Quando la lingua non è scontata. Testimonianze di giovani italo-romeni (4)

Torno con questo quarto articolo a presentarvi testimonianze del rapporto fra i giovani italo-romeni e la lingua romena. La prima intervista è con un mio collega di università, conosciuto alle lezioni di romeno, che si chiama Alessandro Castiglione, mentre la seconda intervista è con una ragazza di qualche anno più grande, che ha già terminato gli studi e al momento lavora, e che preferisce rimanere anonima. Il confronto fra queste due testimonianze è interessante perché il primo ragazzo non ha imparato la lingua in casa mentre la ragazza sì, e la differenza sta quasi tutta nell’influenza che le parole di alcuni insegnanti hanno avuto sulle scelte dei rispettivi genitori. Credo che leggere queste interviste possa suggerire molto sul ruolo drammatico che l’ambiente scolastico può avere nella formazione di una persona, nel bene e nel male.
Entrambe le interviste si sono svolte in italiano, lingua che entrambi gli intervistati parlano con maggiore scioltezza e nella quale possono meglio esprimere i propri sentimenti: la versione in lingua romena è di conseguenza una traduzione.


Prima intervista

Pietro: La prima domanda è semplicemente quale sia la tua età, se sei nato in Italia o in Romania, quali contatti hai con la lingua romena (ad esempio i tuoi genitori, tua madre, ecc.), in quali contesti ti è capitato di parlarla o di ascoltarla e quale credi che sia il tuo livello.

Alessandro:
Io sono Alessandro Castiglione, ho 23 anni. Sono nato in Italia, per la precisione sono nato ad Asti, in Piemonte, da un padre siciliano e da una madre romena. I miei contatti col romeno sono un po' particolari, perché ho avuto contatto fin da piccolo con la lingua proprio perché mia madre bene o male in casa la parla, però solo in una prima fase ha parlato e interagito con me direttamente in romeno, poi ha smesso soprattutto per influsso delle scuole dell'obbligo, asilo ed elementari: i docenti avevano delle opinioni particolari e ritenevano che parlare in casa altre lingue creasse dei problemi a livello di apprendimento dell'italiano (questo, il lettore mi consenta questa nota, era un diffuso pregiudizio dell’Italia di ieri, che purtroppo ha strascichi negativi nel presente, e che ha penalizzato anche le minoranze linguistiche e le lingue regionali italiane, n.d.r.).
Su richiesta degli insegnanti, mia madre ha smesso di parlarmi in romeno e da allora in casa si è parlato, almeno con me, solo in italiano: ho sempre interagito con lei solo in italiano, nonostante mia madre parlasse romeno con altri miei parenti, con mia nonna e con i cugini. Io, quando mi capita di partecipare a conversazioni con loro, di solito interagisco esclusivamente in italiano. A parte questo, sono stato in Romania solo da piccolo, ma ci tornerò appena avrò imparato meglio la lingua.

Pietro:
Ti capita di fruire dei media in romeno, come televisione, podcast, musica, YouTube, qualunque cosa?

Alessandro:
Di solito leggo un po' di Wikipedia in romeno, o almeno tento di farlo. Mi è capitato di vedere un pochino YouTube, però non tantissimo. Per il resto mi piacerebbe leggere in romeno, sicuramente, però ancora non l'ho fatto. Oltre a questo aggiungerei forse un paio di canzoni, però io di solito imparo le lingue più da un testo scritto o da video, non tanto con la musica.

Pietro:
E per quanto riguarda il tuo livello, diresti che hai una buona comprensione ma un po' più di difficoltà a parlarlo tu direttamente?

Alessandro:
Sì, sì, concordo con questa affermazione: direi che possiedo un livello di comprensione accettabile, però a livello di produzione orale e scritta è molto basso.

Pietro:
Come seconda domanda, prima di andare al vivo dell'argomento dell'intervista, ti chiederei qual è il tuo rapporto emotivo con la lingua? Cioè che cosa rappresenta per te nella tua vita? Qual è e come racconteresti il significato, il valore emotivo, affettivo che il romeno riveste nella tua vita, e per la tua identità?

Alessandro:
È una questione molto complessa. Devo dire che la mia percezione del romeno è cambiata nel tempo: all'inizio, a dir la verità, del romeno provavo una leggera vergogna, perché nella cultura un po' provinciale in cui sono cresciuto c'era una sorta di… non vorrei definirla «discriminazione» vera e propria: più che altro una serie di atteggiamenti «puristi», come se le persone pensassero «i bimbi italiani sono più belli». Io mi sono sempre, tra virgolette, vergognato da piccolo della mia identità, non so esattamente dire perché. Forse proprio per questo provincialismo, a cui si aggiunge che anche una porzione della mia famiglia non vedeva di buon occhio questa identità, diciamo. Questo ha contribuito a creare un'atmosfera di percezione negativa di questa parte della mia identità: infatti ho sempre tentato di nasconderla. Nasconderla è stato facile perché sia il mio nome che il mio cognome sono italiani, questo mi permetteva di non espormi e io odiavo espormi. Allo stesso tempo, a posteriori, penso che se avessi avuto un nome che rimandava alla Romania la mia vita sarebbe andata in modo diverso, almeno in relazione alla mia autopercezione identitaria.

Pietro:
Quando dici che una parte della tua famiglia non vedeva di buon occhio la tua identità romena, intendi che una parte della famiglia non ha apprezzato il fatto che tuo padre abbia sposato una donna romena?

Alessandro:
Sì, proprio in questo senso, e non solo: anche di dissapori interni alla mia famiglia, ma questa è una cosa un po' complicata. Per completare la mia risposta: questa era la mia percezione della lingua da piccolo, poi c'è stato un lungo periodo di inabissamento, nel senso che non ci pensavo più di tanto perché i miei rapporti con la Romania e con la lingua romena erano pochi e rari.
C’è stato un grande periodo della mia vita in cui non ci ho più pensato, ho archiviato la questione. Aggiungo che in relazione alla mia identità romena, non mi vergognavo solo nei confronti degli italiani: un’altra ragione di vergogna era che all'interno della comunità romena io non sapessi parlare romeno. Si parla, naturalmente, di quando ero piccolo: in seguito c’è stato il periodo di inabissamento e adesso, all'università, dopo che ho riscoperto una passione sopita per le lingue, ho voluto provare a dare, potremmo dire, una seconda chance alla Romania, alla sua lingua e alla sua cultura. La strada è lunga, ma pian piano mi sto un po' sbloccando e sto recuperando non solo la lingua, ma anche l'eredità culturale che non vorrei perdere: adesso il mio rapporto con la lingua e con la cultura romena potrei definirlo di curiosità.

Pietro:
Questo è molto bello! Passando a un’altra domanda: ci sono delle situazioni anche adesso in cui avresti voglia di parlare la lingua, nel tuo caso probabilmente anche legate al desiderio di impararla e di esercitarla? E ci sono delle situazioni in cui desidereresti parlarla invece per ragioni più emotive o affettive?

Alessandro:
Per me vale di più la prima situazione, se escludiamo il caso in cui andassi in Romania e fossi costretto a parlare la lingua per comunicare. Diciamo che per me è abbastanza neutro parlarla, cosa legata anche al mio livello linguistico che non è ancora così espressivo. Devo però dire che sentirla parlare mi fa un certo effetto, trasmettendomi un senso di familiarità soprattutto. Anche questo senso di familiarità, però, è mediato dalle mie esperienze passate ed è condizionato dal contesto in cui lo sento parlare e dalle immagini consce o inconsce che proietta nella mia mente.

Pietro:
Legato a questo, di contro, ci sono delle situazioni in cui sentiresti disagio a parlarlo o a sentirlo parlare? Magari con i parenti se pensi di non saperlo parlare bene, ma anche disagio nel senso di temere atteggiamenti di pregiudizio o discriminazione da parte delle persone intorno a te.

Alessandro:
Devo dire di aver provato entrambe queste sensazioni. Per quanto riguarda la sensazione di inadeguatezza, l’ho provata sia verso parlanti nativi che ovviamente sanno il romeno perfettamente, sia verso stranieri che lo studiano e che sono a un livello più alto del mio. Trattandosi di una lingua nella quale non parto da zero, mi sento facilmente indietro rispetto agli altri, come chi dovrebbe già conoscere una cosa e invece non la conosce, cosa che non avviene con altre lingue che invece studio da zero. Nelle lingue che imparo da zero e a cui non sono personalmente legato, mi sento molto più libero di esprimermi senza paura, mentre col romeno per me è più difficile aprirmi e recuperare la produzione orale che non ho mai sperimentato a pieno nella mia vita passata.

Pietro:
Se può aiutarti, potrei dirti che l'idea di "dovrei già saperla" si può mettere in discussione, perché la tua storia personale di vita è una storia in cui tu non hai appreso il romeno non per tua scelta e nemmeno per scelta di tua madre, ma perché è stato commesso un errore degli insegnanti che avrebbero dovuto aiutarti a crescere, e invece hanno fatto l’errore di indurre tua madre a non trasmetterti la lingua romena a casa. Non sei indietro per una responsabilità tua, ma come risultato di una situazione complessa in cui tu hai molta poca responsabilità e io direi nessuna colpa: il semplice fatto che ti impegni a recuperarla ti fa onore. Ti esorterei, per quello che vale, a vivere più serenamente questa situazione.

Alessandro:
Ti ringrazio. La mia vergogna dipende anche dal fatto che da piccolo alcuni mi dicevano: «Tu sei romeno ma non sai parlare la lingua». Non me ne facevano proprio una colpa, ma mi facevano sentire inadeguato, malgrado non fosse mia responsabilità, e questo mi ha lasciato delle ferite.

Pietro:
Ho capito, grazie mille per il tuo racconto.

Alessandro:
Grazie a te.
Scambiando alcune parole a intervista finita, Alessandro ha ancora aggiunto una cosa interessante che è comune a molte persone che capiscono una lingua ma non riescono a parlarla bene: nel momento in cui deve parlare romeno, cerca di pensare a cosa direbbe sua madre in quel contesto, e poi di imitarla. È come se parole e frasi esistessero nella sua memoria, ma lui non fosse in grado di padroneggiarle autonomamente, dovendosi basare sull’imitazione di come parlerebbe la madre in quel contesto.


Seconda intervista


Pietro:
La prima domanda in realtà è una domanda di contestualizzazione: se sei nata qui o in Romania, da quanto sei in Italia, dove hai imparato la lingua romena, dove la parli etc.

Intervistata:
Io sono nata in Romania, vivo in Italia da quasi ventisette anni, sono arrivata qui quando ne avevo sette. La lingua l’ho imparata perché finché sono rimasta in Romania la parlavo tutti i giorni. Arrivata qui ho continuato a parlarla fondamentalmente in famiglia e con amici di famiglia, comunque sempre in un contesto familiare, anche con la parte di famiglia rimasta in Romania, per telefono, o le volte che tornavo in vacanza in Romania. Per il resto, guardavo la TV romena, e lì si trattava più di ascoltare che di parlare io, e direi che in generale mi è più facile sentirla e capirla che parlarla.

Pietro:
Hai parzialmente anticipato la mia domanda sui media, hai voglia di approfondire?

Intervistata:
In casa guardiamo ogni tanto la TV la sera e non ho problemi a capire, ma di mio guardo poca televisione. I film sono più nel mio stile, ma li guardo tutti in italiano. Per quanto riguarda la musica, ascolto canzoni in diverse lingue e quindi mi capita anche musica romena, in più può capitarmi di sentire quella che ascoltano i miei: se mi piace la metto anch'io su Spotify.

Pietro:
Apprezzi le manele (canzoni leggere con tratti popolari balcanici e mediorientali, spesso volgari, in generale considerate di basso livello)?

Intervistata
: Non mi piacciono, preferisco brani più pop, anche se alcune riesco a orecchiarle.

Pietro:
Procedendo con le domande, come pensi che potresti descrivere il tuo rapporto emotivo con questa lingua? Cioè che ruolo senti che abbia nella tua vita?

Intervistata:
Domanda difficile perché io sono una persona molto logica, poco emotiva.

Pietro:
Questo è già un modo di vivere il rapporto.

Intervistata:
Ho un rapporto un po' particolare in generale con la «nazionalità», diciamo: lingua, cultura ecc. Questo perché mi sento un miscuglio fondamentalmente. Non mi sono mai considerata una patriota né italiana né romena, ma non sarei quella che sono se non avessi anche un pezzo di cultura e di lingua romena. Quando sento una lingua che non conosco, ad esempio, il mio cervello cerca di associare i suoni che sente più a parole romene che italiane a volte, sento questa lingua parte di me e, sebbene io normalmente pensi in italiano, comincio subito a parlare in romeno se mi passa accanto qualcuno che parla romeno. Non so se trovo le parole giuste per spiegarlo: non è una cosa che do per scontata, ma nemmeno una cosa su cui rifletto tanto, è una parte di me come se fosse un tratto del mio carattere.
Detto questo, in futuro, quando avrò più tempo, mi piacerebbe mettermi a studiare bene la grammatica, perché non l'ho mai studiata, l'ho imparata parlando. Questo perché a volte i miei mi correggono: so di fare errori, e ci terrei invece a parlarla bene.

Pietro: Probabilmente hai già risposto, ma ti faccio la domanda di rito: pensi che ci siano dei contesti, a parte il cambio di lingua automatico, in cui senti per ragioni anche affettive o per qualunque altra ragione il desiderio di parlare romeno?

Intervistata:
C'è da dire che sono molto più circondata da italiano e inglese, ad esempio tendo molto a leggere in inglese online e quindi se ho dei pensieri mi vengono in automatico in inglese più che in romeno. Quindi... Non lo so, ci dovrei pensare: prima ti dicevo che alla fine sei più legato tu al romeno di me perché... So che ci sono persone che hanno molto più di me fatto parte di comunità romene, io di fatto no, ho sempre avuto amici italiani o comunque stranieri non romeni, quindi non ho mai vissuto situazioni in cui lo parlavo di più. Non ho avuto situazioni e contesti specifici dedicati a parlare romeno o parlare italiano.

Pietro:
Venendo a una domanda difficile: ti è mai capitato al contrario di vivere delle situazioni in cui provavi disagio a parlarlo? Magari per paura di essere discriminata, o perché sei stata discriminata.

Intervistata:
Non penso, so di avere la fortuna di avere una faccia che non mi «tradisce», tra virgolette: sembro abbastanza italiana. Lo stesso vale anche per la mia pronuncia dell’italiano, l'accento, tutto quanto; finché non dico il mio nome la gente è convinta che io sia italiana. Di fatto non sono mai stata discriminata in questo senso e se è stato fatto non me lo ricordo perché non mi interessava cosa dicesse la gente. Questo anche se ho vissuto quel periodo in cui, non so se ti ricordi, tutti i media attaccavano la Romania e i romeni: i romeni cattivi che rubano, ammazzano, fanno...
In quel periodo stavo finendo le medie, ero ai primi anni di superiori, credo fosse tra il 2006 e il 2008. Ricordo che, per quanto ci fosse questo bombardamento mediatico, io non mi sono mai vergognata di essere romena, perché per me non ha senso generalizzare, i criminali ci sono dappertutto come la gente buona fondamentalmente. Sono sempre stata tranquilla sul mio essere romena, sono sempre stata fiera anche se non in senso patriottico, ma nel senso di pensarla come una cosa che fa parte di me di cui non mi vergogno. Se mi avessero discriminato non mi sarebbe importato, ma al massimo mi discriminavano per altre cose. Di conseguenza, se avevo occasione di parlare romeno lo parlavo tranquillamente. Mi è capitato di provare timidezza in Romania per il fatto che non lo parlavo benissimo, però lo parlavo lo stesso: ho avuto una famiglia che non me lo faceva pesare se commettevo errori, anzi sono stati molto gentili ad aiutarmi a migliorare correggendomi. Non mi facevo troppi problemi a parlare anche con altre persone: ho avuto una situazione in cui, ad esempio, ho parlato con una persona e al termine della conversazione questo signore mi ha guardata e mi ha chiesto: "Ma... tu sei straniera, vero?" (perché avevo l'accento italiano).
In ogni caso mi viene più facile parlare in italiano, quello sì sicuramente, perché ho studiato in italiano, ho letto molte cose in italiano, e questo influisce.

Pietro: Sì, quella in effetti è una cosa di cui mi sono accorto anch'io: ogni volta che entri in un ambito nuovo devi impararne il lessico, per cui se hai parlato romeno solo in casa è difficile muoversi in ambiti ad esempio accademici o utilizzare alcuni termini tecnici di alcuni ambiti.
Adesso in realtà le mie domande sono finite: hai qualcosa che vorresti aggiungere? Cioè qualcosa, un aneddoto, una riflessione che riguarda questa tematica che vuoi condividere?

Intervistata: Un aneddoto interessante su una cosa che secondo me è stata molto utile affinché io mantenessi la lingua è il fatto che, appunto, io sono arrivata in Italia che avevo sei anni, e ho iniziato la scuola. Non sapevo niente di italiano e giustamente mia madre era preoccupata e diceva: «La bambina non sa l'italiano, sta iniziando le scuole, come comunicherà?». Le maestre le hanno detto: «Guardi, non si preoccupi, continuate a parlare romeno in casa, perché tanto l'italiano lo impara a scuola». Le maestre sono state molto previdenti da questo punto di vista: effettivamente ha funzionato. È una cosa che ha fatto la differenza perché, ad esempio, abbiamo degli amici di famiglia dove lei è sposata con un italiano e in casa si parlava solo italiano, a scuola italiano, e la loro figlia ha perso molto la lingua rispetto a me. Probabilmente quelle maestre erano informate su queste tematiche, e ci hanno dato il consiglio giusto.
A me piace essere poliglotta, credo che renda più aperti in generale, e aiuta a imparare nuove lingue, cosa che mi piace molto quando ne ho occasione.
Così si è conclusa la seconda intervista.


Inchiesta a cura di Pietro Buoso
(n. 10, ottobre 2026, anno XVI)