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Alla ricerca del romeno perfetto di Marius Turda
Il libro În căutarea românului perfect. Specific național, degenerare rasială și selecție socială în România modernă («Alla ricerca del romeno perfetto – identità nazionale, degenerazione razziale e selezione sociale nella Romania moderna»), scritto da Marius Turda, professore di biomedicina all’Università Brookes Oxford, è uscito presso la Polirom, la più prestigiosa casa editrice romena di Iaşi. È stato un libro fortunato che ha già conosciuto ben due edizioni – una nel 2024 e la seconda nel 2025 arricchita da meravigliose ed esaustive immagini.
Nell’ambiente intellettuale romeno non si sono fatti attendere i riconoscimenti. Il libro ha ottenuto l’anno scorso, a maggio, il premio della XIX edizione della prestigiosa rivista letteraria «Observator cultural» nella sezione saggio, rivista che si propone in modo dichiarato di «mettere in risalto autori e libri che meritano di arrivare a un pubblico più vasto».
Le presentazioni sulla quarta di copertina realizzate da alcuni dei nomi più noti nella ricerca focalizzata sul problema del modernismo romeno e sul difficile legame con la nozione d’identità e dello specifico nazionale ribadiscono il valore, l’unicità e l’importanza del saggio del professor Marius Turda. Ne cito alcune che mi sono sembrate più significative. Maria Bucur afferma che: «Il libro di T, frutto di un’eccellente ricerca e altrettanto ben scritto, induce a ripensare il periodo di gloria dell’intellettualità e della cultura romena in una luce critica necessaria, mostrando il livello generalizzato di interesse per le teorie eugenetiche e le politiche di esclusione intorno a nozioni razziali di identità, società e Stato».
Constantin Bărbulescu a sua volta afferma che: «Marius Turda mette in luce il lato meno conosciuto dei dibattiti identitari dei romeni che nel periodo tra le due guerre puntano sulla biopolitica e sull’eugenetica, e a un certo punto anche sul razzismo. È un libro affascinante sul nazionalismo, sulle vicissitudini della biologizzazione della nazione e sui pericoli della modernità; è, in definitiva, un libro di monito per noi che viviamo oggi, un manuale di caccia ai demoni.
Il nocciolo del problema che il libro ha sollevato è messo in risalto dalla presentazione di Ciprian Mihali che scrive: «Il lavoro di Marius Turda è una ricerca travolgente su quella parte della storia moderna romena che abbiamo conosciuto troppo poco fin’ora e che continuiamo a non voler conoscere: è il periodo nel quale lo Stato romeno si forma in quanto stato nazionale e unitario su basi etniche, razziale, eugenetiche e biopolitiche. Rimane a noi, oggi, assumerci in maniera critica questo tenebroso lascito di una certa mitologia che non smette di alimentare tutt’oggi alcuni discorsi pieni d’odio che sentiamo attualmente intorno a noi e di decostruirlo».
Un bel lascito per modo di dire, un conto in sospeso con la storia come magistra vitae. Che il problema dell’identità romena non sia stato ancora delucidato fino in fondo l’hanno dimostrato proprio le elezioni politiche degli scorsi anni. Nel dibattito politico romeno è riaffiorata una rabbia nascosta, un linguaggio che risuonava del nazionalismo della Guardia di Ferro oppure della lingua di legno dei discorsi del dittatore, in continuità con la stessa identica ideologia nazionalista sfoggiata tra le due guerre, un’ideologia xenofoba rispolverata da Ceauseşcu per poter avere un consenso delle masse dopo l’astuta posizione assunta dal dittatore nel 1968 verso l’invasione di Praga dell’allora Unione Sovietica. Il problema dell’identità romena necessita non solo di un dibattito pubblico più serio e costruttivo, ma anche di una ricerca più accurata che, ahimè, tarda d’essere affrontata. Il problema delle minorità è delicata e si tenta a tralasciare con il segno di dopo.
Sono, a mia volta, molto interessato allo studio delle minoranze etniche in Romania. Nel 2012 scrissi un saggio: Un documento diplomatico italiano sui romeni – l’ispettore dell’emigrazione Guglielmo Emanuele di Palma di Castiglione in Bollettino dell’emigrazione, Roma, 1912, libro che uscì presso la casa editrice Pro Universitaria per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Gli apprezzamenti della ricerca sulla minoranza etnica italiana in Romania sono stati espressi molto di più negli ambienti letterari e linguistici, come per esempio nella rivista «Orizzonti culturali italo-romeni», che negli studi storici dedicati alla storia dell’emigrazione in Romania. Ho proseguito nella ricerca in linea con gli studi avviati nel libro scritto insieme a Roberto Scagno e Paolo Tomasella Veneti in Romania, Longo editore, Ravenna del 2008. Nella prefazione del libro sul rapporto del commissario italiano dell’emigrazione Di Palma di Castiglione, il professore dell’Università di Padova Roberto Scagno metteva in risalto il fatto che avevo portato alla luce che gli italiani emigranti in Romania si scontravano con il muro messo dalla legislazione romena d’allora nella possibilità di acquisire terreno arabile in quanto non cittadini romeni, ma che in fondo era un ostacolo che mirava alla minoranza ebraica romena che non aveva ancora alcun diritto rispetto alle libertà che lo Statuto albertino aveva concesso da tempo agli ebrei italiani:
«In questo contesto (N.A. la Legge del 31 gennaio 1901, numero 23, completata dal decreto reale del 10 luglio 1901, numero 193, con il quale ogni competenza in materia d’emigrazione era trasferita ad una nuova istituzione sotto tutela del Ministero degli Affari Esteri e che era il Commissariato generale dell’emigrazione) si inquadra e si spiega il rapporto dell’”ispettore viaggiatore” Di Palma di Castiglione in Romania nel 1912. Sulla prima parte del rapporto, dedicato ad una puntuale analisi, fata con reale simpatia per la Romania, ma anche obbiettiva, della situazione politico-sociale interna, si ferma in particolar modo Corina Ţucu, mettendo in risalto anche gli ostacoli che impedivano l’estensione dell’emigrazione permanente degli italiani, ostacolo messo dalla legge romena che impediva agli cittadini stranieri di possedere proprietà agricole, legge che si collegava ad un altro problema più antico, irrisolto – “la questione ebraica”. In questo senso, chiarificatrici sono le pagine dedicate nello studio introduttivo del libro al scambio epistolare tra Ion I. C. Brătianu e Luigi Luzzatti (1910-1911) e ispiratore della più importante legge che riguardava l’emigrazione italiana, quella del 1901». [1]
Il mondo romeno era spaccato in due: pro e contro gli stranieri. E siccome gli stranieri più numerosi erano gli ebrei, la stampa romena si era anch’essa divisa in pro e contro. Il fatto più unico che raro era rappresentato da Luigi Luzzatti, primo ministro italiano di origine ebrea. Il giornale Uguaglianza (Egalitatea) affermava con un triste cinismo che «In Romania, Luzzatti non avrebbe ricevuto neppure la cittadinanza romena» [2]. Ma esiste anche la controparte. Il giornale L’azione (Acţiunea) scrive un articolo elogiativo sulla figura del primo ministro italiano Luzzatti. Come avevo già affermato nel mio libro, non tutto il mondo intellettuale romeno la pensava allo stesso modo, ma l’ala che dominava la vita politica romena era contraria in blocco all’emancipazione della minoranza ebraica, il che vuol dire che faceva affidamento anche a una certa adesione sociale di massa.
Il leader del liberalismo romeno Ion I.C. Brătianu si nascondeva indietro alle scuse di tipo economico per spiegare in un’intervista concessa al giornale viennese Neue Freie Presse perché il suo governo non concedeva la cittadinanza agli ebrei:
«Questo problema non è per noi uno di razza o di tipo religioso. È piuttosto un problema di tipo economico che si è fatto notare in modo spiacevole in ogni anno quando la è stata scarsa la raccolta (n.a. agricola). Felicemente le voci saranno messe a tacere e abbiamo la speranza di una buona raccolta, cosa che non rimarrà senza conseguenze sullo stato d’animo generale. Una volta avviato lo sviluppo economico del paese e l’incremento dell’industria estrattiva del petrolio, che in un modo o in un altro porterà alla crescita del progresso economico della classe contadina, il problema ebraico perderà pian piano il suo predominio. È nell’interesse della comunità ebraica romena che il problema mantenga il suo carattere interno». [3]
Il ventaglio politico romeno era rovesciato quando si trattava del «problema ebraico». Ed è giusto mettere in risalto che il Partito Conservatore tramite l’autorevolissima voce di P.P. Carp era contrario alla xenofobia e all’antisemitismo, ma denunciava la situazione di fatto nel paese e il crescente clima d’odio che era alimentato contro la minoranza ebraica. Nel febbraio del 1911 P.P. Carp concede un’intervista al giornale Le Figaro:
«Volenti o nolenti, dobbiamo vivere insieme ai nostri ebrei, non possiamo né mandarli via, né ammazzarli. Il modo in cui li trattiamo adesso tende a far di loro dei veri stranieri all’interno del paese. Le professioni sociali, i posti pubblici, sono loro negati; a loro rimane soltanto di praticare il commercio e le attività bancarie, nel quale si sono buttati con impeto e dove hanno successo. Accumulano dei beni, ma sono privi di qualsiasi diritto politico. Certamente, questa è una situazione spiacevole, paradossale, una mancanza d’equilibrio che affligge l’intero paese. Questa privazione dei diritti politici si complica man mano che si prosegue l’iter amministrativo e le sue angherie: ebrei che abitano nelle zone rurali dipendono dalla buona volontà o dalla mancanza di tale buona volontà dei piccoli funzionari che possono essere tentati di procurarsi in questo modo mancette e regalie in modo disonesto a discapito degli ebrei. È necessario che cambi questa situazione di fatto». [4]
Tornando al libro di Marius Turda, l’opera tratta in sei capitoli il seguente problema: nazionalismo e la rigenerazione etnica; la degenerazione della razza e l’antisemitismo; biopolitica e antropologia della nazione; stigma e sterilizzazione eugenetica; i Rom e i «Romeni di sangue»; sull’eredità, ma senza l’eugenia e nel finale le dovute conclusioni. Nei ringraziamenti che Marius Turda fa è commovente la «confessione di fede» dell’autore non soltanto sulla Storia con la «S» maiuscola, ma anche sulla storia personale, sulla sua origine, sugli antenati originari del Maramureş e sulla sua infanzia trascorsa lì, in un tempo tramontato per sempre:
«In conclusione, vorrei dedicare questo libro ai miei nonni di Rozavlea e di Săpânţa. Da loro ho imparato un mondo del Maramureş storico che oggi non esiste più (n.a. Maramureş storico significa non solo la provincia romena, ma anche un’altra metà della Terra del Maramureş del medioevo che oggi fa parte dell’Ucraina) e che, quando ero un fanciullo, viveva i suoi ultimi istanti sotto la pressione impietosa della storia. Allora non lo sapevo, ma so soltanto ogg quanto sono stato fortunato di averli conosciuti, che mi hanno raccontato le storie, mi hanno portato a fare il pagliaio di fieno e a raccogliere i funghi. Grazie a loro sono stato anch’io, una volta, un cucciolo dell’uomo del Maramureş (moroşan). E come dice la filastrocca del canto e delle danze popolari tradizionali del Maramureş: Andiamo – va! Haida-ha!”
L’identità, come afferma pure Marius Turda, non esiste come concetto generale se non esiste anche un senso dell’identità individuale su cui calarsi per parlare in modo coinvolgente e credibile alla fine dei conti.
L’autore, già dall’introduzione espone con chiarezza i suoi obbiettivi, cioè «educare il vasto pubblico in quello che riguarda la storia del razzismo e dell’eugenia romena e di condannarli pubblicamente, questa è l’essenza della nostra ricerca, individuale e collettiva, capire un passato nascosto e torbido, nel mentre lavoriamo insieme per una società migliore e giusta per tutti. Possiamo superare l’ossessione dello specifico nazionale oppure del «Romeno di sangue» (n.a. con il puro sangue romeno) soltanto assumendoci il nostro passato, una presa di posizione dell’istituzione dello stato romeno, un’assunzione della responsabilità per le tragedie umane che si sono compiute nel nome di un’utopia razzista ed eugenetica. Chi è romeno? Cosa significa essere romeno? Queste sono domande alle quali tenteremo di dare una risposta. Il Romeno perfetto non è mai esistito e non esisterà mai. Possiamo però sperare in un romeno tollerante, benevolo e indulgente verso l’altro e in ugual modo, un romeno patriota, animato da valori civili e democratici. (…) Dobbiamo discutere nello spazio pubblico questi argomenti, tirarli fuori dal ristretto ed esclusivo ambito accademico. Il razzismo non sarà forse mai debellato, ma può essere fermato attraverso leggi migliori, tramite l’educazione per via istituzionale, tramite un controllo sistematico del comportamento pubblico. Ma per cambiare la mentalità della gente c’è bisogno di più di un dibattito accademico. La gente deve prima di tutto conoscere la sua storia”. [5]
Una storia dell’antisemitismo romeno è d’obbligo:
«In Romania, uno dei più prolifici antisemiti e promotore dell’interpretazione biologica della razza come componente dinamica del nazionalismo è stato il professore di economia politica Alexandru C. Cuza. Lui sostiene che il suo antisemitismo ha “basi scientifiche” e di preciso la propria visione sulle condizioni sociali romene. La proclamazione di “difensore della nazione” era ispirata in ugual modo dalla tradizione del nazionalismo organico sviluppata da Eminescu e dalle teorie di Chamberlain sulla razza e sulla degenerazione. Cuza appartiene a una categoria di autori che hanno costruito una teoria dello specifico nazionale, pensata esclusivamente tramite l’eliminazione di qualsiasi presenza e influsso ebraico nella società e nella cultura romena”. [6]
Ed ecco che arriviamo anche al mio capitolo preferito, quello sull’arte. «Nel 1905, Cuza pubblicava “Nazionalità nell’arte”, un articolo pieno di riflessioni antisemite e razziste, che è diventato in seguito un libro. Nella Prefazione della terza edizione, Cuza definiva la nazione come “la totalità degli individui con lo stesso sangue”. Ognuna delle nazioni aveva la sua struttura biologica, risultato dei secoli dell’esistenza in comune e la propria forma d’espressione artistica e culturale. La vera arte, pensava Cuza, “non può esistere, se non come arte nazionale”. Di conseguenza, soltanto coloro che avevano lo stesso sangue “romeno” potevano creare una cultura nazionale romena. Sotto la minaccia della crescita della presenza ebrea. La nazione romena era sottoposta a un incrementato processo di degenerazione, perché, come suggeriva Cuza, “in ogni società e in qualsiasi suo ramo d’attività, la preponderanza dei giudei (jidani, termine fortemente peggiorativo nella lingua romena) è una malattia – in ogni modo la sintomatologia provante l’indebolimento e la degenerazione nazionale». [7]
Quando si tratta del Concetto di degenerazione, l’arte è di nuovo chiamata in causa. Cesare Lombroso sosteneva che fosse possibile identificare e prevenire la criminalità osservando tratti somatici associati alla degenerazione, teoria presa molto sul serio dai sostenitori di questo concetto.
«Secondo Lombroso, l’atavismo e la degenerazione fisica erano interdipendenti e in molti casi si intrecciano. Così i criminali potevano essere identificati perché avevano tratti sommatici della degenerazione. Questi tratti si concretizzavano nelle mandibole enormi, gli zigomi sporgenti e le orecchie a sventola, “tratti visibili nei delinquenti, nei selvaggi e nelle scimmie”. [8]
Un altro sostenitore della teoria della degenerazione è il giornalista ebreo d’origine ungherese Max Nordau che ha scritto un libro La degenerazione sulla scia dell’antropologia lombrosiana:
«I degenerati – affermava Max Nordau – non sono soltanto i criminali, le prostitute, gli anarchici e i pazzi; lo sono anche gli scrittori e gli artisti». [9]
E chi erano questi artisti degenerati? Niente meno che i preraffaelliti, colpevoli di aver rifiutato il Rinascimento, per l’appunto Raffaello e la scuola, Toulouse-Lautrec, ovvio perché raffigurava le prostitute e il loro dissoluto French Cancan, Auguste Rodin - e qui non saprei la vera causa in quanto è un maestro dell’arte figurativa realistica anche se ama il «non-finito», l’incompiutezza di stampo tardo michelangiolesco. Tutti al rogo, come faranno i nazisti con le stesse tele dell’arte cosiddetta degenerata nel 10 maggio 1933, la famigerata «notte dei roghi di libri» o nel 1937 quando fu bruciato un numero impressionante di opere d’arte degenerata o furono vendute per finanziare il regime di Hitler.
Degli scrittori che Max Nardau considerava degenerati sono sia Tolstoj che Ibsen, sia Zola che Nietzsche. Chi avrebbe creduto che anche colui dal quale presero spunto tutti i cultori del super uomo o del nuovo uomo sarebbe stato messo all’indice da Nardau. [10]
Nel capitolo sulla «Medicina e l’antisemitismo» non ho potuto soffermare il mio pensiero dalla poesia di Paul Celan e la sua celeberrima Fuga di morte. Le statistiche chiamate in causa per dimostrare non si sa che presunti collegamenti tra la forma del cranio e le capacità intellettive mi ha ricordato il famoso verso celaniano La morte è un maestro tedesco (burghermeister), oppure Un uomo sta in casa e gioca con i serpenti , o ancora i tuoi capelli d’oro Margarete/ I tuoi capelli di cenere Sulamith o l’indimenticabile Nero latte dell’alba noi ti beviamo (Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends) con la sua sonorità di vagone che trinken e trink – trink ( non per niente il titolo è La fuga della morte, come le fughe di Johann Sebastian Bach), la cantilena della morte nella «lingua degli assassini dei suoi genitori» come affermava Paul Celan, il maledetto vagone che porta gli ebrei nei lager.
Si avvicina il 27 gennaio, il giorno della ricorrenza della Shoah. Si tiene sempre una lezione nelle scuole italiane su questo argomento così delicato. Personalmente non amo far vedere agli studenti le solite immagini dei lager o dei cadaveri stipati come sacchi di grano. Io stessa non le reggo più e credo che sia molto meglio appellarsi alla poesia di Paul Celan.
Fuga di morte dice più di mille discorsi e per questo credo che dobbiamo sempre rileggerla:
Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera
noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte
noi beviamo e beviamo
noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarete
egli scrive egli s’erge sulla porta e le stelle lampeggiano
egli aduna i mastini con un fischio
con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare
Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto
Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate
egli estrae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate perché si deve ballare
Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo
nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi
Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Maestro di Germania
grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria
cosi avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto
Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al meriggio la morte è un Maestro di Germania
noi ti beviamo la sera come al mattino noi beviamo e beviamo
la morte è un Maestro di Germania il suo occhio è azzurro
egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa
nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell’aria
egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Maestro di Germania
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith
(da Papavero e memoria, in Paul Celan, Poesie, I, Meridiani Mondadori, 1998, trad. di Giuseppe Bevilacqua)
In quinta ho alcuni studenti ucraini scappati letteralmente da sotto le bombe. A loro recito sempre i versi che Paul Celan dedicò alla madre morta deportata in Transnistria insieme al padre:
Pioppo, sei bianco nella notte!
I capelli di mia madre non sono mai diventati bianchi.
Verde calendula è Ucraina,
Mia madre bionda non è mai tornata a casa.
(in Petre Solomon, Paul Celan. La dimensione romena, a cura di Giovanni Rotiroti, traduzione di Irma Carannante, Mimesis Edizioni, 2015)
A volte penso al destino di questo grande poeta, il più grande poeta di espressione tedesca nato a Czernowitz (Cernăuţi) e alla condanna di non poter scrivere poesia in un’altra lingua che quella che fu la lingua della sua educazione e formazione nell’ultima Thule del mondo austriacoa d’espressione tedesca. Lui, come anche Primo Levi, sopravvivono fisicamente alla deportazione, ma soccombono psicologicamente nel sentimento di colpa e muoiono suicidi.
La cosa che impressiona tutt’oggi è il fatto che i grandi nomi della cultura romena sono cascati nella trappola del pensiero dominante del tempo. Lo spirito del tempo, lo Zeitgeist, non li ha risparmiati. Emil Cioran afferma in Schimbarea la faţă a României («La trasfigurazione della Romania», titolo con evidenti rimandi alla festa della Trasfigurazione di Gesù del 6 agosto):
«La teoria delle razze sembra essere nata soltanto per dare espressione al sentimento di divisione che distingue ogni non-ebreo dall’ebreo. Un abisso nato non dall’antisemitismo e neanche da una specie d’idea, ma dall’antagonismo, manifesto oppure segreto, che divide due esseri essenzialmente diversi. L’ebreo non è un essere che ti assomiglia, il nostro vicino, ma per quanto proveremo a essere in intimità con esso, un dirupo ci separa, volente o nolente. E come sarebbe che loro discendono da un’altra specie di scimmie diversa da quella dalla quale discendiamo noi, e sarebbero stati condannati inizialmente a una sterile tragedia, alle speranze sempre infrante. Umanamente non possiamo avvicinarci a loro, perché l’ebreo è prima di tutto ebreo e soltanto dopo uomo”. [11]
Alle elucubrazioni eugenetiche basate sull’analisi del sangue, sulla misurazione dei crani da parte degli antropologi romeni non tentano di rispondere gli omologhi magiari a loro volta, soprattutto quando conquistano il nord della Transilvania. E anche qui nella memoria mi riaffiora un nome – István Bibó e il suo geniale La miseria dei piccoli stati dell’Europa orientale. [12] In questo saggio del 1946, István Bibó sosteneva che la principale «miseria» di questi Stati consisteva nella loro incapacità di sviluppare una piena sovranità e identità nazionale a causa dell'influenza delle grandi potenze circostanti (prima gli imperi e poi l'Unione Sovietica). Tre anni fa ho portato i miei studenti a Budapest. Davanti al Parlamento c’era un busto di István Bibó, piccolo, scuro e un po’«misero» per citare il titolo, ma anche per esprimere lo scontento di quanto davvero dovrebbe portare rispetto l’Ungheria a questo suo figlio fuggito in Occidente. La concorrenza tra gli antropologi magiari e romeni è acerrima. Mihály Malán è preso a demolire le affermazioni del romeno Gheorghe Popovici, Iuliu Moldovan e Zoltán Tóth si combattono con tenacia in chi la spara più grossa in materia di eugenetica e il «sangue romeno» è contrapposto al «sangue magiaro» come la luna al sole, tutte perdite di tempo diremo noi oggi con il senno di poi, ma, come dicono i romeni stessi: «Dopo la battaglia si vantano tantissimi eroi», come dire che mentre si viveva quell’epoca, pochi erano coloro che sfuggivano alle ammaglianti teorie eugenetiche. Ma anche gli storici a loro volta non devono mai perdere di vista la contestualizzazione del fenomeno, come fa egregiamente Marius Turda quando parla della crescita dell’enfasi verso l’eugenetica a causa dell’andamento degli eventi soprattutto in Germania e in Italia. Nomi che erano entrati nell’oblio della storia come Sabin Manuilă, Petru Râmneanţu, Iordache Făcăuaru, sono membri di una vera e propria Commissione per la Promozione e la Protezione del Capitale Biologico della Nazione fondata l’8 ottobre del 1943 a Bucarest.
Nel frattempo, in Germania, come diceva Paul Celan nella sua poesia, la morte era un capomastro tedesco. Incominciano la sterilizzazione con la legge del primo gennaio 1934, ma man mano che il nazismo si fa spazio si va verso l’eliminazione vera e propria degli ebrei e degli zingari (o Rom). Se in Germania la legge è adottata, in Romania si desidera di emularla.
«Una voce unica e quella di Grigore T. Popa che guardava preoccupato il fenomeno e aveva suggerito che la futura misura eugenetica “di prevenzioni di alcuni mali futuri” sarà “la soppressione degli individui”. Sfortunatamente, afferma Marius Turda, la sua predizione si è avverata». [13]
E di grande importanza è il modo in cui nel libro viene analizzato il rapporto tra la Chiesa (ortodossa oppure greco e romano-cattolica) nel processo eugenetico romeno. Nel 1930 l’enciclica papale Casti connubii (Sullo sposalizio cristiano) aveva condannato fermamente i metodi eugenetici come l’aborto oppure la sterilizzazione. La chiesa condanna ogni forma di soppressione della vita e della fertilità. Tuttavia, sono stati segnalati casi in cui alcuni preti ortodossi hanno sostenuto idee come la sterilizzazione, nonostante il loro dovere sia quello di difendere sempre la vita e opporsi a qualsiasi ostacolo ad essa. L’ideologia era più forte della fede in questi casi. Florea Codreanu, uno degli arcivescovi della città di Arad aveva scritto nel novembre del 1941 in Biserica şi Școala («Chiesae Scuola», rivista ufficiale dell’arcivescovado di Arad che:
«il vero senso dell’eugenia è quello di buona famiglia, nobiltà e il significato che i medici danno al termine è di dare nobiltà, bellezza, il rafforzamento del corpo e dell’anima di un popolo o di una etnia intera». [14]
Apprendiamo dal libro di Marius Turda che un altro teologo ortodosso convertito all’eugenia e al razzismo e antisemitismo è Liviu Stan che nel 1942 scrive Rasă şi religiune («Razza e religione»)un’apologia del razzismo. [15] In breve la sterilizzazione si sposta «dai manicomi e dagli ospedali verso le minoranze etniche, considerate nocive al corpo della nazione romena» afferma Marius Turda nelle Conclusioni al capitolo.
L’attenzione cade nell’ultima parte del libro sui «Rom e i “romeni di sangue» (nel senso dei veri romeni). La Transnistria, quella terra che inghiottì la bionda madre di Paul Celan e chi sa quanti altri fra donne e uomini ebrei, fu anche il luogo della triste fine di moltissimi Rom sui quale il regime si accanisce già dal 17 maggio del 1942 quando si ordina dal Ministero degli Affari Interi il loro censimento. Molti tentano a scappare al rastrellamento procurandosi degli attestati «di nazionalità romena». Le amministrazioni locali sono quelle che dovranno fare i conti con la realtà e, come risulta dal capitolo del libro di Marius Turda: «per esempio il 12 agosto del 1942 il sindaco della cittadina di Odobeşti, del distretto di Putna, era consigliato dal Consiglio di Igiene di “prendere misure contro gli zingari e per debellarli dalla città». [16]
Nelle Conclusioni al capitolo l’autore afferma che: «Il generale Antonescu è responsabile in modo diretto della deportazione dei Rom in Transnistria, ma il sogno razzista di una Romania dei romeni era incominciato molto prima che Antonescu diventasse il Comandante del paese. Antonescu non è stato l’unico del suo tempo ad aver pensato alla protezione della nazione romena dai nemici interni (le minoranze etniche) ed esterni (il comunismo sovietico). La cultura romena era dominata allora dalle idee della purificazione biologica e della selezione sociale derivanti dal nazionalismo etnico, dall’antisemitismo, dal razzismo contro i Rom e dall’eugenia. Incoraggiati dalla spettacolare espansione della Germania nazista in Europa e dai decennali dibattiti sulla specificità nazionale e il carattere etnico della Romania, Ion Antonescu e Mihai A. Antonescu - insieme ad alcuni dei più prestigiosi intellettuali e scienziati del Paese – credevano che fosse arrivato finalmente il tempo della purificazione della Romania da tutte le minoranze etniche indesiderabili». [17]
L’ultimo capitolo, il sesto, parla dell’«Eredità ma senza l’eugenia». In una maniera spedita si va dalla fine della Seconda guerra mondiale all’occupazione sovietica. L’autore mette in risalto la continuità delle idee sull’identità romena ben sedimentate nel periodo tra le due guerre e l’influsso degli scienziati sovietici come Nikolaj I. Vavilov, Trofim Lysenko, Kliment A. Timirjazev e Ivan V. Mičurin, «Il sole sorge a est» diceva uno slogan sovietico e per stare dentro questa «metafora» pure il modello diventa non più «tedesco», bensì «sovietico». Marius Turda sceglie un finale inedito e che, sapientemente è anche provocatorio, perché sceglie un’opera teatrale scritta a due mani de Petre Ţuţea, modello molto venerato e citato dall’odierno nazionalismo romeno e Gheorghe Theodor Lăpuşneanu Ȋntâmplări obişnuite («I soliti eventi»), pubblicato nella rivista «Familia»nel 1968 e 1969. Tutto accade nella tenuta di campagna di Cezar Neamţu, medico e latifondista, dove un contadino gli porta il figlioletto per essere curato. Cristina, la moglie di Cezar, e Remus Braşoveanu, un ingegnere agronomo che si trova di passaggio in visita alla copia, parlano dell’evento. Ognuno dei personaggi esprime un punto di vista eugenetico. Cezar, il medico e alter ego di Petre Ţuţea afferma, ovviamente, che il bambino deve essere salvato perché «è una futura risorsa del mondo dei braccianti agricoli e anche una sorgente viva di energia nazionale»; Cristina è la voce scettica in capitolo – lei afferma che: «risparmiare la sofferenza ad un bambino è una cosa gradita al Signore; a sua volta Remus Braşoveanu si fa portavoce di un pensiero che è riassunto in questo modo: “devono essere prese misure che incrementino le nascite, che proteggano le mamme con tanti figli e che aiutino le famiglie con tanta prole». [18]
Nelle Conclusioni finali Marius Turda ribadisce quello che aveva messo come premessa nella Prefazione, cioè di dimostrare la longevità, ahimè indesiderata, delle idee basate sull’eugenetica nel periodo tra le due guerre.
«La fine di questo libro non è convenzionale – afferma Marius Turda. La ricerca del romeno perfetto, dal punto di vista etnico, sociale, culturale e ideologico non è finita una volta terminata la Seconda guerra mondiale nel 1945, o con l’obbligo di abdicazione della monarchia. Il dibattito sulla specificità nazionale incominciato negli anni 1880 si è intensificato nel periodo tra le due guerre e ha toccato forme estreme nei pogrom (n.a. l’uccisione degli ebrei a Iaşi il 28-30 giugno del 1941), con le deportazioni e con l’Olocausto. L’antisemitismo e il razzismo sono stati condannati ufficialmente dopo il 1944, ma altri temi che sono portati alla luce in questo libro come la selezione eugenetica e quella sociale sono state integrate nel nuovo sistema socialista, soprattutto nel campo dell’educazione, dell’assistenza sociale e medica. La nozione di razza è stata anch’essa abbandonata, ma le idee biopolitiche ed eugenetiche hanno continuato a giocare un ruolo decisivo non soltanto nella politica della natalità introdotta nel 1966, ma anche nel discorso etnonazionalista sulla protezione della famiglia, dei bambini e delle loro mamme». [19]
E di nuovo la mia memoria vola verso la legge adottata da Ceauşescu che vietava l’aborto per favorire la crescita demografica. Io sono una della generazione dei cosiddetti «ceuşei» (figli della legge di Ceuşescu che vietava con la prigione l’aborto e qualsiasi metodo contracettivo fino al quarto parto). Il decreto 770 del 1° ottobre del 1966 è la legge con la quale in dittatore ha «sfornato» una generazione che doveva rappresentare una forza lavoro che si doveva sacrificare per la Repubblica Socialista Romena. Per ironia della sorte quella generazione, in buona parte, è emigrata e ha contribuito alla crescita di altri paesi europei come Spagna, Italia, Germania o Inghilterra, cose che neanche se le sognava il dittatore, ma neppure la mia generazione della fine degli anni ’60.
E così Alla ricerca del romeno perfetto ritorna all’allusiva citazione proustiana e alla sua opera spartiacque che fu Alla ricerca del tempo perdut e io, nella stessa maniera nella quale Marcel Proust da piccolo inzuppava il biscotto a base di pasta di mandorle – la madeleine – in una tazza di tè e gustando lo squisito dolcetto gli rifiorì in mente l’infanzia dimenticata e l’interro Combray e dintorni e gli si rivelò davanti come i pezzi di carta stampata che i giapponesi usano per dipingere e una volta immersi nell’acqua della tazza, fanno emergere interi paesaggi e colori squisiti come in un gioco magico. Così è successo pure a me leggendo il libro di Marius Turda. Mi è affiorato alla mente il volto del nonno materno, Nicolae, figlio della bisnonna dal nome profetico – Velika (la Grande), che fu fatto prigioniero nella battaglia sul Don e fu portato a sgobbare a Čeljábinsk, negli Urali, per cinque lunghissimi anni, nelle miniere di carbone nel campo di concentramento riservato ai prigionieri di guerra. Scampò vivo per miracolo, perché essendo di origine serba, imparò il russo, come aveva fatto Primo Levi, che se la cavò parlando il tedesco. E mi è ritornato in mente un momento della mia adolescenza, quando essendo in casa dello studente perché venivo dalla campagna, mia madre mi portò, quando non potevo a tornare a casa, un pacco con un po’ di buon cibo per colmare la fame che dilagava nelle mense studentesche di allora. Eravamo in tre nella stanza, ma una delle ragazze era andata a casa, l’altra era rimasta e schiacciava un pisolino pomeridiano. Mia madre entrò pian pianino, per non svegliare la mia compagna di stanza e comincio a parlarmi delle nostre faccende famigliari in serbo per non farsi capire dalla ragazza. Tutto proseguì in modo tranquillo, accompagnai mia madre fuori dalla stanza e al ritorno trovai la mia collega di stanza sveglia e sbalordita dal fatto che aveva sentito una lingua straniera e non sapeva se era stato un sogno o la realtà. La Romania comunista della nazione di massa, uniforme, con «romeni veri» era stata realizzata. Sentire una parlata che non era il romeno era, nel 1980, una cosa inconcepibile e questa era la cifra del Regime. E di nuovo la mente salta a oggi, al mio tempo «da italiana» dove ho incontrato il pensiero di uno dei più grandi poeti, nonché registi, scenografi che fu Pier Paolo Pasolini. Pasolini diceva che il fascismo non è stato debellato del tutto perché negli anni ’70 esisteva un altro tipo di fascismo – il consumismo – e che il nuovo «fascismo» come lo chiamava lui, era riuscito persino dove il fascismo aveva fallito – cioè era riuscito a fare di un lombardo e un siciliano una stessa cosa – una massa uniforme.
Possiamo dire la stessa cosa dell’eugenia romena, del razzismo, della xenofobia e dell’antisemitismo? Spero di avervi incuriosito sufficientemente per invogliarvi a comprare e a leggere il libro di Marius Turda per capire un po’ di più la Romania del periodo tra le due guerre, sulla situazione delle minoranze etniche, soprattutto ebraica e del popolo dei Rom, ma anche sul discorso ultra nazionalista che affiora ancora oggi nel campo della politica e non solo nella Romania contemporanea, di essere utile alla «caccia ai demoni» cui alludeva Constantin Bărbulescu nella sua presentazione sulla quarta di copertina. E mi auguro e auguro altresì all’autore che il libro entri a far parte del dibattito storico e storiografico romeno e non soltanto nel meritatissimo apprezzamento del campo letterario.
Liana Corina Ţucu
(n. 2, febbraio 2026, anno XVI)
NOTE
1. Corina Ţucu, Un documento diplomatico italiano sui romeni – l’ispettore dell’emigrazione Guglielmo Emanuele di Palma di Castiglione in Bollettino dell’emigrazione, Roma, 1912, casa editrice Pro Universitaria, 2012.
2. Idem, pag.17.
3. Ibidem.
4. C. Ţucu, op. cit., idem, pag.18.
5. Marius Turda, Nella ricerca del romeno perfetto, casa editrice Polirom, Iaşi, 2025, pag. 26.
6. Idem, pag. 38.Idem, pagine 39-40.
7. Idem, pag. 54.Idem, pag. 55; citazione da Max Nordau, Degenerazion, Lincoln: University of Nebraska Press, 1993, p. V.
8. Ibidem, pag. 55.
9. Emil Cioran, Schimbarea la faţă a României, Bucarest, Vremea (Il Tempo), 1936, p. 130, citato da M. Turda, op.cit., p. 67.
10. István Bibó, La miseria dei piccoli Stati dell'Europa orientale, trad. it. Il Mulino, 1994.
11. Marius Turda, op.cit., idem, p.158.
Idem, pag. 182.
13. Idem pag.184.
14. Idem, pag. 225-226.Idem. pag 233-234.
15. Idem, pag.264-265.
16. Idem, pag. 267.
17. Idem. pag 233-234.
18. Idem, pag.264-265.
19. Idem, pag. 267.
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