L’arte novellistica di Luigi Pirandello: «Il treno ha fischiato»

Introduzione

La novella Il treno ha fischiato, pubblicata nel 1914 e appartenente alla raccolta Novelle per un anno, è uno dei testi più celebri di Luigi Pirandello. Attraverso la storia del computista Belluca, l’autore esplora il confine sottile tra normalità e follia, mettendo a nudo le maschere sociali che opprimono l’individuo.
Nella novella si attualizza il tema dell’identità e della scissione dell’io, sviluppato nel celebre saggio L’Umorismo (1908). Secondo Pirandello, l’individualità non è un’entità fissa, ma sempre in divenire, condizionata dal perenne conflitto tra la vita, che è un flusso continuo di avvicendamenti in divenire, e la forma, cioè la maschera che la società impone, con i suoi mali alienanti.
Per quello che riguarda le tecniche narrative, gli elementi chiave dell’arte novellistica di Pirandello includono la gestione del tempo (fabula/intreccio), la scelta del narratore, il punto di vista, la focalizzazione, i dialoghi e lo stile descrittivo.
Questa novella è basata su un intreccio complesso che si distingue per il modo in cui l’autore organizza gli eventi, distaccandosi dalla semplice successione cronologica (la fabula) per creare suspense, interesse e un maggiore coinvolgimento del lettore. Il narratore sceglie l’anacronia, aprendo il racconto in medias res, con il protagonista già ricoverato in manicomio dopo la sua inspiegabile «follia». Gli eventi si svolgono nell’arco di tre giorni, ma la narrazione si sviluppa a ritroso attraverso la retrospezione (una successione di flashback), con la quale il narratore – che oscilla tra narratore esterno e interno (narratore testimone), un vicino di casa – ricostruisce la vita di stenti e l’evento scatenante che ha portato il protagonista Belluca alla «ribellione».

La prima sequenza

La prima sequenza, raccontata da un narratore esterno, introduce i compagni d’ufficio di Belluca, che ritornano dall’ospizio e commentano con tono poco scientifico la sua presunta follia: «Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici, e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.»
Pirandello evidenzia qui, attraverso il punto di vista dei colleghi sullo stato mentale di Belluca, l’incapacità del contesto sociale di comprendere la pressione cui l’impiegato è sottoposto, mostrando come la società interpreti i sintomi di oppressione e fatica come semplici manifestazioni patologiche.
Fin dall’inizio, l’autore crea un contrasto tra la percezione esterna della realtà e la soggettività interna di Belluca. Il lettore può così avvertire il tema del doppionel caso di Belluca: dietro la «maschera» sociale dell’uomo sottomesso si intravede una soggettività ancora non esplorata, un io interiore che registra, giudica e osserva la propria oppressione con distacco.
La scelta stilistica di Pirandello, con la ripetizione ossessiva di termini medici e la modulazione del tono dei colleghi, accentua l’inadeguatezza della società rispetto alla complessità dell’esperienza interiore del protagonista.
Nella mia opinione, la vera complessità del testo risiede nella costruzione di una seconda coscienza narrativa del protagonista, un doppio interiore che Belluca sviluppa come risposta a una vita impossibile, dominata da pressioni esterne e continue costrizioni.
Questa prima sequenza mette in evidenza il dialogo fra i colleghi d’ufficio di Belluca riguardo al suo stato mentale. Essi fanno finta di essere interessati alla sua condizione, come suggeriscono i verbi sfumati «pareva» e «sembrava», ma in realtà non comprendono affatto la profondità della situazione di Belluca, dimostrandosi superficiali e meschini: «E volevan sembrare afflitti, ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto.»
Un ulteriore contrasto tra Belluca e i suoi colleghi d’ufficio risiede nell’antitesi tra il «triste ospizio» e il «gajo azzurro della mattinata invernale», per illustrare l’opposizione tra la prigione e la libertà, tra chi è malato e chi è in salute.
Il narratore esterno ha un punto di vista diverso sullo stato di Belluca e utilizza la ripetizione «naturalissimo caso» per rafforzare la comprensibilità della sua situazione, compatendolo per la condizione difficile in cui ha vissuto per tanti anni, mentre i suoi compagni parlano di una alienazione mentale:  
«E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva essere anche la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.»

La seconda sequenza

In questa sequenza, il narratore esterno ci offre un’ampia caratterizzazione di Belluca prima della «pazzia» attraverso un flashback sulla sua routine lavorativa. Mediante una serie di cinque epiteti, viene descritto come un uomo molto «mansueto e sottomesso, metodico e paziente», come anche «circoscritto entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista».
Agli epiteti sopramenzionati si aggiungono le metafore «casellario ambulante» e «vecchio somaro», quest’ultima ripetuta due volte. La trama rivela lo sfruttamento subìto per anni: i colleghi lo frustavano «così per ridere», ma Belluca accettava le «bastonature della sorte» senza fiatare. Si evince quindi l’idea che Belluca era stato ridotto a pura funzione, un automa in cui l’alienazione era diventata passività estrema.
Questa seconda sequenza, la più complessa e importante, presenta una serie di analessi, che si apre con la prima analessi riguardante la sera avanti con la ribellione di Belluca. All’inizio della sequenza si ricorre a un artificio stilistico per cui il narratore esterno abbraccia il punto di vista dei compagni, ma solo per introdurre la caratterizzazione di Belluca, impiegato sottomesso, la cui ribellione non si sarebbe potuta spiegare che per una «vera e propria alienazione mentale».
È così che la ribellione «come effetto d’una improvvisa alienazione mentale» introduce la seconda analessi, la mattina avanti, in cui Belluca «s’era presentato con un’aria insolita, nuova; e – cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo di una montagna – era venuto con più di mezz’ora di ritardo.» Emerge qui l’iperbole «il crollo di una montagna», per rafforzare l’idea.
Il cambiamento improvviso di Belluca viene ampiamente descritto nella stessa maniera iperbolica:
«Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutto a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.»   
Si fa poi riferimento a «tutto il giorno» in cui Belluca «non aveva combinato niente», per tornare di nuovo alla sera prima quando “«s’era ribellato, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.»
Viene qui evidenziato il fattore scatenante del grande cambiamento di Belluca, il fischio del treno, in correlazione con il titolo della novella. Il treno «porta» Belluca in giro per il mondo attraverso l’immaginazione, perciò il fischio rappresenta il suo «risveglio», la sua presa di coscienza, che funge da vero e proprio spartiacque esistenziale che segna il passaggio del protagonista da una condizione di alienazione passiva a una forma di liberazione mentale.
La seconda sequenza si chiude con il ricovero di Belluca in ospizio, rimandando il lettore al momento iniziale della narrazione.

La terza sequenza

La terza sequenza ci presenta il grande cambiamento di Belluca dopo il fischio del treno e si sofferma sulla nuova caratterizzazione del protagonista, con particolare attenzione agli occhi che sono l’espressione dell’anima e al contrasto tra prima e dopo: «quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice». La descrizione è ricca di epiteti, ai quali si aggiungono l’enumerazione e la comparazione.
Il nuovo Belluca parla di «cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita».
La stessa tecnica del contrasto oppone il vecchio Belluca, contraddistinto dalla metafora «macchinetta di computisteria», al nuovo Belluca con il suo linguaggio poetico: «azzurre fronti di montagne nevose», «viscidi cetacei che con la coda facevan la virgola».
Questa sequenza propone un espediente che fa cambiare anche il narratore che qui racconta la storia in prima persona, pur non essendo protagonista. Egli ritorna all’idea che si tratti di qualcosa di spiegabile «naturalissimamente»:
«Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena lo avrò veduto e avrò parlato con lui.»

La quarta sequenza

Nella quarta sequenza, il narratore, sempre in prima persona, condivide con i lettori le sue riflessioni sulla vita che aveva vissuto Belluca, caratterizzata dall’epiteto «impossibile», ripetuto ben tre volte in poche righe.
Emerge qui la metafora della «coda naturalissima»:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, l’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per sé stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
“Una coda naturalissima”».
Questa metafora è il cuore della visione umoristica di Pirandello e rappresenta il contrasto tra apparenza ed essenza, con il passaggio dall'avvertimento al sentimento del contrario. Pirandello critica la superficialità della società che etichetta come «matto» chiunque provi a rompere gli schemi, senza sforzarsi di comprendere il dramma che ha generato quella rottura.

La quinta sequenza

La quinta sequenza svela al lettore chi è il narratore: il vicino di casa di Belluca, che continua a narrare in prima persona.
Qui lo spazio è la casa di Belluca, descritta come un luogo soffocante. Il tempo riguarda un passato ripetitivo, raccontato attraverso una lunga analessi. Il narratore riferisce che Belluca viveva con tre donne cieche («la moglie, la suocera e la sorella della suocera»), due figlie vedove e sette nipoti, tutti a suo carico. La casa era sempre piena di rumori, persone che si lamentavano e richieste continue. La narrazione insiste sul caos che c’era dentro la casa: «Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi». L’enumerazione serve a far percepire il peso delle responsabilità di Belluca il quale, per «dar da mangiare a tutte quelle bocche», si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa».
È così che Belluca appare come vittima anche in ambito familiare, non solo in quello lavorativo, costretto a sacrificare completamente sé stesso:
«Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.»

La sesta sequenza

Nella sesta sequenza il narratore, arrivato all’ospizio, si rivolge direttamente al lettore, facendolo ancora partecipe della storia, ed esprime il punto di vista di Belluca che coincide con il suo, cioè che si tratta di «un fatto naturalissimo» e che, invece di essere impazzito, Belluca «rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito».
Ci viene raccontato come Belluca si era dimenticato che esisteva un mondo al di fuori della sua routine giornaliera e che vagava come una «bestia bendata», metafora che riprende quella del «vecchio somaro» utilizzata nella seconda sequenza, tra casa e lavoro, senza sosta, scordandosi del mondo esterno: «Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.» Questa frase è il punto di rottura tra la trappola (la forma) e la scoperta della vita (il flusso). Per Pirandello, dimenticare il mondo non è un’amnesia volontaria, ma l’effetto paralizzante della routine.
Belluca rappresenta così l’uomo moderno che, assorbito dal proprio ruolo sociale, perde il contatto con la natura e con la propria interiorità. La sua «follia» è in realtà un ritorno alla realtà totale.

La settima sequenza

La settima è la sequenza della rivelazione, il fischio del treno. La narrazione torna, a ritroso, a «due sere avanti», quando Belluca «buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.» Quel suono ha risvegliato in lui la consapevolezza dell’esistenza di un modo più grande.
Il fischio del treno rappresenta un’epifania, cioè un’illuminazione improvvisa della coscienza. È il simbolo della possibilità di evasione mentale prima ancora che fisica.
Qui il narratore chiarisce definitivamente il significato del comportamento di Belluca, adottando una focalizzazione interna e mostrando con chiarezza la sua nuova consapevolezza. Mantiene però un tono razionale e distaccato, tipico di Pirandello, evitando qualsiasi giudizio morale.
Il narratore diventa quindi una voce di mediazione tra Belluca e la società: spiega al lettore che Belluca non è pazzo, ma che ha scoperto una forma di libertà interiore che gli permette di continuare a vivere.
Pirandello utilizza questo elemento sonoro, il fischio del treno, come apertura verso l’oltre, verso una dimensione che rompe la «gabbia» quotidiana. Il treno è la metafora della fantasia liberatrice, della capacità dell’individuo di andare oltre la propria «forma» sociale. Belluca diventa così l’esempio dell’uomo che recupera la propria realtà interiore.
«E, dunque, lui – ora che il mondo gli era rientrato nello spirito – poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!»

L’ottava sequenza

L’ultima sequenza si apre con un’iperbole, «cataclisma», che rimanda alla ribellione di Belluca che lo faceva sembrare pazzo, causata dal fatto che il mondo intero si era rifugiato nella sua mente troppo in fretta e le sue dimensioni erano troppo grandi: «Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma.»
Quando il suo nuovo atteggiamento mentale si sarà stabilizzato, si calmerà e tornerà al lavoro, scusandosi con il capo-ufficio. E i suoi colleghi lo potranno vedere cambiato, nonostante la sua vita esteriore sia rimasta la stessa. Anche se le difficili condizioni quotidiane non sono cambiate, Belluca ha scoperto una nuova libertà interiore. Il fischio del treno gli ha aperto la mente e gli ha permesso di evadere dalla realtà con la fantasia.
«Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui, come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo.»
La vita di Belluca non migliora dal punto di vista materiale, ma cambia profondamente a livello interiore. Egli non è più schiavo della routine e delle sofferenze quotidiane, perché ora sa di poter scappare con il pensiero. La sua immaginazione diventa un mezzo di salvezza e gli permette di sopportare una realtà opprimente.

Conclusioni e messaggio della novella

Rebecca Senis: Attraverso la vicenda di Belluca, Pirandello esplora alcuni temi cardine: l’alienazione dell’uomo moderno, oppresso dal lavoro e dalle responsabilità familiari che lo privano della propria identità, e l’evasione attraverso la fantasia, che rappresenta una forma di ribellione silenziosa e di salvezza interiore.
Il messaggio della novella è che la vera libertà non è esteriore, ma interiore. Anche in una vita fatta di sofferenza e sacrifici, l’uomo può ritrovare sé stesso grazie all’immaginazione e alla consapevolezza.

Anna Caradji: Pirandello invita il lettore a riflettere sulla relatività dei giudizi e sul valore della libertà interiore.

Alexia Cujba: La novella ci insegna la differenza tra giudizio e pregiudizio e di non trarre conclusioni senza sapere abbastanza di una situazione.

Maria Dumitrescu: Quest’opera mette in evidenza l’importanza delle piccole pause e del vivere il momento presente, ma anche il fatto che non dobbiamo sprecare la nostra energia per persone che non la meritano. Inoltre, ci ricorda che dobbiamo rispettare noi stessi e non permettere a nessuno di umiliarci. «Carpe diem» è un invito alla lucidità, non all’impulsività: vivere consapevolmente nel presente senza cercare continuamente piaceri rapidi e soddisfazioni superficiali. Quindi, la vita va vissuta con equilibrio, con moderazione, con un vero apprezzamento del momento presente, l’unico tempo su cui abbiamo davvero controllo.

Sara Lombardi: Pirandello afferma che la vera follia è rinunciare all’immaginazione.

Alexandra Mischie: Il treno ha fischiato non si limita a raccontare la vicenda di un impiegato oppresso, ma si configura come una profonda esplorazione della mente traumatizzata e della capacità dell’essere umano di costruire una seconda vita, una vera e propria narrativa interna che consente di sopravvivere e dare senso all’esistenza. Credo che attraverso le otto sequenze letterarie, Pirandello mostri come Belluca sviluppi un doppio narrativo, in cui l’io esteriore metodico, sottomesso e vincolato dai doveri quotidiani, convive con un io interiore autonomo, creativo e immaginativo. Questa seconda coscienza non è semplicemente un rifugio dalla realtà, ma una forma attiva di resistenza, un modo attraverso cui il protagonista può interpretare, rielaborare e reinventare la propria esperienza, creando un ordine interiore che sfugge alla rigidità della vita esterna, quella lavorativa.

Raini Pop: Pirandello ci ricorda che la vera dignità risiede nel rispetto di sé stessi e nella capacità di concedersi «piccole pause» di libertà interiore per non soccombere sotto le pressioni di una società che ci vorrebbe automi.

Denise Rotariu: Pirandello ci insegna che la vera follia è rinunciare all’immaginazione, l’unico strumento capace di rendere vivibile una vita altrimenti insopportabile.

Larissa Stanca: Il messaggio del testo è che bisogna rispettare sé stessi e la propria dignità, affrontando la vita con consapevolezza e determinazione, senza permettere agli altri di trattarci in modo ingiusto. Belluca, dopo il fischio del treno, comprende che è importante non accettare le ingiustizie e decide di assumersi la responsabilità della propria vita e di reagire con coraggio, diventando più forte e deciso.

Anna Caradji, Alexia Cujba, Maria Dumitrescu, Sara Lombardi,
Alexandra Mischie, Raini Pop, Denise Rotariu, Rebecca Senis, Larissa Stanca
I anno, Facoltà di Lettere, Università dell’Ovest di Timișoara
Coord. Afrodita Cionchin

(n. 6, giugno 2026, anno XVI)