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Un cardinale nei Gulag romeni: Tatiana Niculescu e «Il santo numero 6»
«La nostra fede è la nostra vita». Questo il motto del cardinale in pectore Iuliu Hossu (1885-1970), beatificato nel 2019 da Papa Francesco. Su questo motto è incardinata tutta la narrazione del romanzo biografico di Tatiana Niculescu, Il santo numero 6, pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Castelvecchi di Roma nell’eccellente traduzione di Horia Corneliu Cicortaș e Igor Tavilla. È un’opera che ci restituisce una testimonianza di grande valore per il disvelamento delle ingiustizie che il regime comunista romeno ha perpetrato (anche) verso la storica minoranza greco-cattolica. La forma di resistenza operata dal vescovo transilvano, mai nominato esplicitamente nel volume, è molto diversa da quella «feroce» e rabbiosa contenuta nella letteratura di un altro illustre detenuto ed esule della cultura romena, Paul Goma [1] e si allinea piuttosto al concetto di Cristomimesi (imitazione di Cristo) dimostrato durante la repressione comunista anche dal monaco ortodosso Nicolae Steinhardt [2]. In un’epoca travagliata come la nostra, la riscoperta delle memorie e testimonianze dei regimi totalitari del Novecento fa assumere a quest’opera un’enorme importanza civile, nonché spirituale, proprio alla luce della fedeltà incrollabile verso la propria comunità di credenti e dello stoicismo con cui essa viene mantenuta, nonostante le pressioni esterne.
Il narrato si sviluppa intorno alla figura del detenuto numero 6, arrestato nell’ottobre del 1948 e conseguentemente sballottato in vari luoghi e prigioni, dal piccolo comune di Dragoslavele, nel distretto di Argeș, al temibile carcere di Sighet, cittadina del Maramureș collocata sulla sponda sinistra del fiume Tibisco, al confine con l’allora URSS. Questo era uno dei luoghi di prigionia più duri in assoluto nella Repubblica Popolare di Romania, e accoglieva moltissimi uomini politici, intellettuali, religiosi e cittadini non «in regola» per il nuovo regime. Le testimonianze dei sopravvissuti alla prigionia nel carcere di Sighet sono molte, accurate e concordanti, e dipingono una situazione terrificante, riportata anche nel racconto della Niculescu, la quale si ispira in maniera filologica alle memorie che Hossu ha lasciato. Questo viaggio detentivo (o via crucis, come lo chiama lo stesso protagonista), che spazia da vere e proprie gabbie dorate monasteriali fino al Gulag, è una delle caratteristiche fondamentali del romanzo, che ripropone così uno spaccato della politica del primo periodo comunista romeno, tra stalinismo e ottepel’ («disgelo», in russo) [3].
Infatti, così come il santo senza nome attraversa fisicamente la Romania e le sue carceri, tramite la narrazione di Niculescu ci rendiamo conto che egli è stato un uomo che ha attraversato tutte le tappe fondamentali della storia del Paese carpato-danubiano: dal dominio austro-ungarico sulla Transilvania alla Grande Unione del 1918, fino al colpo di stato comunista e all’esperienza del Gulag. Infatti, il regime di stampo stalinista aveva operato – tra il 1948 e i primi anni ’50 – una radicale purga ideologica, che non colpì soltanto i politici di parti avverse, ma anche gli uomini di chiesa che non si erano piegati al Partito; così, la Chiesa greco-cattolica, allineata con Roma, era stata abolita, e i suoi membri perseguitati o costretti a convertirsi alla Chiesa ortodossa strumentalizzata dal potere politico.
Da questo contesto nasce la disperazione iniziale del protagonista, vista poi come una prova mandata dal Signore, e la scelta del santo numero 6 di non rinnegare la propria fede, di renderla visibile come marchio di umiltà e passione di fronte alla coercizione degli agenti del regime comunista (e delle avances dei prelati ortodossi), che, durante la prigionia, a intervalli di mesi lo interrogano, blandiscono o minacciano inutilmente. Laddove in concreto gli tolgono il proprio nome e la propria identità, relegandolo a un anonimo numero, il 6 per l’appunto (numero ricorrente che viene caricato di una fortissima valenza simbolica e biblica), il protagonista viene spogliato anche di tutte le insegne del potere religioso ma terreno, ritornando all’umiltà attraverso la sofferenza.
Interessante è inoltre, nel racconto dell’autrice, l’uso costante di citazioni e rimandi più o meno intertestuali e diretti alle Sacre Scritture e i Salmi (ma non solo), permettendo di tracciare vari e stimolanti – ma mai scontati – paragoni tra la figura del santo numero 6 e quella dei protagonisti biblici, nominalmente Abramo, Giobbe e Gesù Cristo. Notevole è poi, verso la fine del libro, la trasformazione dell’impianto narrativo che, da biografico-romanzesco che è, viene tramutato in una sorta di proiezione astrale che travalica i limiti del passato e pare giustificare la tecnica del narratore onnisciente comune a tutta l’opera.
Tatiana Niculescu, che qui come in altri suoi libri evidenzia la sua abilità di biografa, senza sconfinare nell’agiografia, adotta infatti un approccio narrativo che fonde la rigorosità documentale e biografica a un ritmo serrato e avvincente, evitando una retorica semplicistica nel presentare realtà storiche e dogmatiche. Un chiarissimo esempio di ciò si può ritrovare, in uno dei capitoli del libro, nella discussione che il vescovo imprigionato ha con il Primo ministro Petru Groza sulla visita di questi in Cina, narrata in un libro donato al protagonista, in cui alla cultura enciclopedica del primate greco-cattolico si contrappone il gusto per la chiacchiera e l’inaspettato senso ludico di Groza.
È notevole come tutta la narrazione sia basata in maniera contrastiva sull’identità del santo detenuto: la sua identità passata, di uomo colto e frequentatore della nobiltà asburgica, si scontra con quella presente, di figura spersonalizzata, di anonimo numero rinchiuso in una cella e destinato alla rieducazione. Allo stesso modo, vi è uno scontro apparente tra sofferenza e dignità, tutto a favore di quest’ultima; l’autrice, oltre a denunciare i crimini del comunismo, si interroga anche sulla capacità del protagonista di mantenere la propria fede in un contesto ostile e disumanizzante come era stato quello di Sighet e contro le costanti pressioni statali. L’opera funge così da monumento alla memoria del Gulag e del sofferto passato socialista romeno, un passato che per lungo tempo è stato trascurato, se non ignorato, in Occidente e che solo negli ultimi decenni è stato riscoperto, portando il lettore a riflettere sul valore della libertà, tanto esteriore come interiore, e delle proprie convinzioni.
In conclusione, il volume pubblicato da Castelvecchi risulta essere un tassello di grande importanza tanto per la diffusione della letteratura romena contemporanea in Italia, quanto in generale per coprire certi vuoti della letteratura della memoria, spesso, volente o nolente, «occidentalocentrica». È pertanto un libro necessario per chiunque voglia comprendere le dinamiche del potere stalinista in Romania ed esplorare la vita e la testimonianza del primate rimasto senza chiesa, che viene resa fruibile in italiano in questo romanzo dai ritmi serrati, avvincenti ed esemplari.
Tatiana Niculescu ancora una volta dimostra di avere una spiccata predilezione per coinvolgenti biografie di noti personaggi storici romeni (si pensi solo al libro Nae Ionescu. Il seduttore di una generazione, anch’esso edito da Castelvecchi nel 2021 e tradotto dagli stessi studiosi) [4]. L’autrice si riconferma, pertanto, come una delle voci più interessanti e lucide della letteratura e della cultura romena contemporanea, interprete abilissima nel rendere universali le vicende del singolo, portando gli eventi della vita privata al livello della Storia.
Edoardo Giorgi
(n. 3, marzo 2026, anno XVI)
* Dal 2006, l’Istituto Culturale Romeno di Bucarest finanzia gli editori stranieri per tradurre e pubblicare libri di autori romeni, attraverso il programma Translation & Publication Support Programme.
NOTE
[1] Paul Goma (1935-2020) è stato uno dei più interessanti scrittori dissidenti romeni, e oppositore di spicco del regime comunista. Nato nel distretto di Orhei – in quella che allora era Romania e che oggi è la Repubblica Moldova –, all’arrivo delle truppe sovietiche, nel 1944, ripara con la famiglia in Transilvania ma, dopo l’instaurarsi del governo comunista non riesce a fuggire e, da giovane, solidarizza con la rivoluzione ungherese del 1956, scontando due anni di carcere e quattro di confino. Dopo un breve periodo di entusiasmo per la Primavera di Praga (1968) e la posizione antisovietica di Ceaușescu, è costretto a pubblicare all’estero i suoi romanzi, subendo ulteriormente le angherie del regime romeno. Dopo vari anni di dissidenza, nel 1977 arriva a Parigi dove ottiene asilo politico. È stato spesso definito il «Solženicyn romeno».
[2] Nicolae Steinhardt (1912-1989) è stato uno scrittore, avvocato e monaco ortodosso, noto soprattutto per Il diario della felicità (disponibile anche in italiano). Nato da padre ebreo e madre romena, subì, come tanti altri intellettuali «non allineati», persecuzioni e lunghi anni di prigionia o lavori forzati. Durante la detenzione si convertì al cristianesimo ortodosso, divenendo infine monaco nel Maramureș.
[3] Questo periodo di apparente distensione dopo le purghe staliniane viene definito così proprio a causa del titolo del romanzo Ottepel’ di Ilja Ehrenburg (1891-1967), pubblicato tra il 1954 e il 1955. L’opera è ambientata negli anni successivi alla morte di Stalin (1953) e si contraddistingue per il tentativo di distanziamento dal realismo socialista, segnando un «disgelo» nel clima politico dell’allora Unione Sovietica.
[4] Edizione originale: Seducătorul domn Nae. Viața lui Nae Ionescu, Humanitas, București 2020.
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