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Un incontro inverso: ritrovare Dinu Adameșteanu tra la Romania e Policoro
La prima volta che sentii parlare di Dinu Adameșteanu fu all’università. Avevo da poco iniziato a studiare il romeno e il mio professore, Gheorghe Carageani, sapendo che venivo dalla Basilicata, mi parlò di lui. Allora non potevo immaginare che quel nome sarebbe tornato nella mia vita, quando ormai vivevo in Romania, attraverso le persone della sua famiglia: Mariana, docente di italiano e traduttrice, Mihaela, archeologa come lui, e Gabriela, scrittrice, con le quali è rimasto nel tempo un rapporto di amicizia e di grande stima. Fu durante un incontro con loro che sentii parlare della corrispondenza tra Adameșteanu e Daphne Phelps e del progetto di Marinella Fiume di pubblicare le lettere. Il nome dell’autrice, quindi, mi era già noto, ma fu soprattutto Mariana, tenendomi aggiornata nel tempo, a farmi seguire quella storia fino alla pubblicazione del libro. La mia conoscenza di Adameșteanu sarebbe arrivata dunque dalla direzione più inattesa: dalla Romania verso l’Italia. Solo più tardi avrei cercato la sua tomba all’ingresso del cimitero di Policoro e avrei visto dall’esterno la casa in cui aveva vissuto. È dentro questa storia personale, fatta di incontri mancati e di incontri arrivati molto più tardi, che si è fatto largo Storia d’amore e d’archeologia di Marinella Fiume, il volume pubblicato da Algra Editore nel 2025.
Ho iniziato a leggerlo con la curiosità di chi credeva di sapere già qualcosa dell’uomo di cui si parlava e mi sono accorta ben presto che non era così. Il libro non mi ha semplicemente «raccontato» la vita di Dinu Adameșteanu, mi ha permesso di incontrarlo.
Fiume sceglie una strada narrativa particolare. La storia non comincia direttamente da Adameșteanu, ma da una giovane archeologa, Nicole, e da una casa siciliana. La nonna Louise, francese trasferitasi in Sicilia nel 1955, le parla di Daphne Phelps, inglese arrivata nell’isola qualche anno prima, e le affida la lettura di Una casa in Sicilia, il libro di Daphne al quale è particolarmente affezionata. Da quelle pagine nasce la curiosità di Nicole per Daphne, per la sua casa, Casa Cuseni, e per la misteriosa figura dell’archeologo che, secondo la nonna, sarebbe stato il suo unico grande amore. In realtà è proprio Casa Cuseni il primo luogo attorno a cui si costruisce il libro: la villa di Taormina che Daphne aveva ereditato e aveva scelto di custodire e trasformare in una casa aperta all’arte, alla cultura, agli incontri. Non una semplice dimora e neppure soltanto un albergo per artisti e intellettuali, ma un crocevia di persone, storie, conversazioni e culture. Un luogo capace di accogliere tanto personalità illustri quanto persone comuni, e nel quale la cultura non appare mai separata dalla vita.
Casa Cuseni, nelle pagine di Fiume, sembra quasi possedere una propria memoria. Conserva gli oggetti, i libri, le opere, i ricordi degli ospiti, le relazioni che l’hanno attraversata. Nicole comincia così la sua ricerca: parte da una casa e da un libro, prima ancora che da una persona.
La scoperta dell’epistolario tra Dinu Adameșteanu e Daphne Phelps conferisce alla ricerca una nuova direzione: si tratta di lettere scritte tra il 1954 e il 1956, alcune manoscritte, altre dattiloscritte e firmate, conservate in un cassetto della casa e raccolte in un piccolo rotolo legato con un nastro rosso: una testimonianza celata per decenni nella memoria della casa.
Attraverso quelle lettere emerge un Adameșteanu diverso da quello che potremmo trovare in una biografia celebrativa. C’è l’archeologo impegnato negli scavi, il pioniere, l’uomo di studio e di lavoro, capace di affrontare condizioni difficili e di costruire in Basilicata una stagione nuova dell’archeologia. Nelle pagine dedicate al suo lavoro si avverte anche qualcosa della passione con cui Adameșteanu vive l’archeologia: non una disciplina astratta, ma un modo concreto di entrare in rapporto con un territorio e con la sua storia. Ma c’è anche l’uomo che scrive, che cerca una complicità, che manifesta affetto, che vive un legame con Daphne la cui natura rimane volutamente non del tutto definita. Fiume non lo colloca su un piedistallo. Lo mostra mentre lavora, si sposta, fuma, scherza, beve, discute, soffre, si entusiasma, si preoccupa, si confronta con le persone più diverse, mettendo in luce non soltanto il suo lavoro, ma anche le sue preoccupazioni, le sue inquietudini, il peso delle responsabilità e il suo modo di guardare al futuro dei luoghi in cui aveva lavorato.
È proprio questa fusione di grandezza e umanità a rendercelo vicino. Ed è forse anche per questo che Storia d’amore e d’archeologia apre diverse possibilità di lettura: è insieme racconto, biografia, storia, viaggio, riflessione su chi siamo e sulla memoria, ma anche storia di sentimenti e di relazioni.
La parte dedicata all’attività di Adameșteanu in Basilicata apre poi una prospettiva che personalmente ho trovato particolarmente interessante. Attraverso l’intervista al dottor Mazzarone, preziosa guida per Nicole, emerge un uomo che aveva investito moltissimo in una terra che considerava straordinaria ma ancora incapace, a suo giudizio, di valorizzare pienamente il proprio patrimonio. Le sue osservazioni hanno qualcosa di sorprendentemente attuale: il turismo archeologico non può vivere soltanto di sole e mare; ha bisogno di musei, strade, segnaletica, servizi, ma soprattutto della capacità di raccontare e custodire le risorse che quel territorio possiede. La bellezza di un luogo, da sola, non basta se non viene accompagnata dalla capacità di renderla conoscibile e accessibile. In modi diversi, Daphne e Dinu sembrano condividere la stessa idea: un luogo acquista davvero valore quando diventa capace di generare conoscenza, incontri e memoria.
Un’altra dimensione che emerge nella figura di Adameșteanu è quella di un uomo sospeso tra due mondi. Lasciata la Romania nel 1939, egli costruisce la propria vita in Italia mentre la storia del suo Paese d’origine prende una direzione che gli renderà sempre più difficile il ritorno. La sua esistenza rimane così segnata da una doppia appartenenza, da una distanza che tuttavia non cancella le origini.
Nel libro Adameșteanu non è però il solo personaggio ad aver lasciato il proprio Paese. Anche Daphne Phelps sceglie di abbandonare l’Inghilterra per fare della Sicilia la propria casa. Sono percorsi diversi, nati da ragioni diverse, ma nei quali la cultura, l’arte e il rapporto con i luoghi scelti per vivere assumono un ruolo centrale. È un tema che Fiume affida soprattutto alle vite dei suoi personaggi e che proprio per questo appare ancora molto vicino al nostro presente: partire, vivere altrove, mettere radici nuove portando con sé una parte del luogo da cui si proviene.
Adameșteanu finisce per rendere propria una terra che per nascita non gli apparteneva. Lo fa attraverso il lavoro, la conoscenza, la capacità di legarsi alle persone e soprattutto attraverso ciò che lascia. La Basilicata, come la Sicilia, diventa così non solo l’ambito nel quale lavora, ma una parte della sua storia. Ed è forse proprio questo che mi colpisce maggiormente pensando a Policoro: l’uomo che ha dedicato la vita a riportare alla luce le tracce degli altri sembra avere bisogno, a sua volta, di essere riportato alla luce.
Nicole, intanto, continua il suo viaggio. Parte dalla Sicilia, dalla casa della nonna e dal libro di Daphne, segue le lettere, ricostruisce la figura di Adameșteanu e si sposta verso i luoghi della sua vita, fino alla Basilicata e alla Romania. La ricerca biografica diventa progressivamente anche una ricerca interiore. Accanto alla vicenda di Dinu e Daphne si sviluppa così quella di Nicole e Alessio, due giovani archeologi. Due storie d’amore molto diverse, separate dal tempo, ma entrambe attraversate dalla difficoltà di conciliare il sentimento con le scelte, il lavoro, la distanza e il desiderio di realizzarsi.
La costruzione di Fiume si rivela particolarmente efficace: l’archeologia non è soltanto ciò di cui parla il libro, ma diventa il modo attraverso cui esso interroga la memoria. Dinu scava nella terra per riportare alla luce il passato. Nicole scava nella storia di Dinu. Fiume scava nella memoria di Dinu e Daphne.
Adameșteanu muore a Policoro il 21 gennaio 2004, a novant’anni. È qui che il viaggio sembra chiudersi e, nello stesso tempo, assumere un significato diverso. Fiume accompagna il suo ritorno a Policoro con i versi di Kavafis, il poeta che aveva saputo dare voce al suo esilio interiore e che Adameșteanu aveva letto e riletto. Ma l’Itaca verso cui conduce il viaggio non coincide semplicemente con il luogo da cui si è partiti: il ritorno può significare ricominciare il viaggio, tracciare nuovi cammini accanto ai vecchi, trovare un nuovo posto nella propria esistenza e nella storia degli uomini.
Questa idea illumina l’intero libro. Daphne trova la propria casa lontano dal luogo in cui era nata. Adameșteanu costruisce la propria vita lontano dalla Romania senza smettere di portarla con sé. Nicole ritrova una direzione. La casa, alla fine, non coincide per forza con un punto preciso sulla carta geografica, ma può essere il luogo in cui qualcuno, attraverso le sue tracce, torna a incontrarci.
Forse questo incontro continua anche oltre le pagine del libro. Proprio mentre scrivo, Mariana Adameșteanu, nipote di Dinu, sta lavorando alla traduzione romena di Storia d’amore e d’archeologia. La storia raccontata da Fiume in Italia sta per tornare nella lingua e nel Paese da cui Adameșteanu era partito.
E io, leggendo questo libro, ho avuto proprio questa sensazione: di aver incontrato, finalmente, Dinu Adameșteanu.

Murale a Policoro realizzato da Krayon

La tomba monumentale di Dinu Adameşteanu a Policoro
Serafina Pastore
(n. 10, ottobre 2026, anno XVI)
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