Due reazioni allo Spirito mistico di Constantin Rădulescu-Motru

Introduzione

Nella seconda puntata del dossier dedicato alla polemica tra filosofi «scientifici» e «mistici», che abbiamo inaugurato nel numero precedente, presentiamo qui due articoli di reazione a Lo spirito mistico pubblicato da Rădulescu-Motru sulla rivista «Gândirea» nel 1926. Ricordiamo che il filosofo e psicologo romeno giudicava il misticismo un fenomeno regressivo della coscienza evoluta, che sotto la pressione crescente della società moderna tende a rifugiarsi nell’ottimismo ingenuo del proprio io primitivo. Motru paragona inoltre il misticismo a una merce che si vende bene e che per questo gode di una diffusione inaspettata.
Il primo dei due articoli, firmato da Nae Ionescu, è apparso su «Cuvântul» nel luglio 1926, quale replica immediata alle considerazioni di Motru. Per quanto Ionescu riconosca senza fatica l’esistenza di una «moda» misticheggiante, egli contesta ugualmente che il successo di cui il misticismo godeva allora potesse spiegarsi unicamente come un fenomeno di commercializzazione. Se la divulgazione di contenuti mistici appare redditizia è perché essa viene incontro a un bisogno profondo dell’essere umano, bisogno che non trova una spiegazione nell’approccio psico-sociologico di Motru (che ha il difetto di banalizzare il fatto mistico senza comprenderlo), ma in una prospettiva più ampia, di filosofia della storia.
Ancorché incipiente e confuso, il misticismo si annuncia fin da subito come un movimento rivoluzionario, di liquidazione del razionalismo cartesiano, inteso, quest’ultimo, come razionalismo ideologico, e dei suoi portati a livello: filosofico – con l’affermazione di correnti anti-intellettualistiche; politico – con la critica del parlamentarismo democratico a vantaggio di una concezione organicistica dello Stato; artistico – con l’avvento delle avanguardie e la crisi della visione borghese dell’arte; e religioso – con la critica del protestantesimo, inteso come religione secolarizzata e desacralizzata.
È interessante inoltre notare come per Ionescu il misticismo richieda disciplina mentale e serietà di impegno, giacché esso non consiste nella negazione della ragione tout court, ma delle pretese totalizzanti che questa avanza in sede conoscitiva. Ciò detto, il misticismo non sembra aver ancora superato una fase negativa, di decostruzione dell’approccio filosofico dominante, ma proprio per questo, in attesa che esso porti a piena maturazione le sue premesse, per Ionescu è presuntuoso formulare qualsiasi giudizio sul fenomeno in questione.
Il secondo articolo è a firma Arșavir Acterian (1907-1997), giornalista e scrittore romeno di origine armena, fratello del regista e critico Haig Acterian (1904-9143) e della scrittrice e regista teatrale Jeni Acterian (1916-1958), nonché amico intimo di Emil Cioran, Mircea Eliade, Eugen Ionesco e Constantin Noica. Acterian scrive a distanza di quattro anni dall’uscita dell’articolo di Motru, nell’ottobre del 1930, sulla rivista «Fapta».
Non è forse un caso che l’articolo esca proprio allora. In quello stesso mese, infatti, in apertura al suo Corso di psicologia, Rădulescu-Motru attaccava quella che ebbe a definire la «direzione malata», «mistica», della filosofia romena, riferendosi in particolare a Nae Ionescu. Non possiamo affermarlo con certezza, ma proprio questo attacco potrebbe aver offerto ad Acterian – che, come Mircea Vulcănescu del resto, era un ex-allievo di entrambi i professori – l’occasione di scrivere il proprio articolo, in cui, con uno stile canzonatorio e irriverente, ripercorre gli argomenti di Motru criticandone apertamente la vena positivista e scientista. Questo approccio finisce per dissolvere tra le proprie mani l’oggetto stesso dell’indagine perché ad esso applica un’euristica riduzionista, eliminatoria di qualsiasi dimensione che non sia suscettibile di essere dissezionata nel laboratorio angusto dello psicologo sperimentale. Così, mistico diventa sinonimo di primitivo, l’estasi è assimilata alla narcotizzazione e l’opera d’arte, svuotata di ogni componente geniale, si riduce a un mero artificio congegnato con maestria.
Non ultimo, le affermazioni di Motru appaiono talvolta gratuite e arbitrarie, ad esempio quando paventa una possibile influenza del misticismo sulla sfera politica, circostanza che Acterian stenta a riconoscere, a parte il riferimento che alcuni fanno a un «Nuovo Medioevo» – probabile allusione all’omonimo saggio di Berdjaev, uscito in francese pochi anni prima.

Lo spirito mistico [1]

Recentemente il sig. C. Rădulescu-Motru, commentando il fenomeno di recrudescenza che vive lo «spirito mistico», ne trovava la spiegazione nelle possibilità moderne di commercializzazione di questa manifestazione spirituale. La spiegazione non mi sembra felice; per quanto sia ingegnosa e adatta al ritmo dell’epoca.
Non considererei l’interpretazione del sig. Motru solamente peggiorativa. Ma riconoscere nella «commercializzazione» la fonte principale dell’offensiva dello spirito mistico, significa negare in buona parte la forza reale di questa offensiva, accordando una proporzione esagerata all’elemento artificiale e modaiolo nell’intera rinascita mistica contemporanea.
Non voglio negarlo: attorno al nuovo misticismo si è venuta certamente a creare una folla di snob e amanti dello straordinario; ammetto che, qua e là, il clamore indiscreto e superficiale dei dandy… spirituali, rischia di confiscare e – di conseguenza – soffocare nel ridicolo o nell’ilarità questo movimento. Commercializzazione, certo. Ma è essa il grande motore del nostro assalto al cielo? La commercializzazione è solo un sistema di sfruttamento. Può essere applicata a qualunque modo di valorizzare la vita, a qualsiasi prospettiva spirituale. Perché però la commercializzazione viene esercitata oggi proprio sullo spirito mistico; e perché sta prendendo piede oggi la commercializzazione di questo spirito? Il successo dei mercanti di idee, atteggiamenti e credenze sarebbe stato lo stesso se, invece del misticismo, avessero commercializzato, nel 1925, l’enciclopedismo del XVIII secolo e la filosofia dell’Illuminismo? Ho, mi pare, tutto il diritto di dubitarne.
Per prudenza mi limito a constatare il fatto della recrudescenza, e a descriverlo. Posso inoltre inserirlo nel quadro di un’affermazione più ampia, che considero fondata: che, cioè, ci sono determinati periodi nella storia in cui lo spirito umano è più vicino a Dio (proprio come ci sono regioni sulla terra in cui – per dirla indirettamente – Dio si mostra con predilezione). Ma posso anche spiegarlo?
In fin dei conti, per quanto scettico io possa essere circa l’efficacia delle nostre spiegazioni in generale, potrei comunque “spiegarlo”; però non come lo spiega – sauf le respect que je lui dois [2] – il sig. Rădulescu-Motru; vale a dire, non nel contesto di alcune preoccupazioni psico-sociologiche (che in questo caso particolare sono irrilevanti), bensì di alcune questioni di filosofia della storia.
La prospettica psico-sociologica ha mostrato di cosa è capace. (Parlo, ovviamente, solo di questa circostanza). Essa è riuscita a caricaturizzare, a banalizzare un movimento profondo, reale e fecondo, persino quando questa prospettiva è stata impugnata dal signor Rădulescu-Motru, il nostro pensatore dal metodo così sicuro, dall’acutezza analitica tanto impressionante, dalla probità scientifica così rigorosa.
E, inoltre, mi pare che lo studio della mistica contemporanea sia ancora prematuro: beninteso, se vogliamo studiare il fenomeno nella sua interezza; poiché il movimento è solo agli inizi; e solo rari segnali indicano che esso intende liberarsi dalla fase di tendenze confuse che stiamo vivendo oggi.
In realtà, per il momento stiamo solo liquidando il razionalismo; non il vero razionalismo, con cui il misticismo ha sempre vissuto nella pace più feconda, ma il razionalismo cartesiano, che è un rovesciamento, di più, una falsificazione attraverso l’unilateralismo di quello vero.
Lo stiamo liquidando: nella filosofia, o nelle nuove correnti anti-intellettualiste, che nella loro parte costruttiva sono solo poveri pensieri di mendicanti spirituali, senza forza, senza disciplina e senza coraggio; ma la cui critica è spesso corrosiva, cioè senza rimedio.
In politica, mettendo sotto osservazione il regime parlamentare e democratico; orientando l’interesse verso forme di gestione vive e concrete; con la sempre più accentuata valorizzazione negli affari pubblici dell’uomo professionale e specializzato; in una parola, con la predominanza della concezione organica su quella contrattuale.
Nell’arte, dove Cocteau, von Unruh o Hasenclever, Satie, Poulenc o Schönberg, Picasso, Brâncuși o Kokoschka dissociano tutte le unità concettuali dell’arte, tentando sintesi originali, proprie di questo piano di realtà. [3]
Nella vita religiosa, con i ripetuti e concentrici attacchi al protestantesimo, questa povera e miope desacralizzazione del cielo e… umanizzazione di Dio.
Ma da qui al misticismo consolidato, capace di realizzazioni precise nell’ordine spirituale, – ne passa; perché Bergson non è – in sostanza – ancora Plotino, Picasso non è Fra Angelico, né Max Scheler è… San Giovanni della Croce o Giovanni Climaco!
Chi voglia essere imparziale nei confronti dell’attuale tumulto dello spirito umano dovrà dire che esiste un desiderio di “qualcos’altro”; che questo desiderio di novità galleggia già nelle vaste acque della trascendenza, e con ciò designa le sue eventualità mistiche; benché, per il momento, non sia ancora uscito dalla fase delle intenzioni. Misticismo ben definito? Difficile a dirsi. Per il momento solo una specie di ronzio inquieto: Schwärmerei. Molto interessante e rispettabile certo; ma non ancora misticismo. Perché non pensavo fosse necessario ricordarlo, ma mi avvedo che debbo farlo: non dimentichiamo che il misticismo presuppone una disciplina mentale e di atteggiamento, una precisione e una sorveglianza altrettanto severa – almeno altrettanto severa quanto quella del razionalismo scientifico. Chi non comprende questo, è inutile che continui a studiare il movimento.
Cosa aspetta il misticismo a precisarsi? Il suo normale sviluppo, la sua maturità, il genio che gli darà espressione; il che è tutt’uno: perché quando la rivoluzione mistica sarà compiuta, ne coglieremo necessariamente il fiore.
In ogni caso, la nostra generazione non vivrà questi avvenimenti. Siamo appena ai piedi della montagna; ed è per questo che il tentativo di indovinare le prospettive che si aprono solo sulla vetta mi sembra prematuro.

Nae Ionescu

*

Il sig. Rădulescu-Motru e il misticismo [4]

 

Sfogliando la collezione della rivista «Gândirea» trovo nel n. 4-5 del 1926 uno studio abbastanza ragguardevole – quanto a proporzioni – intitolato Lo spirito mistico. Non so se questo studio sia stato discusso o no all’epoca. Mi permetto di soffermarmi su di esso con tanto ritardo – di questo mi scuso con i lettori assettati di attualità – perché lo studio merita attenzione e perché i problemi che in esso vengono sollevati sono suscettibili di essere discussi in eterno e, soprattutto, perché la modalità con la quale l’autore cerca di risolvere questi problemi dimostra per l’ennesima volta l’incapacità di tutti i nostri predecessori di comprendere determinati fenomeni, che sembrano stare deliberatamente alla larga dalla comprensione di queste persone, mentre ridono delle loro spiegazioni. Lo studio di cui si tratta è comunque confluito – da quanto ho saputo – nel volume del sig. R. Motru Il personalismo energetico e le idee comprese in esso sono state recentemente ripetute e esposte in una conferenza sul misticismo. Fatti che ci dicono qualcosa: che il sig. professore crede ancora oggi in quello che scriveva nel 1926. [5]
Il sig. Rădulescu-Motru si fa forte di elucidare il problema dello spirito mistico con le sue sole forze – con dati e metodi scientifici. È – checché se ne dica – un’indagine eroica, e per questa indagine e per la serietà di cui dà prova, merita la nostra ammirazione e in ogni caso la nostra meraviglia. Immagino che il pensiero di scrivere uno studio sullo spirito mistico sia sorto in Rădulescu-Motru in un momento di noia penosa, di snervante vuoto spirituale. Tre, quattro anni fa c’erano accese discussioni attorno al misticismo. E siccome il signor professore si trovava un bel giorno nel laboratorio di psicologia sperimentale senza nessun oggetto da dissezionare, si è detto – tutt’a un tratto ispirato – che non sarebbe stato fuori luogo, oggi che tutti i mocciosi divagano sul misticismo, se anche lui avesse detto la sua su questa materia ancora scarsamente delucidata. Quale risultato concreto di questa esperienza ci ha offerto un lavoro superbo e dottorale: appunto quello di cui ci stiamo occupando.
Distilliamo qui per la curiosità del lettore l’essenza delle osservazioni del signor Rădulescu-Motru, senza troppe postille, perché altrimenti vorrebbe dire dilungarci troppo. D’altronde, qualsiasi addentrarsi nei commenti sarebbe inutile.
Cos’è dunque il misticismo? si domanda il signor professore. Qualcosa di primitivo – decreta sempre lui senza mezzi termini. Come sarebbe a dire? Semplicissimo: lo stato mistico è uno stato spirituale vago, oscuro, illogico e confuso, cioè tutto ciò che si oppone alla logica e alla ragione. Il misticismo ha però una logica propria, irrazionale, una logica emotiva.
Raoul Allier ha studiato i momenti di conversione nel selvaggio e ha studiato il modo in cui quello si trasforma, muta, si rinnova sotto l’azione delle sollecitazioni cristiane dei missionari. Al momento della conversione si verificano delle agitazioni che accompagnano il calvario interiore del selvaggio, nell’animo del quale ha luogo una lotta tra l’io vecchio e l’io verso il quale tende quell’io vecchio (che in modo naturale e lento muta di pelle). Al calvario e alla trasformazione seguono immediatamente una tranquillità e una gioia beate.
Ecco in poche parole come scopre, come deduce il professor Motru – con un’analogia – il complesso di stati spirituali di un mistico. «Gratta la persona colta e sotto trovi sempre il mistico primitivo», scrive Rădulescu-Motru. «Egli (cioè il mistico) ha una natura emotiva pronta a riversarsi e ad appoggiarsi a qualsiasi leva gli si offra; è mistico e felice». Semplice, non è vero?
Il mistico erompe dal troppo pieno spirituale e nella disperazione implora insistentemente la pace. Egli non riesce più a chiudersi in se stesso e cerca di traboccare. E allorquando tutti gli altri domini hanno assorbito quanto hanno potuto di quel troppo pieno, il traboccamento vorrebbe continuare fino a esaurirsi in un nuovo dominio. Soltanto in seguito il mistico riesce a tranquillizzarsi, a gioire della pace dentro di sé, a sciogliersi nel calore benefico e avvolgente dell’estasi.
Non è gran cosa essere mistico. Anzi, il contrario. Basta sbarazzarsi degli «sovrapposti dall’evoluzione della personalità umana».
Per il professor Motru non esiste alcuna distinzione tra primitivi, selvaggi e mistici. Il primitivo = il selvaggio = il mistico. Si confondono. Sinonimi. Per una mente filosofica, per un professore della statura del sig. Rădulescu-Motru una simile confusione è deplorevole.
Dopo tutte queste considerazioni, il sig. Motru continua con osservazioni sempre più rilevanti. Così, tra le altre cose, scrive: «In mezzo alla civiltà odierna il mistico è un anacronismo […] Con uno spirito mistico è data anche la felicità spirituale, spesso persino la voluttà della beatitudine; ma a che pro, quando questa felicità può essere ottenuta solo spogliando la personalità dalle sue disposizioni più feconde!».
Semplicemente delizioso, no?
Il sig. Rădulescu-Motru conosce la chiave della felicità, però, per amore della «civiltà», non si serve di essa. E, poiché si compiace della civiltà, ripudia il misticismo, che significa disorganizzazione e primitivismo.
A che serve la felicità quando essa ci allontana da tutti i beni guadagnati con tanto sforzo per la civiltà? Dunque occorre sbarazzarsi il più rapidamente possibile dei mistici, e la tendenza verso il misticismo dei giovani d’oggi dev’essere recisa senza indugio. Altrimenti è un disastro.
Se però ci tieni a diventare mistico ad ogni costo, non c’è che da servirti di narcotici (fumo, oppio, morfina, ecc.). La ricetta è del signor professore. Perché scrive: «Quando gli strati sovrapposti dall’evoluzione della personalità sull’io primitivo premono troppo pesantemente sul civilizzato, questi è molto contento di riscoprire la sua primitiva felicità mistica […] Attraverso l’alcool, il tabacco, l’oppio, la morfina, l’hashish e molte altre sostanze tossiche, si ottiene l’anestetizzazione delle onde di coscienza accumulate nel corso della civiltà […]».
I morfinomani, i tossicomani sono perciò dei mistici. Questo, davvero, non lo sapevo. Non avevo modo di saperlo. Il sig. Rădulescu-Motru è sorprendente. Che uno sia un vero mistico (che roba è?) o un falso mistico, in fondo è la stessa cosa, perché tanto gli uni quanto gli altri godono dei benefici dell’estasi. Il sig. Rădulescu-Motru, che simpatizza moltissimo con gli uomini civilizzati e a cui piace molto spiegare i fatti per via scientifica, scopre dunque che è facile essere un mistico. Questa specie di misticismo la potremmo definire un misticismo prodotto artificialmente.
Ma andiamo avanti: «Dacché il misticismo era, un tempo, un’aberrazione che si incontravamo solo in individui isolati, oggi è entrato nelle consuetudini, ed è riuscito a diventare il tipo spirituale di alcune certe classi sociali, se non addirittura di popoli. Si fa, oggi, politica mistica per compiacere le masse popolari, proprio come si facevano, ai tempi del cristianesimo antico, profezie apocalittiche per compiacere gli eremiti ascetici. Il mondo di oggi ha elevato il misticismo a un onore che questo non aveva quasi mai avuto prima». Affermazioni su affermazioni. Viviamo nel 1930 e non abbiamo ancora sentito dire di masse popolari soddisfatte e compiaciute da una «politica mistica» (parlo del XX secolo).
Si afferma in realtà – da parte di alcuni più audaci e più iperbolici nella loro genuina fede in Dio – che viviamo in una nuova età di mezzo, ma questa semplice affermazione è priva di fondamento. [6]
Ma il sig. Rădulescu-Motru afferma. E poi, senza prender fiato, si lancia in ogni genere di spiegazioni, supposizioni le quali, tutte, riescono a meravigliarti per la sua ingenuità e il suo coraggio. Il sig. professore è riuscito a stupirci. Perché ci vuole coraggio a compiere incursioni in un settore di cui non si è esperti soprattutto quando si porti sulle spalle il peso di una fama e di una probità intellettuale riconosciute ed elogiate.
È sicuramente un fatto assodato che ai giorni nostri il misticismo goda di un certo successo. Ed è altrettanto indubbio che questo successo debba avere una causa (se non addirittura più d’una.)
Ecco allora una domanda: come si spiega il successo del misticismo?
Il sig. Rădulescu-Motru risponde deciso: la commercializzazione. «Il misticismo è una merce che si produce in modo tecnicamente industriale, sia da parte di chi possiede sia da chi non possiede un’indole mistica».
Donatello, ad esempio, scolpisce la Santa Maddalena i cui occhi diffondono attorno un brivido mistico. Se quest’opera ti scuote da uno stato per sconquassarti un attimo e trasporti in un altro stato, ciò non è dovuto al fatto che Donatello ha sentito in anticipo il brivido mistico ma per puro caso. La tecnica dell’artista ha plasmato la pietra. E solo la fortuna impone quelle sfumature impreviste che colpiscono e stupiscono noi spettatori. I pittori ecclesiastici lavorano su commissione, in modo meccanico, senza addentrarsi nel mondo di meraviglie che vogliono realizzare e che inconsciamente realizzano. Questo significa semplicemente che l’arte è una tecnica (e nient’altro), e che, quando lavora, l’artista non ha bisogno di quel ricco sostrato spirituale che lo caratterizza e lo distingue dal resto dei mortali; è sufficiente imparare il mestiere perché – grazie al lavoro – l’opera si compia.
Michelangelo ha lavorato così la Cappella Sistina soltanto perché sapeva lavorare. Questo e niente più.
Leggendo tutte le cose sopra riportate, e soprattutto leggendo lo studio del sig. Rădulescu-Motru, si rimane con un’impressione che è anche una constatazione: le spiegazioni sono troppo terrene, il professore si dimostra incapace di elevazione, la sua intuizione psicologica è troppo appesantita dalle sciocchezze che oscurano e soffocano questa intuizione. È un peccato vedere menti luminose e unanimemente rispettate smarrirsi senza che nessuno le abbia costrette a farlo.
Chissà quali incitamenti diabolici avranno incoraggiato Rădulescu-Motru a pubblicare questo studio, dotto ma inutile. È un peccato che simili uomini non si rendano conto della loro manifesta incompetenza e diano in questo modo ad alcuni anonimi – tra i quali ci annoveriamo senza difficoltà – l’occasione di ironizzare e smascherarli. Rimpiangiamo sinceramente il nostro passo, che troviamo troppo giustificato per considerarlo – come certamente alcuni lo qualificheranno – una sfrontatezza.
Crediamo – in conclusione – che questa domanda sia legittima: perché gli uomini che sanno cos’è la «coscienziosità professionale» non si ritirano e non restano nel cerchio ristretto delle preoccupazioni che sono loro accessibili? Per soddisfare la curiosità esiste ugualmente la possibilità dell’iniziazione nel silenzio.

Arșavir Acterian


Traduzione, introduzione e note a cura di Igor Tavilla
(n. 3, marzo 2026, anno XVI)



NOTE

[1] Nae Ionescu, Sufletul mistic, in «Cuvântul», a. III, n. 520, 31 iulie 1926, pp. 1-2, ora in Nae Ionescu, Opere, a cura di Marin Diaconu e Dora Mezdrea, vol. VII, EMLR, București 2018, pp. 207-209.
[2] A parte il rispetto che gli devo.
[3] Fritz Von Unruh (1885-1970) e Walter Hasenclever (1890-1940), scrittori e drammaturghi tedeschi di temperie espressionista. Erik Satie (1866-1925) e Francis Poulenc (1899-1963), compositori e pianisti francesi esponenti dell’avanguardia artistica. Constantin Brâncuși (1876-1957), scultore romeno naturalizzato francese, tra i più importanti del primo Novecento. Arnold Schönberg (1874-1951), compositore e pittore austriaco, uno dei teorici del metodo dodecafonico.
[4] Arșavir Acterian, D-l Rădulescu-Motru și misticismul, in «Fapta», a. I, n. 3, 25 octombrie 1930, p. 5.
[5] L’articolo Lo spirito mistico è stato inserito, come capitolo con questo stesso titolo, nella seconda parte del volume di Personalismul energetic (1927), la principale opera filosofica dell’autore.
[6] Probabile riferimento al libro di Nikolaj A. Berdjaev, che era uscito in russo nel 1923 e in traduzione francese nel 1927 (Un nouveau Moyen Age. Réflexion sur les destinées de la Russie et de l’Europe).