voci che sentivo quando ero piccolo.

Pietro: Venendo all'argomento principale dell'intervista: qual è secondo te il tuo rapporto con la lingua romena, quale valore pensi che abbia nella tua vita? Cos'è per te sia dal punto di vista emotivo, dei tuoi sentimenti, sia come fattore identitario?

Andrei: Fa parte della mia identità, cioè io non potrei vivere solo con l'italiano o solo con il romeno. Deve esserci un mix, dal mio punto di vista e per la mia esperienza. La lingua romena è importantissima per me, a maggior ragione che mi piace usarla quando scherzo, per le cose più divertenti, le battute, le barzellette tra amici, con mio padre... mi sembra una lingua molto più simpatica.

Pietro: Eh sì, mi dicevi che ti piacciono molto le barzellette in romeno.

Andrei: Sì, sì... io ho un mio modo di dire, dico sempre: «Testa da italiano, ma anima da romeno», no? È così che mi sento. E non posso stare senza la lingua romena, senza la Romania, così come non posso stare senza la lingua italiana e l'Italia in generale. Mi completa. Sento che dentro di me, nel mio subconscio, ci sono due persone e non una sola, che si completano a vicenda.

Pietro: Interessante, quindi tu proprio... cioè non è semplicemente un'unica persona con un'identità mista, ma percepisci proprio come due identità distinte che però convivono?

Andrei: Sì.

Pietro: Piuttosto che una specie di identità mista?

Andrei: Sì, esatto. Vale anche quando sogno: io sogno sia in romeno che in italiano, a volte anche in inglese. Ma a prescindere da questo, anche se adesso dovessi imparare una lingua nuova... per esempio, mettiamo che arrivi a parlare lo spagnolo benissimo, non so se potrebbe esistere quella terza persona dentro di me; cioè, queste due resteranno sempre le principali. Quella nuova sarà un «vicino di casa», ma non sarà la stessa persona.

Pietro: Ho capito. E hai... o hai avuto situazioni particolari in cui avevi maggiormente voglia di parlare romeno, quasi un bisogno? Un po' mi dicevi già che preferisci il romeno quando guardi le partite di calcio.

Andrei: Sì, ad esempio anche quando vedo te, no? So della tua passione per la lingua romena e preferisco parlarti in romeno, lo stesso vale per il professor Roberto Merlo, Idem. So che lui vuole sentir parlare romeno perché è più che appassionato, è proprio innamorato di tutto ciò che riguarda la Romania, la lingua, le tradizioni, gli piace tutto; per questo mi viene naturale parlargli direttamente in romeno. La stessa cosa vale con te.

Pietro: Una volta una ragazza mi ha detto che quando deve pregare, prega in romeno, e ha detto una cosa molto interessante: «Io spero in romeno, cioè se devo fare un pensiero o esprimere una speranza più profonda, più intima, lo faccio in romeno». Credi di poter dire una cosa simile o no?

Andrei: Direi che dipende dalla situazione. Anch'io quando prego lo faccio sempre in romeno perché, beh, sono cristiano ortodosso: le funzioni anche qui in Italia sono comunque in romeno, quindi mi viene più automatico e naturale pregare in romeno piuttosto che in italiano. Per quanto riguarda i pensieri... spero in entrambe le lingue, ma anch'io un po' di più in romeno.

Pietro: Invece ti è mai capitata una situazione in cui ha provato imbarazzo a parlare romeno?

Andrei: No, mai. Anzi, sono orgoglioso, in senso positivo ovviamente, di parlare in romeno ovunque e in qualsiasi momento, non mi faccio problemi. Ho avuto anch'io un'esperienza negativa con una maestra delle elementari che era palesemente razzista, ma non ha cambiato nulla.

Pietro: Una volta mi hai detto che avevi la percezione che fosse cambiato il modo in cui molti italiani guardano la lingua e la cultura romena.

Andrei: Non solo gli italiani, ma diciamo le persone che vivono in Italia anche di altre nazionalità. In questi giorni sto facendo un esperimento su TikTok: vado sulle dirette TikTok e scelgo persone di sesso opposto – quindi ragazze e ragazzi, uomini e donne, eccetera – e chiedo una cosa semplicissima, cioè Ce faci? (Come stai?). Ho notato, soprattutto tra quelli del Sud Italia, che quando dico Ce faci?, su cinque persone ben quattro sanno rispondere. Mi dicono Bine, tu? (Bene, e tu?), oppure mi dicono «Guarda che non sono romeno/a». Quando l'ho chiesto a una ragazza, lei ha detto a un'altra persona: «Rispondigli tu», e accanto a lei c'era un'amica romena che mi ha risposto in romeno. C'è una comunità fortissima in Italia e diciamo che noi siamo riusciti... (apparentemente), così dice la maggior parte delle persone, a integrarci nel migliore dei modi. Credo sia vero.



Seconda intervista


La seconda intervista è con Andreea Șutac, sorella maggiore di Andrei.

Pietro: La prima domanda è la più semplice, puramente biografica: se sei nata in Italia o sei nata in Romania e poi ti sei trasferita qui, a che età ti sei trasferita in Italia, dove hai imparato il romeno e dove lo parli?

Andreea: Io sono nata in Romania e l’ho lasciata quando avevo circa due anni, quasi tre, diciamo verso il 2003. Andrei è nato lì nel 2002, mentre mio padre era già in Italia: lui è partito da solo e in seguito lo abbiamo raggiunto mia madre e io. Ho imparato il romeno semplicemente perché sono nata in Romania e lì ho passato i miei primi tre anni. A parte questo, ha sicuramente influito il fatto che i miei genitori a casa parlassero solo romeno: prima di tutto perché nemmeno loro sapevano l'italiano, che era difficile per loro, dato che sono venuti in Italia quando mio padre aveva circa 24 anni. Quindi, beh, capisci che a 24 anni non impari una lingua dall'oggi al domani, e soprattutto mio padre stava in una cascina in provincia di Alessandria, lavorava in una fattoria e non aveva molti contatti con altre persone. Ho imparato il romeno prima di tutto così, e poi, in secondo luogo, io e Andrei avevamo la TV in romeno e lì guardavamo Disney Channel, che andava fortissimo quando eravamo piccoli: la versione in italiano costava molto di più. I miei mettevano spesso anche il telegiornale, ed è lì che ho imparato soprattutto a scrivere, perché, figurati, io ho fatto le scuole in Italia, venivo in Romania solo un mese all'anno e, sì, parlavo romeno, avevo amici romeni, i miei nonni, i miei parenti, ma se non lo avessi praticato tutti i giorni a casa con la televisione, non credo che sarei a questo livello.

Pietro: Sì. Andrei infatti mi ha raccontato che avete usato tantissimo i cartoni animati.

Andreea: Sì, pensa che proprio adesso ho cominciato a riguardare Phineas e Ferb.

Pietro: Anch'io (sono rimasto abbastanza sorpreso)!

Andreea: Secondo me ha un linguaggio piuttosto articolato per essere un cartone. È un'ottima strategia quella di guardare i cartoni, perché sono semplici ma utilizzano un registro corretto e pulito.

Pietro: Sì, e a volte persino formale... Poi Andrei mi diceva che lui a un certo punto si è trasferito in Romania e ha fatto il liceo lì: tu hai avuto un'esperienza del genere o hai fatto tutte le scuole in Italia?

Andreea: No, io ho fatto tutto il percorso scolastico in Italia, dal primo anno d'asilo fino ad arrivare adesso all'università, quindi non ho avuto alcun tipo di esperienza con la scuola romena.

Pietro: Adesso sei in Romania in vacanza o per lavoro/studio?

Andreea: Adesso sono qui in vacanza, anche perché c'è qui il mio ragazzo, sono venuta per questo: un tempo aspettavo che venisse anche la mia famiglia, andavo con Andrei, con i miei, tutti quanti in macchina, ma negli ultimi anni non sono stata molto costante, perché ho iniziato a fare le mie vacanze e sono stata meno in Romania.

Pietro: Ho capito... prima dicevi che adesso non guardi più tanto la TV in romeno, utilizzi invece altri tipi di media in lingua?

Andreea: Mah, se mi capita guardo... su Instagram, ma di rado. Cioè, a essere onesta adesso non ho nemmeno più Instagram, quindi non guardo più niente lì. Ogni tanto guardavo i reel degli influencer romeni e seguivo una pagina che si chiamava Vorbește corect gramatical (Parla corretto grammaticalmente), e quella la apprezzavo molto perché mi correggeva un sacco di errori che faccio, credo tutt'ora; mi ha illuminato su parecchie cose, soprattutto sui plurali in romeno, che anch'io sbaglio, ma li sbagliano un po' tutti. Mi è capitato solo una volta di guardare qualche video sempre di un influencer che raccontava la sua vita e, nell'ultimo periodo, come ti dicevo, Phineas e Ferb. In ultimo... non ricordo esattamente in che mese, ho ascoltato qualche puntata del podcast di un ragazzo che vive in Finlandia: l'ho fatto perché volevo sentire la lingua, dato che spesso mi rendo conto – specialmente studiando all'università in italiano ed essendo cresciuta parlando italiano, quindi imparando altri termini e usando un registro più formale in italiano – che nel momento in cui devo parlare romeno e avere un lessico più ricco, più alto, mi accorgo che mi mancano le parole, proprio perché non l'ho praticato.

Pietro: Alla luce di quello che ci siamo detti, cosa pensi che rappresenti per te il romeno nella tua vita? Cioè, che valore ritieni che abbia per te?

Andreea: Be’, per me ha un valore grandissimo perché i miei genitori, fin da quando ero piccola, mi hanno sempre insegnato che più cose sai, meglio è; allo stesso tempo, quando sei bambino e impari qualcosa, non ti rendi conto dell'importanza di ciò che stai imparando. Oggi come oggi ci penso e faccio anche un confronto con le generazioni che nascono in Italia come terze generazioni: vedo tantissimi ragazzi romeni, con entrambi i genitori al cento per cento romeni, che non parlano più la lingua, parlano soltanto italiano. Io non credo che ogni persona su questo pianeta debba per forza sapere due lingue, ognuno fa come vuole e a seconda di cosa impara, però per me ha comunque un grande valore dal momento che mi è stato utile in un sacco di occasioni, anche dove non ti aspetteresti mai che possa servirti. Ti faccio un esempio pratico: sono stata in Spagna, ho preso una casa in affitto e la proprietaria era moldava e parlava romeno, quindi ho potuto comunicare con lei molto più facilmente, senza inglese, senza spagnolo, senza incomprensioni, perché parlavamo la stessa lingua. Chi si immagerebbe che una ragazza che ti affitta una casa vacanze in Spagna parli una lingua che tu hai imparato da piccola? È uno strumento in più avere un'altra lingua, specialmente se è la mia, cioè quella di dove sono nata, da dove vengo, dove un domani potrei anche ritornare perché qui ho una casa, ho amici, ho parenti. Ho avuto poi il vantaggio di imparare l'italiano a scuola e non a casa: così l'ho imparato corretto dal punto di vista grammaticale, senza portarmi dietro gli errori che facevano i miei genitori. Il romeno l'ho imparato con i loro errori, ma l'italiano l'ho imparato bene a scuola. Penso che, per dire, se io vivessi qui in Romania e crescessi qui i miei figli, parlerei loro in italiano, perché l'italiano devono impararlo da me, mentre il romeno lo impareranno a scuola, se andranno a scuola qui.

Pietro: Finora hai parlato soprattutto del valore pratico, diciamo: pensi che per te abbia anche un valore sentimentale? Ci pensi mai a questa cosa o magari non ci pensi molto, cosa diresti?

Andreea: Io non sono una persona particolarmente sentimentale (sono più pragmatica), quindi in generale non credo di associare la lingua ai sentimenti, però posso dirti che secondo me questo tipo di sentimenti non si risveglia in te finché non stai davvero a lungo lontano da quella lingua. Per esempio, quando sto per molto tempo in Italia o vado all'estero da qualche parte, non so, in Inghilterra o dove sono stata in vacanza, e non sento minimamente parlare il romeno, a un certo punto inizia a mancarmi e penso: «Voglio sentirlo parlare perché mi faccia sentire a casa, mi faccia sentire sicura di me». Allo stesso tempo, a essere sincera, non sono il tipo di persona così sentimentale da dire: «Oh, come sono fiera di essere romena!»; in realtà non mi sono mai sentita né al cento per cento romena, né al cento per cento italiana, e questo mi fa sentire un po' priva di identità, o comunque con un'identità molto mista.

Pietro: Ho capito.

Andreea: Ti dico ancora due cose: la prima è che ho dimenticato di dire che il valore pratico del romeno sta anche nel fatto che, se sento qualcuno parlare romeno vicino a me, riesco a capire cosa sta dicendo. La seconda è che... forse non sono così romantica nei confronti della lingua e della cultura romena perché... credo che mio padre, in particolare, abbia un po' sbagliato nel trasmetterlo... nel senso che ha cercato di trasmettermi la cultura, e tutto ciò che le è legato (compresa la religione), in un modo un po' impositivo.

Pietro: Come ultima domanda, ti è mai capitato di provare un senso di imbarazzo verso la lingua romena o verso la tua identità romena? Cioè, ci sono state situazioni in cui ti sei sentita vittima di razzismo o qualcosa che ti ha fatta vergognare di essere romena?

Andreea: Sì, be’, per farla breve, assolutamente sì, purtroppo sì. Adesso mi vergogno di essermi vergognata, perché sono cresciuta e ho altri strumenti mentali per affrontare questo argomento, ma quando andavo alle elementari sono sempre stata emarginata, e sono sicura che fosse per il fatto che ero romena. Magari i miei compagni non se ne rendevano nemmeno conto, perché probabilmente si comportavano secondo quello che sentivano dai genitori, dato che i miei non avevano amicizie o rapporti con gli altri genitori italiani, e io venivo sempre tenuta un po' da parte. Questo fino a quando non sono cresciuta e ho iniziato a formarmi un'identità durante l'adolescenza. Lì ho iniziato a essere più ribelle, ed ero ribelle anche verso chi cercava di farmi sentire sbagliata perché ero romena. Fino in quinta elementare ho avuto questa sensazione di essere «troppo diversa», anche perché noi passavamo il tempo libero con altri romeni, e lì sì che mi sentivo a casa, ma non facevo mai le esperienze che facevano i miei compagni di scuola. Ricordo che loro raccontavano di certe esperienze, d'estate, d'inverno, andavano a sciare, andavano al mare... Io andavo solo in Romania, ogni singolo anno: mi sentivo a disagio in un certo senso, sai, perché ogni anno tornavo e dicevo la stessa cosa: «Sì, sono stata in Romania», mentre gli altri compagni: «Sono stato in Egitto, sono stato in Sicilia, sono stato in Marocco, sono stato di qua e di là». Poi, quando ero piccola, non ho mai sopportato il modo in cui certi italiani... come dire... non so neanche come spiegarlo... mi prendevano in giro: per esempio quando scimmiottavano i nostri balli tradizionali dicendo: «Ah, ho visto come fate voi». Per fortuna sono state esperienze marginali.

Pietro: Grazie mille per l'intervista, se riesco metto l'intervista con te e con tuo fratello nello stesso articolo!

Andreea: Ah, sono curiosa allora! Andrei ha detto qualcosa di simile a quello che ti ho detto io?

Pietro: Sì, anche se lui ha scelto di lavorare molto a contatto con la lingua romena, ha scelto di laurearsi in romeno e tutto il resto... Lui mi è sembrato un po' più sentimentale.

Andreea: Lui è più sentimentale di me in generale, anche se, se gli chiedi: «Andrei, sei sentimentale?», credo che ti riderebbe in faccia!

Pietro: Non sentimentale in senso stretto, ma un po' più... cioè...

Andreea: Sì, lui queste cose le sente di più, probabilmente gli vengono proprio dal cuore. Io sono più pratica e razionale, sono proprio fatta così io, quindi anche al di là della lingua ci sono poche cose che mi rendono sentimentale... credo solo ai gatti!

Pietro: Grazie ancora! Buona vacanza in Romania!


Inchiesta a cura di Pietro Buoso
(n. 9, settembre 2026, anno XVI)