Dalla Grande Ungheria alla Grande Romania – sangue, razza e nazione

De la Ungaria Mare la România mare – sânge, rasă și națiune (Polirom, 2026) di Marius Turda, Zsuzsa Bokor, Tudor Georgescu, Adrian-Nicolae Furtună

«Diventeremo ladri di cadaveri», queste sono le ultime parole della lettera di addio del conte Pál Teleki (1879-1941) scritta prima del suo suicidio del 3 aprile 1941 e indirizzata a Miklós Horthy. Queste poche parole rappresentano la quintessenza della fine dell’eugenetica stessa che ha visto concretizzarsi le sue idee nell’Inferno della Shoah. Nel libro pubblicato recentemente dalla prestigiosa casa editrice Poliromdi Iași, Romania, questo è anche la sentita conclusione dell’introduzione di Marius Turda allo studio comune intitolato Dalla Grande Ungheria alla Grande Romania – sangue, razza e nazione. Il libro si inserisce sulla scia del precedente volume Alla ricerca del romeno perfetto di Marius Turda, libro al quale ho dedicato una recensione approfondita in un numero precedente della nostra rivista Orizzonti culturali italo-romeni. Perché questa attenzione verso gli scritti di Marius Turda e l’eugenetica in generale?
Una domanda giusta e per niente retorica. In illo tempore Marius Turda era uno studente alla Facoltà di storia dell’Università di Bucarest come me ed entrambi abbiamo frequentato i corsi del rimpianto professore Alexandru Duțu, storico delle mentalità, nonché un vero Maestro del pensiero storico.
Dal professor Duțu abbiamo appreso l’abitudine di studiare la Storia di un popolo, infatti specie quella del popolo romeno, attraverso le cronache dei «viaggiatori» stranieri che avevano attraversato i principati romeni e avevano raccontato nei loro scritti quello che avevano ritenuto significativo verso i romeni. Questa bella abitudine di guardare la storia dell’identità nazionale attraverso lo sguardo dell’altro (l’autre, come direbbe la Scuola Storiografica Francese L’École des Annales) ha spinto molti storici a studiare i documenti delle comunità con le quali sono entrati in contatto i romeni, per poter avere una completa e più accurata immagine della propria storia.
D’altronde l’antropologia stessa ci insegna che l’identità si costruisce nel rapporto con l’altro, che sta nel mezzo tra noi e gli altri. Ancor di più quando si tratta della storia della Transilvania, terra della multiculturalità per eccellenza, luogo d’incontro e di scontro tra i romeni, i magiari e i sassoni, ma anche della presenza degli ebrei del popolo rrom, degli armeni, degli aromeni e tante altre etnie che si sono insediate nei secoli in questa terra bellissima e contesa nell’arco dei monti Carpazi. Una storia dell’identità romena e infatti specie transilvana attraverso lo sguardo dell’eugenetica è una vera novità nel campo del dibattito storiografico romeno o magiaro. Non era stato dimenticato questo passato non tanto lontano (perché alla fine dei conti si tratta dell’ultima parte dell’Ottocento e la prima metà del Novecento), ma un attento sguardo storico su quella montagna di scritti, documenti, riviste e propaganda non era stato mai focalizzato in maniera disciplinata, intesa come aggettivo, ma anche come disciplina in sé, nuova, intrigante e a volte scomoda che è l’Eugenetica.
Bello da vedere è anche lo sforzo comune dei quattro autori, ognuno con una storia a sé, scritta nel nome come dicevano i latini nomen omen e a volte nella biografia di ognuno di essi. Marius Turda proviene da una umile famiglia di origini ebraiche, Zsuzsa Bokor è ovviamente magiara di origini, Tudor Georgescu è il figlio dello storico ed esule politico Vlad Georgescu, famiglia che ha conosciuto la persecuzione della dittatura e poi la fuga e l’esilio e l’ultimo, ma non meno importante, Adrian-Nicolae Furtună è un sociologo che si occupa della storia della minoranza rrom in quanto appartenete lui stesso a questa minoranza, mai compresa fino in fondo nella Romania moderna. Nel caso del padre di Tudor Georgescu, il valoroso storico Vlad Georgescu si può affermare che la sua morte fu causata da sostanze radioattive che gli procurarono un cancro fulminante proprio a causa della sua implicazione politica come direttore del posto radiofonico Europa Libera, l’unica voce di dissenso dei romeni fuggiti all’estero, precisamente a Monaco di Baviera e che era ascoltata in forma clandestina in tutta la Romania.
Ecco che le cose si fanno più intriganti e convincenti. I quattro autori parlano della storia dell’Eugenetica, ma parlano in un certo senso rivendicando una specie di Giustizia per se stessi e per le loro famiglie che hanno conosciuto l’emarginazione, la persecuzione o l’espugnazione dalla Romania degli anni del secolo scorso.
Tornando all’insegnamento del professor Duțu, la storia è meglio comprensibile se la si guarda con gli occhi dell’altro, del minoritario. Questa visione è personalmente più consona pure a me in quanto sono, a mia volta, doppiamente una minoritaria: in Romania appartengo da parte di mia madre alla minoranza serba o bulgara, non si sa bene, che rappresentava una parte importante, se non la metà della popolazione del comune di Coteana, vicino a Slatina, nel distratto di Olt. Questa minoranza ha perso attualmente la lingua e l’identità, frutto della politica di omogeneizzazione del nazionalismo della dittatura comunista. Attualmente e per la metà della mia vita vivo in Italia, sono cittadina italiana e appartengo alla minoranza romena intrinsecamente. Da minoritaria io stessa mi sono interessata alle minoranze come, per esempio, quella italiana e soprattutto veneta e bellunese in Romania. Ecco come anch’io sono uno storico che guarda il mondo attraverso le lenti dell’altro, del diverso, del minoritario, sia che si tratti della Romania, sia attualmente, dell’Italia. Vi posso garantire che questa prospettiva è sicuramente diversa rispetto alla maggioranza, è più ancorata nel cuore, sentimentale ma non manca d’oggettività. Cosa sorprende in questo libro rispetto agli altri?
Nel capitolo firmato da Marius Turda si riprendono alcune idee del volume dell’anno scorso che riguarda l’identità romena, come per esempio il fatto che l’Eugenetica non ha un solo colore, non è di destra, verde o nera, ma è anche di sinistra, rossa come la mappa eugenetica dello stesso Teleki quando raffigura in rosso la presenza delle comunità magiare nel territorio della pianura pannonica come nell’arco dei Carpazi nella Transilvania, mappa che rappresentava un disperato tentativo di impedire la divisione della Grande Ungheria nella Conferenza di Pace di Parigi. Sforzo inutile come ben sappiamo con il finale del Trattato di Trianon del 4 giugno 1920, in base al quale l’Ungheria perde metà di quello che era prima il suo Regno (pp. 54-55).
Ed ecco sfatato un altro pregiudizio, quello di pensare che l’Eugenetica è frutto soltanto delle idee di estrema destra, anche perché sono state loro che tra gli anni 1920-1945 hanno messo in pratica le più grandi aberrazioni dell’Eugenetica: la sterilizzazione e lo sterminio delle persone, quello che Teleki chiamava con la metafora diventata poi realtà «i ladri di cadaveri». Per quei cadaveri ci vuole giustizia anche storica non solo di diritto. Quei morti vogliono che si parli anche nella storiografia romena attuale della loro esistenza e della loro tragica fine. L’oblio di quella storia da decenni interi è ingiusto e malsano per l’identità dei popoli dell’Europa Centrale e del Sud-Est.
Eugenetica è figlia del mito del progresso, è un prodotto del Positivismo ed è una conseguenza del pensiero darwinista. Per questo motivo le sue vesti iniziali si tingono di rosso ed è frutto di un pensiero di sinistra, più precisamente socialista di quel tempo. A sua volta seguiva le orme illuministe dell’emancipazione del popolo, della dimostrazione cosiddetta rigorosa, dell’illustrazione delle sue idee attraverso un museo dove tutti possano attingere a queste idee. Scrive Marius Turda nella Presentazione generale: «L’eugenia galtoniana era attrattiva anche per gli intellettuali progressisti e di sinistra dell’Ungheria, e alcuni di loro si raggrupparono intorno alla rivista Huszadik Század (Il ventesimo secolo) e alla Società di Scienze Sociali (Társadalomtudományi Társaság), fondata nel 1901 (…) Nel 1902 è stato fondato a Budapest il Museo Sociale (Társadalmi Múzeum), iniziativa ispirata dall’esperienza del Museo Sociale di Parigi (Musée social) e del Museo d’Igiene Industriale (Gewertnehygienisches Museum) di Vienna; il museo si è trasformato nel 1926 in Museo e Istituto d’Igiene Sociale ( Társadalomegészségügyi Intézet ès Múzeum)» (p. 23).
Come succede in tanti altri campi, come per esempio quello musicale dell’ispirazione della musica transilvana di Béla Bártok, anche nell’Eugenetica i primi rappresentanti di lingua magiara provengono dalle città della Transilvania, come René Berkovitz un neurologo di Oradea (Nagyvárad) o Géza Hoffmann originario della stessa città. I legami con gli eugenisti nordamericani o tedeschi sono evidenti: «Il primo tentativo di fondare una società eugenetica in Ungheria è stato nel 1912, per iniziativa di René Berkovitz (1882-1944) un neurologo di Oradea (Nagyvárad) Nel 1911 Berkovitz visitò la Mostra dell’Igiene di Dresda e nel 1912 si recò negli Stati Uniti d’America dove si familiarizzò con gli sviluppi dell’Eugenetica tedesca e nordamericana. (…) Nello stesso periodo Géza Hoffmann (1885-1921) originario di Oradea, diventato diplomatico e console austro-ungherese a Chicago, incominciò a pubblicare articoli sulla sterilizzazione genetica americana nelle riviste magiare e tedesche. Nel 1913, Hoffmann ha pubblicò la famosa e sopracitata opera Die Rassenhygiene in den Vereignigten Staaten von Nordamerika (Igiene razziale negli Stati Uniti del Nord America) che l’hanno consacrato come specialista del movimento eugenetico americano, svelando allo stesso tempo la preferenza per i metodi dell’Eugenetica negativa.» (p. 26).
Un aspetto interessante è anche il fatto che la breve Repubblica Sovietica guidata da Béla Kun (21 marzo – 1 agosto 1919) è anch’essa macchiata dagli sforzi dei comunisti di mettere le basi di una nuova società assecondando il modello sovietico e nel marzo del 1919 è stato fondato un Comitato per il Lavoro e Assistenza Sociale che, come ha evidenziato Marius Turda, «si prefiggeva di supervisionare le riforme sociali e mediche del nuovo regime. L’intromissione dello stato nel controllo nei servizi medici era snellita dalla nazionalizzazione della totalità degli ospedali e i sanatori privati» (p. 32).
Un altro aspetto meno conosciuto, che ha destato il mio interesse, è il modo con cui l’Eugenetica ha ammaliato anche alcune rappresentanti del femminismo ungherese o romeno. Come afferma Marius Turda: «Come anche nelle altre parti del mondo, le femministe sono state attive dentro i movimenti eugenetici nell’Ungheria e Romania a partire dai primi anni del XX secolo. Vilma Glücklich (1872-1927), per esempio, è stata una delle partecipanti del dibattito pubblico sul tema dell’eugenetica organizzata a Budapest nel 1911 e la Federazione Nazionale Magiara delle Associazioni delle Donne è stata una delle società rappresentate al Comitato per l’Eugenetica creato nel 1914. Le femministe magiare sostenevano che l’emancipazione femminile e la conquista di alcuni diritti cittadini era ugualmente importante quanto la trasformazione eugenetica della società» (p. 19).
Per parità di diritto anche in Romania le femministe sono eugenetiche e antifasciste, combinando gli ideali sociali con quelli politici come nel caso di Medeea Niculescu (1889-1969), vicepresidente della Società Reale Romena dell’Eugenetica e l’Eredità e fondatrice dell’Unione delle Donne Romene Antifasciste nel 1945 (p. 19).
A sua volta, Zsuzsa Bokor afferma che: «per i magiari della Transilvania l’Eugenetica, la protezione della razza e la biologia razziale sono state chiaramente recepite, ma sarebbe un’esagerazione affermare che è esistita una scuola transilvana-magiara dell’Eugenetica. Tra gli autori interessati dell’eugenetica, alcuni appartenevano alla corrente biologico-antropologica ispirata dallo zoologo István Apáthy e altri seguirono le tradizioni della genetica mendeliana. Si nota tuttavia un interesse per l’interpretazione della razza negli ambienti religiosi e allo stesso tempo, gli intellettuali di sinistra trattarono il tema da un altro punto di vista, in conformità con il loro orientamento ideologico» (p. 271).
Quello che identifica il movimento magiaro nel campo dell’Eugenetica è anche la terminologia. La parola razza, nella lingua magiara faj, è utilizzata per l’identità della minoranza magiara nel mondo multiculturale transilvano. L’architetto e scrittore Károly Kós (1883-1977) lo usava come sinonimo dell’etnia magiara: «noi, cittadini della Romania di razza magiara, di fede magiara e di lingua magiara.» (p.274). L’occupazione del territorio del Nord della Transilvania nel 1940 da parte dell’esercito magiaro portò alcune idee eugenetiche alla loro concretezza e ha sbocciare in vero razzismo in alcuni casi. L’autrice afferma con oggettività che: «Incominciando dall’autunno del 1940, Mihály Malán e Lajos Csík hanno continuato la tradizione eugenetica magiara del periodo tra le due guerre mondiali, ma orientando le ricerche verso esclusivamente la dimostrazione della purezza della razza e della comunità magiara e della minoranza dei siculi della Transilvania (székely). Allo stesso tempo, i loro sforzi si indirizzarono verso l’invalidazione dei risultati delle ricerche romene sostenuti dal regime politico precedente.» (p.293) Ovviamente, dopo il 23 agosto del 1944, le cose sono cambiate radicalmente e le teorie di Mihály Malán e Lajos Csík che affermavano «il ruolo guida del popolo magiaro nel Bacino dei Monti Carpazi tramite la selezione demografica e l’igiene razziale è crollato.» (p. 296).
Seguono le schede biografiche dei più noti rappresentanti magiari nel campo dell’Eugenetica, dati importantissimi per ogni futura ricerca, visto che questo approccio storiografico è di estrema novità nel campo della storiografia romena.
Un merito incontestabile, come sottolineato anche da Marius Turda nei Ringraziamenti va riconosciuto all’Istituto di Storia «Gheorghe Barițiu» di Cluj-Napoca dell’Accademia Romena e alla squadra del Centro di Storia dell’Eugenetica e del Razzismo che è stata accolta con generosità dal medesimo istituto. Questa attenzione verso la multiculturalità non poteva essere più consona che in un centro accademico di spicco della Transilvania come quello di Cluj-Napoca, come rappresentazione naturale della società stessa su questo territorio della Romania.
Del movimento eugenetico tedesco della Transilvania prima e dopo il 1918 si è occupato Tudor Georgescu. Come ci si può aspettare, il tema è legato anche qui all’ideologia tedesca mossa per argomentare l’espansione all’Est nel nome dello spazio vitale (Lebensraum), che va di pari passo con il calo demografico frutto anche delle guerre che hanno decimato il fior fiore dei sassoni e degli svevi (suebi) della Transilvania.
Di nuovo il rapporto con gli altri è fondamentale per definire l’identità propria, con i suoi problemi e a volte, con i suoi malanni. Afferma Tudor Georgescu che: «Soprattutto dopo il 1900, gli eugenisti tedeschi della Transilvania hanno incominciato a parlare della crisi esistenziale della loro comunità etnica, crisi che dipendeva, a loro dire, da due temi generali intrinsecamente legati tra loro.(…) Una diminuzione del Lebensraum (dello spazio vitale), come avrebbe detto il dottore Heirich Siegmund di Mediaș, portò alla «mancanza dello spazio» (Raumnot) che spinse al declino demografico, oppure come sostenne in modo veemente più tardi il prete Alfred Csallner e la stragrande maggioranza degli eugenisti sassoni, un calo della natalità permise agli «altri» di altra etnia di occupare i villaggi e le città tedesche della regione.» (p.386).
Come in ogni momento storico nel quale uno stato, nel nostro caso quello della Germania, vuole rompere l’equilibrio delle forze e manifestare il proprio il predominio, si fa uso degli argomenti eugenetici alla moda per giustificare l’aggressione verso gli altri, le cosiddette «vicinanze nazionali» (völkische Nachbarschaften). Il concetto è nominato da Wilhelm Schunn «come un tassello centrale del progetto fascista di «rinnovo» non soltanto della nazione sassone, ma di tutti i tedeschi della Romania, che sono stati «riunificati» etnicamente attraverso il Programma Nazionale sassone del 1933.» (pp.390-391). Tudor Georgescu chiude con l’esprimere il suo profondo rammarico del fatto che il nome di Wilhelm Schunn è completamente cancellato dalla storiografia riguardante i sassoni della Romania. Non si parla minimamente della sua attività come commissario per la Ricostruzione Organica del Popolo (Beauftragter für den volksorganischen Aufbau).
Un fatto storico che smentisce un altro pregiudizio sulla meritocrazia tedesca è messo in risalto da Tudor Georgescu che smaschera l’appoggio a «Andreas Smidt come leader nazionale, rappresentate degli affari interni dei sassoni, sostenuto in quanto genero di Gottlob Berger (1896-1975), che era un alto ufficiale nazista responsabile del reclutamento dei membri SS nel periodo della Seconda guerra mondiale» (p.392).
Qui mi sento di fare una precisazione. I minoritari di tutte le nazioni del momento tra le due guerre mondiali sono stati ammaliati dalle ideologie naziste o fasciste. Mi viene in mente un nome che è un pilastro della poesia del Novecento, Giuseppe Ungaretti, oppure un altro che è un premio Nobel della Letteratura, Luigi Pirandello, che finì i suoi studi in Germania a Bonn. Queste ideologie prendevano le anime dei giovani «fuori sede» che vedevano nella retorica impetuosa una promessa, rilevatasi falsa e fasulla, ma che lì per lì aveva avuto un grande successo presso i giovani e le minoranze etniche. Questa Germania fuori della Heimat (patria dell’anima) era vista come salvatrice anche della loro Vaterland (la Patria degli antenati). In quanto storici dobbiamo interpretare il fatto nel suo contesto storico senza scusarlo o abbellirlo, ma tenendo conto del contesto. Con il senno di poi è facile salire sul carro dei vincitori, nella politica come nel campo culturale e come nella vita stessa. Vedo spesso come le nuove generazioni si lasciano conquistare da retoriche del momento. Oggi si deride un colore che ieri, sicuramente, un nostro antenato ha elogiato o biasimato. Lo storico, quello vero, non deve lasciarsi influenzare dalla moda del momento, spesso dalla gnosi vera e propria.
Torniamo al fatidico anno 1940, precisamente il 22 novembre. L’Istituto Centrale della Statistica, attraverso il suo direttore Sabin Manuilă, invoca l’obbiettività scientifica e tuona dall’alto del suo rango: «la verità scientifica è al di sopra di ogni opinione umana».
Adrian-Nicolae Furtună, nel suo studio in capo al volume riporta un problema che non è più quello di un tempo, come nel caso della minoranza sassone ormai quasi inesistente nella Romania odierna in quanto sono stati venditi da Ceaușescu come sacchi di fagioli negli oscuri anni ’80 del secolo scorso allo stato della Germania Democratica di allora. Adesso si parla della minoranza dei rrom, tutt’oggi presente e numerosa in Romania, minoranza con la quale lo Stato romeno non ha mai chiuso i conti per davvero. Se si può parlare di razzismo in Romania si deve portare a galla per forza il difficile rapporto dei romeni con i rrom.
Cosa accadde nel 1940?
Scrive Adrian-Nicolae Furtună: Sabin Manuilă pubblicò l’articolo Il problema della razza in Romania (…). «Il problema degli zingari è la più importante, acuta e grave della Romania»,scrive Manuilằ (…) E rincara la dose: «La tipologia antropologica dello zingaro deve essere definitacome indesiderabile, che non deve influire sulla nostra costituzione razziale.» (p. 456).
Uno dei più brutti articoli mai scritti sull’argomento della razza è quello di Constantin Papanace in Cuvântul del 30 dicembre 1940 dal ripugnante titolo Desjiudificare, desfanariotizare, dețiganizare (Deebreizzazione, defanariotizzazione, dezingarificazione). L’autore, evidenzia Adrian-Nicolae Furtună, parla del fatto che il problema ebraico ha un carattere internazionale ed è meglio conosciuto, invece il «problema fanariota è stato avvolto nella complicità del silenzio, e quello degli zingari non è stato neppure preso in considerazione» (p.458).
Marius Turda usa l’espressione «la biologizzazione dell’identità nazionale», una nazione che si definisce attraverso i concetti adoperati dalla biologia classica, una biologia applicata in modo sbagliatissimo alle scienze sociali, alla società stessa. Adrian-Nicolae Furtună, parafrasando questa espressione lanciata da Marius Turda, aggiunge che: «la biologizzazione dell’identità nazionale non è stato un episodio marginale delle scienze sociali del periodo tra le due guerre mondiali, ma una dimensione costitutiva della modalità nella quale è stata pensata la relazione tra la scienza, lo stato e la popolazione.» (p.470).
Testimonianza del fatto che il problema della minoranza rrom e tutt’altro che risolta è anche l’odierno comportamento delle istituzioni dello stato romeno nell’approccio storico della figura del famigerato Sabin Manuilă, prova del fatto che «Il sonno della ragione genera mostri», come disse il celebre pittore spagnolo Francisco Goya nel 1797 per la sua serie di acqueforti intitolata I Capricci.
Gli Archivi Nazionali della Romania hanno pubblicato il 20 novembre del 2020 una presentazione elogiante di Sabin Manuilă. Il fatto si è ripetuto il 7 ottobre del 2025 quando il direttore dell’Istituto di Storia «Gheorghe Barițiu» di Cluj-Napoca in un’intervista postata nella pagina on-line dell’istituto presentava lo stesso «Sabin Manuilă, come dotto e patriota.» (p.474).
Il problema rimane sempre ed è collegato alla memoria storica. Come sottolinea nel finale del suo articolo Adrian-Nicolae Furtună: «La memoria contemporanea non cancella il passato razzista ed eugenetico, ma lo riorganizza. Tramite la divisione tra l’opera e l’ideologia e il rimpicciolimento di alcuni attori della storia, si produce una versione “pulita” della storia, compatibile con i valori attuali, ma incompleta. In questo contesto l’integrazione dei rrom nella memoria istituzionale non può essere ridota a gesti simbolici o patrimoniali. Si presume il riconoscimento di una storia politica e la presa di coscienza del fatto che questa storia include non soltanto lo statuto di vittima, ma anche forme di azione politica, di adattarsi e di compromesso. Soltanto in questo modo la memoria può diventare uno spazio di riflessione critica e non soltanto una mera conservazione del passato» (p.481).
E di nuovo mi torna in mente il mio passato, la mia formazione di gioventù. Devo dire dal principio che io amo la Transilvania che è stata il campo della mia formazione storica. La amo senza essere una sua figlia. Anzi, potrei dire che la amo anche con la forza contro un pregiudizio, ahimè un altro, che tutt’ora regna anche in Romania – un pregiudizio che dice che la Transilvania è il «meglio del meglio», che il Nord è superiore al Sud. E sì cari i miei lettori, anch’io sono una «terrona della Romania», una donna del Sud, dell’Oltenia così denigrata e criticata da alcuni transilvani. Nella Transilvania della mia gioventù io cercavo quel meglio di cui sentivo dire, ma ho trovato tutt’altro, ho trovato gente come tutti, ho trovato Feldioara (Marienburg) dove ho scavato per tre anni di seguito nel sito archeologico, luogo dove le case dei sassoni erano abitate dai moldavi piantumati dal regime comunista dopo l’esodo dei tedeschi, ho trovato i magiari che non parlavano il romeno per paura di perdere l’identità, ma che mi deliziavano con i loro dolci e la loro squisita ospitalità e ho trovato i romeni ugualmente impoveriti dal comunismo e dalla dittatura come al Sud.
A Feldioara ero arrivata perché ho sentito che lì eseguiva scavi il miglior archeologo del momento, il compianto Radu Popa. Scavavamo tutti i santi giorni della settimana, ma di domenica era festa e Radu Popa ci portava a sentire un organo che suonava Bach, una messa del prete sassone, ci portava a vedere i monumenti storici della Terra dei Sassoni (Țara Bârsei). Una domenica andammo a Ungra a visitare una Chiesa romanica del tredicesimo secolo. Alla fine ci sedemmo sull’erba intorno all’entrata. La chiesa è sul cucuzzolo di una collina da dove si poteva osservare tutto il villaggio.
Radu Popa ci diede una lezione che non scorderò mai su quella che è l’essenza della Transilvania, lui che parlava il dialetto sassone con i sassoni, il magiaro con i custodi delle chiese sassoni, il tedesco con i rappresentanti delle varie commissioni che riconoscevano proprio allora il valore UNESCO dei monumenti sassoni. Ci disse: «guardate da qui l’architettura della cittadina, le strade e le case. Le case dei sassoni imponenti, dall’urbanistica ferrea e rigida, allineate come i soldatini. Le case dei magiari che imitano i tedeschi ma sono meno allineate, meno imponenti e in fondo la via dei romeni, con case più caotiche, ma così pittoresche. Questa era la Transilvania, una terra dove le comunità sono convissute insieme, nel bene e nel male, con momenti di forti contrasti, ma in fin dei conti hanno convissuto anche nella pace, non soltanto sotto il segno della guerra.
Adesso vivo in Italia. Spesso mi piace andare in Trentino-Alto Adige per sentire parlare ancora in dialetto altoatesino che non è il tedesco classico, come non lo era quello dei sassoni della Romania, come non lo è il magiaro di un abitante di Harghita e Covasna paragonato a quello di Budapest, come non lo è il romeno della valle del Timoc appena si passa il Danubio nella Serbia rispetto al romeno letterario. Minoranze etniche che hanno convissuto sotto il dominio dei grandi imperi e che si sono date la caccia sotto, per parafrasare un classico come István Bibó, La miseria dei piccoli Stati dell'Europa orientale.
Questo approccio dal punto di vista della storia dell’Eugenetica deve essere accolto dal discorso storiografico romeno odierno se non per la lezione che ci hanno impartito i nostri grandi storici del passato, quella di vedere la storia della propria identità attraverso lo sguardo degli altri. Spesso gli altri sono stati vittima di ingiustizie scatenate dal nazionalismo e dalle guerre. Quei morti, quei cadaveri come diceva in modo poetico il conte Teleki, aspettano di essere riconosciuti, e noi, degni eredi del Novecento, dobbiamo non rubargli la dignità e rendergli giustizia storica attraverso una Memoria completa che non può esistere senza lo sguardo degli altri.


Liana Corina Ţucu
(n. 9, settembre 2026, anno XVI)