Reta – Marga – Margareta. La scrittura come restituzione identitaria

Attraverso una successione di frammenti autobiografici che coprono circa settant’anni, Il grido delle ferite racconta l’infanzia segnata da carenze affettive e violenza, le relazioni familiari e di coppia, la maternità, l’esperienza dell’emigrazione, la malattia e la rinascita attraverso l’arte. Il percorso di Margareta David si sviluppa tra Romania, Asia Centrale e Italia, fino alla maturità, dove scrittura e pittura diventano strumenti di guarigione e di riconciliazione con il proprio passato.
È apparso nel 2025*, presso Rediviva Edizioni (Milano), nella collana Ti racconto il mondo, uno spazio editoriale dedicato alle narrazioni di vita che attraversano confini geografici, culturali e interiori. Il volume nasce da un lungo lavoro di ascolto e di scrittura condotto da Aurora Martin a partire dalla testimonianza di Margareta David, pittrice romena stabilita in Italia, e si configura come un testo ibrido, al confine tra autobiografia, romanzo di formazione e indagine psicologica. Il libro nasce da una tensione profonda e necessaria, quella tra il bisogno di raccontare e la difficoltà di sopravvivere al racconto. La vita di Margareta David prende forma attraverso una doppia mediazione: la voce di chi ha vissuto e quella di chi ascolta, rielabora, struttura e restituisce. Aurora Martin non si limita a «trascrivere» un’esistenza. La trasforma in materia narrativa, assumendosi la responsabilità etica ed estetica di dare forma a un dolore che non chiede spettacolarizzazione, ma riconoscimento.
Fin dal titolo, il libro dichiara la propria urgenza. Non raccontare semplicemente una vita, ma dare voce alle ferite, renderle dicibili, visibili, condivisibili. Come afferma la protagonista, in una delle frasi-chiave del volume: «Quando sono partita da Turda, volevo lasciare tutto alle spalle, ma non ci sono riuscita… Spero di riuscirci con questo libro.»
Il sottotitolo – dopo un’autobiografia – è decisivo. Segnala ciò che leggiamo avviene oltre la semplice testimonianza, in uno spazio riflessivo e letterario dove memoria, analisi e scrittura dialogano costantemente.
Uno degli elementi che rendono Il grido delle ferite un libro rilevante è il ruolo assunto da Aurora Martin, che va ben oltre quello di semplice autrice o mediatrice. Scrive con Margareta, non su Margareta. La sua scrittura nasce da un atto di prossimità, di ascolto profondo, e si assume il rischio di entrare nella materia viva del trauma senza appropriarsene.
Nel capitolo «Dietro le quinte», l’autrice rende esplicito questo dispositivo: «In questa autobiografia atipica, scritta a due menti, la voce dell’autore e quella del narratore si fondono.»
Aurora Martin installa, per usare le sue stesse parole, il proprio «centro di comando» nella mente e nell’anima della narratrice-testimone, ma senza annullare la distanza critica. Il risultato è una scrittura che interpreta, ordina, psicanalizza, senza mai addomesticare il dolore. Il testo conserva così una tensione costante tra confessione e costruzione letteraria, tra urgenza emotiva e lucidità analitica.
Il cuore del libro è costituito dall’intreccio di due voci distinte ma inseparabili. Da un lato, la voce autobiografica di Margareta David, una voce ferita, a tratti brutale, che non edulcora né protegge il lettore. È una voce che attraversa l’infanzia negata, la violenza domestica, l’abuso, la maternità mutilata, l’emigrazione, la malattia, la perdita, ma anche la rinascita attraverso l’arte. È una voce che non cerca assoluzioni, né per sé né per gli altri, e che si espone nella sua nudità psicologica con una lucidità disarmante: «Sarebbe stato facile essere solo una vittima per attirare la pietà dell’opinione pubblica, ma ero ugualmente colpevole.»
Dall’altro lato, la voce di Aurora Martin, che non si sovrappone mai, ma orchestra il materiale umano con sensibilità e intelligenza critica. La scrittrice assume una posizione rara. Non è né narratrice onnisciente né semplice testimone. È una presenza che ascolta, interroga, talvolta interrompe il flusso con brevi inserti metanarrativi, rendendo visibile il processo stesso della scrittura. In questo modo, il libro diventa anche una riflessione sulla possibilità di raccontare il trauma, sui limiti della memoria e sul patto di fiducia tra chi racconta e chi scrive.
Un motivo ricorrente e profondamente simbolico nel libro è quello delle mani. Le mani della madre, attese e mai concesse; le mani che colpiscono invece di accarezzare, le mani che lavorano, che curano, che dipingono. Le mani diventano il luogo in cui la memoria corporea si deposita e si riattiva. Una delle immagini più strazianti dell’infanzia è quella della bambina seduta sullo sgabello, che osserva: «guardavo con desiderio le mani di mia madre scivolare sulle gambette di mio fratello… e mi illudevo che forse, quando sarei stata più grande, avrei avuto la mia parte di tenerezza.»
Uno dei fili più sottili e al tempo stesso più profondi del libro è il processo di restituzione identitaria, segnato simbolicamente dai tre nomi della protagonista: Reta, Marga, Margareta. Non si tratta di semplici diminutivi o variazioni onomastiche, ma di tappe essenziali della costruzione del sé. Reta è l’infanzia, il nome ridotto, infantilizzato, che concentra la mancanza di protezione, la dipendenza affettiva, la vulnerabilità originaria. È un’identità diminuita, tollerata, ma mai pienamente riconosciuta. Marga emerge come gesto di rottura, la donna che parte, che lavora, che decide, che sopravvive. Il nome segna una prima forma di autonomia, una distanza necessaria dal bambino ferito, ma ancora non del tutto guarito.
Solo Margareta rappresenta l’integrazione. L’assunzione del nome intero equivale all’assunzione dell’intera biografia, con tutte le sue fratture. Come si afferma chiaramente nel testo, «in questo libro, firma Margareta», assumendo con dignità tutti i frammenti del puzzle della sua vita.
La scrittura diventa così un atto di ricomposizione. Non cancella il passato, ma lo raccoglie in una forma finalmente abitabile. Reta non viene annullata, Marga non viene rinnegata, ma entrambe sono incluse in un’identità che può, finalmente, nominarsi senza residui. Da questo punto di vista, il libro non è soltanto una confessione, ma un gesto di maturazione ontologica, in cui il nome stesso diventa lo spazio della riconciliazione.
Questa mancanza originaria segna tutta l’esistenza di Margareta e si trasforma, nell’età adulta, in gesto creativo. La mano che non ha ricevuto carezza diventa la mano che dipinge. La pittura, come la scrittura, è un atto riparativo, una forma di riappropriazione del corpo e del senso. Non è un caso che il libro si chiuda simbolicamente con una mano che tiene la penna e diventa pennello, suggellando la riconciliazione tra ferita e creazione.
Pur restando profondamente personale, Il grido delle ferite supera presto il perimetro dell’esperienza individuale. La vita di Margareta David diventa una lente attraverso cui leggere la storia recente della Romania, il peso del regime comunista, la paura interiorizzata, la violenza normalizzata, l’emigrazione come necessità e come umiliazione. Particolarmente potente è il modo in cui il libro affronta il tema della trasmissione intergenerazionale del trauma, soprattutto nel rapporto madre-figlia. La madre non è mai ridotta a stereotipo. È al tempo stesso figura di durezza e prodotto di un’educazione emotivamente mutilata. Come osserva lucidamente la narratrice: «I genitori non si scelgono, si amano o si impara ad amarli.»
La traduzione italiana, curata da Nicoleta Silvia Ioana, rappresenta uno degli elementi di maggiore riuscita del volume. È una traduzione che non leviga il testo, ma ne rispetta le asperità, mantenendo la forza confessionale senza scivolare nel patetico. La lingua italiana restituisce con naturalezza la densità emotiva e la stratificazione temporale del racconto.
Le illustrazioni di Ioanna Dimosthenous accompagnano il testo come un controcanto visivo. Non spiegano, non decorano, ma evocano. Frammenti, mani, simboli sospesi, le immagini diventano ulteriori tracce della memoria, rafforzando il carattere non lineare e profondamente interiore del libro.
La pagina bianca finale non è un artificio, ma una dichiarazione poetica: «Il racconto, la scrittura e la pittura possiedono tutte un potere di guarigione.»


Carmen Teodora Făgețeanu
(n. 1, gennaio 2026, anno XVI)


* Il volume è stato pubblicato inizialmente in lingua romena, presso la Casa Editrice Thea, Bucarest, 2024.