L’anniversario di Andrea Bajani, un’indagine dolorosa sulle dinamiche familiari disfunzionali

I. Introduzione

Nel panorama della letteratura italiana contemporanea, la famiglia è spesso stata raccontata come rifugio, come nido, o al contrario come luogo di conflitto esplosivo. Tuttavia, raramente è stata indagata con la fredda, chirurgica lucidità con cui Andrea Bajani affronta il tema ne L’anniversario. Pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Feltrinelli e vincitore del Premio Strega, questo romanzo non si limita a narrare una crisi familiare, ma compie un atto letterario e sociale quasi sovversivo: legittima la rottura del legame di sangue non come tragedia, ma come necessaria liberazione.
Andrea Bajani è una delle voci più raffinate e riconoscibili della nostra narrativa. Già apprezzato per opere come Se consideri le colpe (2007) e finalista allo Strega con Il libro delle case (2021), con L’anniversario, l’autore porta a compimento un percorso di maturità stilistica, affrontando quella che Emmanuel Carrère ha definito una «domanda scandalosa» con una calma altrettanto scandalosa.
Il romanzo L’anniversario si configura come la cronaca lucida di una liberazione, con la celebrazione dei dieci anni trascorsi dall’ultima volta che il narratore ha visto i propri genitori. L’opera ruota attorno a un padre dispotico che, attraverso un mix di violenza e vittimismo, ha instaurato un regime domestico totalitario, e a una madre che ha risposto a questo dominio scegliendo l’invisibilità e l’abiezione. Rinunciando a ogni difesa per sé e per i figli, la donna si è resa complice passiva del marito, vivendo in un isolamento emotivo aggravato dal trasferimento della famiglia in un remoto paese del Piemonte.
La rottura di questa dinamica familiare dannosa avviene solo in età adulta quando il protagonista comprende di doversi salvare. L’addio definitivo non è urlato, ma silenzioso: di fronte all’ultima, incongrua domanda della madre («Tornerai a trovarci?»), il figlio sceglie di non rispondere e di andarsene per sempre. A distanza di un decennio, dopo aver tagliato ogni ponte inviando una lettera di commiato, il narratore descrive la sua nuova vita, costruita proteggendo la propria felicità dai tentativi di contatto dei genitori.


II. Temi principali

2.1. Il rifiuto dell’eredità patriarcale

Nel romanzo L’anniversario, il tema del patriarcato costituisce l’asse portante della vicenda narrativa ed emerge con particolare forza attraverso la figura del padre del protagonista, incarnazione di un potere autoritario, pervasivo e totalizzante. Il patriarcato rappresentato da Bajani non si configura come una semplice gerarchia familiare tradizionale, bensì come una forma di dominio assimilabile a un sistema totalitario, fondato sul controllo assoluto e sulla negazione dell’individualità degli altri membri della famiglia. Come afferma il narratore, «quello che mia madre viveva era un patriarcato differente, più vicino a un totalitarismo» (p. 30), in cui il padre gestisce ogni ambito decisionale, dall’economia domestica all’educazione dei figli, relegando la madre a una funzione puramente esecutiva e marginale.
L’autorità paterna si esercita attraverso l’intimidazione, la violenza psicologica e fisica e una gestione manipolativa degli affetti, secondo «uno specifico affetto, perverso, sincero e violento, che consegue, o sostanzia, l’affermazione di un dominio» (p. 56). Il padre non è soltanto il centro simbolico della famiglia, ma il perno attorno a cui si struttura un sistema relazionale fondato sulla paura e sulla sottomissione. La violenza, spesso esercitata apertamente nei confronti del figlio protagonista, si consuma in un silenzio carico di complicità forzata, in cui la madre appare come una presenza remota: «in ogni scena mia madre guarda altrove» (p. 77). La figura materna incarna, infatti, una delle rappresentazioni più tragiche del patriarcato: una donna progressivamente privata di autonomia, identità e visibilità. La sua esistenza si riduce a una rinuncia sistematica alla vita, alla cultura e al desiderio, confinata in uno spazio domestico che coincide con la sua sparizione simbolica: «era diventato il posto in cui era andata a vivere agli occhi anche di suo figlio, invisibile seppure in piena luce» (p. 113). La timidezza che la caratterizza non è un tratto temperamentale, ma una strategia di sopravvivenza. In questo senso, il patriarcato non si limita a opprimere, ma porta all’auto-annullamento.
Il protagonista cresce all’interno di questo sistema e sviluppa con il padre un rapporto profondamente ambivalente: da un lato, vive in uno stato di terrore costante, che per lui diventa una forma di conferma distorta dell’amore paterno: «il terrore costante che provavo io […] era […] la conferma per lui, di un qualche amore» (p. 83); dall’altro lato, tenta a lungo di mediare, di mantenere un fragile equilibrio familiare, arrivando a sacrificare la propria serenità pur di evitare lo scontro. Questo atteggiamento lo rende non solo vittima, ma anche, seppur involontariamente, complice del sistema patriarcale. Come egli stesso riconosce, «mantenere mio padre sempre a fuoco […] tra idolatria e legittima difesa, era sempre stata in fondo la mia condotta principale» (pp. 112-113).
Il rifiuto di tale eredità non si realizza dunque in modo immediato, ma attraverso un processo lungo, doloroso e contraddittorio. La consapevolezza di poter diventare una versione diversa di sé segna l’inizio di una frattura irreversibile. La decisione finale di rompere ogni legame con la famiglia si configura come un atto di liberazione, ma anche come una rottura radicale che comporta un prezzo emotivo elevato: «Ne scrivo ora, a un mese da questo strano anniversario in cui, insieme allo sfascio di una famiglia intera – su cui non c’è molto da festeggiare –, celebro una liberazione.» (p. 121). In questo gesto estremo, il protagonista spezza il ciclo di oppressione, pur restando segnato dal senso di colpa per l’abbandono della madre.


2.2. L’invisibilità: vivere ai margini, la figura della madre

Il tema dell’invisibilità è uno dei più ricorrenti nel romanzo di Bajani. Questa invisibilità è astratta, un’invisibilità che non riguarda il non essere visti, ma vivere costantemente ai margini, in una zona d’ombra dove la propria presenza non conta. Questa condizione emerge soprattutto nella figura della madre del protagonista, che diventa il simbolo più doloroso di un’esistenza vissuta dietro le quinte.
La madre è sempre presente nella vita familiare, ma la sua presenza è soltanto fisica, non coincide mai con una vera possibilità di esistere come individuo. È lì, nella casa, nei gesti quotidiani, nelle abitudini ripetute, ma raramente prende parola o esprime un giudizio personale. È come un fantasma, che risiede tra le mura dell’abitazione senza però avere uno scopo ben preciso. La sua invisibilità non è improvvisa ma graduale, accentuata dal silenzio e dalla rassegnazione.
All’interno della famiglia, questa invisibilità è legata soprattutto al rapporto con il marito, che occupa tutto lo spazio del potere e della parola. Di fronte a lui, la madre non può far altro che sottomettersi. Vivere ai margini, in questo caso, non significa stare fuori dalla famiglia, ma esserne prigioniera senza poter incidere davvero. È una forma di annullamento che in apparenza si nota difficilmente: nulla appare apertamente violento, e proprio per questo tutto diventa più difficile da riconoscere. Quando Bajani scrive della madre: «Era invisibile, era il baluardo della sua invisibilità» (p. 16), concentra in una frase breve e apparentemente semplice tutta la complessità della sua condizione.
Il narratore, figlio e testimone, si rende conto di questa invisibilità sin da tenera età. Il romanzo nasce proprio da questo sguardo, dal bisogno di esprimere la sua esperienza. Raccontare la madre diventa un tentativo di restituirle almeno in parte una forma di giustizia, di sottrarla al silenzio in cui è rimasta intrappolata per anni. Tuttavia, Bajani evita ogni idealizzazione: la madre non è una figura eroica, ma una persona fragile, che finisce per interiorizzare la propria sparizione.


2.3. La scrittura come strumento di rimembranza, d’invenzione e di lotta

Ne L’anniversario, la scrittura non è soltanto il mezzo attraverso cui la storia viene raccontata, ma diventa essa stessa oggetto di riflessione e pratica di resistenza. Bajani costruisce un romanzo che interroga il rapporto tra memoria, invenzione e verità, concependo la scrittura come un dispositivo capace di produrre una memoria alternativa: «più dell’invenzione che del ricordare» (pp. 22-23).
Il narratore non si limita a ricostruire il passato, ma lo rielabora criticamente, trasformando la narrazione in un atto di consapevolezza e di emancipazione. La memoria familiare appare inizialmente come un monolite occupato interamente dalla figura paterna. Scrivere significa allora scalfire quella massa compatta, «colpendo parola dopo parola» per «estrarre mia madre dalla roccia» (p. 28). La scrittura diventa uno strumento di riconquista della visibilità, capace di restituire voce e dignità a chi è stato ridotto al silenzio. In questo senso, raccontare equivale a un gesto politico: «scorporare mia madre da mio padre, dunque, equivale a estrarla da quell’oscurità» (p. 22).
Il romanzo rivendica esplicitamente la forza dell’invenzione come mezzo per accedere a una verità più profonda del semplice dato fattuale: «la forza brutale del romanzo» sta proprio nel disinteressarsi del reale per «fornire sempre il vero» (pp. 28-29). Bajani propone così una concezione della scrittura come atto creativo che supera i limiti della testimonianza diretta, permettendo di dare forma a ciò che non è stato detto, visto o compreso al momento dell’esperienza.
Infine, la scrittura si configura come un atto di lotta contro il patriarcato e contro il silenzio che lo sostiene. Scrivere significa varcare una frontiera, rompere il patto implicito di omertà familiare e affermare una soggettività autonoma. Attraverso il racconto, il protagonista riesce a trasformare il dolore in consapevolezza e a costruire una nuova identità, liberata, seppur non indenne, dal peso del passato. Attraverso l’intreccio tra rifiuto dell’eredità patriarcale e riflessione sulla scrittura, l’opera di Bajani si configura come un’opera di forte valore etico e letterario. Bajani mette in scena un percorso di emancipazione che non offre soluzioni pacificanti, ma espone con lucidità le contraddizioni, le colpe e le ferite lasciate da un sistema di dominio radicato che cerca riverbero nelle esperienze personali di chi legge. La scrittura prende così le fattezze di uno spazio in cui questa complessità può essere finalmente affrontata, rendendo il romanzo un vero strumento di resistenza.


2.4. Coincidenza tra autore e narratore: l’idea dell’autofiction

Andrea Bajani mette al centro della sua narrazione la complessa relazione tra autore e narratore, nonché la tensione tra realtà autobiografica e finzione romanzesca. Il libro affronta la storia di una famiglia oppressiva e della separazione definitiva dell’io narrante dai genitori: un distacco non solo fisico ma anche psicologico ed emotivo.
La struttura in prima persona e il tono intimo tendono a suggerire una vicinanza alla biografia dell’autore, ma Bajani ha chiarito in varie interviste che l’interesse per l’autofiction riguarda soprattutto la lettura, mentre come narratore egli predilige le possibilità espressive del romanzo, che non è codificabile e non si riduce alla semplice registrazione di eventi reali. Questa posizione teorica si riflette nella scelta narrativa del testo: l’autore non espone semplicemente i fatti, ma li modella attraverso la propria scrittura. Un esempio significativo di questa operazione si trova proprio nella descrizione di un momento particolare tra il narratore e i genitori, che serve a mostrare come la memoria diventi narrazione e non semplice cronaca. Nel testo si legge:

«È un fatto che in quella mia ultima visita alla casa dei miei genitori, qualsiasi fosse stata la mia reazione – salottiera, provocatoria, persino aggressiva – tutto sarebbe rimasto dentro la replica di un medesimo canovaccio. Anche una lite […] tutto sarebbe accaduto semplicemente per l’ennesima volta». (p. 113)

Questo passaggio, pur narrando un evento che potrebbe richiamare la vita reale, è inserito in una riflessione più ampia sulla ripetitività delle dinamiche familiari e la difficoltà di uscire da ruoli e schemi consolidati. Attraverso questa scelta, Bajani mostra come il narratore osserva e interpreta la propria esperienza, trasformandola in narrazione significativa. La scena citata non è tanto una testimonianza documentale, quanto un esempio di come il personaggio (che può coincidere con l’autore) si serve della scrittura per dare forma alle impressioni, ai modelli psicologici e alle dinamiche affettive. In questo senso, la narrazione si pone tra realtà e invenzione: la materia è influenzata da elementi biografici, ma la forma è quella del romanzo, che crea sintesi e senso attraverso la costruzione letteraria.
L’autore, infine, considera l’idea dell’autofiction interessante dal punto di vista strettamente del lettore, ma preferisce, in quanto scrittore, la libertà del romanzo; egli dimostra, infatti, che L’anniversario non mira a un’identificazione totale tra autore e narratore, ma piuttosto a usare la narrazione come strumento per esplorare memoria, identità e relazioni familiari con rigore estetico e profondità emotiva, in modo che la storia esposta possa essere rilevante per chiunque vi si immedesima.


III. Stile e strumenti letterari

3.1. Il significato del titolo

Il romanzo rappresenta un’incursione coraggiosa nei meccanismi della memoria traumatica e nel processo di decostruzione della mitologia familiare. È un manifesto contro l’oppressione domestica, in cui la tirannia del padre stabilisce i ruoli all’interno della famiglia e, soprattutto, quello della madre, destinata all’invisibilità.
Scritto in forma di confessione retrospettiva, questo romanzo autobiografico esplora il momento in cui il figlio decide di troncare definitivamente il legame con i propri genitori, segnando dieci anni da questo gesto fondamentale della sua vita. Tuttavia, Bajani compie un atto di insubordinazione rispetto al classico memoir. Rifiuta la dittatura della testimonianza per creare un vero e proprio dispositivo pensante. La narrazione non serve solo a ricordare i fatti, ma a mescolare vero e finto per raggiungere una verità più profonda, disinteressandosi della cronaca per restituire la verità emotiva. I dieci anni che separano il gesto della rottura dalla scrittura non garantiscono la verità, ma rendono possibile una responsabilità dello sguardo. Il narratore non scrive più per salvarsi, ma per comprendere.
Il titolo non rimanda a una celebrazione festiva, bensì a un anniversario della liberazione. È la marcatura temporale di un dicembre di dieci anni fa, il momento in cui il narratore ha scelto di deviare il corso della propria famiglia su un «binario morto» (p. 120) per salvare sé stesso. Il titolo sottolinea la cronologia della guarigione: dieci anni da quando il treno della sua vita è stato deviato dal binario distruttivo dei genitori verso una linea propria. Questo anniversario sancisce il passaggio cruciale tra due concetti: dall’abbandonare al sottrarsi. Se l’abbandono porta con sé lo stigma della colpa sociale, il sottrarsi rivendica il diritto all’incolumità psichica. Non è una fuga colpevole, ma un atto di legittima difesa per smettere di essere complici del sistema. Allo stesso tempo, il titolo rappresenta anche una vittoria contro il sistema patriarcale, contro un sistema in cui predomina la violenza domestica.


3.2. Tipo di narrazione

La narrazione è autodiegetica, non lineare (memoria, riflessione e invenzione convivono), metanarrativa (il testo riflette continuamente su come si racconta) e ricca di flashback. Il narratore interno e protagonista si trasforma in un archeologo che scava sotto le macerie di un’infanzia segnata dalla paura del padre e dalla cancellazione dell’identità della madre. I dieci anni di distanza fungono da specula, un osservatorio privilegiato. Bajani suggerisce che solo da questa distanza spaziale e temporale il figlio può scorgere quei movimenti (come la maternità soffocata) che restando all’interno del sistema erano invisibili a occhio nudo. Il tipo di narrazione si fonda su una grammatica della verità. Il narratore comprende che, per sopravvivere, deve riscrivere la storia della propria famiglia utilizzando un «bisturi grammaticale» (p. 22). Questo approccio consente la separazione dei corpi e delle anime: la madre deve essere estratta dalla roccia dell’autorità paterna, dove è stata fossilizzata per decenni.


3.3. Figure retoriche

Lo stile di Bajani è caratterizzato da una precisione tagliente, che alterna immagini di una tenerezza dolorosa all’uso di figure retoriche potenti quali la metafora, il simbolismo, la similitudine e l’ossimoro. La metafora emerge attraverso citazioni come: «Se non ho mai scritto di mia madre, né ho mai avuto un pensiero su di lei, è perché per farlo va scorporata da mio padre. Il che comporta un’operazione delicata, richiede un’attitudine chirurgica specifica, una freddezza della mano. Richiede lentezza e precisione, un bisturi grammaticale» e «Scorporare mia madre da mio padre significa, letteralmente, sottrarla all’invasione con cui la figura di mio padre si è imposta sistematicamente al nostro immaginario, bruciandoci la retina con la fiamma ossidrica dell’affermazione vittimaria di sé, e compromettendo senza rimedio la visione». (p. 22) Il bisturi rappresenta così lo strumento con cui il narratore porta la madre in primo piano. La madre non è semplicemente invisibile: è sistematicamente privata dalla possibilità di nominarsi. Il gesto del narratore non è quello di appropriarsi della sua voce, ma di creare lo spazio linguistico affinché lei possa finalmente esistere.
Il simbolismo emerge attraverso citazioni quali: «A questo va aggiunta l’assenza, in casa, del telefono […] Vietato da mio padre […]» (p. 48), «Il telefono sarebbe poi arrivato in casa nostra, anche se dopo quasi quindici anni […]» (p. 51), «[…] fu mio padre a stabilire le regole d’uso del telefono» (p. 52). Il telefono è dunque considerato un oggetto pericoloso in questa famiglia dominata dalla violenza domestica. Il suo suono non è un invito al dialogo, ma una minaccia di invasione. La casa stessa diventa un’entità viva, una prigione dalle pareti di vetro in cui l’intimità è impossibile sotto lo sguardo onnipresente del padre. Accanto al telefono, altri oggetti diventano correlativi oggettivi del terrore. La sveglia, che la madre portava con sé per non tardare agli appuntamenti con il padre, diventa simbolo della sottomissione al tempo dettato dall’altro. Ancora più potente è l’immagine dell'acqua dello sciacquone, usata dalla madre per lavarsi i denti quando il padre chiudeva il rubinetto centrale: simbolo estremo dell’abiezione e della rinuncia a sé pur di evitare il conflitto.
La similitudine emerge in citazioni come: «[…] ciascuno al proprio posto – oppure mia sorella e io distesi a incastro, come la destra e la sinistra in una scatola da scarpe» (p. 23), «[…] mentre il suo nome continuava a suonare come una sirena» (p. 26). Nel primo caso, il narratore e la sorella sono collocati sul sedile posteriore dell’auto come una scarpa destra e una sinistra in una scatola, suggerendo la mancanza di autonomia e lo spazio limitato che occupavano nell’universo dei genitori. Questa tendenza alla reificazione dei soggetti colpisce anche la figura materna: le passeggiate con il padre non sono descritte come momenti di coppia, ma il narratore ricorda che il padre «la portava a passeggio» (p. 16), instaurando una similitudine implicita e brutale con l'animale domestico al guinzaglio.
L’ossimoro emerge in espressioni come «tenerezza allucinata» (p. 67) o «gioia lancinante» (p. 87), figure che colgono la complessità emotiva di un bambino che cresce in un ambiente imprevedibile.


IV. Conclusioni e opinioni finali

L’anniversario rappresenta il libro di tutti coloro che hanno attraversato la violenza domestica, di chi è cresciuto in una famiglia in cui il sistema patriarcale ha dominato o domina ancora. Possiamo dunque definirlo un romanzo «coraggioso», in quanto il suo valore risiede proprio nella sua onestà brutale, nel modo lucido in cui riesce a dissezionare gli aspetti più intimi e sensibili della vita. 
A renderlo una lettura mozzafiato non è soltanto il racconto dell’abuso o della paura, ma il modo in cui Andrea Bajani trasforma il linguaggio da testimone passivo in strumento di liberazione. Inoltre, lo sforzo del narratore di «separare» la madre dalla figura del padre si può tradurre in una forma di amore tardivo, attraverso cui il figlio restituisce alla madre l’identità sottratta. Questa prospettiva ci insegna che non è mai troppo tardi per guardare le persone amate al di là dell’ombra di chi le ha oppresse.
Questo romanzo non è soltanto la cronaca di una rottura, ma uno studio sul potere guaritore della letteratura. Attraverso l’estrazione della madre dalla roccia della memoria occupata dal padre, il narratore riesce a riscrivere la propria storia. Il finale del romanzo, con l’immagine del narratore seduto al tavolo della cucina all’alba, mentre il figlio dorme serenamente, offre una nota di speranza: la catena della violenza è stata spezzata e la «stella distante» (p. 121) del passato, pur rimanendo accesa, non è più in grado di guidare il presente.

Anna Boboc, Loredana Brînzei, Cristiana Gruia, Sorina Sorescu,
Ramon Tănasie, Jessica Ursaciuc, Julia Ursaciuc

(III anno, Università dell’Ovest di Timisoara)

Coordinatore: Afrodita Cionchin

(n. 4, aprile 2026, anno XVI)


Bibliografia e sitografia

Bajani, Andrea, Lo scrittore racconta “L’anniversario”, 27 gennaio 2025,
https://www.feltrinellieditore.it/news/2025/01/27/andrea-bajani-racconta-lanniversario/
Barbera, Diego, Recensione “L’anniversario” di Bajani, Premio Strega 2025, 6 agosto 2025,
https://naufragar.it/2025/08/06/recensione-lanniversario-di-bajani-premio-strega-2025/
De Santis, Mario, Tra romanzo e autofiction. “L’anniversario” di Andrea Bajani, 7 marzo 2025,https://minimaetmoralia.it/libri/tra-romanzo-e-autofiction-lanniversario-di-andrea-bajani/
Franzin, Ester, Il dramma silenzioso di una madre e di un figlio. “L’anniversario” di Andrea Bajani, 16 aprile 2025,https://www.magmamag.it/anniversario-andrea-bajani-recensione/
Marsilio, Morena, La libertà non negoziabile della scrittura: quattro domande ad Andrea Bajani, 5 luglio 2025, https://laletteraturaenoi.it/2025/07/05/la-liberta-non-negoziabile-della-scrittura-quattro-domande-ad-andrea-bajani-2/
Re, Simone, Una madre, un figlio e il peso del silenzio: “L’anniversario” di Andrea Bajani, 29 gennaio 2025, https://www.illibraio.it/news/dautore/lanniversario-andrea-bajani-1467901/

Webografia
Interviste video/audio con lo scrittore Andrea Bajani:
BPER Forum: https://www.youtube.com/watch?v=W_sVBZwV1bE
Rai Cultura:
https://www.raicultura.it/letteratura/articoli/2025/02/Andrea-Bajani-Lanniversario-7053c349-50b3-48f0-a4c4-a2e12d4f465f.html
“Una Montagna di Libri”: https://www.youtube.com/watch?v=40oQGlZq07U
“Voce ai Libri”. Intervista di Silvia Nucini (Intesa SanPaolo): https://www.youtube.com/watch?v=xqOHUq6MZ2I