L’età fragile e l’universo narrativo di Donatella Di Pietrantonio

Premessa e conteso

L’universo narrativo di Donatella Di Pietrantonio è radicato nell’Abruzzo rurale, esplorando legami familiari complessi, maternità difficili, il trauma dell’abbandono e la resilienza femminile. Con uno stile essenziale, concreto e ricco di silenzi, l’autrice indaga le ferite emotive e la memoria, spesso ambientando le storie in un paesaggio aspro che rispecchia la durezza della vita dei personaggi.
L’età fragile è il quinto romanzo della scrittrice teramana che, già prima della pubblicazione di questo capolavoro, che nel 2024 l’ha resa vincitrice della settantottesima edizione del Premio Strega, era nota nel panorama letterario italiano grazie alle sue opere precedenti, Mia madre è un fiumeBello mioL’Arminuta e Borgo Sud
Uno dei temi più ricorrenti nella scrittura dell’autrice, che compare in un modo o nell’altro in ciascuno dei suoi romanzi, è il rapporto genitori-figli, in particolar modo la tumultuosa relazione madre-figlia. In un’intervista condotta da Patrizia Sambuco nel 2018, ancor prima della realizzazione di L’età fragile, Di Pietrantonio afferma: «In genere racconto la maternità, racconto relazioni madre e figlia in cui la madre non è adeguata al suo ruolo».
Tuttavia, in ciascun caso, il tema della maternità viene trattato da una prospettiva diversa: in Mia madre è un fiume, questo legame è messo alla prova dalla malattia; in Bella mia si affronta il tema di una maternità acquisita anziché biologica; L’arminuta racconta di una genitorialità indesiderata e Borgo Sud fa riflettere sulla difficoltà di confrontarsi con una maternità non pianificata.
In L'età fragile, invece, quello tra Lucia e Amanda, le due protagoniste, non è né un rapporto burrascoso, né uno toccato da fattori esterni danneggianti, bensì un legame fragile, dettato da una barriera invisibile, costituita da un forte silenzio, un’enorme mancanza di comunicazione. 
Un altro aspetto di forte rilevanza è il contesto storico-culturale in cui la storia è ambientata. Gli eventi della linea narrativa principale, infatti, avvengono nel 2020, anno difficile da dimenticare non solo per la sua ancora stretta vicinanza temporale, ma anche per gli avvenimenti disastrosi che l’hanno caratterizzato. Il 2020 è stato segnato dalla comparsa, e successivamente la diffusione, di un virus chiamato Covid-19. In breve tempo la stabilità sanitaria mondiale è collassata, costringendo le persone di tutto il mondo a diversi mesi di quarantena, per limitarne il più possibile la diffusione. Questo periodo di rigide restrizioni, in cui non era permesso uscire di casa, salvo per situazioni particolari, ha ovviamente avuto ripercussioni su ogni aspetto della vita sociale. Le persone hanno perso parte dell’abilità di interagire, di comunicare con il prossimo e, ovviamente, le perdite sono state visibili anche da punti di vista più concreti, in quanto in molti sono stati costretti a lasciare il proprio lavoro o gli studi.
Nel romanzo, la pandemia assume un ruolo di sfondo, di fondamenta su cui innalzare dei muri. Nonostante la pandemia di per sé non rappresenti il tema centrale dell’opera, essa ha lo scopo di accentuare le difficoltà interiori delle due protagoniste, soprattutto della figlia, Amanda, che si ritrova ostacolata nel suo obbiettivo di stare il più possibile lontana da casa, di lasciare alle spalle la terra d’origine. Con lo scoppio della pandemia, la ragazza è costretta a lasciare l’università e a tornare tra le pareti della casa materna, in cui fa ritorno completamente cambiata. Costretta a trascorrere giorno e notte sotto lo stesso tetto a cui per molto tempo aveva cercato di sfuggire, Amanda diventa una persona apatica, indifferente a ogni stimolo esterno.
Questa totale indifferenza da parte di Amanda porta Lucia, la madre, a sentirsi sempre più sola, rifiutata, non riuscendo né a far uscire la figlia da questo stato di isolamento, né a comprenderne la causa.
Lucia vede crescere la distanza tra le due, ed è proprio a questo punto che l’autrice decide di integrare nella narrazione, attraverso l’uso del flashback, un episodio cruciale apparentemente al passato, ovvero il delitto del Morrone, un fatto di cronaca realmente accaduto il 20 agosto 1997.

Narrazione, voce narrante e uso del flashback 

Il delitto del Morrone, che ha coinvolto in prima persona la migliore amica di Lucia, Doralice, insieme a due giovani turiste che si trovavano in Abruzzo per l’estate, si è distinto per la sua efferatezza, per la crudeltà con cui il carnefice ha agito, uccidendo due delle vittime e ferendo gravemente l’unica sopravvissuta, la stessa Doralice.
Essendo avvenuto durante il periodo della sua adolescenza, questo delitto accompagna Lucia nella sua crescita, permettendole di maturare e di vedere la vita con occhi diversi. Da questo momento in poi, la narrazione alterna momenti del presente a vari episodi correlati a quel tragico evento, che permettono di scavare in profondità nel passato di Lucia.
Pur non essendo stata in prima persona vittima di questo crimine, l’impatto psicologico è talmente forte da rendere la donna emotivamente dipendente dalla sua terra, da quel paesino in cui tutto è successo, al punto tale da immobilizzarla, rendendole impossibile superare il trauma. È come se quel tragico evento facesse parte di Lucia stessa, della sua persona, e con esso anche la sua terra d’origine che, seppur non le procuri alcun bene, non riesce a lasciarsi alle spalle.                             
In una recensione di questo romanzo, Laura Bianchi afferma: «La fuga, quella dai luoghi d’origine, dal passato, dal futuro, non è mai una soluzione ma, al contrario, indebolisce e rende ancora più fragili, soli, stranieri l’uno all’altro».
Questa citazione anticipa perciò un altro dei temi principali di quest’opera: la difficoltà di lasciare alle spalle il proprio passato. Una volta diventata adulta, seppur madre e moglie, Lucia sente il dovere morale di restare fedele alla propria casa, a suo padre, ormai anziano e malato: «Qui non mi manca niente. Ho il mio, che è poco, ma è tutto».
Questa vicinanza quasi vincolante finisce per danneggiare il rapporto tra Lucia e il marito Dario, padre di Amanda, che invece ha altre aspirazioni, sogna di andarsene, di offrire una vita migliore alla propria famiglia. E così arriva la separazione, il marito se ne va di casa, seguito, tempo dopo, dalla figlia.
La paralisi mentale di Lucia, la sua incapacità di combattere la monotonia e la solitudine, mostrano quanto a volte sia difficile superare le barriere che noi stessi ci imponiamo, voltare le spalle a ciò che, seppur recandoci infelicità, ci accompagna da sempre e fa parte della nostra esistenza.
Da qui si evincono anche alcune dinamiche familiari che, con la lettura del romanzo, diventano sempre più plausibili. Più di ogni altra cosa, la mancanza di comunicazione rappresenta il problema principale di questa famiglia. Lucia non riesce a comunicare con nessuno dei suoi cari: al marito non comunica mai i suoi sentimenti, non gli spiega mai cosa prova ancora per lui e che cosa le impedisca di lasciare il passato alle spalle; non riesce a dialogare con la figlia, pur vedendola afflitta da qualcosa e tentando in ogni modo di starle vicino. Ma soprattutto non è in grado di prendere alcuna posizione di fronte al padre, di farsi valere, pur essendo una donna adulta. Questo silenzio morboso suggerisce che non sempre sono necessari grandi disaccordi o litigi. Talvolta, per distruggere un rapporto, il silenzio è l’arma più efficace.
Oltre al rapporto madre-figlia, nel romanzo spicca anche la relazione tra Lucia e suo padre, Rocco. Avendo trascorso l’intera esistenza al suo fianco, il padre rappresenta ancora una figura autorevole per la figlia: è lui a suggerire a Lucia in che modo educare la nipote, è lui a criticare costantemente, a distanza d’anni, la scelta di aver sposato Dario, ed è lui a decidere come e quando sua figlia erediterà il Dente del Lupo.
L’autorità del padre nei confronti della figlia adulta, aggiunta all’atrocità del delitto del Morrone, rende possibile il collegamento con il tema della violenza di genere. 
La mentalità patriarcale influenza l’avvenire delle cose sia attraverso una figura maschile dominante, quella del padre di Lucia, che pretende di avere il controllo su tutte le donne della sua vita, prima la moglie, poi la figlia e la nipote, sia attraverso la violenza di Vasile, il giovane pastore straniero che toglie la vita alle due turiste.

A mo- di conclusione

L’età fragile si configura come un romanzo profondamente introspettivo, in cui Donatella Di Pietrantonio indaga con grande sensibilità la complessità dei legami familiari e il peso del passato nella costruzione dell’identità individuale. Attraverso la storia di Lucia e Amanda, l’autrice mostra come la fragilità non sia soltanto una condizione legata all’età, ma una dimensione esistenziale che può attraversare ogni fase della vita, soprattutto quando il dolore, il silenzio e i traumi non elaborati restano irrisolti.


Cristiana Gruia
III anno Università dell’Ovest di Timișoara
Coord. Afrodita Cionchin

(n. 7-8, luglio-agosto 2026, anno XVI)



Bibliografia e sitografia


• BATTAGLIA, Mary, Recensione di L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, Mydreams, 2024, disponibile su: https://www.mydreams.it/recensione-libri-leta-fragile-di-donatella-di-pietrantonio/ [ultima consultazione: 12.03.2026].
• BIANCHI, Laura, Recensione di L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, Mescalina, 2023, disponibile su: https://www.mescalina.it/libri/recensioni/donatella-di-pietrantonio-/let-fragile- [ultima consultazione: 02.04.2026].
• DI PIETRANTONIO, Donatella, L’età fragile, Torino, Einaudi, 2023.
• Recensione di L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, LaFeltrinelli, disponibile su: https://www.lafeltrinelli.it/eta-fragile-libro-donatella-di-pietrantonio/e/9788806255787/recensioni [ultima consultazione: 20.01.2026].
• SAMBUCO, Patrizia (a cura di), Conversazione con Donatella Di Pietrantonio, ACIS, 2018, disponibile su: https://www.acis.org.au/2018/06/01/conversazione-con-donatella-di-pietrantonio [ultima consultazione: 02.04.2026].