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Agar, la donna ai margini della Scrittura
Giulia Lo Porto è un’esegeta biblica, formatasi a Palermo e a Roma, dove ha conseguito il dottorato nel 2015. La sua attività si colloca all’intersezione tra l’ermeneutica biblica, la riflessione teologica contemporanea e l’esperienza concreta della corporeità e della maternità. La sua scrittura nasce costantemente dalla tensione tra il testo sacro e la vita vissuta, tra la tradizione e le voci femminili marginalizzate dal discorso religioso dominante. L’autrice rilegge la figura biblica di Agar da una prospettiva lucida, critica ed empatica, insistendo sulla scelta, sulla subordinazione e sulla resistenza come esperienze fondative della soggettività femminile.
Il volume Agar. La ribelle che dialogò con Dio è stato pubblicato da Edizioni San Paolo nel 2023, nella collana Madri della fede, diretta da Cristina Simonelli e Rita Torti. La serie editoriale si propone di recuperare e reinterpretare le figure femminili della Scrittura attraverso una lettura critica, storica ed esistenziale, aperta al dialogo con il presente.
L’indice del volume Agar delinea un percorso rigoroso che prende avvio da un’attenta lettura del testo biblico e procede progressivamente verso le sue zone di tensione teologica e antropologica. L’analisi dello statuto del personaggio, «schiava», madre, donna sottoposta a una doppia subordinazione, coniugale e sociale apre la riflessione sulla maternità come esperienza imposta, ma anche come spazio di una possibile riconfigurazione interiore. Il rapporto tra Sara e Agar emerge così come un nodo centrale del libro: non una semplice opposizione morale, bensì una dialettica di potere e vulnerabilità.
Nell’Antico Testamento, la storia di Agar appare nella Genesi (capitoli 16 e 21) ed è una delle narrazioni più sconvolgenti sull’esilio, la maternità, il potere e la sopravvivenza. Agar è la schiava egiziana di Sara, moglie di Abramo, offerta all’uomo come soluzione alla sterilità. Da questo gesto pragmatico nasce un dramma fondativo. Agar concepisce un figlio, Ismaele, ma con la gravidanza inizia anche il conflitto. Non viene scelta, non viene consultata, non viene protetta. È utilizzata, poi scacciata. Nell’economia patriarcale del testo biblico rimane una figura secondaria, una donna senza genealogia e senza diritto di parola. E tuttavia, paradossalmente, diventa la prima donna della Bibbia a parlare direttamente con Dio e l’unica a dargli un nome: El-Roi, «Il Dio che mi vede».
Questo momento è essenziale. Agar non è soltanto una vittima della storia sacra, ma una testimone della divinità al di fuori dell’alleanza ufficiale. Dio la vede nel deserto, nella marginalità, nell’abbandono. E questo incontro non è moralizzante, bensì un atto di riconoscimento. Simbolicamente, il personaggio concentra in sé più figure: la donna straniera, la madre sola, il corpo strumentalizzato, l’esiliata, colei che sopravvive senza promesse.
Nella lettura tradizionale, Agar è l’ombra di Sara. Nelle letture moderne, invece, diventa una contro-narrazione. Il suo dialogo con Dio non è un dialogo di sottomissione, ma di interrogazione. Per questo è una delle figure bibliche più fertili per la reinterpretazione contemporanea. Essa apre uno spazio teologico e letterario in cui la fede non coincide più con l’obbedienza e la sacralità non appartiene al centro, ma al margine.
Giulia Lo Porto costruisce un personaggio femminile profondo, collocato in una tensione continua, tra sottomissione e lucidità. La ribellione di Agar non è rumorosa né ideologica. Non sfida l’ordine del mondo, ma rifiuta di accettare che la propria sofferenza resti muta. Interroga, insiste, si stupisce, talvolta si rivolta, non per negare la divinità, ma per costringerLa a manifestarSi. Uno dei maggiori meriti del libro è il modo in cui ridefinisce la maternità. Ismaele non è soltanto il figlio promesso, ma il motivo per cui Agar rimane in vita. La maternità non è idealizzata, bensì vissuta come responsabilità estrema, come forma di resistenza in uno spazio ostile. Il deserto, in questa prospettiva, non è più soltanto il luogo della punizione o dell’esilio, ma uno spazio di confronto radicale con i limiti del corpo, con la paura, con Dio stesso.
Il titolo del libro concentra già l’intero nucleo del progetto. Nel testo biblico, Agar non viene mai definita, «ribelle». La ribellione non esiste come termine né come gesto esplicito. Proprio per questo, l’introduzione di questa parola nel titolo segna uno spostamento di senso. La scrittura non corregge la Scrittura, ma la interroga dall’interno.
«Ribelle», non significa rivolta contro l’ordine divino, ma rifiuto di accettare una condizione senza comprenderla. Nella Bibbia, la sua voce è limitata, frammentaria, quasi funzionale. Ella non contesta l’esistenza di Dio, ma il modo in cui il destino le viene imposto. Il sottotitolo riprende un dato biblico reale, ma ne sposta l’accento. Agar è, in effetti, una delle poche figure che parlano direttamente con Dio e l’unica donna che gli dà un nome. Tuttavia, nel testo sacro questo dialogo è breve, quasi riassunto. Qui viene dilatato, approfondito e trasformato in una relazione tesa, talvolta scomoda. Il titolo funziona così come una chiave ermeneutica. Tra l’Agar biblica e l’Agar contemporanea si apre uno spazio di libertà interpretativa. Lo Porto non cambia i fatti, ma ne sposta il baricentro. Se la Bibbia racconta la storia di Abramo, Sara e dell’alleanza, il libro racconta la storia di una donna che vive gli effetti di quell’alleanza senza farne parte.
Parallelamente, Giulia Lo Porto costruisce la sua lettura analizzando anche il ciclo patriarcale della Genesi, l’asse narrativo che organizza l’identità del popolo biblico. I patriarchi – Abramo, Isacco e Giacobbe – non sono presentati come semplici figure fondative, ma come portatori di una promessa trasmessa attraverso le generazioni: la terra, la discendenza e la benedizione. Attorno a loro si coagula una storia di migrazioni, alleanze fragili, conflitti familiari e rapporti di potere. Il loro ruolo non è soltanto genealogico, ma simbolico. Attraverso di essi si articola una teologia del divenire. Abramo inaugura l’esperienza della chiamata e della rottura con l’origine, Isacco garantisce la continuità dell’alleanza, mentre Giacobbe, divenuto Israele, trasforma la promessa in un’identità collettiva.
La figura di Agar introduce tuttavia una ramificazione decisiva. Dalla sua unione con Abramo nasce Ismaele, considerato nella tradizione biblica e islamica il capostipite di «un grande popolo». Agar partecipa così alla storia fondativa senza essere inclusa nella linea della promessa «ufficiale»: madre di un popolo, ma esclusa dalla genealogia eletta.
In questo senso, il volume non si pone in opposizione al testo biblico, ma in una continuità critica con esso. Giulia Lo Porto non riscrive la Scrittura, ma la rende abitabile per il lettore contemporaneo. Dio non è un personaggio antropomorfo, bensì una presenza tesa, talvolta silenziosa, talvolta perturbantemente vicina. Agar non diventa un’eroina in senso classico, ma rimane una donna fragile, esposta, capace tuttavia di una verticalità interiore.
Questa prospettiva si estende, ad esempio, nel dialogo con la poesia contemporanea di Mohja Kahf, poetessa e saggista siro-americana, che reinterpreta la figura di Agar dal punto di vista della migrazione, dell’identità femminile e dell’appartenenza culturale multipla. Attraverso questo dialogo, Agar attraversa il confine tra il testo biblico e il presente, diventando una figura capace di articolare esperienze attuali di sradicamento e di ricerca di un luogo.
La bibliografia che accompagna lo studio interpretativo conferma il rigore dell’impianto e la sua apertura interdisciplinare. I riferimenti coniugano l’esegesi biblica classica (dai commentari alla Genesi alla lettura del Pentateuco) con studi di antropologia teologica, storia e interpretazioni femministe della Scrittura. La presenza di opere dedicate alla figura di Agar nelle tradizioni ebraica, cristiana e islamica, accanto a volumi sulla corporeità, sui rapporti di potere e sulle politiche di genere, segnala un dialogo consapevole tra tradizione e lettura critica contemporanea.
Il testo biblico suggerisce che la scelta di Agar non sia accidentale né marginale. Dio le parla direttamente, la vede e le promette un futuro, annunciando la nascita di Ismaele e il suo destino di fondatore di «un grande popolo». Sebbene la linea dell’alleanza passi attraverso Isacco, la storia di Ismaele non viene annullata né corretta successivamente, ma assunta come una ramificazione distinta della promessa. Da questa tensione nasce una duplice filiazione: da un lato, la discendenza di Abramo attraverso Isacco; dall’altro, la discendenza attraverso Agar, considerata nella tradizione biblica e islamica all’origine di un nuovo popolo. Il libro suggerisce così che la frattura non appartenga alla volontà divina, ma al modo in cui l’ordine patriarcale gestisce una scelta che lo supera.
Agar non è un errore nell’economia del testo, ma il luogo in cui la promessa si moltiplica e diventa conflittuale, aprendo la storia alla pluralità, alla tensione e alla responsabilità.
Sebbene Agar. La ribelle che dialogò con Dio di Giulia Lo Porto non sia ancora stato tradotto in lingua romena, la sua densità spirituale lo raccomanda a teologi e comunità religiose, al di là dei confini di una singola tradizione.
Carmen Teodora Făgețeanu
(n. 2, febbraio 2026, anno XVI)
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