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«Tu ridi»: dalla comicità all’umorismo pirandelliano
Introduzione
Luigi Pirandello è stato uno degli autori più influenti della letteratura italiana del Novecento, drammaturgo, romanziere, novellista e poeta, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1934.
Tu ridi è una novella pubblicata nel 1912 sul «Corriere della Sera», poi nel 1924 nel volume Tutte tre delle Novelle per un anno, un ampio progetto letterario che doveva comprendere 365 novelle (una per ogni giorno dell’anno), di cui l’autore riuscì a completarne circa 250 prima della sua morte.
Temi principali
In questa novella emergono i temi pirandelliani più rappresentativi, già sviluppati nel celebre saggio Umorismo del 1908 e centrali nell’intero universo letterario dello scrittore, a partire dall’analisi della psiche umana. C’è poi il contrasto tra «vita» (ciò che siamo) e «forma» / «maschera» (ciò che sembriamo): alla maschera sociale che l’individuo è costretto a indossare per rispondere alle aspettative del contesto familiare e lavorativo o da sé stesso, si sfugge o attraverso la pazzia o attraverso l’immaginazione. Un ulteriore tema riguarda la crisi d’identità e la scissione dell’Io, tra persona e personaggio: secondo la concezione pirandelliana, l’individuo perde la propria integrità identitaria che è intesa come unità morale e psicologica per ridursi a un personaggio, che recita il ruolo impostogli dalle convenzioni sociali o dai propri ideali.
Emerge anche il relativismo psicologico o conoscitivo che può essere di dimensione orizzontale (interpersonale), inerente all’impossibilità di comunicare con gli altri, o di dimensione verticale (intrapersonale), legata all’individuo che scopre di non possedere un’identità fissa, ma di essere un riflesso delle diverse circostanze, finendo per percepire sé stesso come un estraneo.
Il tema più importante riguarda la comicità, definita da Pirandello quale «avvertimento del contrario», e l ’umorismo, definito come «sentimento del contrario», che nasce quando la riflessione svela il dramma nascosto dietro l’apparenza, trasformando il riso in partecipazione amara.
Per quello che riguarda la tecnica narrativa, la novella adotta una struttura basata sulla tecnica del contrasto tra diversi piani – linguistici, concettuali, personaggi.
La prima sequenza
L’incipit della novella Tu ridi è un classico esempio di apertura in medias res, mettendo immediatamente il lettore in un conflitto domestico già in corso, con un atto violento e nervoso della moglie che, con una «strappata rabbiosa al braccio, springò dal sonno anche quella notte, il povero signor Anselmo».
Il primo contrasto è quello tra il protagonista Anselmo e l’antagonista, la moglie: lei è «livida di dispetto» mentre lui è «stupito, mortificato e quasi incredulo» perché la moglie non può accettare che il marito rida mentre lei soffre; lui invece non può spiegare un riso che non sa di aver avuto.
La figura di Anselmo viene introdotta attraverso l’epiteto «povero», mentre la figura della moglie attraverso la metafora «muggì», a suggerire che essa è il contrario della donna simbolo di tenerezza e spirito materno. L’assenza di un nome proprio per la moglie accentua il fatto che essa incarni un ruolo stereotipato, ed è anche una tipica tecnica umoristica per focalizzare l’attenzione sul conflitto interiore di Anselmo, schiacciato da una figura che indica la prigione domestica e la negazione della vita.
Un altro contrasto è la ripetizione «ridi» che, in questo caso, è il contrario della condizione di gioia e di chi sta bene con sé stesso e con gli altri, ripresa poi anche in prima persona «io rido».
La seconda sequenza
La seconda sequenza inizia con la descrizione della candela e una comparazione implicita tra il mondo esterno e quello interno, «pareva sobbalzassero tutti i mobili», che indica gli stati d’animo di Anselmo: «irritazione e mortificazione, ira e cruccio sobbalzavano allo stesso modo».
Si nota un ulteriore contrasto tra la moglie «arrabbiata dal perpetuo mal di capo e con l’asma nervosa, la palpitazione di cuore», il cui vittimismo si scontra con il sospetto che il marito, ridendo nel sonno, goda di «chissà quali beatitudini». Il riso viene visto come un tradimento, così anche il gesto involontario di aggiustarsi i capelli: «ha il coraggio d’aggiustarsi i capelli anche di notte tempo, in camicia mentr’io sto morendo». C’è qui un’iperbole: mentre la moglie trasforma il proprio malessere in una prigione per il marito, rende persino un movimento istintivo relativo ai capelli un atto di egoismo imperdonabile.
L’espressione «signori miei» sembra rivolgersi a un pubblico immaginario o ai lettori. La ripetizione «io rido» è, per contrasto, un riso amaro, di chi constata l’assurdità della propria vita. Susi, sua nipote, rappresenta l’unico affetto autentico di Anselmo, «la luce nel buio».
La terza sequenza
La terza sequenza racconta, in un ampio flashback, la vita familiare di Anselmo, la morte dell’unico figlio e la fuga della nuora, «trista donnaccia», e l’abbandono delle cinque nipoti orfane. Questi eventi vengono ironicamente definiti «sorte amica». Il protagonista non è solo un marito tormentato, ma anche un nonno che deve mantenere le sue nipoti «con un magro stipendio».
La gelosia della moglie appare ancora più assurda e crudele e viene così descritta: «la gelosia... che cos’era? una piccola, ridicola scheggina di pietra infernale, data da quella sua sorte amica in mano alla moglie, perché si spassasse a inciprignirgli le piaghe, tutte quelle piaghe, di cui graziosamente aveva voluto cospargergli l’esistenza». «Una piccola, ridicola scheggina di pietra infernale» è una metafora che suggerisce che la gelosia è uno strumento di tortura che impedisce ad Anselmo persino la libertà del sogno.
La piccola Susi è descritta come «uno stelo troppo gracile per sorregger la testina troppo grossa», che mette in risalto, per opposizione, la crudeltà della moglie incapace di vedere oltre il proprio egoismo.
Davanti all’assurdità della sua condizione, Anselmo non reagisce con la rabbia, ma con il distacco. Il suo «sollevar lo spirito a considerazioni filosofiche» rappresenta il tentativo di trascendere sopra la propria afflizione esistenziale.
Anselmo descrive il suo sonno con un’enumerazione: «sonno di piombo, nero, duro e profondissimo», la comparazione «gli occhi come due pietre di sepoltura» e la personificazione «le palpebre pensavano», non potendo credere che un «diavolaccio buffone» gli sia entrato in corpo: «escluso il diavolo, esclusi i sogni, non restava altra spiegazione di quelle risate che qualche malattia di nuova specie; forse una convulsione viscerale, che si manifestava in quel sonoro sussulto di risa». Anselmo conclude che il riso deve essere una «convulsione viscerale».
La quarta sequenza
La quarta sequenza si apre con Anselmo che decide di consultare il giovane medico che parla per mezz’ora, facendo un discorso pieno di tutta quella terminologia greca che «fa così rispettabile la professione del medico». L’esclamazione «che birbonata» sottolinea l’assurdità dell’esistenza, in quanto Anselmo è lieto alla sua insaputa e viene punito dalla moglie per una gioia che lui non sente nemmeno di aver provato. L’epiteto «riso sardonico» della moglie esprime il disprezzo che ha per suo marito.
Anselmo ride nel sonno e questa risata rappresenta una via di sfogo delle angosce della sua vita reale: «Provvidenzialmente la natura, di nascosto, nel sonno lo ajutava. Appena egli chiudeva gli occhi allo spettacolo delle sue miserie, la natura, ecco, gli spogliava lo spirito di tutte le gramaglie, e via se lo conduceva, leggero leggero, come una piuma, pei freschi viali dei sogni più giocondi. Gli negava, è vero, crudelmente, il ricordo di chi sa quali delizie esilaranti; ma certo, a ogni modo, lo compensava, gli ristorava inconsapevolmente l’animo, perché il giorno dopo fosse in grado di sopportare gli affanni e le avversità della sorte». Il sonno è diventato volo e leggerezza suggerite dalla comparazione «come una piuma». Con la metafora «i fischi viali dei sogni più giocondi», i sogni vengono paragonati a un parco fresco, un luogo aperto che si oppone al corridoio buio.
La quinta sequenza
La quinta sequenza inizia con il ritorno di Anselmo dall’ufficio e, invece di avere un momento di riposo, passa a un’altra alienazione. L’unico momento speciale è l’incontro con Susi che viene descritta con il «visetto di vecchina», a suggerire che la bambina è molto matura per la sua età. La presenza di Susi è una cura per Anselmo: «Il signor Anselmo, beato, la ascoltava, la assaporava, pur con le lacrime in pelle per la vista di quel colluccio della bimba». Si evince il contrasto tra la dolcezza del momento e il dolore per lo stato di salute di Susi. La vista del suo «colluccio», così magro e delicato, evoca immediatamente l’idea della malattia.
La sesta sequenza
Nell’ultima sequenza, il protagonista si ricorda finalmente il sogno, lui ride della sofferenza di un altro uomo, quindi la felicità che credeva di avere nel sonno si rivela essere una stupidaggine. L’immagine di Torella, il suo vecchio compagno d’ufficio, «come un mulo» lo fa sentir «cascarsi l’anima e il fiato», a indicare il momento del risveglio, del «riso rassegnato» che diventa qualcosa di freddo.
L’unico modo per ridere è «diventare stupidi», ovvero perdere la consapevolezza di sé. Una volta che Anselmo ricorda il sogno, non può più ridere e la coscienza gli impedisce la gioia.
Conclusioni e messaggio della novella
Il protagonista è intrappolato in una vita quotidiana che Pirandello definisce «forma», con un lavoro monotono e una vita difficile in cui deve mantenere la sua famiglia e sopportare le pressioni di sua moglie. In questo contesto interviene l’umorismo, che agisce come uno strumento critico per svelare il lato tragico dell’esistenza. L’interazione con la moglie mette in luce l’incomunicabilità pirandelliana: ogni individuo resta nella propria visione soggettiva, rendendo impossibile una comprensione autentica dell’altro.
Il messaggio che emerge non è semplicemente un invito a ridere dei propri guai, ma una riflessione sulla risata come atto di resistenza disperata. In Anselmo vediamo un uomo talmente schiacciato dal peso di una routine alienante che soltanto nel sonno riesce a intravedere come è diventato. La risata non cancella il dolore, lo rende soltanto più sopportabile attraverso la consapevolezza dell’assurdo.
Larissa Stanca
I anno, Facoltà di Lettere, Università dell’Ovest di Timișoara
Coord. Afrodita Cionchin
(n. 6, giugno 2026, anno XVI)
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