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Vivissimi fantasmi romeni
Fantasmi romeni (La Lepre Edizioni, Roma 2025) di Carolina Vincenti è un libro coraggioso non meno che raffinato. Perché oltre ad adeguate capacità letterarie, ci vuole coraggio per tracciare in brevi précis le biografie critiche di personaggi come Panait Istrati, Elena Ghicu, Emil Cioran, Constantin Brâncuşi. È proprio dinanzi a simili ambizioni che si giudica un testo, perché nel campo delle brevi vite di uomini illustri (per dirla con John Aubrey) mettere da parte alcune cose e concentrarsi su altre è un criterio di giudizio importante e rivelatore.
Spira, da questi ritratti, empatia, una certa attrazione, una pena segreta, una grande comprensione per chi è destinato a sparire dal contesto che lo ha generato, diventando così, suo malgrado, un «fantasma». Ma non c’è nessuna mitologia del personaggio nei ritratti di Carolina Vincenti; la sua analisi è insieme storica, culturale e morale, con preferenza per la condizione umana dei personaggi stessi. Questi sono tutti portatori di valori radicati nel Paese d’origine; allo stesso tempo, sembrano consapevoli di aver bisogno di evadere per poter esprimere pienamente il loro potenziale. I realissimi fantasmi romeni di Vincenti portano nel cuore quella nostalgia dolorosa da cui spesso nasce la creatività; la conferma arriva proprio dai tre grandi romeni espatriati negli stessi anni, Cioran, Eliade, Ionesco, e ovviamente - in altri contesti - da esuli di prim’ordine come Joyce, Beckett, Musil, Conrad, Thomas Mann, Nabokov.
Nel quadro delineato da Vincenti emerge con evidenza la dilatazione dell’anima di queste esistenze fluttuanti nello spazio e nel tempo, questi disappointed lovers (secondo la definizione di Norman Manea in La quinta impossibilità) ostinati nel trasformare in materia preziosa la condizione dell’esilio. La conoscenza delle Corti e della storia di mezza Europa consentirà a Cantemir di formulare l’origine latina del popolo romeno. Cercando la propria identità e la propria collocazione nella società valacca e poi in quella russa, svizzera e italiana, Elena Ghica si voterà all’impegno sociale e politico, in particolar modo allo studio della condizione femminile e delle possibilità di migliorarle attraverso l’istruzione e l’emancipazione dalla rigida mentalità ottocentesca. Seguendo in America l’amato maestro Eliade, Culianu acquista il coraggio e il prestigio per denunciare le miserie dei cinquant’anni della dittatura comunista in Romania, e per evidenziare il semplice «cambio di casacca» di molti membri della Securitate.
Tutto questo in una prosa colta, emotiva, elegante, che fa pensare ad alcune maestre della critica letteraria come Benedetta Craveri e Serena Vitale. Lo vediamo, per esempio, in uno dei brani dedicati a Marta Bibesco: «La capacità di domare le emozioni e circondare il quotidiano di grazia sono frutto della secolare civiltà della conversazione alla quale appartiene, di quell’esprit de société che rende lieve la convivenza tra pari. Dovendo l’eleganza delle facezie trovare un suo antidoto nell’azione, la diplomazia diventa per Marta un impegno reale, e la principessa si insedia con regale naturalezza al centro del dibattito politico».
Il profilo più bello, a mio parere, è quello di Sergiu Celibidache, il musicista e direttore d’orchestra che rifiutò per tutta la vita le registrazioni dei suoi concerti, perché la musica, sosteneva, andava ascoltata soltanto dal vivo, nella perfetta fusione tra sala e orchestra. Romeno in tutto e per tutto, dittatore, mago e genio, Celibidache non temeva i rischi dell’intransigenza: «Ascoltare un disco è come baciare una donna morta». Anche in questo caso, la simbiosi tra il personaggio trattato e l’humus dal quale si è sviluppato è impeccabile: «La musica in Romania ieri e oggi accompagna la vita. Suoni turchi e balcanici soffiati dal vento delle steppe lontane trascolorano nella vita quotidiana delle persone. (…) Si canta in chiesa, si canta ai matrimoni, cantano gli zingari e i contadini, gli operai e le persone colte, tutti consapevoli che ogni tempo della vita abbia la sua colonna sonora. Spesso sono suoni malinconici che narrano di amori finiti, ma il più delle volte sono allegri ritmi fatti per ballare in ronda.». Sono parole che non sorprendono chi ama la terra romena, e che tuttavia inducono un moto di gioia. È questo il merito di Vincenti: ci fa accarezzare il sogno che la terra romena sappia proteggere i suoi doni, la sua originalità, la sua magia.
Straordinario è anche il ritratto dedicato a Cioran: cogliere in poche pagine, e con fluidità narrativa, le componenti essenziali della personalità e del pensiero del genio romeno, non era compito da poco. Eccone uno scampolo significativo: «Sondando gli abissi del destino umano, aveva colto l’essenziale futilità del cercare. La morte, da allora, l’aveva accompagnato. Assieme al dubbio che Dio fosse diventato un problema di second’ordine. (…) Eppure, nella vita sapeva essere leggero e ironico, come spesso lo sono i romeni. Allegro, disperato, certamente commovente, usava la parola con un’asciutta arguzia settecentesca per confutare le apodittiche certezze dei pensatori marxisti a lui contemporanei».
Non solo il carattere dei romeni, dai ritratti emerge spesso il profumo della Romania, del villaggio contadino, delle chiese ortodosse, delle tradizioni: «Un funerale degno, aspirazione di ogni romeno, ferma di nuovo le lancette dell’orologio. Unico popolo al mondo ad avere un cimitero allegro, la gente del Maramureş ha un legame con la morte tutto suo. Alle porte dell’Oriente il tabù dell’Aldilà evapora per lasciar posto a secolari rituali. Condivisa da ricchi e miserabili, l’usanza della pomană, secondo la quale si dona a nome del defunto ogni sorta di bene materiale per sette anni consecutivi, è tuttora inossidabile».
Emerge, anche, il dolore per ciò che si è perduto; emblematico è il brano relativo alla sparizione della Bucarest pettegola, colta, brillante che aveva conosciuto negli anni Trenta lo scrittore Patrick Leigh Fermor. Al suo posto, i «grigi falansteri comunisti», lugubri alveari ai quali, scrive Vincenti, «era dato il compito di cancellare le due anime del paese – quella ampia e contadina, fatta di legno, paglia e terra, e quella ancora esile e borghese tornita nel cemento, nei giardini, negli alberi esotici – per costruire il cammino verso il trionfo di un’antiestetica proletaria programmatica».
Per concludere, un compito ben assolto da parte dell’autrice, tanto che a volte non sembra che stia narrando le esistenze dei suoi personaggi, ma che si muova accanto a loro, che ne segua i passi e le scelte, che sia contemporanea dei quei cittadini di nessun mondo capaci di vivere, dopo il dolore dell’addio, nella dimensione senza tempo della propria opera.
Armando Santarelli
(n. 7-8, luglio-agosto 2026, anno XVI)
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