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I Promessi sposi di Alessandro Manzoni: un romanzo per l’Italia
Premessa
I Promessi sposi è un’opera percorsa per intero da uno slancio ideale alla creazione di una nazione italiana, costruita su uno stato di diritto, che fa le leggi e le fa applicare, su una comunità unita da un’identità linguistica, culturale, etica e religiosa; da una visione economica che privilegia l’apertura verso la produzione industriale, com’è dimostrato dalla polemica contro la struttura produttiva milanese, ancora condizionata da retaggi agrari e feudali; a favore invece di quella veneta e bergamasca orientata verso l’industria, verso il superamento di barriere doganali e verso un mercato più libero; infine verso un’espansione occupazionale anche attraverso l’utilizzo di manodopera forestiera.
Il protagonista dell’opera, Renzo Tramaglino, da sposato, avvierà infatti un’impresa industriale comprando un filatoio e andrà a vivere con la famiglia, che si sta formando, proprio nel bergamasco, dopo aver venduto la sua piccola proprietà agricola, che possedeva nel paese d’origine.
Questa grande progettualità dell’opera l’avevano capita due grandi artefici dell’indipendenza italiana, Camillo Benso conte di Cavour, che volle Manzoni tra i senatori a vita, e Giuseppe Garibaldi, che, in un incontro a Milano, riconobbe il contributo dato dalla sua opera alla causa italiana: “Permettete – disse Garibaldi – ch'io venga a prestare un omaggio ad un uomo che tanto onora l'Italia”.
Le dinamiche politiche
Per penetrare nelle dinamiche politiche ed economiche, nell’ansia di giustizia, che animano questo progetto di un’Italia libera, l’approccio ermeneutico a I Promessi sposi non può essere condizionato dall’ansia di un giudizio tempestivo; il romanzo va al contrario sottoposto a un’analisi accurata per scoprirne i significati profondi, che, a una lettura superficiale, potranno decisamente sfuggire.
Una lectio facilior, coltivata anche da studiosi illuminati, ci aveva consegnato un’interpretazione a carattere moraleggiante e provvidenzialistico degli eventi narrati.
Gli studi recenti, concentrati soprattutto nella seconda metà del Novecento e in questo quarto di nostro secolo, ci hanno giustamente restituito un’opera problematica, drammatica e ricca di contenuti civili.
In essa è rappresentato un mondo dominato da un gioco di forze, che si contrastano tra loro in maniera inconciliabile: un potere politico costituito, violento e repressivo, e un potere alternativo, non costituito, ma che aspira a sostituirsi a quello; una Chiesa supina alle classi dominanti e una chiesa nuova, che s’oppone a quell’alleanza; una società senza leggi e l’aspirazione a uno stato di diritto, guidato da leggi non soggettive, ma riconosciute da una comunità nazionale.
La trama sviluppa altresì storie di grandi figure individuali, anch’esse oppositive, espressione ciascuna di una tematica o di un’idea: Don Abbondio e il cardinale Federico Borromeo, Fra Cristoforo e il padre provinciale, Renzo e don Rodrigo, Gertrude e il principe padre, Lucia e l’Innominato, il sarto e don Ferrante.
Il contrasto si estende anche alle idee e ai soggetti collettivi: un male reale e un bene ipotetico, la libertà dell’uomo e la provvidenza divina, il popolo in rivolta per la carestia e il popolo vittima degli artifici di un sapere falsificato, la comunità dei cappuccini e quella di don Rodrigo e dei suoi bravi, una lingua viva e nazionale e i linguaggi regionali angusti e incomunicabili, il sapere erudito della biblioteca di don Ferrante e quello costruttivo della biblioteca ambrosiana.
Sono opposti inconciliabili e la stessa speranza di una pacificazione e di una chiusura ottimistica dell’opera rimane delusa.
Manzoni aveva frequentato troppi maestri del dubbio nella Francia del gruppo di intellettuali di Port Royal per guardare alla storia in maniera idilliaca.
La storia è fatta di contrasti incancellabili. Farli scomparire sarebbe impossibile.
Lo scrittore non cade però in un pessimismo statico. Il suo è un pessimismo critico e dinamico, che non esclude l’azione umana per fermare le forze distruttive.
C’è l’ineluttabilità del conflitto storico, ma ci sono anche forze alternative e c’è soprattutto la responsabilità umana, che è chiamata a dare regole a quel conflitto insanabile e quindi a placarlo per rendere più vivibile il contesto storico-sociale.
Oltre all’etica, al diritto e all’azione della religione, la politica e l’economia possono svolgere un ruolo principale per mitigare la violenza della storia e costruire quindi un destino migliore per l’umanità.
Ma cos’è la storia senza la politica? – diceva spesso don Ferrante – Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida. (Cap. XXVII).
La politica è definita in maniera esplicita la guida della storia.
C’è una reciprocità tra storia e politica. La storia è il soggetto, il contenuto; la politica è la guida. L’espressione è usata da un erudito, il quale però tra i libri della sua biblioteca, che preferisce studiare, vi sono soprattutto testi, che trattano di cose politiche, come quelli di Jean Bodin, Bartolomeo Cavalcanti, Francesco Sansovino, Paolo Paruta e Traiano Boccalini, anche se i libri da lui preferiti sono il Principe e i Discorsi di Niccolò Machiavelli e la Ragion di stato di Giovanni Botero.
Quale la natura di questa nuova visione politica, Manzoni la chiarisce nella presentazione di uno dei personaggi chiave della nuova Italia, Federico Borromeo.
Il Cardinale, giunto in un paese della provincia di Lecco e poi nello stesso paese di Renzo e Lucia per una visita pastorale, darà una svolta alla vicenda dei due promessi sposi, dopo l’incontro con l’Innominato e dopo essere stato informato del rifiuto del curato di celebrare il matrimonio.
Nel carattere del cardinale lo scrittore precisa ancor di più le sue idee politiche.
Non la politica di quegli istitutori del Borromeo, che per farsi ben volere «o fossero mossi da quella svisceratezza servile che s’invanisce e si ricrea nello splendore altrui; o fossero di que’ prudenti che s’adombrano delle virtù come de’ vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi». (Cap. XXII). La politica per il Manzoni non significa collocarsi nel mezzo. Chi si colloca nel «mezzo» ama stare nella posizione che gli sta più comoda.
Riflessione di forte innovazione; una scelta politica deve essere alternativa alle possibili scelte che sono campo.
Il cardinale, infatti, pur essendo di origine nobile e pur potendo quindi godere di vari privilegi, non li ricercò: «I vantaggi d’un altro genere, che la sua gli avrebbe potuto procurare, non solo non li ricercò, ma mise ogni studio a schivarli. Volle una tavola piuttosto povera che frugale, usò un vestiario piuttosto povero che semplice; a conformità di questo, tutto il tenore della vita e il contegno. Né credette mai di doverlo mutare, per quanto alcuni congiunti gridassero e si lamentassero che avvilisse così la dignità della casa». (Cap. XXII)
Manzoni colloca l’azione politica nel solco della partecipazione popolare, come aveva già sostenutonell’ode Marzo 1821, anno dei primi martiri italiani. In questa ode Manzoni sostiene che gli italiani non devono attendere che l’indipendenza ci sia concessa dagli stranieri, ma dovrà essere una loro conquista, da realizzare solo attraverso una maggiore fiducia nel popolo e in un’Italia che sia «Una d’arme, di lingua, d’altare/,Di memorie, di sangue e di cor» (vv.31-32).Occorre un popolo unito dall’appartenenza territoriale, dall’identità linguistica e religiosa, dalla sua storia in un patto fraterno, sancito dall’impegno solenne di un giuramento «L’han giurato: altri forti a quel giuro/Rispondean da fraterne contrade» (vv. 9-10).
La trama dell’opera si svolge in una delle zone, il Lombardo-veneto, in cui stava maturando parte del movimento risorgimentale e si stava quindi giocando gran parte del destino futuro dell’Italia.
Il ‘600 è il secolo, che fa da sfondo a tutta la storia. Anche questo contesto storico nasce da una scelta chiara: assimilare quella storia di asservimento italiano ai poteri stranieri alle condizioni di dipendenza italiana dal potere austriaco nell’Ottocento, che è il secolo, in cui visse l’autore.
Manzoni aveva rappresentato questa visione storica già con le due tragedie, ma la struttura stessa dell’opera tragica, concentrata in genere su un tema sviluppato per sortire effetti catartici, prodotti dalla fede in un mondo di valori superiori, impediva la rappresentazione dell’ampiezza della drammaticità della realtà.
Il modello del romanzo invece, con le sue ampie narrazioni, poteva prestarsi bene, ma bisognava liberarlo dal peso eccessivo dell’invenzione per dare spazio alla storia e alla stessa riflessione dell’autore attraverso un’estensione di quel «cantuccio del poeta», che Manzoni aveva già sperimentato nelle tragedie.
Primo obiettivo è abbandonare una narrativa, contenitore solo di avventure, e scrivere invece un’opera su quei rapporti di forza in conflitto tra loro.
In precedenti opere Manzoni aveva già elaborato una nuova visione della letteratura. Nell’opera del 1823 Sul romanticismo, Lettera al Marchese Cesare d’Azeglio, che sarà suo consuocero, Manzoni aveva sottolineato che «il vero storico e il vero morale generano pure un diletto; e questo diletto è tanto più vivo e tanto più stabile, quanto più la mente che lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere».
Il vero storico manzoniano non è scollegato dalla funzione civile della letteratura; anzi la letteratura deve sapersi calare nel “vero”, cioè nella realtà civile e politica.
La stessa fabula narrata risponde a una dinamica politica perché ruota intorno a quel divieto, posto da un prepotente e comunicato attraverso i suoi bravi al curato Don Abbondio, di celebrare il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due popolani, per la prima volta scelti come protagonisti di un romanzo italiano.
Questa vicenda, che ha origine in un paese della provincia di Lecco, è contestualizzata a una storia più grande, italiana ed europea. Entra in un gioco di forze più ampio, in percorsi di vita dei due promessi sposi segnato da violenze di ogni genere.
L’extentio della fabula serve anche al Manzoni per collocare il problema della dipendenza italiana in una dimensione internazionale. Ne è la dimostrazione il riferimento alla guerra franco-asburgica per il possesso del Monferrato e per la conquista di Mantova.
Non dimentichiamo che lo stesso Cavour, per internazionalizzare il Risorgimento italiano, nel 1853 parteciperà con un contingente italiano del Regno di Sardegna alla guerra di Crimea perché in quel conflitto erano impegnate anche Inghilterra e Francia, con cui l’Italia stringerà alleanze future, che contribuiranno a dare uno sbocco positivo al movimento risorgimentale.
Regionalismo, nazionalismo e internazionalismo convivono nell’opera e la stessa fabula, ambientata in un paesino della provincia di Lecco, esce fuori dalla sua marginalità paesana e s’intreccia con la storia nazionale ed europea.
La fabula, quindi, non è estranea a tutto il processo socio-politico; è la rappresentazione in carne e ossa della drammaticità italiana del tempo.
Manzoni è attento a quello che stava avvenendo in quella fase storica in Italia e in Europa; osserva il movimento risorgimentale; è amico di quanti scrivevano sul giornale «Il conciliatore», strumento di diffusione delle nuove idee, chiuso dalla polizia austriaca, con l’arresto dei suoi componenti. Riflette su quella storia, su quegli arresti, sull’incapacità della classe dirigente e da questa riflessione parte la elaborazione dell’impianto ideale dell’opera.
I suoi giudizi sulla situazione storico-sociale del tempo sono riflessioni morali e pedagogiche rivolte a far crescere nel popolo la presa di coscienza di una situazione di dipendenza e a promuovere quindi una condizione di liberazione e di affrancamento dall’asservimento, dall’ingiustizia sociale, dalle prepotenze, che si esercitavano nei confronti dei più deboli.
Rispetto a questa situazione le dinamiche politiche nel romanzo si manifestano attraverso denunce radicali.
Gli attacchi manzoniani alle violenze e al servilismo sono sferzanti.
Sferzante è l’ironia sulle gride, decreti emessi dalle autorità del tempo contro «bravi e vagabondi», ai quali si «ordina di sgomberare le città» e si«intima la galera»(Cap. I),bravi, che saranno il braccio destro degli stessi promotori di quei bandi.
La denuncia si estende anche alla sfera privata quando un principe padre impone una monacazione forzata a una ragazza, come avviene per Gertrude, che, in nome della legge del maggiorasco, deve rinunziare al matrimonio e finire in un convento.
Lo stesso don Rodrigo è rappresentato come un buzzurro, che, con gesti grossolani, come la scommessa con il cugino Attilio, si gioca la conquista di una ragazza fino a farla rapire dall’Innominato.
Costante nell’opera è l’attacco al potere giudiziario e la condanna di processi superficiali, della pratica di violenze corporali per estorcere verità agli stessi indiziati e di sentenze emesse sulla base di congetture e opinioni o di indizi costruiti ad arte. È chiara qui la formazione manzoniana sulle idee, che circolavano in una famiglia, come la sua, nella quale il nonno Cesare Beccaria aveva scritto Dei delitti e delle pene, uno dei testi fondamentali dell’illuminismo lombardo e nel quale metteva in discussione norme di origine feudale e provvedimenti creati per il mantenimento dei privilegi della nobiltà e del clero, che agiva in combutta con la stessa classe nobiliare. Perciò il romanzo non termina con la creazione di una famiglia da parte dei due sposi promessi, ma continua con La storia della colonna infame, pubblicata in coda al romanzo, nella quale tratta del processo e della condanna a morte di due innocenti, come Guglielmo Piazza (commissario di sanità) e Gian Giacomo Mora (barbiere), giustiziati con il terribile supplizio della ruota.
L’autore colpisce funzionari e tutori della giustizia, asserviti ai potenti, come l’avvocato Azzeccagarbugli, la cui ridicola comicità riassume la risoluta condanna manzoniana.
Il comportamento avuto infatti nell’incontro con Renzo è la dimostrazione della natura servile del personaggio, il quale scambia Renzo per un bravo e poi dimostra di essere egli al servizio di un capo di bravi:
«“In verità, da povero figliuolo”, rispose Renzo, “io non ho mai portato ciuffo in vita mia”. “Non facciam niente”, rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. “Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”».
Quindi il mestiere dell’avvocato è quello di imbrogliare le cose chiare dette dai loro clienti.
Personaggio comico e servile, che poi Fra Cristoforo troverà seduto al tavolo di don Rodrigo.
Esplicita è anche la denuncia manzoniana dell’asservimento del potere religioso a quello politico, come avviene nell’incontro tra il conte zio e il padre provinciale, che accoglie, senza riserva alcuna, la richiesta di trasferire padre Cristoforo perché nel posto, in cui si trovava, era diventato scomodo.
Dopo un lungo colloquio tra i due, fatto di false cortesie reciproche e di giudizi mirati, il conte zio chiede il trasferimento in un altro luogo del padre cappuccino: «Perché non vorrei alle volte che mettessimo un impiastro dove non c’è ferita. E per quel che abbiamo concluso, quanto più presto sarà, meglio. E se si trovasse qualche nicchia un po’ lontana... per levar proprio ogni occasione...»e ilpadre provinciale «Giacché la cosa si deve fare, si farà presto».
Dopo la vicenda del matrimonio clandestino il romanzo entra nel vivo e si aprono altri e più ampi e drammatici scenari politici.
Il motore dell’azione diventa la separazione dei due promessi sposi: Renzo, inviato a Milano con una lettera di fra Cristoforo da consegnare a padre Bonaventura, e Lucia a Monza, ospitata in un convento.
È l’inizio di un percorso nel quale i due dovranno misurarsi con il male strutturato della storia.
Lucia vivrà l’esperienza del rapimento e quindi la sofferta permanenza nel castello dell’Innominato.
Renzo sarà arrestato, costretto a scappare con la taglia addosso di essere un ricercato dalla giustizia del tempo, ricerca che investe persino lo stesso governatore don Gonzalo; sarà scambiato, dopo lo scoppio della peste, per un untore, vittima anch’egli quindi di quelle trame e pratiche di sospetti, che colpiscono innocenti, che con la peste non hanno avuto nulla a che vedere.
A questo punto l’opera acquista significati politici più evidenti.
Renzo arriva a Milano nel momento in cui è in atto una protesta popolare contro la penuria del pane prima e contro il suo rincaro poi, deciso da una commissione di magistrati, nominati dal re Gonzalo, in contrasto con la meta fissata precedentemente dal gran cancelliere Ferrer, che sostituiva lo stesso Don Gonzalo, impegnato nella guerra a Casale Monferrato.
La problematica sarà trattata in ben nove capitoli (XI-XII-XIII-XIV-XV-XVI-XXVI-XXVII-XXVIII), nei quali la funzione di Renzo sarà centrale.
Il tumulto nel suo svolgersi assume il carattere di un movimento, i cui componenti nelle diverse manifestazioni svoltesi «si trovarono a’ posti convenuti (già c’era un’intelligenza: tutte cose preparate); si riunirono, e ricominciarono quella bella storia di girare di strada in strada, gridando per tirar altra gente»(Cap. XVI).
Non è una reazione protestataria, ma un’iniziativa pubblica, preparata con intelligenza e tesa a coinvolgere «altra gente»: «La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo. Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l’aveva proferito». (Cap. XII)
E in queste manifestazioni pubbliche si lanciano accuse e si denuncia il comportamento delle autorità pubbliche.
Tre però sono i personaggi che parleranno al pubblico in questa occasione: il cancelliere Ferrer, lo stesso Renzo e il mercante di Milano.
Tre figure espressioni ciascuno di una rappresentanza pubblica, usata in base alle loro funzioni e alla loro condizione sociale.
Ferrer usa la demagogia, caratteristica delle autorità politiche del tempo, dimostrandosi amico del popolo, venuto per fare giustizia, e nello stesso tempo suo nemico, come si nota dall’uso di parole in lingua spagnola incomprensibili. Al popolo che chiede di arrestare il vicario di provvigione Ferrer risponde: «- Sì, signori; pane, abbondanza. Lo condurrò io in prigione: sarà gastigato... si es culpable. Sì, sì, comanderò io: il pane a buon mercato. Así es... così è, voglio dire: il re nostro signore non vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame. Ox! ox! guardaos]: non si facciano male, signori. Pedro’ adelante con juicio. Abbondanza, abbondanza. Un po’ di luogo, per carità. Pane, pane. In prigione, in prigione».
L’altro oratore sarà Renzo, il quale appena arriva a Milano nota la presenza di farina dispersa per strada e pagnotte di pane per terra.
C’è una preparazione di Renzo alla partecipazione al tumulto popolare quando immagina che «“Grand’abbondanza, disse tra sé, “ci dev’essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di Dio”»e Manzoni, a proposito del suo personaggio protagonista dell’opera, osservache«per quanto noi desideriamo di far fare buona figura al nostro povero montanaro, la sincerità storica ci obbliga a dire che il suo primo sentimento fu di piacere. Aveva così poco da lodarsi dell’andamento ordinario delle cose, che si trovava inclinato ad approvare ciò che lo mutasse in qualunque maniera. E del resto, non essendo punto un uomo superiore al suo secolo, viveva anche lui in quell’opinione o in quella passione comune, che la scarsezza del pane fosse cagionata dagl’incettatori e da’ fornai; ed era disposto a trovar giusto ogni modo di strappar loro dalle mani l’alimento che essi, secondo quell’opinione, negavano crudelmente alla fame di tutto un popolo».
Renzo è incerto se partecipare oppure no; prima, infatti, decide di restare fuori dal tumulto, «ma poi pensò di dar prima un’altra occhiata al tumulto… Il vortice attrasse lo spettatore. “Andiamo a vedere”, disse tra sé; tirò fuori il suo mezzo pane, e sbocconcellando, si mosse verso quella parte”. Andava, ora lesto, ora ritardato dalla folla; e andando, guardava e stava in orecchi, per ricavar da quel ronzìo confuso di discorsi qualche notizia più positiva dello stato delle cose. Prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar l’ossa»e «s’avviò alla coda dell’esercito tumultuoso»(Cap. XII).
Nel capitolo XIII continua l’azione di protesta e il popolo infuriato s’indirizza verso la casa del vicario di provvigione, alcuni con propositi omicidi: «Renzo, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente» e nonostante non condividesse la posizione omicida di alcuni «fosse persuasissimo che il vicario era la cagion principale della fame, il nemico de’ poveri».
Ascolta quanti discutono tra di loro con congetture e disegni per il giorno dopo fino a farsi coinvolgere direttamente da questi discorsi e argomentare anch’egli una sua idea di ciò che stava succedendo: «“signori miei! – gridò, in tono d’esordio: – devo dire anch’io il mio debol parere? Il mio debol parere è questo: che non è solamente nell’affare del pane che si fanno delle bricconerie: e giacché oggi s’è visto chiaro che, a farsi sentire, s’ottiene quel che è giusto; bisogna andar avanti così, fin che non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo vada un po’ più da cristiani”». (Cap.XIV)
È un perfetto discorso politico.
Analizza poi la situazione e poiché Ferrer aveva fissata la meta, tolta poi col rincaro voluto da Don Gonzalo, concepisce infatti che «Bisogna andar da Ferrer, quello che con la meta aveva abbassato il prezzo del pane. «“Bisogna che lui comandi a chi tocca… e formare un buon processo addosso a tutti quelli che hanno commesso di quelle bricconerie; e dove dice prigione, prigione; dove dice galera, galera; e dire ai podestà che faccian davvero; se no, mandarli a spasso, e metterne de’ meglio: e poi, come dico, ci saremo anche noi a dare una mano. E ordinare a’ dottori che stiano a sentire i poveri e parlino in difesa della ragione. Dico bene, signori miei?”»(Cap. XIV)
È un’assemblea pubblica e gli uditori per gran parte plaudono al discorso di Renzo: «Un grido confuso d’applausi, di – bravo: sicuro: ha ragione: è vero pur troppo, – fu come la risposta dell’udienza»Ma tra gli uditori ve ne sono anche alcuni che criticano: «“- Eh sì, – diceva uno: – dar retta a’ montanari: son tutti avvocati –; e se ne andava. - Ora, – mormorava un altro, – ogni scalzacane vorrà dir la sua; e a furia di metter carne a fuoco, non s’avrà il pane a buon mercato; che è quello per cui ci siam mossi”». Ma comunque si danno appuntamento per il giorno dopo per continuare «“A rivederci a domani. - Dove? - Sulla piazza del duomo. - Va bene. - Va bene. - E qualcosa si farà. - E qualcosa si farà”»(Cap.XIV).
Il discorso di Renzo sui tumulti di Milano continua, come abbiamo detto, all’osteria della lunapiena, in una discussione tra gli avventori del luogo, Renzo esprime le sue ragioni: «“Basta; se ne deve smetter dell’usanze! Oggi, a buon conto, s’è fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza torcere un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia”». (Cap. XIV).
Completamente opposta è la versione sui fatti di Milano da parte di un mercante, il terzo oratore, che fa sosta all’osteria di Gorgonzola, nella quale si trova anche Renzo dopo essersi liberato dai manichini messigli ai polsi dagli sbirri, che l’avevano arrestato all’osteria della luna piena. Il mercante esordisce: «“Stamattina dunque que’ birboni che ieri avevano fatto quel chiasso orrendo, …Sapete che è come quando si spazza, con riverenza parlando, la casa; il mucchio del sudiciume ingrossa quanto più va avanti. Quando parve loro d’esser gente abbastanza, s’avviarono verso la casa del signor vicario di provvisione; come se non bastassero le tirannie che gli hanno fatte ieri:….bisognava veder che canaglia, che facce: figuratevi che son passati davanti alla mia bottega: facce che... i giudei della Via Crucis non ci son per nulla. E le cose che uscivan da quelle bocche! da turarsene gli orecchi”»(Cap. XVI).
Mercante ostile a quel movimento di popolo ed eloquente difensore di quella giustizia, che salvaguarda solo i suoi interessi.
Sono ben nove i capitoli dell’opera dedicati ai tumulti di Milano, attraversati da dinamiche politiche interne al popolo, reso soggetto politico dalle tre differenti interpretazioni, date a quella protesta dai tre personaggi chiave che sono, come abbiamo visto, Ferrer, Renzo e il mercante di Milano.
Le masse popolari non solo sono vittime di prevaricazioni e di abusi, ma anche di essere escluse da un sapere e da quella lingua, usata dalle classi dominanti, per manipolarle e deprivarle dei loro diritti elementari.
Nel discorso di Renzo c’è il riconoscimento del valore di ciò che si è fatto «“tutto in volgare… e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche di meglio”» e c’è la presa di coscienza degli abusi di un sapere strumentale per «“imbrogliare un povero figliuolo… per confondergli la testa”». (Cap. XIV)
In questa posizione del protagonista dell’opera, che è poi quella del Manzoni, si coglie il valore totalizzante dei movimenti popolari. La cui iniziativa non termina con quella protesta, deve continuare anche dopo. Renzo infatti, dopo l’arringa e l’applauso degli uditori, si dà appuntamento con loro il giorno successivo nella piazza del duomo, per continuare la protesta.
Lo stesso Renzo, con il suo intervento amplia la dimensione del movimento quando inserisce nella rivolta popolare anche la sua storia personale. Oggi – sostiene Renzo – è nato un movimento, che domani potrà crescere e fare di meglio se saprà «regolarsi» se saprà darsi cioè delle regole e quindi senza torcere «un capello a nessuno» si potrà fare giustizia. Afferma infine che «“bisogna andar avanti così, fin che non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze”».
Nel caso della distribuzione del pane lo stesso finto poliziotto, di nome Ambrogio Fusella, si schiera dalla parte della povera gente e formula una regola: «“Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero campare. E poi, distribuire il pane in ragione delle bocche: perché c’è degl’ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente. Dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un bel biglietto a ogni famiglia, in proporzion delle bocche, per andare a prendere il pane dal fornaio.”»
Il popolo quindi, che si è ribellato alle scelte di politica economica, diventa in questo capitolo quattordicesimo del romanzo un soggetto, che, quando si muove, potrà puntare a un cambiamento generale.
Nei capitoli XXVI-XXVII-XXVIII ritorna a Milano la carestia, che questa volta produce desolazione, disperazione tra i cittadini, privi del pane necessario a causa di provvedimenti contraddittori e inadeguati al momento.
Provvedimenti nei quali viene coinvolto di nuovo il governatore Don Gonzalo. Quest’ ultimo, per i risultati negativi circa l’assedio di Casale Monferrato, viene rimosso dall’incarico e sostituito dal genovese Ambrogio Spinola, distintosi nella guerra in Fiandra. Il popolo ritorna a farsi sentire nel momento in cui don Gonzalo lascia il palazzo del governo con la sua carrozza: «All’uscir dunque, in carrozza da viaggio, dal palazzo di corte…. fu accolto con gran fischiate da ragazzi ch’eran radunati sulla piazza del duomo, e che gli andaron dietro alla rinfusa»e più avanti«La moltitudine, che le guardie avevan tentato in vano di respingere, precedeva, circondava, seguiva le carrozze, gridando: – la va via la carestia, va via il sangue de’ poveri, – e peggio. Quando furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni, torsoli, bucce d’ogni sorte, la munizione solita in somma di quelle spedizioni; una parte corse sulle mura, e di là fecero un’ultima scarica sulle carrozze che uscivano». (Cap. XXVIII)
Le dinamiche socio-economiche
Un discorso a parte meritano le dinamiche socio-economiche, anch’esse diffuse in più parti dell’opera e analizzate con capacità, anche tecnica, soprattutto nell’interpretare i flussi commerciali e la loro incidenza sull’economia e sulla società in generale.
Nel 1958 Luigi Einaudi scrisse che il capitolo dei Promessi sposi sulla carestia era una lezione insuperabile di economia politica e di rigore intellettuale, «un capitolo meraviglioso […] che io non mi stanco di raccomandare come testo classico dal quale cominciare l’insegnamento elementare della scienza economica. Manzoni poté scrivere quel capitolo perché aveva letto e meditato e scritto appunti critici sui maggiori economisti italiani e stranieri.» (Luigi Einaudi, Per l’unità della cultura europea, «Il Resto del Carlino», 9 luglio 1958).
La visione economica del Manzoni si evidenzia soprattutto nei capitoli XII, XXVIII e XXXVII del romanzo. La riflessione sul prezzo è di una modernità straordinaria.
In un mercato dominato dalla concorrenza il prezzo, secondo Manzoni, è un elemento di equilibrio tra la domanda e l’offerta di un prodotto, di proporzione «tra il bisogno e la quantità» senza la quale, sostiene che «quella qualunque raccolta non era ancor finita di riporre, che le provvisioni per l’esercito, e lo sciupinìo che sempre le accompagna, ci fecero dentro un tal vòto, che la penuria si fece subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro» (Cap XII), visione questa, della necessità del rincaro, che produrrà però l’effetto positivo, quando Renzo può comprare una casa e ammobiliarla: «S’occupò intanto de’ preparativi più necessari: trovò una casa più grande; cosa divenuta pur troppo facile e poco costosa; e la fornì di mobili e d’attrezzi, intaccando questa volta il tesoro, ma senza farci un gran buco, ché tutto era a buon mercato, essendoci molta più roba che gente che la comprassero» (Cap. XXXVII).
Questa concezione del mercato lo porta a criticare le scelte del gran cancelliere Antonio Ferrer, che prima ha fissato un prezzo del grano, poi lo ha ribassato, poi ancora ha imposto che ognuno ne comprasse una certa quantità, poi ancora ha confiscato la metà delle derrate, quindi ha vietato di esportare il pane, infine viene revocato la meta, cioè il limite del prezzo, precedentemente fissato.
Nelle sue posizioni sul piano economico non c’è la condivisione di una specifica teoria economica, Manzoni ragiona sulla base del contesto del tempo. Siamo in una fase proto-industriale, nella quale una nascente industria, ancora legata alla produzione agricola non sempre riusciva a garantire quella disponibilità di beni e prodotti, che potessero soddisfare il fabbisogno generale della popolazione.
L’autore dei Promessi sposi propende perciò per un’economia di mercato fondata sulla libera concorrenza e su una gestione proporzionale nella vendita dei prodotti in periodi di carestia.
Dimostra inoltre di privilegiare il principio della libertà contro quei vincoli mercantilistici, come le barriere doganali, che rischiavano di danneggiare un’economia, che è resa dinamica dai flussi di esportazione e importazione.
Da qui la critica all’economia milanese secentesca perché troppo chiusa nel rapporto tra manifattura e agricoltura. Renzo «teneva un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso quando il filatoio stava fermo»(cap. II). Questo sistema produttivo, un misto agro-industriale era andato in crisi a Milano.
Nella vicina Bergamo invece, dipendente dalla Repubblica veneta, queste attività stavano vivendo una fase espansiva.
Manzoni, pur essendo un lombardo, è l’unico a individuare un luogo d’integrazione, come il bergamasco, dove il lavoro è protetto e incentivato, dove si promuovono attività sempre nuove, grazie agli investimenti di capitali accumulati.
Renzo e Lucia guardano a questi luoghi sia nella preparazione del matrimonio clandestino all’inizio del romanzo «A due passi da qui sul bergamasco, chi lavora seta è ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo, mio cugino, m’ha fatto sollecitar d’andar con lui, che farei fortuna, com’ha fatto lui» (Cap. VI) sia alla fine dell’opera quando Renzo e Lucia non sono più promessi, ma sono sposi. Renzo investe nell’industria serica il capitale che ha ricavato dalla vendita dei beni all’erede di don Rodrigo. All’inizio l’attività incontrò qualche difficoltà, ma poi, grazie a una scelta illuminata da parte di Venezia l’impresa intraprese la giusta strada: «Gli affari andavan d’incanto: sul principio ci fu un po’ d’incaglio per la scarsezza de’ lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni de’ pochi ch’eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le paghe degli operai; malgrado quest’aiuto le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un altro editto, un po’ più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da ogni carico reale e personale ai forestieri che venissero a abitare in quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna». (cap. XXXVIII).
L’integrazione di lavoratori stranieri diventa la spinta allo sviluppo dell’industria nel bergamasco, scelta questa che alimenterà un conflitto tra l’area lombarda e quella veneta, come si evince dalla nota del Governatore don Gonzalo, che lamenta le scelte fatte da Bergamo nell’ambito del lavoro.
Manzoni, come ci fa capire, matura queste idee nel contesto del dibattito che animò l’economia italiana tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’‘800, senza nascondersi l’apporto di opere come Riflessioni sulle leggi vincolanti principalmente nel commercio de’ grani con applicazione allo Stato di Milano di Pietro Verri e Sul commercio dei commestibili e caro prezzo di Melchiorre Gioia.
Manzoni ha una particolare attenzione per il commercio, cosa che ha suscitato diverse discussioni tra i critici.
«Il Manzoni – sostiene Antonio Gramsci – esalta il commercio e deprime la poesia (la retorica). Nelle opere inedite ci sono dei brani in cui il Manzoni biasima l'unilateralità dei poeti che disprezzano la «sete dell'oro dei commercianti, disconoscono l'audacia dei navigatori mentre parlano di sé come di esseri sovrumani». E lo stesso Gramsci, per supportare il suo giudizio, richiama una lettera al Fauriel, in cui Manzoni scrive: «Pensi di che sarebbe più impacciato il mondo, del trovarsi senza banchieri o senza poeti, quale di queste due professioni serva più, non dico al comodo, ma alla cultura dell'umanità». (Carlo Franelli, Il Manzoni e l'idea dello scrittore, Critica Fascista 15-12-1931).
E ricorda ancora Gramsci lo stesso citato Fanelli quando aggiunge: «I lavori di storia e di economia politica li mette piú in alto che una letteratura piuttosto leggera. Sulla qualità della cultura italiana d'allora ha dichiarazioni molto esplicite nelle lettere all'amico Fauriel. Quanto ai poeti, la loro tradizionale megalomania lo offende. Osserva che oggidí perdono tutto quel gran credito che godettero in passato. Ripetutamente ricorda che alla poesia ha voluto bene in gioventú».
Diversi sono i personaggi, che nel romanzo, si dedicano al commercio. C’è il padre di Lodovico, che, avendo guadagnato già abbastanza coi traffici commerciali, vi rinunzia vivendo nel benessere e sforzandosi di dimenticare la precedente attività perché di essa ormai prova vergogna.
Lo stesso Renzo è un filatore di seta e quindi legato al mondo del commercio e della produzione. Alla fine della sua tormentata vicenda sceglie proprio di intraprendere un’attività serica, legata al commercio.
Altro rappresentante del commercio è il padrone della locanda della Luna piena dove Renzo si reca in compagnia del poliziotto travestito, in seguito ai tumulti del giorno di S. Martino a Milano: compare nei cap. XIV e XV ed è descritto come un uomo «con una faccia pienotta e lucente, con una barbetta folta, rossiccia, e due occhietti chiari e fissi».
L’oste chiede i dati anagrafici a Renzo, mostrandogli anche la grida che lo impone e Renzo esordisce dicendo:
«“Parlo bene, signori? Gli osti dovrebbero tenere dalla parte de’ buoni figliuoli... Senti, senti, oste; ti voglio fare un paragone... per la ragione… Dimmi un poco; chi è che ti manda avanti la bottega? I poveri figliuoli, n’è vero? dico bene? Guarda un po’ se que’ signori delle gride vengono mai da te a bere un bicchierino”».
Altra figura legata al commercio è la mercantessa, un’agiata vedova di un mercante milanese, che ha perso tutta la sua famiglia a causa della peste. Colpita anche lei dal contagio, è ricoverata al Lazzaretto e sistemata nella stessa capanna, in cui si trova Lucia, alla quale si affeziona, desiderando quasi farle da madre: «La mercantessa che, avendo lasciata in custodia d’un suo fratello commissario della Sanità, la casa e il fondaco e la cassa, tutto ben fornito, era per trovarsi sola e trista padrona di molto più di quel che le bisognasse per viver comodamente, voleva tener Lucia con sé, come una figliuola o una sorella.» (Cap. XXVI). Il personaggio tornerà nei capitoli seguenti e si congederà dai due sposi al momento della loro partenza per il bergamasco; è lei, inoltre, a informare Lucia del destino di Gertrude, arrestata su ordine del cardinal Borromeo in seguito ai suoi delitti (Cap. XXVII).
C’è infine il mercante, che si ferma nell’osteria di Gorgonzola, dove si trova anche Renzo dopo la fuga da Milano. A costui Manzoni dedica parte del capitolo XVI. Egli interpreta la visione negativa, che ha Manzoni dei mercanti, preoccupati solo di fare affari e quindi nemici sono tutti quelli che ostacolano i loro affari.
Su questi personaggi impegnati in attività commerciali Manzoni assume un atteggiamento critico. La critica è rivolta a quella borghesia commerciale, che, nella sua attività, pensava solo alla speculazione e al profitto, come avviene durante la carestia, dove i commercianti, tenevano nascosti farina e pane per provocare l’aumento dei prezzi.
Una nuova lingua
Da questo progetto di costruzione di un’identità italiana, come si può osservare da quanto considerato finora, non penso di dovere escludere una riflessione sulla lingua, che nella visione manzoniana, è «istrumento sociale» d’identità di un popolo e di una nazione.
Nel passaggio da un’edizione all’altra del romanzo fino alla quarantana l’evoluzione linguistica è notevole e i riferimenti all’uso e all’abuso della lingua, riportati attraverso la fabula del romanzo, sono molteplici.
Incominciano da quel latinorum di don Abbondio, usato per liberarsi di Renzo; dalle gride, introdotte da quei superlativi, ironicamente attribuiti alle autorità del tempo; dalla falsificazione del testo scritto da parte dell’avvocato azzeccagarbugli; dal linguaggio demagogico usato da Ferrer per rabbonire con false promesse il popolo in rivolta davanti alla casa del vicario di provvigione.
L’imbroglio, che imbastiscono quelli che fanno uso della lingua, emerge in maniera chiara dal discorso di Renzo nell’osteria della luna piena, con cui denunzia la «malizia» dei possessori della lingua abili nel «confondere la testa» di «un povero figliuolo»: «“Ma la ragione giusta la dirò io, – soggiunse Renzo: – è perché la penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo”»(Cap. XIV).
Sintomatico è infine l’esempio riportato nel capitolo XXVII del romanzo, col quale Manzoni dimostra come viene travisato, in una comunicazione fatta per lettera, il pensiero di un contadino da un esperto dello scrivere.
Un contadino, che non sa scrivere, si rivolge quindi a un letterato, che parte intende parte fraintende il pensiero del contadino; lo «corregge», «lo smorza», infine lo trasforma «perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo».
Altri cambiamenti avvengono quando la lettera giunge a destinazione e il contadino destinatario si rivolge«a un altro dotto di quel calibro», che interpreta le parole in maniera diversa da quello che ha voluto esprimere il corrispondente: «Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell’abbiccì, la porta a un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d’intendere; perché l’interessato, fondandosi sulla cognizione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra».
La lingua è manipolata per tante ragioni e responsabili di queste manipolazioni a volte sono anche gli stessi scrittori perché «al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa».
Gli esempi di manipolazioni linguistiche riportate nel romanzo avvengono a danno di «poveri figliuoli», espressione di quei ceti popolari, esclusi non solo dai linguaggi scritti, ma anche da quelli parlati.
L’incomprensione avviene infatti anche nel parlato perché le autorità politiche e religiose sanno inventarsi discorsi incomprensibili dalla povera gente, da chi, cioè, non ha accesso alcuno alla cultura.
I riferimenti nel romanzo sono fatti proprio per marcare la separazione tra quelli che conoscono la lingua e la manipolano per plagiare quelli che non sanno scrivere e magari non sanno usarla nelle varie mutazioni del parlato.
Sarà questo uno dei drammi del movimento risorgimentale e lo sarà ancora di più dopo la raggiunta unità dell’Italia.
Da qui parte la ricerca manzoniana; rendere il «vero storico» anche «vero linguistico».
Cercare una lingua comune, parlata da tutti, che possa anch’essa unire gli italiani. Anche in questa ricerca Manzoni dimostra di innestare il suo romanzo sulla vita delle masse, degli umili, di quella gente non corrotta dalle miserie del protagonismo ad ogni costo e dalle superbie personalistiche, esaltate spesso anche da un uso strumentale dei linguaggi.
Con un lungo e laborioso lavoro adatta la lingua del romanzo all’idioma fiorentino colto parlato, per contribuire a creare quella identità linguistica italiana, nella quale si potevano riconoscere tutti i ceti sociali, soprattutto quelli popolari, che ne erano esclusi. Essa impegnerà lo scrittore in un lavoro, che durerà circa quindici anni, motivo del ritardo nella pubblicazione dell’edizione definitiva dell’opera.
Questa ricerca la condusse facendosi aiutare da due persone di Firenze, come Emilia Luti, istitutrice domestica prima nella casa di Massimo D’Azeglio e poi in quella di Manzoni, e la madre di Emilia, Giovanna Feroci Luti, che lo assisteranno nella risciacquatura in Arno e alle quali lo scrittore farà dono di una copia del suo romanzo per l’aiuto offertogli nella revisione della lingua dell’opera.
Fu una ricerca lunga e impegnativa, che comportò per un periodo di tempo anche il trasferimento a Firenze di Manzoni.
Fu una scelta molto discussa nel suo tempo e nel corso degli anni da parte di quanti non riconoscevano in essa la rappresentazione della complessiva comunità linguistica italiana.
Le critiche spingeranno Manzoni a scrivere diverse opere sulla lingua, nelle quali dimostra conoscenze di linguistica storica e comparativa con esperienze di altri paesi europei. Perché gli obiettivi manzoniani con questi ultimi scritti non riguardano solo la comunità nazionale, ma anche quella europea.
Dare all’Italia unita una lingua che mettesse in condizione il nostro paese di dialogare anche con esperienze di altri paesi.
Manzoni pensa al gruppo di intellettuali di Meulan, comune nei pressi di Parigi, soppresso con la riforma dei cantoni del 2014. Era il gruppo frequentato dalla madre Giulia Beccaria e dal suo convivente Carlo Imbonati. Esso si riuniva nella villa, la maisonette, di Claude Fauriel e della compagna Sopfie de Condorcet. Il Fauriel, già compagno di Madame de Staël, si era poi legato a Sophie, vedova del marchese di Condorcet, morto suicida per evitare la ghigliottina. La villa era frequentata da intellettuali, i cosiddetti idéologues, come Destutt de Tracy, Cabanis, Constant, Volney, Sismondi. In questo gruppo, composto da elementi maschili e femminili, animato da confronti dialogici e da intensi interessi culturali, entrò a far parte il Manzoni nel 1805, quando aveva appena venti anni e vi resterà fino al 1810, tranne i due ritorni a Milano prima per la morte del padre e poi per il matrimonio con Enrichetta Blondel.
Il Manzoni preferiva che il dibattito sulla lingua fosse dialettico, come quello che contraddistingueva questo gruppo.
L’occasione gli fu offerta dalla riapertura della questione della lingua da parte dell’abate Antonio Cesari e Vincenzo Monti.
Il primo, nel rispetto della sua formazione purista, si augurava una crescita sociale, che sarebbe potuta avvenire se tutti i suoi membri fossero divenuti uguali sul piano linguistico. Il secondo lavorò sul progetto di portare la nostra letteratura al livello europeo, progetto coltivato già dalla stessa Madame de Stael nella sua famosa lettera ai compilatori della biblioteca italiana Sulla maniera e sull'utilità delle traduzioni, del 1816.
In questa discussione il Manzoni s’inserì con una lettera del 1847 in risposta al Vocabolario domestico dell’anno precedente di Giacinto Carena, che aveva utilizzato la parlata viva tosco-fiorentina.
Ricevuto il Vocabolario, Manzoni scrisse a Giacinto Carena una lettera, nella quale dichiarò di non condividere la scelta di inserire nel suo dizionario vocaboli attinti anche all’intera area toscana e non solo a quella fiorentina. Espose quindi la sua idea, che era quella dell’uso esclusivo del fiorentino vivo, come lingua comune italiana: «io sono in quella scomunicata, derisa, compatita opinione, che la lingua italiana è in Firenze, come la lingua latina era in Roma, come la francese è in Parigi».
La questione è affrontata di nuovo nello scritto Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla che corrisponde alla Relazione al Ministro Della Pubblica Istruzione scritta dopo la nomina di Manzoni da parte del Ministro nel gennaio 1868, a Unità italiana compiuta, a presiedere la sottocommissione milanese di una commissione (suddivisa in una branca milanese e in una fiorentina) con l’intento di «ricercare e di proporre tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiutare e rendere più universale in tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia».
Manzoni fa notare innanzituttolo storico ostacolo italiano causato dalla varietà degli idiomi «Una nazione dove siano in vigore vari idiomi e la quale aspiri ad avere una lingua in comune, trova naturalmente in questa varietà un primo e potente ostacolo al suo intento” e afferma che “mentre ci troviamo d’accordo nel voler questa lingua, quale poi essa sia, o possa, o debba essere, se ne disputa da cinquecento anni».
Non è astratta la posizione di Manzoni perché, come sostiene in seguito, «il mezzo c’era, come c’è ancora; che il non avere esso potuta esercitare la sua naturale attività ed efficacia, è avvenuto per la mancanza di circostanze favorevoli” e più avanti “questo mezzo, indicato dalla cosa stessa, e messo in evidenza da splendidi esempi, è: che uno degl’idiomi, più o meno diversi, che vivono in una nazione, venga accettato da tutte le parti di essa per idioma o lingua comune».
Secondo Manzoni vi sono due esempi significativi di ciò che si dovrà fare per dare agli italiani una lingua comune: «Abbiamo anche accennati degli splendidi esempi, e ne toccheremo due splendidissimi; e per il primo, quello della lingua latina, che basta nominare perché corra alla mente quale e quanta poté essere, e in quante parti diffondersi. E ognuno sa che non era ricevuto per latino se non il linguaggio usato in Roma. L’altro esempio è quello della Francia, dove, più o meno esplicitamente ma per un concorso di fatti, la lingua di Parigi è riconosciuta per la lingua della nazione».
Manzoni critica quanti hanno accusato di municipalismo tali sue posizioni: «In verità, pensando a que’ due gran fatti delle lingue latina e francese, non si può a meno di non ridere della taccia di municipalismo che è stata data e si vuol mantenere a chi pensa che l’accettazione e l’acquisto dell’idioma fiorentino sia il mezzo che possa dare di fatto all’Italia una lingua comune. Senza il municipalismo di Roma e di Parigi non ci sarebbe stata, nè lingua latina, nè lingua francese».
Finora è stato scelto il toscano, ma esso non ha le caratteristiche di essere lingua comune. L’idioma che meglio si presta è quindi quello fiorentino colto parlato.
Come diffonderlo.
Uno dei mezzi per propagare la nuova lingua deve essere un vocabolario: «Uno poi de’ mezzi più efficaci e d’un effetto più generale, particolarmente nelle nostre circostanze, per propagare una lingua, è, come tutti sanno, un vocabolario. E, secondo i princìpi e i fatti qui esposti, il vocabolario a proposito per l’Italia non potrebbe esser altro che quello del linguaggio fiorentino vivente».
Sull’idioma fiorentino il Manzoni lavora con una flessibilità narrativa tale da creare quell’equilibrio tra forme elevate e forme popolari sì da trasformare espressioni di un linguaggio pedante ed erudito in espressioni civili, condivisibili da una comunità nazionale.
Il linguaggio diventa così uno strumento di comunicazione condivisibile e alternativo a ciò che era «concetto indeterminato» e «confuso» (lettera a Carena).
Ma c’è di più.
Il Manzoni ci ha abituati a misurarci con una lingua rispettosa di chi ascolta perché non si nasconde nulla, rende chiari anche gli abissi della psiche umana, dei guasti sociali, religiosi, economici e politici, di tutto ciò che nel suo tempo si era portati a occultare.
Una pratica che potrebbe servire anche alla nostra società, nella quale, tra linguaggi burocratici, politico-propagandistici, manipolazioni comunicative varie si è persa la verità oggettiva dei fatti e il rispetto per i destinatari della comunicazione.
Manzoni invita a conquistare un parlato, che sia prodotto di conoscenze, ma anche di comprensione «Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire». (Cap XXXI)
Conclusione
Ho preferito soffermarmi su alcune problematiche interne del romanzo: una giustizia retta da leggi oggettive; una politica tesa a liberare il nostro paese dai vincoli feudali e indirizzarla verso la creazione di uno stato unitario; una visione economica, capace di gestire un mercato nei suoi rapporti tra domanda e offerta e di promuovere uno sviluppo industriale, che crei lavoro e protezione per i lavoratori; infine, una lingua della comunicazione per l’Italia, che si sta formando.
Il romanzo è attraversato da ideali civili, che lo rendono un’opera, che guarda al futuro dell’Italia e di noi cittadini che ne siamo parte.
Sottoporre all’attenzione soprattutto dei ragazzi delle scuole italiane questi aspetti potrà far amare molto di più un’opera fortemente innovativa e che resta ancora uno dei capisaldi della letteratura civile italiana ed europea.
Tommaso Zarrillo
(n. 9, settembre 2026, anno XVI)
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