Alessandro Pertosa, lo scrittore che unisce poesia, filosofia e scena

Autore complesso della sua generazione, Alessandro Pertosa propone una letteratura che rifiuta i confini fra i generi e le discipline. Poeta dell’interrogazione, drammaturgo della coscienza e saggista della libertà interiore, riporta al centro della cultura italiana l’idea di un pensiero vivo, quello che unisce la riflessione filosofica all’intensità dell’espressione poetica.
Nato nel 1980 a Civitanova, nella regione delle Marche, e residente ad Ancona, Alessandro Pertosa appartiene a quella rara categoria di autori capaci di attraversare con naturalezza i territori del pensiero, della letteratura e dell’arte. Scrittore nel senso pieno del termine, poeta, drammaturgo e saggista, costruisce la propria opera come una riflessione viva sulla condizione umana, sul linguaggio e sul rapporto tra libertà e fede.
Formatosi nella filosofia del linguaggio, disciplina che insegna presso istituti universitari della regione Marche, Pertosa coniuga il rigore del pensiero con l’inquietudine poetica. I suoi libri, Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia (Edizioni per la Decrescita Felice, 2014), Maledetta la repubblica fondata sul lavoro (Gwynplaine, 2015), Passio. Con gli occhi degli altri (CartaCanta, 2019), Biglietti con vista sulle crepe della storia (Puntoacapo, 2020), Cassandra (CRAC Edizioni, 2020), Parola di Isacco (Puntoacapo, 2023) e, in collaborazione con Lucilio Santoni, I matti di Sànpert [1] (Graphe.it, 2025), rappresentano le tappe di una scrittura che rifiuta ogni conforto ideologico e si apre alla ricerca di un senso profondo dell’esistenza, oltre i sistemi e le convenzioni.
La poesia di Pertosa si distingue per densità e limpidezza interiore. Non indulge nella metafora ornamentale, ma coltiva la tensione etica e metafisica della parola. In Passio, libro premiato con il Premio Camposampiero (2021) per la Poesia Religiosa, l’autore ricostruisce le ultime ore della vita di Gesù attraverso la voce di coloro che vi assistettero. Non è un testo di devozione, ma un poema della coscienza umana di fronte al dolore e al mistero. La critica italiana ha riconosciuto in quest’opera «la capacità di restituire il silenzio come forma di teologia» e «un lirismo privo di patetismo, nutrito da un senso autentico del tragico».
Come drammaturgo, Pertosa rilegge i miti classici in chiave contemporanea. Nella sua riscrittura di Antigone, il centro di gravità si sposta dal destino eroico al dramma lucido del potere e alla fragilità di chi lo esercita. I personaggi diventano specchi dei dilemmi moderni, fra legge e coscienza, fra responsabilità e impotenza.
Tra poesia, teatro e saggio filosofico, la scrittura di Alessandro Pertosa si configura come una ricerca di senso in un’epoca di frammentazione. È un autore che restituisce alla letteratura la funzione dell’interrogazione e al pensiero la forza dell’emozione. In una cultura affrettata, la sua voce rimane meditativa, lucida e profondamente umana, un atto di resistenza attraverso la parola.
I testi che seguono sono tratti dal volume Il fiore del Calcio, attualmente in corso di pubblicazione. Il titolo allude, in chiave metaforica, al mondo del calcio come specchio dell’esistenza umana, delle sue passioni e delle sue fragilità.

 

Il fiore del calcio
(una rosa di speranze e calciatori)

Con la punta del dito potrei
sfiorarle il profilo sericeo
portarmela al cuore e odorarla
dal boccio,
per rubarle al volo il profumo
e il pianto il dolore la rabbia
di chi non ce la fa
e retrocede.

Da una ringhiera di illusioni
non trovo parole per dire la rosa
sussurrata alle orecchie di un bambino
che sorride senza chiedere ragioni,
né quale sia il senso, la direzione
il finale di partita,
o se ci sia nel fondo di un pallone
nascosto chissà dove
l’intimo segreto della vita.

 

La nostalgia del centravanti

      A Lucilio Santoni [2]

Il centravanti non fissa mai troppo a lungo il proprio gol. Se la palla entra nella
rete, esulta giusto il tempo della dimenticanza. Poi torna al centro, e di
nuovo ricomincia con gli strappi i dribbling, lo stop di punta al
traversone. E mentre corre, gli prende una strana nostalgia, di tornarci
sotto la curva:

e allora il tiro è folgorante.

Che si schianti nella porta, questo diavolo di sfera benedetta.
E che si torni ad esultare, a dimenticare
ancora e ancora, la gloria del momento:

per poi di slancio ricominciare.

 

L’ultima partita

I
e arriva alla fine il giorno
che non deve venire mai
quel giorno pazzo di un cielo bruno
in una pioggia di stelle controvento
quando tutto sembra un mare di fuoco
e la testa ti scoppia di ricordi
al momento del cambio
minuto ottantuno.
Dalla curva gli applausi ti inchiodano
al destino della vita che si compie
dentro il rettangolo di gioco
e l’ultima partita
ha il sapore della prima
lo stesso palpito del cuore
ma stavolta il suono è sordo
quasi spento
come quando si muore.

 

II
Ogni storia ha un inizio
di sapore intenso che finisce sempre
fra diroccate rovine
e memorie d’aceto.

 

un bambino con il pallone fra le mani

un bambino
con il pallone fra le mani
è una promessa di futuro
che forse mancherà domani,
come manca a ognuno il sogno
quando gli scoppia davanti agli occhi
la scorza dura del presente
ma persino nel fondo del barile
con le caviglie dentro la cenere del mondo
l’adulto si ergerà sul confine
del suo ultimo orizzonte
ripensando ai giorni dell’infanzia
con la palla al piede contro tutti
fin dentro la gloria della rete
e sentirà di nuovo
la gioia dei rimbalzi del pallone
contro la parete del cortile
nel suo vorticoso immaginario
e tornerà a sorridere
e a guardare il mondo
dalla prospettiva di un incendiario
perché un bambino
con il pallone fra le mani
dà fuoco al cielo.

 

Psicologia del panchinaro

è stato il ginocchio a tradirmi la sera
del dolore in tachel scivolato
quando il crociato anteriore ha fatto crac.
E risalire la china è difficile adesso
dalla panchina la partita è diversa:
speri che il titolare sbagli
o prenda la traversa
e metta la squadra nei guai
così magari la smetti
di essere
quello che non viene scelto mai.
E sì lo so che il futbol si gioca insieme,
il tennis è un’altra storia,
e che l’odore intenso dell’erba, la gloria…
Mi scoppiano gli occhi di lacrime
e i timpani ballano il ròcchenròl
per la vittoria
ma il mio nome
non vola mai alto nel cielo
da bordocampo io
come dietro un velo.


Presentazione di Carmen Teodora Făgețeanu
(n. 11, novembre 2025, anno XV)


NOTE

1. «Sànpert è un re che ha perso il suo Dio, in alto, e i suoi sudditi, in basso. E si ritrova a brancolare alla ricerca di domande infinite, le uniche che potrebbero tenerlo in vita». (Si tratta della spiegazione data dall’autore nell’intervista pubblicata su Graphe.it.)
2. La poesia è dedicata a Lucilio Santoni (n. 1963), scrittore e teologo italiano, amico e stretto collaboratore di Alessandro Pertosa, con il quale ha firmato il volume I matti di Sànpert.