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Animali divini: un’analisi simbolica di Legendele țării lui Vam di Vladimir Colin
Vladimir Colin – all’anagrafe Jean Colin (1921-1991) – è stato uno dei più importanti scrittori romeni di fantasy e fantascienza. Era nipote di Ana Pauker, prima donna al mondo ad essere nominata Ministro degli Esteri nel 1947 (la famosissima rivista «Time» le dedicò persino una copertina il 20 settembre 1948) ed esponente del Partito Comunista Romeno dell’ala “moscovita” poi liquidata. Dopo una prima fase legata al realismo socialista, Colin si orientò progressivamente verso il fiabesco, il fantastico e la science fantasy.
La letteratura sovietica vanta un’importante produzione di genere fantascientifico, ma va precisato che la fantascienza romena non deriva esclusivamente da questa illustre tradizione. Durante il periodo comunista, la Romania faceva parte del blocco socialista e la cultura scientifica e letteraria carpato-danubiana entrò in contatto con la fantascienza sovietica e dell’Europa orientale attraverso una fitta rete di traduzioni all’interno del Blocco Orientale. Negli anni del comunismo (1947–1989), il genere ebbe una forte diffusione: l’influenza sovietica si vede nell’interesse per scienza, tecnologia, esplorazione spaziale e progresso, temi molto presenti nella cultura marxista-leninista. Tuttavia, gli autori romeni svilupparono una propria fantascienza usando talvolta il genere per riflettere indirettamente sulla società e sui limiti del sistema comunista, soprattutto durante gli anni ‘80. Per quanto concerne il fantasy, il rapporto con la tradizione sovietica è molto meno diretto. Il fantasy romeno mantiene soprattutto le proprie radici nel folklore locale, anche se la letteratura del periodo comunista era naturalmente condizionata dal contesto culturale e politico del blocco orientale.
Tra le opere più importanti di Colin figurano Basme (1953), Legendele țării lui Vam (1961), Pentagrama (1967), Capcanele timpului (1972), Dinții lui Cronos (1975) e il capolavoro Babel (1978). Fu particolarmente apprezzato anche fuori dalla Romania: le sue opere vennero tradotte in numerose lingue e ricevette diversi riconoscimenti internazionali, tra cui premi EUROCON della European Science Fiction Society.
Una delle sue opere più famose è senz’altro Legendele țării lui Vam [Le leggende del paese di Vam] del 1961, popolata di figure animalesche in veste di aiutanti o comprimari. Nonostante questa peculiarità, nelle righe che seguono mi propongo di sottolineare le caratteristiche antropocentriche e prometeiche del suddetto testo fantasy – caratteristiche non totalmente avulse dall’ideologia comunista imperante in Romania nel secondo dopoguerra. Dopo una brevissima analisi storico-antropologica del pantheon fittizio, costruito dallo scrittore secondo il principio di verosimiglianza, svolgerò un’indagine del simbolo-animale presente nell’opera in oggetto, sulla scorta di una “pertinentizzazione” degli studi condotti da Tzvetan Todorov nel suo Teorie del simbolo. Quest’ultima lettura porterà a un processo di fusione degli orizzonti tra interpretazione critica e una sorta di paletnologia religiosa autoriale frammista a un certo socialismo “prometeico”. Riassumerò
brevemente il contenuto della saga, prima di passare a discutere della sua trasposizione in fumetto, magari anticipando quanto qui quanto viene detto più avanti.
È importante sottolineare ancora come questa opera sia stata oggetto di grande interesse anche in Occidente, seppure nella sua versione fumettistica. La Saga de Vam costituisce un caso particolarmente significativo di circolazione transnazionale della letteratura fantastica dell’Europa orientale. L’adattamento a fumetti fu realizzato dal disegnatore croato Igor Kordej e conobbe una prima diffusione nell’area jugoslava, per poi approdare in Spagna e, successivamente, in Francia. La versione francese, intitolata per l’appunto La Saga de Vam, fu pubblicata da Les Humanoïdes Associés nella prestigiosa collezione Métal Hurlant tra il 1988 e il 1989 (l’omonima rivista era cessata l’anno prima). La bibliografia dell’autore conferma la presenza dell’opera in tre volumi francesi, pubblicati appunto nel biennio 1988–1989 (Le Pouvoir d’Ormag, L’Enfant d’argile e La Cité de Naat).
Kordej aveva letto l’opera nella sua traduzione jugoslava in serbo-croato (dal titolo Legende Vamove Zemlje, la cui prima edizione risale al 1963), e ne era rimasto affascinato, pubblicando 132 tavole in bianco e nero per la rivista «Stripoteka» di Novi Sad. La svolta internazionale avvenne nel 1986, quando Kordej partecipò al festival del fumetto di Lucca e stipulò un accordo con Les Humanoïdes Associés. L’editore francese decise di pubblicare l’opera, ma per questa nuova edizione Kordej intervenne nuovamente sulle tavole, trasformando il materiale originariamente in bianco e nero in una versione a colori. Le fonti relative alla produzione indicano che nel 1987 l’artista lavorò alla colorazione delle 132 tavole destinate all’edizione francese; una fonte specializzata sulla storia editoriale dell’opera precisa, inoltre, che per gli album francesi furono realizzate anche cinque tavole aggiuntive. Questo passaggio è particolarmente rilevante perché la versione francese non deve essere considerata una semplice ristampa dell’originale jugoslavo, ma una nuova elaborazione grafica dell’opera [1].
L’aspetto più caratteristico dell’adattamento è la dimensione visiva. Kordej non cerca un’illustrazione naturalistica del mondo narrato da Colin, bensì costruisce un universo fortemente stilizzato, nel quale le divinità e le creature assumono forme monumentali, deformate o cosmiche. Si può osservare, per esempio, la particolare rappresentazione di Ormag, dio supremo, incarnazione della sovranità, del potere e della paura e padre di Una, la moglie dell’eroe. La veste del dio è concepita come un cielo notturno stellato: il trattamento delle creature e degli ambienti contribuisce così a creare un immaginario sospeso fra fantasy, fantascienza e mitologia.
È significativo anche il fatto che lo stile di Kordej mostri, all’interno della stessa opera, una progressiva maturazione. Le prime tavole presentano ancora un tratto relativamente acerbo, mentre nel corso della narrazione il linguaggio grafico diventa più sicuro e personale. Questa evoluzione è interessante anche retrospettivamente, perché Vam precede alcune delle opere internazionali che renderanno Kordej noto al grande pubblico, tra cui numerosissimi lavori per Marvel e Dark Horse come per esempio Predator: 1718, alcuni numeri di New X-Men, Aliens Havoc #1 e The Incredible Hulk #461. La Saga de Vam appartiene pertanto alla fase iniziale della carriera internazionale dell’artista e permette di osservare la formazione di uno stile che diventerà in seguito molto più riconoscibile.
La scelta di pubblicare l’opera presso Les Humanoïdes Associés è inoltre culturalmente significativa. La casa editrice e la collana Métal Hurlant rappresentavano, negli anni Ottanta, uno dei principali centri europei per il fumetto fantastico e fantascientifico destinato a un pubblico adulto. L’inserimento della saga di Colin e Kordej in questo circuito editoriale permise quindi a un’opera nata nell’ambito letterario romeno e successivamente rielaborata in Jugoslavia di fare il proprio ingresso nel mercato francese del fumetto d’autore.
Nel complesso, La Saga de Vam può essere considerata un esempio particolarmente interessante di trasposizione interculturale: un’opera letteraria romena viene reinterpretata da un artista croato, prima attraverso il sistema editoriale jugoslavo, quindi attraverso quello spagnolo e infine attraverso il mercato francese del fumetto. Non si tratta dunque soltanto della conversione di un testo letterario in immagini, ma di una vera e propria trasformazione dell’opera attraverso differenti ambienti culturali e editoriali. La versione di Kordej costituisce, in questo senso, un’opera dotata di una propria identità estetica, pur mantenendo il legame dichiarato con l’universo narrativo di Colin [2]. Particolarmente significativo è infine il carattere pionieristico dell’operazione nella storia del fumetto europeo: l’opera dimostra come la produzione fantastica dell’Europa socialista e post-socialista potesse attraversare le frontiere linguistiche e commerciali e raggiungere uno dei principali mercati occidentali del fumetto. Tornando a Colin, si può affermare con certezza che Le leggende del paese di Vam è stato il romanzo fantasy più apprezzato del periodo comunista romeno. La storia si ambienta in un’ipotetica era neolitica nell’attuale regione romena della Dobrugia, lembo di terra che si affaccia sul Mar Nero costeggiato dal Danubio e il suo delta. In breve, la trama contempla la scoperta, da parte di un professore universitario, dell’esistenza di un favoloso sistema mitologico attribuibile ai cosiddetti “vamiti”, abitanti neolitici della Dobrugia. Vam è un umano, eroe eponimo fondatore del popolo vamita. Egli entra in conflitto con gli dèi onnipotenti a causa del suo rifiuto di vivere nella loro ombra, e i suoi seguaci continuano la lotta per sfuggire alla tirannia di questi, che non mancano di ingannarli e ostacolare in ogni modo la loro liberazione. La lotta tra uomini e dèi è infatti il tema principale del romanzo. Coloro che otterranno infine la vittoria sono proprio i discendenti di Vam, mentre la dimora degli dèi rovinerà in una caligine di ingiustizia e menzogne.
La prefazione di Colin presenta pertanto la storia narrata come uno pseudobiblion, che raccoglie la traduzione e trascrizione del contenuto di alcune tavolette vergate in un alfabeto molto simile alla scrittura lineare A cretese. Il contenuto di queste riguarda la mitica fondazione della civiltà vamita – un’ovvia invenzione autoriale presentata come reale secondo il concetto di verosimiglianza: «Erodoto non aveva mai sentito parlare dei Sumeri e, fino alla fine del XIX secolo, la civilizzazione cretese sembrava una leggenda» [3]. Il presupporre una scrittura di area romena precedente alla lineare cretese, giungendo a postulare quest’ultima come derivata da essa, ha chiari risvolti politici, in quanto si presentano la civiltà egea e quella greca come discendenti di un popolo paleo-romeno. Questa asserzione dell’autore rispecchia la componente nazionalista del comunismo romeno, caratterizzata da un forte orgoglio per il passato, anche mitico, legato alla Dacia e vòlto a favorire la teoria della discendenza dacica dei romeni contrapposta a quella latina, meno funzionale all’ideologia statale [4]. Considerando tuttavia il contesto fantasy dell’opera e l’eterodossia socialista di Colin, questa visione si potrebbe forse considerare una parodia nascosta del diffuso sentimento nazionalista di quel particolare contesto storico.
La ricezione dell’opera è stata fin da subito buona; testimonianza di ciò è rappresentata, tra i vari trafiletti, dall’articolo di Vera Călin contenuto nella rivista «Gazeta literară», in cui si riconosce come l’autore riesca a sviluppare temi folklorici senza alterarne la specificità e arricchendoli con note contemporanee. L’impostazione del mito fondativo è infatti prometeica [5] e socialista [6] e rispecchia la personificazione divinizzante di forze esterne (naturali, ma in Colin anche ideologiche) che dominano e terrorizzano la vita degli uomini, i quali lottano contro di esse [7]. Nell’opera, Colin propone «dei miti sulla nascita e la morte dei miti, la cui simbologia è trasparente e accessibile anche al giovane a cui è rivolto questo libro […]. Offrire, nello spirito del pensiero marxista, una spiegazione, una storia delle mitologie, non attraverso una dimostrazione filosofica ma utilizzando la materia leggendaria, è una vera performance» [8]. Infatti, è possibile testimoniare come molti luoghi del romanzo rimandino a luoghi mitologici “reali” che sono familiari a tutti; Nartazuba coincide appieno con l’Olimpo e con il Valhalla; il viaggio di Vam – protagonista e fondatore mitico del popolo omonimo – disceso negli inferi alla ricerca di sua moglie Una, è un trasparente rimando al mito di Orfeo e all’antichissimo e diffuso tema della catabasi.
È da notarsi, nell’ottica autoriale di verosimiglianza, come il pantheon celeste sia di matrice indoeuropea e – nel contesto specifico neolitico balcanico – kurganica, in quanto, come nota Marija Gimbutas, i popoli neolitici precedenti veneravano una dea madre ctonia [9]. La cosmogonia del romanzo è prevalentemente di origine umana: Vera Călin riconosce un incipiente antropocentrismo della vicenda già dal fatto che il Sole (un leone chiamato Saian), la fonte della vita per eccellenza, nei miti reali è sempre una figura di origine divina, mentre nell’opera in questione risulta nato da un pastore. Tuttavia, importante è la presenza di figure divine ibride o zoomorfe; le principali sono il già citato Saian (essere divino ma di origine umana), Arata, Vihta e Gorc. Al di fuori dell’universo narrativo, la presenza di oggettistica rituale sia zoomorfa che antropomorfa in quella zona [10] rende del tutto plausibile la presenza nella storia di divinità animali, che assumono funzioni simboliche tutt’altro che scontate e utili all’impianto narrativo e teorico della vicenda.
Riprendendo le teorie di Edward Evan Evans-Pritchard, si può riconoscere nel pantheon vamita il concetto antropologico di natura-mito, che «era predominante nella scuola germanica, la quale era perlopiù interessata alle religioni indoeuropee, essendo la sua tesi che gli dèi dell’antichità, e di conseguenza gli dèi di ogni dove e ogni epoca, erano niente più che fenomeni naturali personificati: il sole, la luna, le stelle, l’alba, la rinascita della primavera, i potenti fiumi, ecc.» [11]. Infatti, Colin riprende i tropi dell’incarnazione divina di eventi naturali caricandoli tuttavia di connotati sociali, creando dei simboli parzialmente risemantizzati, come si vedrà a breve. D’altro canto, Tzvetan Todorov citava – per quanto riguarda gli stessi espedienti letterari utilizzati da Colin e legati al simbolismo – le teorie di Sant’Agostino, che riconosceva il segno come duplice, sensibile e intelligibile, in quanto mostra sé stesso al senso e qualcosa di altro alla mente. Essendo i simboli espressi da una parola identificante un oggetto all’interno del testo, vale la nozione secondo cui essa è un qualcosa di proferibile dal locutore e intendibile dall’uditore, palesandosi quindi come bi-relazionale: il segno è riferibile alla designazione e alla comunicazione. Questo porta a un doppio concetto della parola, che si configura come dicibile, ovvero riservata al senso vissuto sia di colui che parla (concependo il senso ed emettendo il suono) sia di chi recepisce (udendo il suono e percependo il senso), o come dictio, legata quindi al senso referente tra il suono e la cosa, dove il senso è simultaneo al suono, designando la parola come parola. A rafforzare questo suo approccio, Sant’Agostino nel suo De dialectica – riporta ancora Todorov – tratta anche della forza della parola (vis) che agisce in ragione dell’impressione che il verbo lascia su colui che la recepisce; pertanto, la parola ha due significati: uno atto ad agire sui sensi e uno volto ad assicurare l’interpretazione in quello che risulta essere il concetto di significante e significato [12].
Nel romanzo, Saian viene concepito come il leone dorato del Cielo, un simbolo solare e luminoso universalmente divino. Oltre al suo aspetto animale, tuttavia, è anche l’incarnazione del potere e della giustizia e – secondo il Dizionario dei simboli – il suo eccessivo orgoglio, che a volte risulta insopportabile, lo rende il simbolo del Sovrano. La dualità del “leone” si rispecchia anche nelle Sacre Scritture, dove è sia il simbolo del Cristo che dell’Anticristo [13]. Per tutte queste caratteristiche, il leone può essere interpretato come simbolo dell’ideologia comunista, che aveva preso allora il posto della religione cristiana. Il fatto che esso nasca da un pastore non fa altro che rafforzare ulteriormente la chiave di lettura nazionale, in quanto questa figura è centrale nel folklore romeno (vedasi a titolo esemplificativo il suo ruolo prototipico nella Miorița [L’agnellina], uno dei miti fondativi romeni).
Gorc è il gallo celestiale, altro simbolo solare in quanto evocatore del sorgere dell’astro. È legato quindi a Saian, che è considerato nella simbologia come una manifestazione della luce stessa [14]. Il sole nella simbologia comunista ha un’importanza rilevante, in quanto l’astro nascente, presente anche nello stemma della Repubblica Socialista Romena, richiama il ben noto “sol dell’avvenire” e il fatto che i personaggi solari non siano nemici degli umani pur essendo divinità – caratterizzandosi invece come figure ideologiche e contemplative –, definisce chiaramente quest’ultima chiave di lettura anche in un’ottica di lotta sociale e di classe.
Abbiamo poi due figure alate che si collocano idealmente come intermediari tra il mondo divino e quello umano, personaggi quasi speculari: uno positivo e uno negativo, uno ibrido e uno puro, uno fisico e uno spirituale.
Il primo di essi è Arata, la regina delle donne-uccello, simili alle sirene della mitologia greca ma che a livello “simbolico” hanno ben poco in comune con loro eccetto il canto [15]. Arata, oltre ad essere la sovrana delle donne-uccello, è anche madre di Una, moglie di Vam. La regina risulta essere un punto di contatto tra l’umano e il divino, in quanto ha generato Una con Ormag – il dio supremo e pertanto avversario principale della storia –, la quale ha poi sposato Vam, un umano. È una degli aiutanti principali dei mortali nella loro rivolta, e ha pertanto una valenza altamente positiva. Il secondo personaggio è Vihta, l’uccello di fumo dell’amore che ha fatto innamorare Dumvur – il dio del mare – di Una, su ordine di Ormag, scatenando pertanto i vari conflitti che popolano la trama. L’uccello è tradizionalmente considerato come simbolico messaggero celeste [16] (figura pertanto ambigua con valenze vagamente maligne nei confronti dei vamiti), mentre la sua consistenza fumosa lo caratterizza come ingannevole e mutevole, esattamente come il sentimento che incarna. Risulta essere pertanto – seguendo le teorie di Todorov basate sulle parole di Agostino di Ippona –, un segno intenzionale. Siffatto attributo lo pone, insieme a Saian e Gorc, in quei segni che ci si scambia per mostrare i propri sentimenti e le proprie idee accorpando insieme significante e significato. Essi si possono intendere anche come segni trasposti, in quanto designano l’oggetto originario (il leone, il gallo, l’uccello) ma anche e soprattutto un altro oggetto o idea per analogia [17].
Va sottolineato, in ultima analisi, che tutte queste figure rimangono in secondo piano rispetto alla lotta tra gli dèi antropomorfi e gli uomini, ma contribuiscono a definire a livello folklorico la vicenda ricollegandosi a tropi mitologici già esistenti. Notevole è dunque l’arricchimento della valenza di questi animali simbolici, che vengono presentati sia come personificazioni di forze cosmiche o di sentimenti – ricollegandosi pertanto alla concezione originaria di religione primitiva – ma anche attraverso una rielaborazione, che li rende funzionali a narrare una storia di forte impronta prometeica, che bene si applica al messaggio socialista di rivolta contro la borghesia.
Considerando i trascorsi non proprio rosei di Colin con la censura di cui tuttavia nei tardi anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta faceva parte (in quanto nel 1951, in pieno stalinismo, alcuni suoi libri erano stati criticati per l’eterodossia del messaggio comunista), la peculiarità e la novità di questo romanzo è quella di inserire nel filone fantastico romeno i temi del proletcultismo (variante romena del realismo socialista) che tuttavia, per l’ambiguità del simbolo leonino, può dare adito ad alcuni dubbi circa un suo possibile uso sottilmente ironico, riscontrabile anche in una caratteristica del romanzo: quella di presentare, attraverso la fittiva corrispondenza della scrittura vamita con la lineare A cretese, la civiltà egea come discendente di un popolo “romeno”, in omaggio al nazionalismo “dacico” in auge al tempo.
Edoardo Giorgi
(n. 9, settembre 2026, anno XVI)
NOTE
[1] Cfr. Dodo Niță, Vladimir Colin și banda desenată, 29 noiembrie 2021. https://gazetasf.ro/dodo/vladimir-colin-si-banda-desenata-1801.html.
[2] Ibid.
[3] Vladimir Colin, Legendele tării lui Vam (1961), ilustrații de Marcela Cordescu, ediția a III-a, Editura Ion Creangă, București 1986, p. 3. Essendo il volume (e a quanto pare l’intera produzione di Colin) purtroppo ancora assente in traduzione italiana, fornisco a testo la mia traduzione delle citazioni dirette da quest’opera e, più in generale, anche di altre fonti in lingua straniera da me usate.
[4] Cfr. Lucian Boia, Romania. Borderland of Europe, Reaktion Books, London 2001, pp. 41-43.
[5] Cfr. Doina Uricariu, Vladimir Colin. Legendele ţării lui Vam. Editura Ion Creangă, 1974, in «România literară», VII, nr. 44, joi 31 octombrie 1974, p. 9.
[6] Come testimonia anche l’autore stesso nell’intervista raccolta da Alexandru Nichita, De vorbă cu Vladimir Colin, in «Flacăra», IX, nr. 40, 8 octombrie 1960, p. 8. «[l’impostazione prometeica del racconto] rappresenta un elogio alla grandezza dell’uomo, che crea, come diceva Gorkij, “una seconda natura”».
[7] Cfr. Călin Vera, Vladimir Colin, Legendele țării lui Vam, in «Gazeta literară», IX, nr. 426, joi 10 mai 1962, p. 2.
[8] Ibid.
[9] Cfr. Marija Gimbutas, Introduction, in The Kurgan Culture and the Indo-Europeanization of Europe. Selected articles from 1952 to 1993, a cura di Miriam Robbins Dexter e Karlene Jones-Bley, in «Journal of Indo-European Studies Monograph», n. 18, Institute for the Study of Man, Washington
D.C. 1997, p. xviii.
[10] Cfr. Marija Gimbutas, Kurgan wave #2, in ivi, p. 278.
[11] Edward Evan Evans-Pritchard, Theories of Primitive Religion, Oxford University Press, Oxford 1965, p. 20.
[12] Cfr. Tzvetan Todorov, Teorie del simbolo (1977), a cura di Cristina De Vecchi, traduzione di Elina Klersy Imberciadori, Garzanti, Milano 2008, pp. 46-49.
[13] Cfr. Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dictionnaire des symboles. Mythes, rêves, coutumes, gestes, formes, figures, couleurs, nombres (1969), Éditions Robert Laffont S.A. et Éditions Jupiter, Paris 1990, pp. 575-577. A testimonianza di ciò, cito a titolo personale che il leone cristologico è stato utilizzato anche da C. S. Lewis nel suo Le cronache di Narnia.
[14] Cfr. ivi, pp. 281-283.
[15] Nel Dizionario dei simboli di Chevalier e Gheerbrant tutte le caratteristiche delle sirene elleniche risultano forzate se applicate al ruolo nel romanzo delle donne-uccello. Cfr, ivi, p. 888.
[16] Cfr. ivi, pp. 695-699.
[17] Cfr. Todorov Tzvetan, Teorie del simbolo, cit., pp. 57-61.
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