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Ana Blandiana insignita al Festival UniVersi 2026 del Premio Alma Mater Violani Landi alla carriera
La primavera e l’estate 2026 sono state straordinarie per Ana Blandiana che l’hanno vista al centro di una fittissima serie di premiazioni e di partecipazioni a festival ed eventi culturali: lunga tournée in Francia, con tappa in varie città, da Lione a Parigi, in occasione del lancio dei tre volumi che raccolgono otto delle sue sillogi poetiche; conferimento del titolo di Doctor Honoris Causa dell’Università «Al. I. Cuza» di Iași; ospite d’onore al «Mese della Letteratura Romena a Roma», cui è seguita una seconda tournée, in Spagna, paese dove da anni è ormai ospite fissa in occasione di fiere di libri e incontri con il pubblico; conferimento del Premio Letterario Internazionale «Zbigniew Herbert» a Varsavia e, infine, la partecipazione al festival UniVersi del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna per il conferimento del Premio Internazionale Alma Mater Violani Landi alla carriera.
Con l’Italia Ana Blandiana ha un «conto aperto» fin dagli anni ’70 del secolo scorso, una meta frequente dei suoi viaggi assieme al compianto marito, Romulus Rusan: dapprima, quando il regime comunista lo permetteva, con il contagocce; e dopo, con la sua caduta e con la ritrovata libertà di movimento. Nel nostro paese, grazie alla fama di poetessa, scrittrice e figura intellettuale, nonché simbolo della resistenza attraverso la cultura alla tirannide ceaușista, è stata accolta con un calore, una ammirazione e una stima che si sono andati sempre più consolidando, favorite man mano dalla traduzione della sua opera in versi (un suo compimento compare in volume per la prima volta in Poeti romeni del dopoguerra, Guanda Editore, 1967, mentre le sue ultime uscite poetiche in italiano sono del 2025: l’antologia Raccolto d’angeli, Bompiani,e Si fa silenzio in me, Elliot) e in prosa (un suo racconto è pubblicato per la prima volta in «il Racconto» [1995], mentre da Progetti per il passato e altri racconti [Anfora 2008] si arriva al romanzo Applausi nel cassetto, e al libro di memorie Falso trattato di manipolazione, entrambi editi da Elliot rispettivamente nel 2021 e nel 2023)divenendo di fatto una nostra «cittadina» onoraria senza bisogno di un atto ‘ufficiale’. Nei suoi appunti di viaggio all’estero (si veda la sua raccolta Il mondo sillaba per sillaba, Edizioni Saecula, 2012)le tappe durante i suoi pellegrinaggi nella Penisola sono descritte con un sentimento in cui si intrecciano commozione, gioia e meraviglia. Ana Blandiana entrava in diretto contatto con la ricchezza dei luoghi culturali, artistici e paesaggistici, che in precedenza aveva potuto solo ammirare, quasi come in sogno, sfogliando i pochi album illustrati reperibili o consultabili in Romania.
Eppure, nonostante la lunga frequentazione con il nostro paese, Ana Blandiana non aveva mai avuto occasione di fare sosta a Bologna, e non ci poteva essere migliore occasione che farlo da assoluta protagonista con il conferimento del Premio Internazionale Alma Mater Violani Landi alla carriera la cui cerimonia si è svolta durante il Festival UniVersi (16-18 giugno 2026), nello splendido cortile della Biblioteca dell’Archiginnasio, un riconoscimento prestigioso e di alto valore culturale istituito dal Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna fin dal 2014, anno della sua fondazione. Oltre a questo evento, Ana Blandiana ha partecipato all’incontro con gli studenti universitari, insieme all’altro poeta premiato, il ticinese Fabio Pusterla, cui è stato conferito il secondo Premio alla Carriera, un doppio dialogo intergenerazionale, un’occasione preziosa e unica di scambio di domande e risposte, di punti di vista e di conoscenza. Ma diamo la parola ad Ana Blandiana nell’intervista che segue in cui è lei stessa a raccontarci le proprie impressioni sull’esperienza bolognese:
Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Cosa l’ha colpita in modo particolare del festival UniVersi e della cerimonia del premio Alma Mater Violani Landi, anche rispetto ad altri premi che ha vissuto in passato?
Come ho confessato la sera della cerimonia di premiazione, nulla mi commuove e mi intimorisce più dei riconoscimenti e delle onorificenze accademiche, poiché lungo la mia vita costellata di alti e bassi, il trauma più forte che ho vissuto è stato il divieto di frequentare l’università perché mio padre era un prigioniero politico. La disperazione in quegli anni dell’adolescenza mi ha segnato così profondamente che ho percepito tutti i titoli e le onorificenze accademiche giunte in seguito non solo come successi, ma come una vera e propria rivincita esistenziale. Inoltre, questo premio proviene dalla più antica università europea, e non potevo fare a meno di riflettere che, all’epoca della sua fondazione, il popolo romeno stava tentando di porre le basi dei suoi primi principati sotto le ripetute ondate di invasioni mongole.
Ciò che mi ha colpito del modo in cui Isabella Leardini ha concepito il Premio Alma Mater – e così anche il festival UniVersi – è stata la serietà dei dibattiti, le riflessioni sulla fede nella poesia dei premiati, da quelli già noti ai debuttanti. Del resto, questa serietà, inusuale su un palcoscenico, ha fatto sì che la cerimonia durasse insolitamente più a lungo, inducendomi – cosa di cui ora mi pento – a leggere solo una parte della mia prolusione – per me fondamentale – dal titolo «Sull’ostinazione a esprimere l’inesprimibile».
Una piacevole sorpresa nel corso della cerimonia di consegna degli altri premi è stata la scoperta della vincitrice del premio Opera Prima, Noemi Nagy, una poetessa italiana molto sensibile, di origini ungheresi di Transilvania. Una prova che il fenomeno dell’emigrazione può avere anche effetti sorprendentemente felici.
L’incontro con gli studenti dell’università: quali sensazioni le ha lasciato questo dialogo generazionale e c’è un momento, un dettaglio, che porta con sé da quell’incontro?
L’incontro con gli studenti il giorno dopo mi ha colpito per l’intensità della comunicazione tra me e Fabio Pusterla e coloro che ci hanno posto domande piene di interesse e curiosità sulla poesia e sul mondo in cui – in modo alquanto paradossale – essa continua a esistere. L’attenzione con cui i ragazzi hanno seguito e chiesto chiarimenti e spiegazioni sulle nostre parole in difesa della poesia ha fatto nascere la speranza che essa non solo continuerà ad avere un suo posto nel mondo del futuro, ma che possa anche diventare una componente salvifica della spiritualità umana in un universo in mutazione e spesso minaccioso. Inoltre, mi ha fatto piacere l’interesse con cui mi hanno seguito parlando della differenza di status della poesia tra est e ovest, frutto di oltre mezzo secolo di divergenze tra comunismo e capitalismo, perché sono sempre stata convinta che le due Europe potranno formare una forza comune solo nella misura in cui si uniranno e si comprenderanno reciprocamente non solamente nei loro sistemi economici e di difesa, ma anche nelle loro mentalità e ossessioni.
Come ha vissuto il suo incontro con Bologna – era la sua prima volta in città? – e che impressione le ha dato questo contesto culturale così legato alla poesia?
Non so come sia potuto succedere che negli ultimi decenni, pur essendo stata innumerevoli volte a Roma, Firenze, Venezia, o persino in Sicilia o in Sardegna, non sia mai stata a Bologna. La sensazione di novità si è quindi aggiunta alle bellezze della città che ho appena intravisto in due giorni, ma abbastanza da farmi venire voglia di tornarci. Sono partita portando con me la gioia e il fascino di quelle due serate in cui, passando per Piazza Maggiore, migliaia di persone – sedute nei posti a pagamento o semplicemente sui gradini o sull’asfalto intorno alla statua di Nettuno e davanti a uno schermo enorme – guardavano film neorealisti in un’atmosfera e con un trasporto non solo coinvolgenti, ma anche pieni di speranza.
Sul piano più personale, a quale nuovo libro o progetto poetico sta lavorando in questo momento?
Dopo sei mesi di impegni intensi e carichi di emozioni (un tour in Francia per il lancio di diverse raccolte di poesie e prosa, un tour in Spagna tra conferenze e dibattiti pubblici e il lancio della versione spagnola – con mia grande sorpresa – delle mie poesie per bambini, un premio a Varsavia e questo a Bologna), sono finalmente arrivata in campagna, a casa, per scrivere e dormire con il gatto, senza mettere la sveglia. Vorrei tornare alla prosa.
La mia nostalgia per il tempo in cui scrivevo racconti, storie e persino un romanzo non nasce dall’ammirazione per la narrativa (ho sempre posto la poesia molto al di sopra di essa), ma dal senso di stabilità che mi dà l’esistenza di un manoscritto al quale posso tornare giorno dopo giorno, per mesi o addirittura anni, una continuità che dipende da me (non da Dio, come nel caso della poesia). Più precisamente, sogno la piacevole sicurezza di essere una scrittrice professionista, mentre «poeta professionista» è un controsenso.
Artefice e animatrice con squisita eleganza e professionalità delle giornate del festival UniVersi, nonché direttrice del Centro di Poesia Contemporanea, è Isabella Leardini, poetessa e docente di scrittura creativa alle Belle Arti di Venezia, da cui è partita la proposta, approvata all’unanimità dai membri del consiglio scientifico del Centro, di assegnare il premio alla carriera ad Ana Blandiana, «figura simbolo della cultura romena e tra le maggiori poetesse viventi, da decenni candidata al Premio Nobel per la Letteratura». Va ricordato che oltre ai due premi alla carriera e al premio Opera Prima, cui si è fatto cenno sopra, il Centro di poesia contemporanea premia anche le nuove generazioni di poetesse e poeti, assegnando il Premio Inedito Under 25, conferito quest’anno a Daniele Venturi (n. 2004); gli altri finalisti esordienti (Giacomo Chiodi, Giulia Indelicato, Stefano Lanzi, Francesco Mandelli, Nicole Principi) hanno letto propri versi in un vibrante recital collettivo nella serata delle premiazioni.
Sentiamo quindi in conclusione direttamente da Isabella Leardini nell’intervista che riportiamo qui sotto quanto ci dice sul ruolo da lei svolto come docente di scrittura creativa e come direttrice del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e sull’importanza del festival UniVersi e del Centro stesso come propulsori e divulgatori della poesia con riconoscimenti a grandi figure dell’attuale panorama poetico e alle/ai giovani che muovono i primi passi nel mondo della poesia con i loro versi:
1. Sul Centro di Poesia Contemporanea e sulla sua storia
Nel suo lavoro alla guida del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, che dirige dal 2022, lei ha raccolto un’eredità che risale alla sua fondazione e alle figure che lo hanno animato nel tempo. In che modo la storia del Centro ha plasmato la sua identità attuale e quali linee di continuità ha scelto di preservare nel suo lavoro?
Sono stata tra gli studenti che animavano il Centro di Poesia Contemporanea all’inizio della sua storia, ormai quasi trent ’anni fa. In questo luogo avevo conosciuto altri giovani che scrivevano, ascoltato tantissimi poeti e incontrato maestri che sarebbero stati fondamentali per il mio percorso poetico e editoriale.
Molto spesso mi fermavo al Centro di Poesia e finivo per saltare le lezioni, c’era una biblioteca dedicata alla poesia del Novecento, ogni giorno noi giovani aprivamo una grande quantità di posta, le riviste letterarie erano ancora tutte cartacee alla fine degli anni Novanta. Eravamo soprattutto noi giovani a vivere il Centro, facendo lavori di piccola manovalanza e infinite discussioni su ciò che leggevamo e ascoltavamo. Una delle prime iniziative a cui avevo partecipato era stato un grande convegno, con il tempo capii che tutta la poesia dell’ultimo scorcio di secolo quel giorno era riunita a Bologna. Allora non avevo letto gran che, ma sentivo che quell’attimo era memorabile, Mario Luzi, Edoardo Sanguineti, Maria Luisa Spaziani, Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici erano tutti nella stessa sala. Siamo stati a cena con Seamus Heaney e con Derek Walcott, a quali ventenni è data una fortuna simile? Quando sono diventata direttrice del Centro ho voluto che gli studenti potessero vivere la parte migliore dell’esperienza che avevo vissuto io, dando loro la possibilità di incontrare autori importanti anche in momenti conviviali, ma ho voluto anche renderli protagonisti della progettazione e della conduzione delle iniziative. Quando ero giovane non erano quasi mai gli studenti ad introdurre gli autori né a sceglierli, io ho voluto dirigere dal margine e mettere gli studenti al centro, dando loro la maggiore visibilità e responsabilità possibile. Il Centro ha già visto diverse generazioni di talenti formarsi ed emergere, molti poeti, critici e scrittori affermati hanno condiviso questa esperienza nella giovinezza, e anche oggi Bologna è sicuramente uno dei luoghi più importanti e fertili per la poesia delle ultime generazioni.
2. Sul festival Universi – Creatura e sui premi Alma Mater Violani Landi
L’edizione 2026 del Festival UniVersi ha confermato la vocazione del Centro a riconoscere e valorizzare voci di giovani poeti italiani e di poeti di rilievo internazionale, come testimoniano i premi alla carriera conferiti alla romena Ana Blandiana e al ticinese Fabio Pusterla. Quale ruolo ritiene che questo festival e i premi Alma Mater Violani Landi svolgano oggi nel panorama poetico italiano e internazionale, e quali criteri guidano la scelta dei poeti da celebrare?
Sia i Premi alla Carriera che i riconoscimenti per l’Inedito e l’Opera Prima vengono assegnati per conto dell’Ateneo dal Consiglio Scientifico del Centro di Poesia Contemporanea, che è formato da docenti di tre diversi dipartimenti e poeti. Ogni anno i membri del Consiglio candidano diversi autori per i due riconoscimenti alla carriera, poi si procede con delle votazioni. Inedito e Opera Prima partecipano invece tramite bando, ed è la medesima giuria a votare i vincitori. Negli anni le più importanti voci della poesia mondiale e italiana hanno ricevuto il Premio Alma Mater, che ha l’unicità – per quanto ne sappiamo – di essere il solo Premio di Poesia assegnato direttamente da un’università, e lo si deve al lascito di Elena Violani Landi. Il Festival in cui si inserisce la premiazione è il momento con cui concludiamo le attività dell’anno accademico, è un incontro importante con la città e con un pubblico che interviene anche da fuori Bologna, ma l’attività del Centro di Poesia è continuativa durante l’intero anno, con molte iniziative sia curricolari che studentesche.
3. Sul valore dei riconoscimenti e sulla relazione con i grandi poeti
Le cerimonie di premiazione riuniscono generazioni diverse di autori e lettori. Che cosa significa, per il Centro e per lei personalmente, costruire un luogo in cui i grandi poeti vengono accolti e riconosciuti, e come pensa che questi incontri influenzino la percezione pubblica della poesia non solo contemporanea ma in senso generale?
Portare la poesia a un pubblico più ampio è stata una delle passioni della mia giovinezza, oggi sento meno questo movente e do maggiore importanza all’aspetto formativo. La profondità è la direzione della poesia. Il Centro di Poesia porta nella vita studentesca un incontro con la letteratura che integra e amplia lo studio, permette agli studenti di dialogare in profondità con i poeti e con la propria scrittura, di leggere verticalmente autori di diverse generazioni, di trarre da questa esperienza qualcosa di importante per la propria vita. Per me personalmente, inoltre, c’è poi un aspetto autoriale e editoriale, più che avvicinare un pubblico ampio a un evento oggi mi interessa agire editorialmente, con i miei libri ma anche con quelli che curo per la casa editrice Vallecchi per cui lavoro, attraverso la divulgazione, la riscoperta di autori del passato e anche la scoperta di nuove voci.
4. Sulla didattica e sul lavoro con i giovani poeti
Come titolare del corso di Scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia, lei lavora quotidianamente con giovani che si affacciano alla poesia con sensibilità nuove. Quali trasformazioni osserva nelle loro voci e nei loro immaginari, e in che modo l’esperienza del Centro e del festival contribuisce a nutrire il loro percorso di crescita?
In realtà io vedo le voci formarsi molto prima, con il mio metodo di laboratorio di poesia tengo corsi anche per preadolescenti e adolescenti, vedo spesso il momento in cui un talento si rivela ancora inconsapevole di sé. I ragazzi e le ragazze che incontro nelle scuole cercano dalla poesia una lingua in codice capace di esprimere i loro non detti, non hanno l’orizzonte della pubblicazione e solo alcuni di loro proseguono il percorso impegnandosi poi al Centro di Poesia, una volta arrivati all’Università. Una cinquantina di ragazzi e ragazze si ritrovano ogni settimana nel Free Lab del Centro per leggersi e commentarsi a vicenda, ma non tutti arriveranno a pubblicare un primo libro. Se a scuola il mio sguardo deve essere necessariamente pedagogico, al Centro di Poesia l’ottica è già letteraria. Ancora diverso il mio lavoro in Accademia, dove insegno agli artisti a trovare parole che possano coincidere con la loro visione e vestire la loro opera. Posso dire che nella nuova generazione della poesia italiana, la generazione zeta di cui possiamo già vedere una fisionomia, a me colpisce la libertà spregiudicata di superare quelle che fino a pochi anni fa erano ancora percepite come linee antitetiche, noto poi in loro una curiosa attenzione al sacro e ad una dimensione spirituale, dal religioso all’esoterico, che può essere reinventata.
5. Su Maniere nere, l’ultima silloge poetica di Isabella Leardini
La sua ultima raccolta di versi, edita da Mondadori e finalista al Premio Strega Poesia 2026, si intitola Maniere nere. I bambini, l’universo marino, versi in memoria di celebri poetesse che decisero di recidere il filo delle loro vite, e altro ancora… Sono «capitoli» a sé stanti all’interno della silloge o c’è un nesso sotterraneo che li tiene uniti?
Sono come quadri concatenati di uno stesso disegno, le sezioni del mio libro procedono per nessi simbolici creando piccoli ecosistemi narrativi, collegati l’uno all’altro da un’immagine che si ripresenta. La prima sezione ha al centro bambini non nati e fantasmi, l’ambiente è la casa ma il libro si apre con i rami di un albero. La sezione seguente Danza delle conchiglie, ha un’atmosfera di fondale, ma quasi subito riprende un’immagine dalla prima sezione: i fantasmi che fanno roteare tra le dita piccole perle giocano con forme non nate. Verso la fine si presentano dei fiori fosforescenti, e i fiori sono simbolo che ricorre in ogni poesia nella sezione seguente I subacquei. Il fiore è inteso come simbolo generativo ma anche come stereotipo della poesia delle donne, da risignificare affermandolo. La sezione si chiude con una poesia che nomina i subacquei svelando che sono fiori, ma parla di donne che hanno un vestito di conchiglie vuote. La prima poesia della sezione seguente, Le alghe, riprende i fiori come simbolo metapoetico, è una sezione che ha come protagoniste le donne, non soltanto le quattro scrittrici suicide raccontate nel poemetto. La sezione seguente, Al buio dell’ala, ha anch’essa al centro il tema del suicidio, e si chiude ricongiungendosi alle presenze fantasmatiche dell’inizio. La sezione La fortuna recupera il fiore e il mare come immagini dichiaratamente metapoetiche, e alla fine chiude con una poesia che cita i versi in esergo all’intero libro. La chiusa è un antefatto: cinque poesie scritte quasi tre anni prima, l’ultima contiene tutti i simboli del libro, dai rami fino al bambino che si fa puer aeternus. Ci sono due grandi temi di fondo, la generatività e i suoi rovesci: impossibilità di generare e pulsione di morte, due nodi della mia biografia che hanno dato origine a questa trama.

Al centro, Ana Blandiana riceve il premio da Isabella Leardini;
a sinistra la prof.ssa Anna Paola Soncini, autrice e lettrice della laudatio
Mauro Barindi
(n. 9, settembre 2026, anno XVI)
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