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Il paradosso dell’umiltà in Buzzati
Introduzione
Dino Buzzati è uno degli intellettuali italiani più originali del Novecento italiano, celebre soprattutto per il suo realismo fantastico. Attraverso uno stile cronachistico ereditato dal suo lavoro giornalistico, Buzzati riesce a rendere plausibili eventi assurdi creando quella che viene definita una «realtà magica o stregata».
Il racconto L’umiltà, pubblicato originariamente nel 1958 sul Corriere della Sera, si inserisce perfettamente nella sua tendenza dove il soprannaturale emerge con naturalezza nella quotidianità borghese.
La narrazione ruota attorno al contrasto tra padre Celestino, un frate eremita che vive in un vecchio camion e l’apparizione «sovrumana» del Papa, il capo supremo della Chiesa Cattolica e simbolo dell’autorità spirituale universale.
Lo stile di Buzzati trasforma la realtà in un’allegoria surreale che lascia il lettore nel dubbio tra verità e immaginazione. Questo «realismo magico» serve a esplorare i misteri della psiche e del destino. L’umiltà si presenta come una parabola ironica che rintraccia il sacro nel grigiore cittadino e denuncia il paradosso della superbia celata dietro quello che dovrebbe essere l’estrema umiltà. Contrapponendo l’umiltà presunta di Celestino a quella autentica del prete, il racconto suggerisce che la vera santità risieda nell’empatia verso la sofferenza altrui, rifiutando ogni forma di isolamento orgoglioso.
L'intera opera è costruita su costanti contrapposizioni e su un registro ironico che usa paradossi e iperboli per stimolare la riflessione critica. Questa modalità richiede che il lettore partecipi attivamente per comprendere il contrasto tra il testo e la realtà dei fatti.
La narrazione è in crescendo: procede per accumulo e ripetizione, seguendo un ritmo basato sull’attesa. La tensione generata culmina nell’incontro con il Papa, momento in cui l’evento coincide con la dolorosa maturazione interiore di Celestino.
Temi principali
I temi principali sono svariati:
- realtà contro illusione: La visione di Celestino non è oggettiva; i suoi pregiudizi gli impediscono di capire ciò che accade realmente intorno a lui;
- l’impossibilità di comunicare: il dialogo tra il frate e il prete è un totale malinteso. Mentre il prete soffre onestamente per i suoi limiti, Celestino lo giudica con superiorità, restando chiuso nel proprio isolamento;
- umiltà e superbia: il racconto mette a confronto queste due forze. L’umiltà crea legami tra le persone, mentre la superbia rompe il rapporto con gli altri e con il divino;
- il paradosso della finta umiltà: Celestino cade in una trappola morale e diventa orgoglioso della propria povertà. Questa «superbia spirituale» è la più insidiosa perché si nasconde dietro l’apparenza della virtù;
- l’inganno di sé stessi: il protagonista è vittima di una cecità interiore. È convinto di cercare Dio, ma in realtà sta solo mettendo al centro il proprio ego;
- la solitudine che deforma: l’isolamento non aiuta Celestino a migliorarsi, ma, al contrario, ingigantisce i suoi difetti. Senza il confronto con gli altri, perde il senso della realtà e usa la solitudine come uno specchio per ammirare la propria presunta santità.
Narratore e focalizzazione
In questo racconto, Buzzati usa un narratore esterno che racconta i fatti con il tono distaccato di un cronista. Anche se la storia è vista attraverso gli occhi di Padre Celestino, si tratta di un punto di vista «ingannevole». Il narratore, infatti, ci mostra i pensieri del frate ma allo stesso tempo ci fa capire che Celestino sta sbagliando tutto. Mentre il protagonista è convinto di essere un esempio di umiltà, ci accorgiamo della sua crescente superbia. Questo crea un effetto di ironia drammatica dove noi vediamo la realtà dei fatti, mentre il protagonista ne è accecato.
Incipit e contesto del racconto
La storia inizia con una scelta paradossale: il protagonista decide di fare l’eremita non nel deserto tradizionale, ma nel «deserto» della città. Per Buzzati la metropoli è il luogo dove ci si sente più soli nonostante la folla. È un ambiente fatto di asfalto, rumori e orologi che priva l’uomo della sua identità. Celestino cerca Dio nel grigiore industriale, dove l’isolamento e la disconnessione tra le persone sono più forti che in qualunque deserto naturale.
Il posto che funge da confessionale per Celestino e l’abitacolo di un vecchio camion abbandonato e questa scelta ha due significati profondi: da una parte, mettere un atto sacro come la confessione dentro un rottame industriale crea un effetto strano e quasi ridicolo; dall’altra, ci suggerisce che la spiritualità non ha bisogno di cattedrali lussuose, ma può nascondersi anche nel fango della periferia.
Il camion è un mezzo di lavoro comune e anonimo e usarlo come santuario dovrebbe simboleggiare la massima semplicità. Tuttavia, per Celestino quel camion diventerà paradossalmente un «castello» da cui guardare gli altri dall’alto in basso.
Le confessioni
Nella prima confessione, un giovane prete ammette con vergogna di provare un pizzico di vanità quando lo chiamano «Reverendo». Celestino, dal suo vecchio camion lo assolve con sufficienza, convinto che quel peccato sia banale rispetto alla propria vita di sacrifici. Questo momento è fondamentale perché il prete è sincero nel suo piccolo difetto, mentre Celestino non si accorge che la sua «povertà» lo sta rendendo arrogante. Celestino, proprio perché si sente un «maestro di umiltà», crede di essere spiritualmente più bravo degli altri.
Questo incontro prepara il finale. Il «piccolo prete» farà carriera non per ambizione, ma per missione, dimostrando che la vera umiltà abita nel cuore e non dipende da dove si vive. Qui l’umiltà diventa un inganno, più Celestino si sente umile e più, in realtà, diventa superbo.
Nella seconda confessione passano alcuni anni e il prete torna al camion. Il suo aspetto è più dignitoso, ma è sempre umile. Questa volta il prete confessa con vergogna di provare un «piacevole calore» quando viene chiamato «Monsignore». La sua carriera avanza, e con essa la tentazione dell’orgoglio, ma il frate lo liquida in fretta considerandolo uno «stupido» che si lascia prendere in giro e lo assolve in fretta. Celestino resta fermo nel suo camion mentre il prete cresce nella gerarchia.
Nonostante il successo, il prete resta onesto sui propri difetti, mentre il frate cade in trappola, giudicandolo uno «stupido» e dimostrando di sentirsi superiore. Buzzati ci mostra che il prete è più umile di Celestino, dato che egli combatte ogni giorno contro la propria vanità, mentre Celestino ha smesso di lottare perché è convinto di essere già un santo. Celestino non capisce che la vera umiltà non è vivere in un rottame, ma riconoscere le proprie debolezze mentre si sale nel mondo.
Nella terza confessione passano altri dieci anni dove entrambi sono invecchiati, ma il divario tra loro è ormai enorme. Il prete, sempre più pallido e stanco, confessa di provare vanità per i titoli di «Eccellenza» e poi di «Eminenza». Il frate lo liquida con un sorriso di sufficienza ed è convinto che il prete sia un «povero ingenuo» preso in giro dalla gente e ride tra sé, prevedendo con ironia che la prossima volta si farà chiamare Cardinale. Possiamo comprendere come Celestino non ascolta più davvero. Il frate non immagina nemmeno che quel prete sia diventato davvero un Vescovo o un Cardinale, per lui la santità esiste solo nel suo camion e non può credere che Dio si
trovi anche nei palazzi del potere.
Il prete è consumato dal dolore per il proprio orgoglio (umiltà reale), mentre il frate è «comodo» nella sua routine di eremita, sicuro di essere nel giusto (superbia spirituale). Celestino «indovina» che il prete salirà di grado ma pensa che sia solo uno scherzo dei parrocchiani. Il frate tratta un futuro Papa come un «poveraccio», cosicché il crollo del suo orgoglio davanti a Dio sarà totale.
Nella quarta confessione ormai vecchi entrambi, il frate accoglie il prete quasi prendendolo in giro e anticipa le sue parole: «Scommetto che ora ti chiamano “Sua Santità”». Il prete, con una sofferenza profonda e sincera, conferma che lo chiamano così e lui prova una gioia enorme nel sentirlo. Celestino è talmente convinto della propria superiorità che non riesce a vedere la verità. Si convince che il prete sia solo un «povero sciocco» di una parrocchia di montagna, vittima dei cattivi scherzi dei paesani che lo prendono in giro chiamandolo Papa. C’è un grande paradosso: il Papa è «salvo» perché si tormenta per il piacere che prova nel successo, mentre Celestino è in pericolo perché non soffre più. Il suo orgoglio di eremita è diventato così naturale che non lo avverte nemmeno più come un peccato. Celestino ha deciso che Dio si trova solo nel suo camion in periferia, non può accettare che la santità esista anche in Vaticano. Per proteggere la sua idea di «grande eremita» sminuisce il prete trattandolo con superiorità.
Il finale del racconto è il momento in cui il paradosso si scioglie in una scena di fortissimo impatto emotivo. Padre Celestino, ormai in fin di vita, viene portato in Vaticano davanti al Papa e, nonostante la sua vista debole, lo riconosce. La miopia di Celestino è il simbolo della sua chiusura mentale, dato che solo quando lascia il suo camion e si ritrova spogliato delle sue certezze, riesce finalmente a «vedere» la realtà e a capire quanto si fosse sbagliato. Esclamando «Oh, sei tu, mio povero prete...», Celestino dimostra che davanti a Dio le cariche non contano nulla, egli vede ancora l’uomo fragile e sincero, non il sovrano potente.
I due protagonisti singhiozzano insieme, ma per motivi diversi. Il Papa piange per il peso della sua missione, mentre Celestino perché vede crollare il suo castello di orgoglio. In quel singhiozzo, le loro anime si incontrano davvero.
Buzzati ci insegna che la santità non dipende dal posto in cui vivi, che sia un rottame o un palazzo reale, ma dal riconoscere la propria fragilità e quella degli altri. Il finale smonta l’idea preconcetta che la povertà esteriore sia sinonimo di santità, mostrandoci che la vera umiltà è un legame interiore invisibile che unisce tutti gli uomini.
In questo modo, Buzzati ci avverte che la spiritualità può nascondere un inganno pericoloso. Celestino, vivendo tra i rottami di un camion, finisce per sentirsi «più santo» degli altri.
Questa è la superbia spirituale, un orgoglio sottile che si traveste da povertà. Il frate trasforma il suo camion in un piedistallo da cui giudicare il mondo dimenticando che l’umiltà non è uno stile di vita esteriore, ma uno stato del cuore.
Il vero eroe della virtù è il «pretino». Nonostante viva tra gli onori e il potere, egli resta umile perché non smette mai di combattere contro la propria vanità. La sua santità non deriva dalla carica che ricopre, ma dalla consapevolezza della propria debolezza. Al contrario, Celestino smette di essere umile proprio quando inizia a credere di esserlo diventato perfettamente.
Celestino commette l’errore di giudicare dalle apparenze: vede nel prete un «povero ingenuo», dove in realtà c’è un uomo di Dio. Il racconto ci insegna che la grazia non ha luoghi privilegiati e può abitare tanto in una periferia industriale quanto nei palazzi del Vaticano. Solo nel finale, attraverso il pianto insieme i due protagonisti si ritrovano. Il singhiozzo condiviso abbatte le barriere dell’ego e trasforma l’orgoglio di Celestino in vera carità.
Messaggio finale
Si può essere arroganti vivendo nella miseria e profondamente umili sedendo sul trono più alto del mondo, l’umiltà è consapevolezza, non uno status esteriore. Non si può misurare il valore spirituale dalle apparenze. La vera umiltà non è un’esibizione di povertà, ma una battaglia invisibile contro il proprio ego. La santità, per Buzzati, non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma un confronto quotidiano e sincero con le proprie fragilità.
Gaia Mazzola
Università dell’Ovest di Timișoara
Coord. Afrodita Cionchin
(n. 10, ottobre 2026, anno XVI)
* Lavoro presentato alla III edizione del Convegno degli studenti «Italianità e latinità» dell’Università dell’Ovest di Timisoara, 13 maggio 2026, coordinato da Afrodita Cionchin.
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