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Lo spirito mistico
Introduzione
A partire da questo numero, pubblichiamo in varie puntate i due dossier che fanno da sfondo al Corso di storia della metafisica (1930-1931) di Nae Ionescu, la cui edizione italiana, a cura dello scrivente, è di prossima pubblicazione per le edizioni Stamen di Roma.
Il primo dossier, che prende avvio dall’articolo Lo spirito mistico (1926), qui presentato in italiano, riguarda la polemica tra il suo autore, Constantin Rădulescu-Motru (1868-1957), titolare della cattedra di psicologia, logica e teoria della conoscenza presso l’Università di Bucarest, autorevole rappresentante della «filosofia scientifica», e Nae Ionescu, conferențiar (equivalente al titolo accademico francese di maître de conférences) di storia della logica e metafisica, esponente di un pensiero esperienzialista connotato da forti tratti mistici.
Le prossime puntate del dossier includeranno articoli apparsi in un arco temporale che va dal 1926 al 1931, firmati dai due polemizzanti e da altri intellettuali della scena romena (Arșavir Acterian, Alexandru Dima, Nicolae Tatu, Mircea Vulcănescu) che hanno diversamente preso posizione nella disputa; indice del fatto che la polemica tra «scientifici» e «mistici» andava al di là della rivalità tra i due contendenti, riflettendo il diverso orientamento filosofico di due generazioni di intellettuali: i giovani, più sensibili allo spirito del tempo, e gli anziani, ancora legati all’ascendente kantiano e positivista.
Il secondo dossier, che vede protagonista Nae Ionescu e il pubblicista romeno-cattolico Iosif Frollo, conterrà, principalmente, gli articoli firmati dal primo, aventi per oggetto la polemica intorno all’«essere romeno» e, in particolare, al rapporto tra romenità (românism) e confessione cristiano-ortodossa. Mentre per Frollo l’adesione a una confessione religiosa non pregiudica l’appartenenza a una certa comunità nazionale (definita dalle coordinate di lingua e suolo), Ionescu intende la nazione in termini etnico-religiosi. Ciò lo porta, tra l’altro, a dubitare della possibilità di convertirsi a una fede diversa da quella che scaturisce naturalmente dalla matrice autoctona di un popolo.
Allievo di Titu Maiorescu ed esponente del circolo Junimea («la Gioventù»), Rădulescu-Motru frequentò a Lipsia la scuola dello psicologo sperimentale Wilhelm Wundt. Membro dell’Accademia di Romania, fondò la Società filosofica romena e alcune riviste, tra cui «Studii filosofice»(divenuta poi «Revista de filosofie») e «Ideea europeană». Fu mentore dello stesso Nae Ionescu che, dopo aver sostenuto il dottorato a Monaco di Baviera, era rientrato a Bucarest e lo associò alla propria cattedra, affidandogli la conduzione di corsi e seminari.
Lo scritto che qui presentiamo, Sufletul mistic pubblicato da Rădulescu-Motru sulla rivista «Gândirea» nel 1926 e successivamente incorporato nell’opera Personalismul energetic (1927), anticipa di quattro anni la polemica vera e propria, ma è utile a chiarire il punto di vista del professor Motru nei confronti del tema in questione; il suo approccio, psicologico nella prima parte, sociologico nella seconda, oggi appare, nonostante alcune riflessioni profonde e ancora attuali, certamente limitato, riduzionista e deprezzante.
Sulla scorta degli studi psicologici condotti in Germania, Motru aveva elaborato una filosofia originale detta «personalismo energetico», secondo cui l’energia sta alla base di ogni fenomeno naturale, compresa la coscienza dell’uomo, suscettibile, quest’ultima, di essere indagata in modo «obiettivo», attraverso i metodi delle scienze naturali e umanistiche. La strutturazione della personalità avviene gradualmente, evolvendo dalla vita biologica a quella sociale attraverso tre tappe: l’«io emotivo», o «primitivo», in preda a sentimenti anarchici e caratterizzato da «gigantismo mistico»; l’«io coscienza intuitiva di sé», caratterizzato dall’esercizio della logica e da «attivismo pratico» e, infine, l’«io coscienza sociale», la personalità energetica vera e propria.
Alla luce di questi assunti, Motru considera il misticismo un fenomeno regressivo, indice di uno stato «primitivo» della coscienza che la civiltà richiama in vita ogni qual volta la sua accelerazione rompe un punto di equilibrio. L’uomo «civilizzato», sopraffatto dal lavoro e dalle pressioni sociali, cerca di evadere dalla realtà, rifugiandosi nel misticismo. In ciò l’esperienza mistica è apparentabile, secondo Motru, all’assunzione di alcol e altre sostanze stupefacenti volte ad anestetizzare la coscienza. Visto in quest’ottica, lo spirito mistico appare incline all’ottimismo facile, all’euforia e denota una coscienza espansa che confonde l’io e il mondo in un tutt’uno. Il fenomeno mistico sembra poi giustificare, secondo lo psicologo romeno, anche il profetismo politico, lo slancio dei grandi riformatori religiosi e dei rivoluzionari. Infine, alla recrudescenza mistica contribuisce la tendenza, tipicamente moderna, alla “commercializzazione”: scrittori, giornalisti, artisti, sebbene digiuni di vissuti mistici, utilizzano consapevolmente la propria tecnica, al fine di appagare il bisogno di misticismo insito nelle masse, confezionando una merce che promette di essere altamente redditizia. Come vedremo in seguito, questa posizione ha immediatamente suscitato la risposta critica di Nae Ionescu.
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Lo spirito mistico
(Sufletul mistic, «Gândirea», a. VI, nn. 4-5, 1926, pp. 145-152)
Stando all’etimologia della parola, derivata dalla lingua greca, mistico significa nascosto, impenetrabile. Uno spirito mistico [suflet mistic] [1] sarebbe dunque uno spirito nascosto e impenetrabile.
Questo significato è stato a lungo giustificato dalla natura apparente delle manifestazioni di taluni spiriti; manifestazioni che contraddicevano quelle degli spiriti degli uomini civilizzati. Gli spiriti che trovavano l’appagamento delle proprie esigenze religiose nel provocare stati di estasi, o nell’adempiere alcuni rituali arcani, apparivano senza dubbio alle intelligenze avide di chiarezza, com’erano quelle degli antichi greci, degli spiriti nascosti e impenetrabili. Allo stesso modo sono apparsi ai primi missionari europei entrati a contatto con i selvaggi, gli spiriti di questi [sufletele acestora], che si spiegavano i fatti naturali come effetti del potere degli spiriti [puterea spiritelor], per cui il naturale veniva sostituito con lo straordinario, se non addirittura con i sogni. Simili spiriti [suflete] dovevano avere in sé qualcosa di nascosto e impenetrabile. E a queste due categorie di spiriti i filosofi ne hanno aggiunto poi, nel corso del tempo, molti altri, altrettanto inadeguati nelle loro manifestazioni, in confronto all’ordine logico e razionale degli spiriti normali. La denominazione di mistico ha finito così per significare col tempo l’irrazionale e l’illogico nelle manifestazioni spirituali.
Questo significato non concorda più oggi con le conoscenze dell’uomo civilizzato. Per lo studioso specialista in psicologia comparata o sociologia, il mistico, lungi dall’essere ancora irrazionale e illogico come un tempo al contrario, è una manifestazione naturale dello spirito umano, messo in determinate condizioni di sviluppo: è il primitivo, con una personalità amorfa a causa dell’io che si eleva appena al disopra delle reazioni emotive del corpo; è lo spirito, nella cui struttura si può leggere, come in un libro aperto, le tracce del passaggio dall’istinto all’intelligenza. Il mistico, per il ricercatore scientifico di oggi, appare persino più chiaro, di quanto egli sia forse nella realtà. Pertanto, quando si parla di lui, non guasterebbe una certa prudenza, anche quando le affermazioni sono basate sulle più reputate autorità. [2]
Il tratto che colpisce, fin dal primo momento, nell’aspetto del mistico, è la vaghezza della determinazione dello spirito. Lo spirito del mistico ha la tendenza a fondersi con la natura intera. Il suo io trabocca sotto vari rapporti di possesso. La sua coscienza è piena del «mio», prima che l’io sia chiaramente fissato. Per questo motivo, la preferenza per stati di estasi, in cui la personalità scompare nel divino sconfinato. Per lo stesso motivo, la difficoltà per il mistico di spiegare attraverso la logica di una causalità naturale l’esperienza che lo circonda, nonché la continua commistione tra sogno e realtà. Lo spirito del mistico, non articolato su un io costante, si contorce e si aggrappa come un’edera a ogni impressione esterna, dovendosi egli riconciliare con il polimorfismo della personalità nelle scene oniriche. È soggetto alle suggestioni più assurde. È passivo e allo stesso tempo ostinato.
Questa indeterminatezza spirituale è dovuta alla natura emotiva dell’io. Il mistico è molto coerente con se stesso, ma per comprendere la sua coerenza dobbiamo conoscere la sua logica. La sua logica è una logica emotiva. La struttura di questa logica è diversa da quella razionale che abbiamo noi. Per il mistico, le immagini degli oggetti esterni sono oscurate dagli stati soggettivi dell’anima. La prospettiva esterna oggettiva e la prospettiva interna soggettiva, invece di costituire due piani distinti come per noi, si trovano sullo stesso piano, cosicché le cose contenute in ciascuna di esse formano insieme blocchi collettivi di una natura che non possiamo immaginare. Per tale motivo, il mistico vede un influsso laddove noi vediamo solo una coincidenza; e per lo stesso motivo ha un atteggiamento pratico nei confronti della realtà diverso dal nostro. La realtà, infatti, non si riflette da sé in qualsivoglia coscienza umana, qualunque grado di sviluppo l’uomo abbia raggiunto, la realtà si rivela invece man mano che la coscienza umana si sviluppa ed esercita le sue funzioni intellettuali. Il mistico è un tipo emotivo, in quanto logico e in quanto uomo pratico. Egli crede che i fatti naturali possano essere determinati dal potere dei desideri. I miracoli rientrano per lui nell’ordine naturale delle cose. Anche la profezia. E come conseguenza di ciò: la possibilità di cambiare il corso delle cose attraverso la preghiera.
L’uomo mistico ha un’anima felice. Contro ogni tipo di privazione e dolore, conserva nel proprio animo un balsamo curativo, ha l’emozione euforica dell’io primitivo. Questa emozione, riscontrata in ogni tempo, ha suscitato l’ammirazione di poeti e filosofi. In tempi recenti è entrata anche nel campo delle ricerche metodiche dell’uomo di scienza. La natura emotiva dell’io mistico non può, beninteso, essere studiata sulla base dei documenti storici che ci sono rimasti dell’uomo primitivo. Questi documenti hanno perso le sfumature espressive della coscienza individuale. Possiamo tuttavia studiarla nei selvaggi di oggi, i quali riproducono per certi aspetti i primitivi di un tempo. La difficoltà, tuttavia, sta nello scegliere nella vita dei selvaggi di oggi i momenti di analogia con quelli dei primitivi. Perché, ovviamente, il selvaggio non è l’uomo primitivo non sviluppato, o all’inizio dello sviluppo umano, bensì è l’uomo che è rimasto non sviluppato, a causa di particolari circostanze climatiche, biologiche o sociali. Il selvaggio può anche essere un prodotto tardivo di una degenerazione. In ogni caso, la sua sostituzione al posto del primitivo non è automaticamente giustificata. Questa sostituzione può essere ammessa in parte, in particolare nello studio delle manifestazioni in cui riscontriamo un’identità di atteggiamento spirituale [atitudine sufletească] tra il selvaggio e il primitivo. Affinché questa identità si produca, tuttavia, bisogna anche avere una ripetizione di condizioni identiche nelle loro vite. Una siffatta ripetizione, quando e dove possiamo trovarla? È merito del professor Raoul Allier, dell’Università di Parigi, se l’uomo di scienza può rispondere oggi, in modo più soddisfacente di prima, a questa domanda. R. Allier ha indagato, sulla base dei molteplici resoconti inviati dai missionari cristiani dai paesi dei selvaggi, i momenti della loro conversione, riscontrandovi un’identità di atteggiamento tra il selvaggio e il primitivo. Il selvaggio di oggi passa alla conversione dopo essersi formato un nuovo io; un io che giunge dopo una crisi simile a quella che il primitivo ha attraversato nella formazione del suo primo io; un io con le stesse caratteristiche emotive di quello del primitivo. Ecco la descrizione più ampia di questi fenomeni di atteggiamento spirituale, secondo Allier [3]. Era nota da tempo ai missionari cristiani la crisi emotiva dei selvaggi prima della conversione. Durante i sermoni, spesso questi cadono in convulsioni isteriche; si percuotono il corpo, si agitano, scoppiano in pianti; esprimono attraverso gesti incoerenti la paura del peccato e il desiderio di redimersi. I missionari, in passato, credevano che questi atti esteriori di emozione costituissero l’essenza della conversione. Essi prendevano l’espressività delle emozioni per criterio di sincerità e, di conseguenza, credevano nella conversione del selvaggio, non appena questi si fosse presentato in pubblico con una prova lampante di agitazione nervosa. Le cose, come è stato dimostrato in seguito, sono ben diverse. Lo spasmo emotivo è un fenomeno che si produce facilmente nel selvaggio, nel momento in cui viene scosso dalle sue consuetudini abituali. Il pianto, i gemiti, l’agitazione, le convulsioni, ecc. sono un derivato dell’instabilità spirituale, uno stato di transizione, e non un sintomo di sincera conversione. Il selvaggio, strappato dal suo vecchio schema mentale, prima di ricevere un nuovo indirizzo, si dibatte sotto l’influenza della minima suggestione. Basta che il predicatore missionario alzi la voce, che questa gli tremi, o che si asciughi una lacrima, perché il selvaggio cada in uno spasmo. La sua emotività è pronta: aspetta solo una scintilla per deflagrare. Ma quando si produce la conversione, lo spasmo nervoso cessa. La conversione avviene dopo che un nuovo io è nato nell’anima del selvaggio. Questo io neonato è accompagnato da pace e felicità. A questo riguardo, i resoconti dei missionari sono identici. «Lo scorso maggio» racconta il missionario Paul Berthoud [4] «la coscienza di Charlie Bayene cominciò a parlare… Era triste, perché si sentiva un uomo senza valore. Piangeva. La sua anima tremava sotto il peccato. Un mercoledì sera, mentre tutti, lui compreso, erano a letto, lo “Spirito Santo” scese su di lui. Dopodiché, si alzò e cominciò a confessare i suoi peccati ad alta voce. Sua moglie, spaventata da questa scena inaspettata, accese la candela. Ma lui le disse: “Stai calma, sono salvo. Inginocchiamoci”… Poi si alzò. La pace aveva preso possesso della sua anima; ora sapeva di essere libero…». Da un altro resoconto: «Alla funzione domenicale, Mohlaba confessò i suoi peccati e dichiarò che avrebbe abbandonato la vita peccaminosa che aveva condotto fino ad allora. Da quel momento, la gioia prese il posto del dolore nel suo cuore. Si sentì libero e felice. Anche il suo amico Magon-ouene, che si torturava da più di una settimana, trovò la pace, il giorno dopo»… Questo fenomeno si ripete in tutte le razze, aggiunge Raoul Allier. Ovunque, dopo l’agitazione causata dalla paura dei peccati, sopraggiunge una pace felice. Questo sentimento di felicità, continua R. Allier, si spiega con la coordinazione dei fenomeni spirituali. Quando nuove tendenze si impadroniscono dell’anima del selvaggio, queste tendenze non vengono inizialmente percepite dalla coscienza; esse vengono percepite solo dopo che hanno turbato la sistematizzazione delle vecchie abitudini. E poi, con il turbamento, arriva la sensazione di dolore, accompagnato da agitazioni che il selvaggio non riesce a controllare. Il turbamento non scompare finché non prevalgono le nuove tendenze. Queste, respingendo quelle vecchie, prendono possesso della coscienza. La scomparsa del turbamento è di per sé la causa di una sensazione piacevole. Qui c’è qualcosa di più del fatto negativo della cessazione di un’emozione spiacevole, è il fatto molto positivo dell’euforia generale, che accompagna sempre una nuova coordinazione dell’anima. La pace interiore non è solo la fine di un dispiacere o di un dolore, ma è una sensazione di benessere molto precisa. Dopo tutto, sebbene questa sensazione non possa essere analizzata completamente, di certo, però, essa emerge da una realtà profonda e nuova che si è formata nell’anima. Questa sensazione di benessere, conclude R. Allier, è del tutto simile alla gioia che accompagna lo slancio istintivo della vita, gli impulsi espansivi procurati, a volte, dall’età della giovinezza con le sue energie spontanee, altre volte dal ritorno alla salute, dopo un periodo di compressione dell’anima. Si direbbe che la cessazione dell’anarchia interiore, provocando un’improvvisa unificazione delle energie profonde, moltiplichi queste energie e crei nell’anima uno stato che ricorda l’entusiasmo della giovinezza e l’ottimismo della convalescenza. [5]
R. Allier limita le conclusioni della sua ricerca unicamente al nuovo io, che si forma nell’anima del selvaggio convertito. Le stesse conclusioni possono tuttavia essere estese a tutti i casi simili della vita umana. L’uomo vive in uno sforzo continuo. Deve sempre prevenire, con le proprie anticipazioni, l’imprevisto delle circostanze. Ciò che chiamiamo io non è altro che la sensazione cosciente di queste anticipazioni. L’io umano nasce dall’anticipazione della vittoria sulle ostilità ambientali. Prima di ottenere la vittoria, l’uomo ha l’atteggiamento della vittoria. E il colore soggettivo di questo atteggiamento è l’euforia mistica.
Ciò che accade nei casi di conversione è solo il rinnovamento del fatto originario, che avvenne con la prima formazione dell’io umano. Ogni volta che l’ostilità delle circostanze produce uno stato di depressione, simile alla miseria in cui si trovò l’uomo al momento del passaggio dall’istinto all’intelligenza, altrettanto spesso si verifica, insieme alla formazione di un nuovo io, la sensazione euforica dell’accrescimento di potenza. L’uomo è un animale, senza alcuna potenza speciale nel proprio corpo, ma con la possibilità di darsi l’illusione della potenza. Il selvaggio prima della conversione trema per l’orrore dei peccati; dopo la conversione è calmo, perché si sente forte. Allo stesso modo, i posseduti – coloro che credono di essere posseduti da demoni o spiriti maligni – sono in continua agitazione, piangono, si percuotono e si battono con nemici immaginari; una volta guariti o liberati tramite esorcismo, riacquistano la loro serenità di persone normali. Riguardo alla trasformazione che avviene nelle anime di questi posseduti, disponiamo di numerosi documenti risalenti ai tempi più antichi. Le possessioni hanno attirato l’attenzione degli uomini di tutte le epoche. Il miracolo della loro trasformazione è stato, fino a poco tempo fa, anche in un angolo della Romania, una questione di grande attualità. In verità, quello che in Bessarabia è noto come «Inochentismo» è solo una pratica di esorcismo. Ancora oggi si parla dell’«Inochentismo» come di un movimento religioso di grande importanza [6]. In realtà, esso ha solo rapporti esterni e accidentali con la religione.
Padre Inochentie [7] aveva il dono di scacciare i diavoli dai corpi delle persone. I diavoli erano creati dalla fervida immaginazione di coloro che ascoltavano i sermoni di Inochentie, poiché questi sembrava avesse un notevole talento nello spaventare i credenti con la minaccia che il mondo sarebbe presto perito (la data fissata da Inochentie è già trascorsa da dieci anni!) a causa della moltitudine dei peccati. Quei deboli di spirito si lasciavano trascinare dalla paura e cadevano in spasmi nervosi [8]. Allora il diavolo, o lo «spirito immondo», faceva la sua apparizione nelle loro anime, che alla fine Inochentie scacciava. Quelli che venivano esorcizzati dallo «spirito immondo», creato dalla loro stessa immaginazione, tornavano a casa felici e raccontavano ai loro compaesani i miracoli accaduti. Seguendoli, altri deboli di mente si recavano da Inochentie. Spesse volte ritornavano insieme a loro anche quelli che erano già stati lì. Così il numero dei posseduti crebbe, e con esso il numero dei beati che avrebbero reso grazie a Inochentie. Nelle indagini organizzate per scoprire la verità sull’Inochentismo, l’esorcismo fu trascurato. Ecco perché la verità non fu trovata. I responsabili delle indagini vagarono intorno al «misticismo di Inochentie» senza sapere come collegarlo alla sua origine. Lo attribuirono a volte alla miseria materiale dei seguaci, a volte al potere miracoloso di Inochentie. In realtà, era la sopravvivenza dell’antico misticismo dello spirito primitivo. Inochentie si basava sull’incantesimo dell’io umano primitivo, non sull’insegnamento di Cristo.
Ma vediamo in cosa consiste questo incantesimo [vrajă] e a quale scopo risponde. L’io primitivo è il balsamo inventato dalla vita per guarire le ferite ricevute dall’uomo nel suo esitante percorso dall’istinto all’intelligenza. Esso ha una natura emotiva pronta a riversarsi e ad appoggiarsi a qualsiasi leva gli si offra; è mistico e felice. Come tale lo troviamo anche oggi ogni volta che ci è dato scoprirlo sotto gli strati sovrapposti su di esso dall’evoluzione della personalità umana. Un proverbio popolare dice: gratta l’uomo e sotto trovi la bestia. Il proverbio esagera; in ogni caso è giustificato solo per circostanze del tutto eccezionali. Un proverbio che si adatta a quasi tutte le circostanze, sarebbe semmai questo: gratta la persona colta e sotto trovi sempre il mistico primitivo, l’uomo soddisfatto e sicuro di sé. Sotto gli strati della cultura si trova il robusto ottimismo del primitivo. L’uomo esordisce nella sua vita intellettuale come un animale che sa ridere. Ride perché si crede superiore. Ride perché guarda dalla prospettiva del vincitore. Il riso scaturisce dalla costituzione dell’io primitivo in modo naturale. È il suo gesto esteriore. Troviamo il pianto anche negli animali, il riso solo nell’uomo. Giacché il riso implica la distanza spirituale tra chi ride e l’oggetto di cui si ride, tra il vincitore e il vinto, e questa distanza può essere data all’uomo solo dall’io. Con l’io primitivo appare anche il riso. L’uomo aveva il pianto prima di imparare a ridere.
Con l’io primitivo compaiono anche i primi rudimenti tecnici del lavoro: l’uomo è un animale industrioso, capace di civiltà, perché è un animale anticipatore e consapevole della sua altezza spirituale. Ma l’io mistico primitivo, per sua natura, non è un organizzatore. Esso scatena le possibilità da cui in seguito si formerà la civiltà umana, senza spingere troppo in là questa civiltà. La personalità umana che si cristallizza attorno ad esso è così fragile, che può essere sostenuta solo dalla routine di una tradizione sociale. Il mistico, si potrebbe dire, è facile al volo, ma proprio per questo non può portare pesi sulle spalle. La disciplina gli ripugna, ama il capriccio e lo straordinario. È impetuoso ma non energico, espansivo ma non di ampie vedute. La sua personalità ha qualcosa della natura dei fantasmi nei sogni, ha una superficie viva, ma non ha volume. In mezzo alla civiltà odierna è un anacronismo. Con uno spirito mistico è data fiducia in se stesso, una fiducia cieca però, guidata dalla fortuna, non calcolata e lungimirante. Oggi, sulla fiducia guidata dalla fortuna, non si può costruire nulla di duraturo. Poi, con un uno spirito mistico, è data anche la felicità spirituale, spesso persino la voluttà della beatitudine, ma a che pro, quando questa felicità può essere ottenuta solo spogliando la personalità delle sue disposizioni più feconde! La felicità nell’isolamento e nella contemplazione è un ideale troppo poco allettante per l’umanità odierna. I vantaggi del mistico sono quindi semplici aberrazioni nell’organizzazione della società civile.
Eppure, quanto spesso questi vantaggi sono desiderati! L’ottimismo dell’io primitivo, che si trova all’origine della personalità, è una reminiscenza che l’uomo di oggi incontra con piacere ogni qual volta che se ne presenta l’occasione. E questa opportunità si presenta, purtroppo, molto spesso. Quando gli strati sovrapposti dall’evoluzione della personalità sull’io primitivo premono troppo pesantemente sul civilizzato, questi è troppo contento di riscoprire la sua primitiva felicità mistica. Allora si ricorre all’anestesia degli strati sovrapposti, in cui si accumula la coscienza dei vincoli morali e intellettuali. L’uomo stanco, lo scoraggiato dalla vita, il degenerato… ricorrono ai narcotici per liberarsi dal giogo della civiltà. Attraverso l’alcol, il tabacco, l’oppio, la morfina, l’hashish e molte altre sostanze tossiche, si ottiene l’anestetizzazione delle onde di coscienza accumulate nel corso della civiltà, cosicché il fondo dell’io primitivo, un fondo eternamente ottimista, riaffiora in superficie. Cosicché, sotto l’effetto degli stupefacenti, il mondo sembra migliore e il lavoro più facile. L’uomo stanco, lo scoraggiato e il degenerato ritrovano il loro atteggiamento mistico da eroi. Nulla li spaventa più, nulla sembra loro più impossibile.
I loro progetti vengono plasmati come i sogni, come sogni grandiosi e audaci. Ma l’atteggiamento eroico dura solo finché dura l’effetto degli stupefacenti. Quelli lo sanno fin troppo bene per esperienza. Eppure, chi beve berrà ancora… Non importa quanto l’esperienza possa insegnare loro, non c’è per loro al mondo una consolazione più a portata di mano. Ecco perché, con il progresso della civiltà, aumenta anche l’abuso di stupefacenti. E aumenterà spaventosamente se la civiltà non troverà, al fine della propria organizzazione, i mezzi per rendere tutti gli uomini abbastanza forti da sopportare il peso dei vincoli imposti dalla morale e dalla ragione.
E ci sono anche altre occasioni in cui l’uomo colto di oggi riscopre volentieri il suo primitivo fondo mistico. Non solo l’uomo stanco e lo scoraggiato, ma anche il troppo sano e il troppo coraggioso si espongono alla vaghezza mistica. L’eccesso di salute e di coraggio conducono l’uomo sulla soglia del misticismo, così come l’eccesso di stanchezza e lo scoraggiamento. Il giovane pieno di vita, innamorato dell’armonia della natura; l’uomo generoso, dotato delle più belle virtù sociali; lo studioso, che ha raggiunto l’apice della conoscenza umana; i riformatori, pieni di buone intenzioni nel guidare i popoli, tutti questi, sebbene sani e coraggiosi, assumono spesso un atteggiamento mistico, non perché sentano la civiltà che li circonda come un peso, ma perché vogliono creare loro stessi una nuova civiltà. Essi sono i primitivi di un’umanità che verrà d’ora innanzi. Il loro misticismo indica la crisi di un eccesso di vita, di un eccesso di coraggio. Infine, non solo le persone, considerate individualmente, ma anche i popoli, possono attraversare momenti di misticismo. Tutte le epoche in cui si sono verificate profonde trasformazioni sociali sono state caratterizzate da movimenti di misticismo. La Russia sta attraversando oggi un periodo di misticismo.
Lo spirito mistico ha, quindi, una struttura che ha dimostrato la sua solidità. La sua struttura è la più antica tra quelle cristallizzate dall’io umano e allo stesso tempo è quella a cui si ricorre sempre nei grandi momenti di crisi. Lo spirito mistico è un rifugio e allo stesso tempo un generatore. Un rifugio per i deboli; un generatore per quanti sono troppo pieni di vita. È come l’atmosfera umida e calda dell’era tropicale, preistorica, in cui cresceva una rigogliosa vegetazione, con i cui strati carboniferi ci riscaldiamo ancora oggi.
In sintesi, le sue caratteristiche essenziali derivano dalla natura emotiva dell’io attorno al quale si cristallizza. Tende a riversarsi sull’intera natura, in personificazioni di un gigantismo infantile e vago. È ottimista. Si basa sulla fortuna. La mentalità che lo guida si basa su intuizioni brillanti, ma prive di organizzazione logica. Il mistico vede nel mondo non ciò che è, ma ciò che vorrebbe che fosse. Pertanto, tutto ciò che lo circonda è un miracolo, o un simbolo dell’Onnipotenza. Lo spirito mistico è nato dall’atteggiamento anticipato della vittoria. In esso, l’uomo celebrava originariamente la sua vittoria sull’istinto, e da allora è rimasto un’armatura miracolosa per i momenti di angoscia e di tensione. È primitivo, eppure è la leva del futuro. È l’eterno primitivo nel progresso umano.
Dopo queste considerazioni si spiega facilmente perché il misticismo, pur essendo una forma primitiva di vita spirituale, svolga comunque un ruolo importante nella cultura umana. Tra gli uomini, i mistici sono ancora in gran numero. Lo spirito mistico si ritrova nella religione, nell’arte, nella politica, nella prosa, persino nella scienza pura del nostro tempo. Non c’è una continuità meglio dimostrata nella storia della cultura umana di quella delle manifestazioni del misticismo. Anzi, queste manifestazioni, anziché diminuire o limitarsi al campo della cultura conquistato in passato, si moltiplicano e conquistano nuovi campi. Arte, politica e filosofia contengono più misticismo nel nostro secolo che nel XIX secolo e nel XVIII secolo. Perfino nella religione, dove il misticismo ha sempre avuto il suo posto, c’è più misticismo oggi che nel secolo scorso, e molto più che nel XVIII secolo. Quest’ultimo secolo è stato chiamato il secolo dei Lumi, a causa della tendenza dei suoi filosofi a spiegare la religione con la ragione; si potrebbe forse dare un nome simile al nostro secolo? Certo che no. Oggi, i tentativi razionalisti del XVIII secolo appaiono come mere puerilità. Nel nostro secolo, il XX, non solo alla ragione non è più permesso di fare incursione nel regno della religione, ma piuttosto alla religione è permesso di fare incursione nel regno della ragione. In politica, poi, ancora peggio. Dacché il misticismo era, un tempo, un’aberrazione che incontravamo solo in individui isolati, oggi è entrato nelle consuetudini ed è riuscito a diventare il tipo spirituale di certe classi sociali, se non addirittura di popoli. Si fa, oggi, politica mistica per compiacere le masse popolari, proprio come si facevano, ai tempi del cristianesimo antico, profezie apocalittiche per compiacere gli eremiti ascetici. Il mondo di oggi ha elevato il misticismo a un onore che non aveva quasi mai avuto prima.
Da dove deriva questo successo del misticismo? Dalla moltiplicazione degli spiriti mistici? No. Gli spiriti mistici sono ancora molti oggi, come prima, ma non più di prima. Il numero dei mistici è probabilmente basso, perché per quanto riguarda la fonte spirituale da cui il misticismo può trarre alimento, le condizioni sono sempre più sfavorevoli. È vero che molti nascono con spiriti da mistici; molti ritornano, per stanchezza e scoraggiamento, allo spirito mistico; molte energie spirituali tralignano ancora, a causa del loro surplus di vita, verso il misticismo; l’umanità gravita ancora molto verso l’ipertrofia dell’io mistico primitivo: tutte queste sono cose fuori discussione per il nostro tempo, come per il passato. Tuttavia, non spiegano il successo del misticismo. Questo successo deve derivare da un’altra causa. Se non dalla crescita della fonte spirituale, deve derivare dalla tecnica propria della nostra cultura. Nella tecnica propria della nostra cultura deve risiedere la possibilità di una crescita del misticismo, senza però che gli spiriti mistici si moltiplichino… Non ci troviamo forse di fronte a una forma di commercializzazione del misticismo?
Crediamo di sì! La commercializzazione è nella natura della nostra cultura moderna. Al giorno d’oggi, ogni individuo produce non per soddisfare i propri bisogni o quelli della sua famiglia, ma per vendere e, con il prezzo di vendita, acquistare ciò di cui ha bisogno. Il misticismo è richiesto, e pertanto è diventato una merce, che si produce in modo tecnicamente industriale, sia da parte di chi possiede sia da chi non possiede un’indole mistica. Si “lavora nel misticismo”, come si può: nelle icone sacre, nella tessitura, nella pelletteria o in qualsiasi altro ramo del commercio. Abbiamo teologi, artisti, filosofi, politici che lavorano per i mistici, senza che loro stessi abbiano nulla dello spirito mistico. Producono opere di religione, arte, filosofia, politica, con tendenze mistiche, non perché lo richieda lo spirito di coloro che producono, ma perché lo richiede il commercio del tempo. Il misticismo è oggi redditizio ed è per questo che la sua merce inonda tutti i mercati moderni.
Nella “merce mistica” del nostro tempo distinguiamo due parti: una parte di contenuto, cioè di fondo mistico, e una parte di forma, cioè di tecnica mistica. La seconda parte, quella della tecnica, è, senza dubbio, di gran lunga la più interessante. Il fondo mistico è invariabilmente lo stesso in ogni epoca. È l’antico fondo che troviamo anche presso i primitivi. La tecnica, invece, varia di secolo in secolo e varia inventando combinazioni nuove e ingegnose. Nella tecnica risiede l’originalità del produttore. Le ragioni di fondo si riducono a quelle elencate sopra. Non c’è bisogno di tornarci sopra. Le combinazioni di tecnica non possono essere enumerate. Sono infinite. Il tempo, il luogo, la razza e il genio dell’uomo contribuiscono tutti a diversificarle. Ecco, ad esempio, alcuni dei casi più tipici. È nella natura del mistico credere che un corpo brutto, vecchio, malaticcio e malvagio possa far crescere un’anima bella, giovane e buona, che cerca l’unione con la Divinità in cielo. Questa convinzione nasce ovunque nell’anima del mistico. Ma di quante forme diverse è ammantata da profeti religiosi, artisti e da filosofi che lavorano nel misticismo. Nell’arte specialmente, quanto poco valore ha lo spirito mistico, rispetto alla forma, che è dovuta all’invenzione dell’artista? Donatello scolpisce Santa Maddalena nelle sembianze di una donna vecchia e brutta, con un corpo ripugnante, sofferente e sporco, coperto da ciocche di lunghi capelli privi di grazia, ma, nel corpo brutto, due begli occhi, pieni di bontà, diffondono intorno a sé un sentimento di beatitudine che eleva. È un’opera d’arte mistica. Una donna vecchia e brutta scolpisce anche Auguste Rodin, nella vecchia Heaulmière. Il corpo ripugnante della vecchia Heaulmière porta anch’esso due occhi, due occhi tristi che però approfondiscono ulteriormente l’orrore del corpo. I visitatori che passano davanti a questa statua provano un senso di orrore. Auguste Rodin ci regala un’opera d’arte realistica. In cosa risiede il valore del misticismo nell’opera di Donatello? Nel sentimento che risveglia nella mente dello spettatore? Certo che no. Questo sentimento esisteva prima dell’opera dell’artista, ed esisterà per sempre finché esisterà uno spirito mistico. Il valore del misticismo dell’opera di Donatello risiede nella tecnica con cui il sentimento mistico è stato reso. Il contrasto tra gli occhi e il resto del corpo; gli atteggiamenti di movimento legati allo sguardo, da una parte, e alla miseria del corpo, dall’altro; la combinazione dei colori e delle forme, “quel che” di nascosto che chiamiamo la maestria dell’artista, tutto questo non esisteva prima dell’opera di Donatello, ed è questo che conferisce all’opera il suo valore. Un nuovo artista supererà Donatello, non scoprendo un sentimento più mistico, ma trovando mezzi più ingegnosi per esprimere lo stesso antico sentimento mistico. Un altro caso. È nell’indole del mistico credere che la realtà delle cose esterne dipenda dallo spirito umano. «Se aveste fede quanto un granello di senape, direste a questa montagna: “Spostati”, e si sposterebbe!». Con queste parole, il Salvatore esprime la fede in forma simbolica.
Troviamo la stessa fede espressa in forma simbolica nella religione buddhista. I filosofi con tendenze mistiche la esprimono attraverso argomentazioni logiche. Per alcuni, la realtà delle cose si pone in dipendenza dallo spirito attraverso la mediazione delle idee, idee eterne, eppure create dallo spirito, per altri, attraverso la mediazione dell’intuizione, per altri ancora attraverso la volontà. La tecnica di argomentazione di ciascuno è diversa, e appunto in questa differenza di tecnica risiede il valore del sistema filosofico per il misticismo.
Infine, un altro caso ci viene presentato dal misticismo in politica. L’ottimismo del mistico è sconfinato. Questo ottimismo si traduce, nel campo della politica, o in una fede cieca nel potere della provvidenza divina, o in una fede cieca nella rivoluzione. Il mistico è, al secolo, bigotto o rivoluzionario, realista mai. La storia del mondo è organizzata, secondo lui, come una fiaba. Qualsiasi male sociale, qualsivoglia ingiustizia, qualunque povertà… ha un termine: attraverso la rivoluzione tutto, nella sua immaginazione, si trasformerà in bene. Quel che accade, con ordine e ragione, storicamente, non può realizzarsi secondo il desiderio del cuore. Il cambiamento improvviso, lo straordinario nella fiaba, il miracolo: ecco le uniche fonti di felicità. Così, il mistico è pronto a essere il consumatore più fedele della letteratura rivoluzionaria. Ma questa letteratura rivoluzionaria, in primo luogo giornalistica, in quante forme può darsi da parte di colui che lavorerà per il mistico! È rivoluzionario sia colui che viene raffigurato alla testa del popolo sulle barricate, che appicca il fuoco alle vecchie strutture sociali, sia l’eremita, che rinuncia alle consuetudini mondane per trascorrere la sua vita in solitudine, faccia a faccia con Dio. Entrambi, al fondo del loro spirito, hanno la stessa grandiosità, lo stesso ottimismo mistico: la convinzione che, attraverso il loro atteggiamento, potranno cambiare il mondo! La grandiosità atavica del conquistatore, radicata nello spirito del primo uomo emerso dall’animalità, trascina entrambi. In quale varietà di forme può allora essere teoricamente motivata la rivoluzione! Per alcuni, la rivoluzione è giustificata dalle leggi biologiche della natura: «affinché il pulcino venga alla vita, bisogna prima rompere il guscio dell’uovo»; per altri, dall’evoluzione della struttura economica; per altri ancora, dalle esigenze dell’ideale, ecc. In tutti i casi, da una dialettica sottile e originale. Cosa c’è di valore nei gesti e nelle teorie di questi autori, che mirano a vendere al mistico la merce richiesta dal suo spirito? L’ottimismo della fede; oppure la forma che assumono i gesti e le argomentazioni? Di certo solo quest’ultima. L’ottimismo è il medesimo: altrettanto cieco nella loro opera come presso il mistico primitivo. Nuovo e interessante, tuttavia, è l’involucro sotto cui fanno apparire questo ottimismo.
Pertanto, il grande onore che viene tributato al misticismo oggi non è dovuto a una rinascita del misticismo nello spirito umano, ma è dovuto alla commercializzazione. Non è che oggi non ci siano più mistici, è che ci sono più professionisti in teologia, in arte, in filosofia, in politica, conoscitori di quel che richiede lo spirito mistico, i quali, vedendo la redditività della merce mistica, producono in questa specialità. Un domani, gli stessi professionisti produrranno in un’altra specialità. Per ora, tuttavia, c’è molto lavoro da fare nella specialità del misticismo. Lo spirito primitivo è molto diffuso! Qualche secolo fa, si era eclissato a causa delle condizioni di sviluppo della cultura umana, ad esso avverse; questa cultura in passato soffocava le aspirazioni popolari, il diritto alla vita degli strati più bassi. Oggi queste condizioni sono cambiate. La cultura dei popoli moderni, invece di reprimere, cerca al contrario di portare alla luce anche le pieghe più nascoste dell’animo dei ceti inferiori. Per questo motivo, il misticismo è oggi vezzeggiato e lo sarà ancora per molto tempo. Il popolo basso esige la religione, l’arte, la filosofia e la politica adatte al proprio spirito. Queste può offrirle solo il misticismo, per il momento.
Constantin Rădulescu-Motru
Traduzione e introduzione a cura di Igor Tavilla
(n. 2, febbraio 2026, anno XVI)
Avvertenza: Le note appartengono all’autore, salvo quelle che riportano la sigla del curatore [N.d.C.].
NOTE
[1] Abbiamo preferito rendere, in linea di massima, il termine romeno suflet con “spirito” (anziché “anima”, con cui in genere viene tradotto), perché ci sembra più aderente al significato psicologico in cui viene usato dall’autore. [N.d.C.].
[2] Il primo passo tra queste autorità lo ha compiuto L. Lévy-Bruhl con gli scritti: Les fonctions mentales dans les sociétés primitives, Alcan, Paris 1910; La mentalité primitive, Alcan, Paris 1922 [La mentalità primitiva, tr. it. di Carlo Cignetti, Einaudi, Torino 1966]. Le idee di Lévy-Bruhl sono riassunte da Ch. Blondel, in modo esatto, nel volumetto La mentalité primitive, Stock, Paris 1926. Una documentazione preziosa offre poi: Raoul Aller, La psychologie de la conversion, chez les peuples non-civilisés, Payot, Paris 1925. In lingua tedesca: Richard Thurnwald, Psychologie des primitiven Menschen, nel primo volume dell’Handbuch der vergleichende Psychologie di Gustav Kafka, Reinhardt, München 1922.
[3] Raoul Allier, La psychologie de la conversion, Payot, Pari 1925, p. 494ss.
[4] Riportato in R. Allier, op. cit., p. 540.
[5] Ibidem, pp. 541-544.
[6] N. Popovschi, Mișcarea dela Balta, sau Inochentizmul în Basarabia, Chișinău 1926, p. 217ss.
[7] Inochentie Levizor (1875-1917), monaco ortodosso romeno della Bessarabia, fondatore del movimento religioso noto come «Inochentismo». I suoi sermoni, proferiti in lingua romena, attrassero presso il monastero di Balta, nella regione di Odessa (oggi Ucraina), migliaia di pellegrini dall’Impero russo, dalla Bessarabia e dalla Podolia. Durante le sue prediche accadevano manifestazioni estatiche tra i fedeli, quali tremiti, pianti e accessi emotivi, ritenuti segni della presenza dello Spirito Santo. Figura carismatica e controversa, percepita come una minaccia dalle autorità ecclesiastiche, fu allontanato. Dopo la sua morte fu venerato dai suoi adepti come incarnazione dello Spirito Santo. Il movimento fu dichiarato eretico dalla Chiesa ortodossa russa e perseguitato [N.d.C.].
[8] Questo stato di nervosismo era facilitato anche dalla miseria materiale in cui finivano coloro che ascoltavano le prediche. Sotto la minaccia che il mondo perisse, i seguaci di Inochentie vendettero le loro terre e le loro case, riducendosi volontariamente a uno stato di primitivismo. Così impoveriti nel corpo e nell’anima, centinaia e migliaia di abitanti dei villaggi della Bessarabia furono visti vagare per i monasteri dove si trovava il monaco Inochentie. Al monastero di Balta (in Bessarabia), in particolare, le operazioni miracolose di questo «piccolo padre», come veniva chiamato, sono rimaste memorabili fino ad oggi (cfr. N. Popovschi, op. cit.).
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