Il secolo in cui il male ha sempre avuto un “fratello gemello”

Un secolo di nebbia è il romanzo in cui Matei Vișniec si confronta con il ’900 e le sue «nebbie» ideologiche – totalitarismi, propaganda, violenza. La novità  rispetto alle opere precedenti è l’intreccio più diretto tra Storia e vicenda familiare, in una fiction polifonica che unisce autobiografia, metaromanzo, ironia, distopia. Pubblichiamo la postfazione di Mauro Barindi per gentile concessione dell’editore Voland, in concomitanza con l’uscita del romanzo nelle librerie italiane e la presenza dello scrittore per l’evento del 10 settembre nell’ambito del Festivaletteratura di Mantova 2026

Il XX secolo è stato etichettato in vari modi: il secolo breve, il secolo delle guerre mondiali, il secolo della Shoah e di altri orrendi genocidi/stermini di massa (di armeni, ucraini, cambogiani, tutsi…), il secolo delle dittature, il secolo delle guerre fredde, il secolo delle decolonizzazioni, ma anche, da una angolazione meno cupa, il secolo del progresso tecnologico e scientifico. A tale lista di definizioni dobbiamo aggiungere ora anche quella suggerita da Matei Vișniec che dà il titolo a questo suo ultimo romanzo, Un secolo di nebbia, ossia il secolo delle “nebbie” ideologiche, delle cecità collettive di fronte agli orrori dei totalitarismi propulsate dalla manipolazione propagandistica che hanno avvolto e avvelenato nel secolo scorso, (ma che persistono anche nel presente –, come il romanziere e drammaturgo franco-romeno mette in guardia nel suo libro –,) il continente europeo e non solo.
Nelle sue opere teatrali e nei suoi romanzi – (Voland ha già nel proprio catalogo le straordinarie prove letterarie di Sindrome da panico nella Città dei Lumi (2021) e Il venditore di incipit per romanzi (2023), – abbiamo  imparato a conoscere lo stile rarefatto e inconfondibile per la soave spumosità di questo alchimista di storie sospese in situazioni tra l’(in)verosimile e il distopico che affascinano e solleticano l’attenzione e la curiosità dei lettori nel conoscere nuove forme del narrare. Simili elementi riaffiorano anche in questo romanzo ma c’è una prima novità: i fili che compongono la matassa narrativa del nuovo romanzo si ispessiscono, specie nella prima parte, risultando più tesi, più drammatici, più diretti, immersi nella e a contatto con la realtà come mai forse lo scrittore aveva fatto prima, perché qui l’autore tira le somme con la Storia, affrontandola di petto e caricandola di una seconda novità: la presenza dell’elemento non tanto biografico bensì familiare, personale, intimo. Per tale motivo Un secolo di nebbia può essere descritto come una fiction storica, dove convergono eventi presi dal vissuto reale attinente, per l’appunto, a esperienze della sfera privata. Vișniec imbastisce così un’ampia galassia familiare che funge da lente d’ingrandimento per osservare il XX secolo: dalla figura della madre, Minodora, sullo sfondo del suo villaggio natale, Zariștea, in Bucovina, e della città di R. (così appare, mai esplicitata, solo con l’iniziale puntata, come ci ha abituati, tranne nell’ultimo capitolo) ai drammi della collettivizzazione e della deportazione, fino ad arrivare al presente segnato dalla pandemia e dalle nuove sfide ideologiche (l’emigrazione) e tecnologiche (l’Intelligenza Artificiale).
Accanto all’autofiction troviamo altri ingredienti in questo testo dalla struttura composita e labirintica, come il romanzo epistolare (alcuni capitoli sono sottoforma di lettere), il documentario (inteso come incursioni in dati storico-culturali), il metaromanzo (il romanzo come specchio e autoriflessività dello scrittore). In tal modo l’autore invita chi legge a partecipare alla scrittura stessa, i personaggi assumono spessore e diventano co-autori della storia, in un gioco narrativo che destabilizza il confine tra realtà e finzione, una ‘specialità’ stilistica di Vișniec. La scrittura si insinua nei meandri della storia, si permea di scenari quasi fantastorici (immaginati nell’ipotetico e simbolico incontro tra Hitler e Stalin a Vienna), di suggestive tesi storico-letterarie (il Lenin esule in Svizzera e i suoi possibili contatti con il dadaista romeno Tristan Tzara al Cabaret Voltaire di Zurigo, tema già toccato nella pièce Cabaretul Dada del 2020 (ed. it. Il Cabaret Dada, Criterion Editrice, 2022, trad. Irma Carannante), di teorie psichiatriche: tutto ciò, nella sua congerie affabulatoria, crea un clima che si tinge spesso di sfumature grottesche e di umorismo nero.
Il romanzo copre un vasto arco temporale, dalla metà del XX secolo al presente post-pandemico in cui l’autore denuncia ideologie (nazi-fascio-comuniste) e rivoluzioni con il loro lascito di violenze e illusioni. In questo turbinio di eventi contrassegnati dagli sconquassamenti bellici e geopolitici  c’è tutta una galleria di personaggi, tra Romania e Francia, che di volta in volta emergono e si inabissano con le loro storie personali e corali, ora tragiche, ora cariche di speranza, ora al limite del ridicolo, ma tutte influenzate dall’ambiente e dalla storia in cui sono sorte; tra questi abbiamo il trio di amici formato da Adam Yoel, il medico ebreo, Arcadie Sclipa, il capostazione della città di R. e Hubert Mirwald, psichiatra, un terzetto affiatato che si ritrova periodicamente per giocare a tric-trac, instaurando un ponte tra il quotidiano e lo zigzagare della storia comune e nazionale, in cui il loro tragitto fatto di ironia, resistenza e sopravvivenza appare come un antidoto alla sistematizzazione ideologica. Da menzionare anche un altro personaggio, Iluțiu Zakarian, un pittore un po’ stralunato che piega la propria arte ai dogmi ideologici riproducendo, su ordinazione, una infinità di ritratti di Stalin che poi appende ovunque. A questi fa da controcanto l’altro trio di personaggi: Vincent Bernigaud, ingegnere, un nostalgico comunista francese, sposato con Emilia, romena, conosciuta a Bucarest ai tempi di Ceaușescu, Marx Bis e il postino Gérard. Vincent, come gli altri suo compari, è ideologicamente legato alla fase storica dell’URSS che si rifiuta di considerare esaurita, che è poi il motivo del conflitto generazionale con la figlia Nathalie, cresciuta fin da piccola nell’ambiente del Partito comunista francese, ma che grazie all’amicizia con Mathieu (dietro cui si cela l’esule Matei Vișniec, fuggito dal ‘Paradiso’ romeno), prende una posizione non massimalista pur restando una militante tipica del movimentismo di sinistra, dall’ecologismo ai diritti LGBTQ+, valori in cui crede fin dall’adolescenza e che la porta a capeggiare il Movimento rivoluzionario di liberazione dei nani da giardino – un capolavoro di ironia e dell’assurdo – che incredibilmente è esistito (Front de libération des nains de jardin), con evidenti toni goliardici, in Francia e in altri paesi, a metà degli anni ’90 del secolo scorso.     
Il romanzo persegue così una azione simbolica e metaforica (l’onnipresente nebbia obnubilatrice delle menti) introducendo una messe di argomenti dai profondi significanti che vanno dal recupero della memoria per non dimenticare gli orrori dei pogrom antisemiti, delle deportazioni e della collettivizzazione forzata dei contadini, alle utopie totalitarie mostrate nella loro tragica e violenta manipolazione ideologica. A tal proposito, crudi e terribili sono i capitoli in cui ci viene sbattuta in faccia la bestiale violenza degli interrogatori ai contadini che si opponevano alla forzata cessione allo Stato delle loro terre, del metodo di rieducazione dei prigionieri “nemici del popolo” (una ‘tecnica’ tanto disumana quanto abominevole che fu messa a punto proprio nella Romania stalinista, nota tristemente come il Fenomeno o Esperimento Pitești [si veda: Virgil Ierunca, Fenomenul Pitești, ed. it.: Il fenomeno Pitești,Cisla Editore, 2023, trad. Elena di Lernia]), o delle esecuzioni a catena perpetrate negli ‘assassinifici’ del terrore staliniano.    
A braccetto con la distruzione del tessuto sociale e morale delle masse posta in atto dai totalitarismi, troviamo la lingua, sottoposta a un lento smantellamento e svuotamento di senso per piegarla alla propaganda che corrompe il significato profondo del linguaggio e, con esso, la possibilità di esprimere il libero pensiero. Anche per questo aspetto, possiamo leggere nel romanzo illuminanti capitoli: la dittatura si impossessa del linguaggio assoggettandolo ai dettami espressivi del partito unico per filtrare la comunicazione e le informazioni.
Un secolo di nebbia è un’opera ambiziosa, polifonica e profondamente umana, nel cui nucleo ci sono due domande: perché l’umanità continua a rimanere intrappolata nella nebbia ideologica dei totalitarismi, nonostante i milioni di vittime che hanno causato, e perché il comunismo è giudicato meno pessimo del nazismo, entrambi fratelli gemelli del male, e giustificato dai suoi “utili idioti”? Vișniec risponde con il suo romanzo-epopea utilizzando l’ironia, la memoria, la distopia, il metaromanzo, la destrutturazione temporale, e invitando il lettore non solo a confrontarsi con la Storia, ma a riflettere sul potere salvifico (e distruttivo) delle parole. Questa visione rende Un secolo di nebbia non solo diverso dai suoi precedenti romanzi, ma qualcosa di più: una summa della sua poetica, un patto tra passato e presente, un romanzo testimone e critico.  


Mauro Barindi
(n. 9, settembre 2026, anno XVI)


* Dal 2006, l’Istituto Culturale Romeno di Bucarest finanzia gli editori stranieri per tradurre e pubblicare libri di autori romeni, attraverso il programma Translation & Publication Support Programme.