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Essere e avere. La questione dell’emigrazione e l’«errore sociale»
Gianni Rodari è stato scrittore, giornalista, pedagogista ma soprattutto umanista, un osservatore attentissimo del proprio tempo e un inguaribile sognatore. Nulla di umano gli era estraneo e non c’è niente di più umano che l’errore. Rodari repudia la perfezione sterile e celebra la feconda imperfezione, quello stato di grazia dove ancora si può aggiungere qualcosa, dove si può migliorare, dove si può ancora creare.
Rodari ha una teoria dell’errore originale, risultata dalla sua esperienza da maestro: «Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli» e «Sbagliando s’impara è un vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe dire che sbagliando s’inventa». Se, da una parte, l’insegnante nota la ferita profonda che la penna rossa provoca nel cuore degli alunni, dall’altra parte lo scrittore vede le potenzialità creative degli errori e ne prende spunto per inventare delle storie. Nasce così Il libro degli errori (1964), una raccolta di 90 testi tra filastrocche, canzoni e racconti brevi, raggruppati in tre parti: Errori in rosso, Errori in blu, Trovate l’errore. Le parti corrispondono ai tre tipi di errori presi in considerazione dall’autore: errori di ortografia, errori di invenzione ed errori del mondo. Per Rodari gli errori di ortografia sono «i più piccoli e innocui errori del nostro pianeta» e andrebbero corretti con gentilezza: «Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?». Molto più gravi e anche più difficili da correggere sono gli errori del mondo (la guerra, le ingiustizie, l’egoismo), per i quali servono delle penne speciali: la tolleranza, il rispetto, l’empatia.
Il racconto Essere e avere parte da un errore di coniugazione. Con il suo genio ironico e profondo, Rodari trasforma una semplice lezione di grammatica in una profonda riflessione sull’immigrazione: l’errore non sta nei verbi, ma nelle cose. Essere e avere non sono solo due verbi ausiliari, ma due modi di vivere messi a confronto. Essere significa vivere nel presente a livello pratico, connesso con la realtà; avere invece vuol dire possedere le conoscenze a livello teorico, senza nessuna connessione al mondo reale. È il contrasto tra avere l’aria di una persona per bene (il professore) ed esserlo veramente (gli operai).
Notiamo inoltre che i due verbi non sono separati dalla congiunzione disgiuntiva o (che obbligherebbe a fare una scelta tra i due verbi e automaticamente stare dalla parte di uno o l’altro dei personaggi), ma collegati tramite la congiunzione copulativa e. Non è una scelta casuale. Sappiamo che Rodari selezionava con molta cura le parole. Solo in apparenza i suoi testi sono semplici, in realtà abbiamo a che fare con architetture testuali molto complesse, quindi dietro a questa scelta c’è un messaggio profondo: non più distinzione tra le classi sociali, ma unione, lotta insieme per il bene comune, per il cambiamento della società. Non a caso l’incontro tra il professore e gli operai ha luogo sul treno. Il treno è il mezzo di trasporto più democratico, unisce il Nord e il Sud di un’Italia spezzata in due e mette insieme persone di diversi strati sociali, che altrimenti non avrebbero avuto l’occasione di confrontarsi. D’altra parte, Rodari sottolinea che il giusto punto di vista si trova a metà. Sbaglia il professore a giudicare le persone da come parlano, ma sbagliano anche gli operai che rifiutano le correzioni, mostrando una chiusura mentale.
Il racconto inizia in medias res. Siamo nell’Italia del Dopoguerra, in un periodo caratterizzato da forte ondate di migrazione interna ed esterna. Il professor Grammaticus viaggia in treno e ascolta la conversazione delle persone sedute accanto a lui. Sono operai meridionali emigrati all’estero e rientrati in Italia per votare, per poi fare ritorno nei paesi dove lavorano. Il professore si arrabbia con loro perché usano in modo sbagliato l’ausiliare del passato prossimo dei verbi intransitivi («ho andato» al posto di «sono andato») e li corregge. Gli operai si scusano, giustificando la loro mancata istruzione con la povertà che li ha costretti a rinunciare agli studi e cominciare a lavorare in età molto giovane: «Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri». È la stessa povertà che li ha portati a emigrare in età adulta. Aggiungono che preferirebbero poter lavorare nel proprio paese. Il professore capisce di aver sbagliato a cercare gli errori nei verbi perché «gli errori più grossi sono nelle cose». È l’Italia a essere sbagliata, uno stato che ha fallito di fronte ai suoi cittadini che adempiono ai propri doveri (gli operai fanno un lungo viaggio solo per votare), e il vero impegno sociale non sta nell’evidenziare gli errori delle persone, ma lottare per migliorare la società. Sta nell’intelligenza di ciascuno di non soffermarsi sulla parola sbagliata e riuscire a vedere oltre.
Il testo è costruito sull’antitesi tra i personaggi. Il professor Grammaticus, il protagonista della storia, è in apparenza un «signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano da sotto il cappello nero» (verosimilmente il tocco accademico). Il contrasto bianco-nero sottolinea l’inflessibilità del personaggio. Per lui è tutto bianco o nero, giusto o sbagliato. Il nome latino, che dovrebbe suggerire la cultura e ispirare rispetto, in realtà ha il ruolo di evidenziare il ridicolo del professore che usa un linguaggio elevato completamente fuori luogo («verbo intransitivo») e di mostrare quanto esso sia lontano dalla realtà in cui vive (essendo il latino una lingua morta). Nei confronti dei meridionali ha dei pregiudizi, li guarda «severamente» e chiama «vizio» l’errore grammaticale. Il verbo «ascoltava» aggiunge un nuovo tassello nella costruzione del carattere del professore che non sente casualmente dei discorsi, ma c’è proprio la volontà di trovare l’errore, come se stesse facendo un’interrogazione a scuola.
L’antagonista del professore è il personaggio collettivo dei compagni di viaggio. Operai nelle miniere di carbone. Meridionali. Emigranti. Ignoranti. Dietro alle etichette si nasconde una realtà dolorosa, dietro agli errori grammaticali ci sono storie di vita che non bisogna giudicare. Alle parole rabbiose del professore, gli operai rispondono in modo pacato: «gli emigranti tacquero», «gli emigranti sospirarono», «sorridendo con gentilezza», «uno di loro tossì per farsi coraggio», «guardava il professore con i suoi occhi buoni e puliti». Poveri e umili, abituati a essere sconsiderati e ad abbassare la testa, gli emigranti si guadagnano subito la simpatia del lettore. Poco importa se «andare» è un verbo intransitivo. Per loro è soltanto «un verbo triste, molto triste» perché è triste andare a lavorare all’estero, lasciandosi dietro le famiglie. Il professore parla di verbi ausiliari, gli operai parlano di cuore: «Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia». Rodari evita però il sentimentalismo lezioso. Gli operai non sono perfetti. Oltre a sbagliare i verbi, commettono un errore molto più grave, un errore di valutazione. Mostrano rispetto verso il professore solo basandosi sul suo aspetto esteriore, dimenticandosi che l’abito non fa il monaco e che i capelli bianchi non sono per forza sinonimi di saggezza. Alla fine, la lezione di grammatica si trasforma in una lezione di vita per entrambe le parti: gli operai imparano a non giudicare le persone dal loro aspetto e il professore impara che l’empatia è più importante di una regola grammaticale.
Per mettere in risalto il contrasto tra personaggi, Rodari usa il dialogo. Il risultato è un ritmo allerto. Le annotazioni del narratore sono brevi, ridotte al minimo, sembrando quasi delle didascalie. La tecnica narrativa del conflitto al contrario permette di seguire il conflitto interiore del professore, che deve accettare di essersi comportato male nei confronti degli operai. L’impeto di Grammaticus va scemando, man mano che la storia va avanti: «esclamò guardando severamente», «cominciò a balbettare», «borbottava tra sé». L’iperbole esalta il comico della situazione: «pareva una pentola in ebollizione. Finalmente il coperchio saltò...», «aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa». Il registro ironico (il nome latino) richiede la partecipazione del lettore, che diventa parte attiva nella costruzione del significato del racconto.
Partendo dall’argomento errore, Rodari denuncia le ingiustizie sociali che costringono a emigrare, descrivendo la malinconia e lo spaesamento degli emigrati. Il cuore di chi emigra continua a battere nel paese di origine, anche se si è ricostruito una nuova vita altrove. Serve empatia per capire che dietro a ogni migrazione c’è una persona che merita ascolto e rispetto. I testi di Rodari restano dei punti di riferimento essenziali soprattutto nei momenti storici in cui la morale sembra smarrita e l’impegno civile viene considerato inutile.
Nicoleta Antonie
Università dell’Ovest di Timișoara
Coord. Afrodita Cionchin
(n. 10, ottobre 2026, anno XVI)
* Lavoro presentato alla III edizione del Convegno degli studenti «Italianità e latinità» dell’Università dell’Ovest di Timisoara, 13 maggio 2026, coordinato da Afrodita Cionchin.
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