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Giorgio Vasari, biografo di Michelangelo Buonarroti
2. Di seguito, cercheremo di evidenziare il contributo di Vasari all'analisi dell'opera e della vita di Michelangelo, con il quale ebbe anche un importante scambio epistolare. Notiamo che, per Michelangelo, Vasari era «Messer Giorgio», «amico caro», mentre Vasari era orgoglioso di chiamare Michel Agnolo «il divino e meraviglioso artista», considerando il fatto di averlo conosciuto una felicità infinita. Vasari si considerava, da questo punto di vista, un privilegiato e confessava che non c'è nessuno che possa mostrare un così gran numero di lettere scritte di mano di Michelangelo e in cui si percepisce tanto affetto quanto quello dimostrato da Michelangiolo. Alcune delle lettere inviate o frammenti di esse sono spesso inclusi nella biografia dedicata all'incomparabile Michel Agnolo o Michelagnolo, come gli piaceva chiamarlo. 3. Osserviamo due varianti grafiche utilizzate a quei tempi per il nome del grande artista. Come risulta anche dalla già citata biografia, Vita di Michelagnolo Buonarroti, pubblicata nel 1553 da Ascanio Condivi, discepolo, ma anche uno dei suoi pochi assistenti o collaboratori, Vasari chiamò il grande artista Michel Agnolo o Michelagnolo, come appare in alcune edizioni successive. E il nome rimase così fino alla metà del XIX secolo. Per spiegare queste forme denominative, dobbiamo partire dall'iscrizione latina, realizzata dallo stesso Michelangelo sulla Pietà vaticana. Si tratta dell'unica opera firmata dal grande artista, con la frase «michael āgelvs bonarotvs florent faciebat» («Michelangelo Bonarroti fiorentino»), consacrando in questo modo la paternità dell'opera famosissima. Dalla formula denominativa in latino si perviene per la prima volta alla forma composta Michelangiolo, e poi segue la successiva italianizzazione in Michelangelo che avviene tra il XIX e il XX secolo. Sebbene oggi prevalga la versione moderna, a Firenze la grafia ottocentesca del nome Michelangiolo persiste nel parlato degli anziani e persino nei nomi di alcuni luoghi simbolo della città (Liceo Classico Michelangiolo). 4. E, poiché abbiamo detto che la Pietà è l'unica opera firmata, dobbiamo rivolgerci anche a Vasari per trovare una spiegazione a questo fatto singolare. Il biografo ci racconta che Michelangelo era un buon cattolico e andava spesso in chiesa. Un giorno del 1500, quando aveva 25 anni, si trovò davanti alla sua opera che, attraverso la giovinezza del volto della Vergine Maria, sembra dirci che evitare il peccato è fonte di bellezza ed eterna giovinezza. Mescolato tra la folla, udì una voce che chiedeva chi potesse essere l'autore di un'opera così bella. E qualcuno avanzò l'ipotesi che solo Cristoforo Solari, il famoso scultore lombardo, potesse esserne l'autore. Allora Michelangelo si arrabbiò e si infuriò. E dato che aveva sempre con sé martello e scalpello, decise di nascondersi in chiesa e di rimanervi dentro durante la notte. Aveva deciso di firmare l'opera e, senza che nessuno lo vedesse, incise il suo nome, cognome e città, sulla fibbia scolpita sul petto della Vergine: «Michelangelus Bonarotus Florentinus Facebat» (= «Lo fece il fiorentino Michelangelo Buonarroti»). Ecco come viene descritto l'episodio nella versione del Vasari: «Michelagnolo entrando drento dove l’è posta gran numero di forestieri Lombardi che la lodavano molto, un de’ quali domandò a un di quegli chi l’aveva fatta [Pietà], rispuse: «Il Gobo nostro di Milano». Michelagnolo stette cheto e quasi gli parve strano che le sue fatiche fussino attribuite a un altro; una notte vi si serrò drento e con un lumicino, avendo portato gli scalpegli, vi intagliò il suo nome” (Vasari 1993,1207). Poiché alcuni contemporanei consideravano un gesto di orgoglio aver firmato l'opera realizzata con amore e fatica, nell'edizione Giuntina il biografo aggiunge che, per Michelangelo, firmare l'opera era quasi un obbligo retrospettivo, affinché la paternità della sua opera non venisse più erroneamente attribuita ad altri. Riguardo alla firma, notiamo che gli specialisti di storia dell'arte, esperti di latino, hanno sottolineato che Michelangelo ricorre alla locuzione «Michelangelus Bonarotus Florentinus Facebat», il che conferma che egli stesso ne è l'autore, essendo il verbo all'imperfetto, tempo solitamente usato per suggerire un'azione ancora in corso. Stefania Pasti nel suo studio Michelangelo e la firma della Pietà: un imperfetto, una monaca e una frittata (2015, 167-180) fornisce una spiegazione pertinente di questo fatto: i grandi maestri, nella loro arte, hanno sempre qualcosa da completare e considerano che un'opera non è mai perfetta e rimane sempre qualcosa che può essere perfezionato. Possiamo solo supporre che Michelangelo fosse consapevole e sodisfatto di aver raggiunto la perfezione. Tuttavia, il biografo riconosce il suo genio nella creazione dell'incomparabile Pietà e afferma che è possibile parlare di una performance che nessuno ha ancora raggiunto. 6. I ricordi della vita e delle opere di Michelangelo Buonarroti, narrati dall'appassionato Vasari, conducono il lettore nell'universo dell'artista, a partire dalla ricostruzione di un periodo giovanile, passando per la creazione delle opere ineguagliabili che lo resero famoso, fino alla presentazione dettagliata dei capolavori michelangioleschi creati fino alla sua vecchiaia. Vasari ci convince che l'arte raggiunse il suo massimo compimento in Michelangelo Buonarroti, offrendo una descrizione sempre realistica e sempre elogiativa di tutte le opere che ha lasciato, utilizzando il vocabolario più elogiativo possibile per il maestro: perfezione, bello, molto bello, stupendo, stupendissima, divino, da stupire. 7. Inevitabilmente, il biografo, nella sua ampia opera, crea anche un panorama sociale ed economico di quei tempi, in cui i committenti delle opere dell'artista svolgono un ruolo importante. Troveremo così schizzi e ritratti di coloro con cui Michelangelo entrò in contatto, spesso forzato dalla natura delle circostanze. Solitario per natura, il grande artista era solito isolarsi e non voleva essere disturbato, nemmeno guardato, mentre lavorava. Vasari ci informa che, per scolpire il David, Michelangelo, per concentrarsi al meglio sul suo lavoro, si nascose in un angolo della chiesa di Santa Maria del Fiore, lontano dagli occhi di tutti, creando una barriera di tavole e marmo, lavorando ininterrottamente, senza che nessuno lo vedesse, finché non portò l'opera alla sua perfezione finale (Vasari 1993, 1208). Per questa celebre opera, utilizzò un enorme blocco di marmo abbandonato, sul quale, per sfortuna e scarsa maestria scultorea, un maestro di nome Simone da Fiesole, che aveva iniziato un Gigante, riuscì solo a rovinare il prezioso materiale. Ma questo blocco di marmo mal lavorato, quasi inutilizzabile e abbandonato, poté essere salvato e trasformato in un simbolo dei fiorentini, il David, solo dalla mano e dal genio del maestro. «Era Papa Giulio molto desideroso di vedere le imprese che faceva, per il che di questa che gli era nascosa venne in grandissimo desiderio; onde volse un giorno andare a vederla e non gli fu aperto, che Michele Agnolo non avrebbe voluto mostrarla. Per la qual cosa il papa, a cui di continuo cresceva la voglia, aveva tentati più mezzi, di maniera che Michele Agnolo di tal cosa stava in grandissima gelosia, e dubitava molto ch’alcuni manovali o suoi garzoni non lo tradissero, corrotti dal premio, come e’ fecero. E per assicurarsi de’ suoi, comandandoli che a nessuno aprissero se ben fosse il papa, et essi promettendogliene, finse che voleva stare alcuni dí fuor di Roma e, replicato il comandamento, lasciò loro la chiave. Ma partito da essi, si serrò nella cappella al lavoro, onde subitamente fu fatto ciò intendere al papa, perché, essendo fuori Michele Agnolo, pareva loro tempo comodo che Sua Santità venisse a piacer suo, aspettandone una bonissima mancia. Il papa, andato per entrar nella cappella, fu il primo che la testa ponesse dentro, et appena ebbe fatto un passo, che da l’ultimo ponte su ‘l primo palco cominciò Michele Agnolo a gettar tavole. Per il che il papa vedutolo e, sapendo la natura sua, con non meno collera che paura, si mise in fuga minacciandolo molto. Michele Agnolo per una finestra della cappella si partì e, trovato Bramante da Urbino, gli lasciò la chiave dell’Opera, et in poste se ne tornò a Fiorenza, pensando che Bramante rappaceficasse il papa, parendogli invero aver fatto male» (Vasari 1993,1216). 8. Come dimostra l'episodio sopra riportato, Michelangelo era un solitario, un fatto che può essere giustificato dal suo modo di lavorare, e non dal desiderio di tenere per sé tutto ciò che sapeva. Innanzitutto, Michelangelo lavorava il marmo non per via di porre, cioè plasmando un materiale duttile, ma per forza di levare, più precisamente, togliendo, scolpendo la pietra. Questo perché credeva che l'opera fosse già presente, nascosta, racchiusa nel blocco di marmo e che solo lavorando la pietra con le proprie mani si potesse rivelare ciò che si era intuito e concepito con l'occhio della mente. In queste condizioni, l'incompiutezza di alcune opere non appare come un limite, ma come una scelta, una forma di libertà espressiva del grande artista. Il maestro, infatti, è colui che pratica il non finito, quella tecnica attraverso la quale l'opera appare come se non fosse finita. Le opere incompiute appaiono in questo modo perché l'artista scolpisce intenzionalmente solo una parte del blocco, suggerendo che le figure intrappolate nella pietra stiano cercando di liberarsi. È un modo di concepire e creare un'opera che è specifico di Michelangelo e potrebbe spiegare perché non avesse bisogno di assistenti. L’intervento di papa Clemente VII, tuttavia, lo costrinse a cambiare il suo modo di lavorare, per l’ordine che gli diede «perché mancavano molte statue» (Vasari 1993, 1137). Il papa impose la formazione di una squadra di scultori, composta da «persone di maggior valore che si potessero trovare» (Vasari 1993, 1137) e con il cui aiuto Michelangelo avrebbe accelerato i lavori della Cappella Medicea. Clemente VII non solo glielo ordinò, ma, inoltre, nominò anche i suoi collaboratori, scelti tra i migliori scultori che aveva a disposizione in quel momento: il Tribolo, il Montelupo e il Montorsoli. Ne deduciamo che i Medici si preoccuparono di sfruttare discretamente il loro protetto. «Ora perché fra l’altre statue, che mancavano al finimento di quell’opera, mancavano un San Cosimo e Damiano che dovevano mettere in mezzo la Nostra Donna, diede a fare Michelagnolo a Raffaello Monte Lupo il San Damiano et al frate San Cosimo, ordinandogli che lavorasse nelle medesime stanze dove egli stesso avea lavorato e lavorava. Messovi dunque il frate con grandissimo studio intorno all’opera, fece un modello grande di quella figura che fu ritocco dal Buonarroto in molte parti, anzi fece di sua mano Michelagnolo la testa e le braccia di terra, che sono oggi in Arezzo tenute dal Vasari, fra le sue più care cose». (Vasari 1993, 1136) Raffaello da Montelupo (1505-1567) modella così San Damiano, una statua che copierà in marmo, considerata un primo successo della collaborazione sia da Michelangelo che dagli altri contemporanei. Grazie alla loro proficua collaborazione, troviamo Montelupo come assistente a Roma, a San Pietro in Vincoli, dove gli vengono affidate altre due opere, di cui Vasari ci dice solo le dimensioni. Il maestro sembra ora meno soddisfatto dei risultati, essendo l'assistente esonerato da Vasari per una malattia di cui soffriva, durante il periodo in cui lavorava per Michelangelo. «Michelagnolo nel condure le statue del duca Lorenzo e Giulianno si servì molto del frate nel rinettarle e fare certe difficultà di lavori traforati in sotto squadra, con la quale occasione imparò molte cose il frate da quello uomo veramente divino» (Vasari 1993, 1137). Montorsoli non riuscì a terminare San Cosimo fino alla morte del papa, poiché la statua fu ultimata in un secondo momento. Vasari conferma la sua partecipazione alla realizzazione della tomba di Giulio II, e, in tal caso, Fra Montorsoli si rivelò molto utile, guadagnandosi così la simpatia del maestro, che lo avrebbe raccomandato, tramite la famiglia Medici, come scultore per la corte reale francese. Nel caso della sua ultima grande opera, quella della Cappella Medicea, nel ritratto di Giuliano, la superficie del volto è persino levigata, i capelli accuratamente modellati e tratti dal gradino, uno scalpello preferito da Michelangelo (Istrate 2015, http://www.orizonturiculturale.ro/ro_studii_George-Dan-Istrate-3.html), in contrasto con l'orecchio appena abbozzato nel ritratto di Lorenzo, che è levigato ma non lucidato. Analizzando la parte nascosta delle due statue, colpisce l'abbondanza di decorazioni grottesche sul retro della statua di Giuliano, probabilmente realizzate dal Montorsoli, come se l'opera fosse stata concepita per essere vista da tutte le angolazioni, un fatto spiegabile se si considera il progetto iniziale, che prevedeva diverse tombe in un complesso insieme architettonico. Un'altra spiegazione potrebbe essere che il maestro abbia assegnato a Montorsoli un incarico non necessario, perché la zona non era in vista, da qui l'idea che lo abbia utilizzato più per timore del Papa. Le statue dei due duchi sono, inoltre, le sculture più meticolosamente rifinite di Michelangelo, un fatto che può essere spiegato anche dalla collaborazione con Montorsoli, il cui talento come decoratore è registrato anche dal Vasari (Vasari 1993, 1135). La collaborazione con Raffaello da Montelupo (Vasari 1993, 680) e con Fra Montorsoli (Vasari 1993, 1137) è documentata da Vasari nei capitoli a loro dedicati. «Dicesi che il Torrigiano, contratta seco amicizia e scherzando, mosso da invidia di vederlo più onorato di lui e più valente nell’arte, con tanta fierezza gli percosse d’un pugno il naso, che rotto e stiacciatolo di mala sorte lo segnò per sempre; onde fu bandito di Fiorenza il Torrigiano, come s’è detto altrove» (Vasari 1993, 1205). 9. Leggendo la biografia scritta dal Vasari, possiamo dedurre che Michelangelo, come ogni altro artista di genio, soprattutto quando era al lavoro, era riservato e solitario, immerso nell'impegno, turbato dalle ansie, insomma un perfezionista. Orgoglioso di ciò che aveva realizzato, poteva diventare irritabile e arrabbiato verso chi non rispettava i suoi momenti di concentrazione, indipendentemente dal fatto che si trattasse di un papa o di un'altra persona.
Acidini Luchinat, Cristina. 2010. Michelangelo scultore. Milano: Editore 24 Ore Cultura. |
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