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Il caso Frollo. Nae Ionescu sul «buon romeno»
Dopo la pubblicazione a puntate del dossier sulla disputa tra «filosofi scientifici» e «mistici», concluso nell’ultimo numero di questa rivista con i contributi di Mircea Vulcănescu, presentiamo qui di seguito, in una sola tranche, il dossier riguardante la polemica, risalente all’inverno 1930, tra Nae Ionescu e il giornalista romeno cattolico di origini italiane Iosif Frollo (1886-1966) circa il rapporto tra identità nazionale e fede.
Per ragioni di convenienza abbiamo scelto di pubblicare in questa sede i soli articoli pubblicati da Nae Ionescu su «Cuvântul», dai quali, in ogni caso, è possibile evincere, a contrario, le argomentazioni del suo interlocutore. La selezione si chiude con un articolo di Mircea Vulcănescu, in cui il tema oggetto della disputa viene riproposto in forma interrogativa e scherzosa, richiamando espressamente i contenuti del corso di storia della metafisica inaugurato da Ionescu nel dicembre 1930.
Nel corso della diatriba, protrattasi dal 1 novembre al 18 dicembre 1930, Frollo difende una visione volontaristica, spirituale e universale della religione, separandola nettamente dall’etnia. Per lui, l’essenza della «romenità» è definita da elementi immanenti e naturali: il suolo e la lingua, specchio fisiologico e psicologico di un popolo. L’appartenenza confessionale è una nota integrante, che arricchisce, ma non essenziale, che definisce. Il cristianesimo, poi, essendo una religione trascendente, esige un atto di volontà e una fede viva e consapevole, non un’adesione inerziale dettata dal costume. A questo riguardo, Frollo fa notare come molti intellettuali romeni, ortodossi per nascita, siano nei fatti atei o materialisti, a dimostrazione che la nascita non garantisce la fede. In chiave geopolitica, esorta quindi cattolici e ortodossi a superare i conflitti identitari per allearsi contro la minaccia comune del bolscevismo.
Di contro, Ionescu risponde con un approccio ontologico, organicista e determinista. Per il filosofo, la nazione è una realtà collettiva superiore, una «comunità d’amore» che ingloba l’individuo: romeni si può solo nascere, mentre «buoni romeni» lo si diventa coltivando sentimenti positivi, pur rimanendo estranei al nucleo nazionale. Poiché la stragrande maggioranza del popolo è ortodossa, l’ortodossia rappresenta la normalità biologica e spirituale della Romania. Ionescu si avvale di una celebre analogia: l’ortodossia definisce il romeno così come l’essere quadrupede definisce il cavallo. In quest’ottica, la conversione al cattolicesimo è vista come un «innesto» artificiale su cui egli esprime forti perplessità, convinto che il proselitismo cattolico tocchi solo la superficie senza penetrare le strutture culturali profonde dei popoli sui quali si afferma. A questo proposito, Ionescu cita il caso dei greco-cattolici transilvani che, pur legati a Roma, rifiutano il centralismo papale e mantengono nelle loro organizzazioni politiche il principio conciliare tipico dell’ortodossia.
Il dossier si chiude con l’intervento ironico di Mircea Vulcănescu, allievo di Ionescu, che riconduce la disputa alle lezioni universitarie del maestro. Evocando la teoria secondo cui ogni civiltà è una monade impermeabile e che i tentativi di assimilazione producono solo «pseudomorfosi», Vulcănescu richiama la provocatoria tesi di Ionescu sul nesso organico tra il dogma del filioque e l’uso orientale di portare la barba. A supporto, cita l’esempio storico del cardinale bizantino Bessarione: nonostante la conversione al cattolicesimo, egli rimase greco nella forma mentis e custodì gelosamente la sua lunga barba, una scelta che, alla morte di Niccolò V, gli costò probabilmente l’elezione al soglio pontificio.
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Essere «buon romeno» [1]
L’accoglienza, piena di sincero desiderio di spiegazione, che il mio collega di insegnamento, il signor Professor Frollo, ha pubblicato in questo articolo in difesa dei cattolici romeni, ci offre l’opportunità di tornare su alcune questioni che noi, a «Cuvântul», consideriamo fondamentali.
Il signor Frollo si chiede sorpreso e un po’ addolorato: perché e da dove nasce l’ostinazione di alcuni circoli ortodossi contro i romeni di confessione cattolica-romana? Cioè, perché un cattolico non può essere un «buon romeno»? E non aspetta nemmeno la risposta; perché la giustezza del suo approccio gli sembra ovvia.
A prima impressione, certo! Ma solo a prima impressione. Perché, in realtà, la domanda posta dal signor Frollo, e in generale da tutti i romeni cattolici o di orientamento cattolico, è troppo imprecisa per contribuire a chiarire il problema.
In effetti, per quanto paradossale possa sembrare, tutti i cattolici romeni sono in grado di rispondere trionfalmente alla domanda se un cattolico possa essere un «buon romeno». Nessuno di loro, però, si limita alla domanda più semplice – ma determinante – se un cattolico possa essere «romeno». Et pour cause! [2] Giacché essere un «buon romeno» è, da un punto di vista etnico e spirituale, meno che essere semplicemente «romeno». Ma ciò che davvero tocca il cuore del nostro problema non è la questione del buon romeno, ma del romeno.
Spieghiamoci. «Buon romeno» è una nozione molto vaga, molto complicata e molto confusa. Include un elemento di valorizzazione morale, uno di inquadramento politico e, da ultimo, uno di appartenenza spirituale.
Bercu Solomon, del mercato di Paşcani, che lavora dalla mattina alla sera, che paga regolarmente le tasse ed è rispettoso delle leggi del Paese, che ha combattuto in guerra e ha svolto i suoi doveri con la ferma convinzione di doverlo fare, è certamente un «buon romeno».
Samuel Micu [3], lo studioso transilvano che dopo gli studi andò a Roma e da lì recò la prova della nostra latinità, contribuendo come nessun altro alla definizione, alla delimitazione della nostra coscienza nazionale, è, di nuovo, un «buon romeno».
E così, per restare nella storia: Ion Brătianu-padre [4], il che costruì l’armatura del moderno Stato romeno e perseguì, con una forza ancora viva nei suoi figli, il dominio dei romeni sullo Stato e sulla ricchezza al suo interno, è stato un «buon romeno».
«Buoni romeni», tutti e tre, senza dubbio. Ma anche romeni? Ecco il nocciolo della questione. Lasciamo perdere il povero Bercu Solomon, sebbene forse il più patetico di tutti. Con lui la situazione è chiara: «buon romeno», cioè: buon cittadino dello Stato romeno, nel senso più ampio del termine. Per questo, però, non è necessario essere solo romeni, no? Come non lo è Bercu Solomon; sebbene non sia escluso costui sia morto in guerra, con la calma distaccata e priva di retorica di chi è consapevole di adempiere a un dovere verso una realtà collettiva che lo comprende e lo supera.
Il caso di Samuel Micu è un po’ più complicato. Questo monaco papista è uno dei fondatori della coscienza romena. Si può mettere in discussione il suo romenismo? Eppure, sì può. Non voglio indagare qui se Samuel Micu fosse veramente romeno o no. Credo, però, di poter affernare che non è necessario essere romeni per fare quello che ha fatto Micu.
Lo scorso maggio, un inglese, il colonnello Wedgwood [5], ci ha fatto visita qui a Bucarest. Wedgwood è inglese autoctono. La sua famiglia produce porcellana da circa duecento anni. Ma il nostro colonnello è… un sionista. Forse poche persone hanno fatto tanto per la coscienza etnica e il nazionalismo ebraico quanto Wedgwood, questo tenace e ostinato militante sionista. Qual è però la sua situazione?
Se fosse vissuto in Palestina, sarebbe stato, ovviamente, un «buon ebreo». È, però, per questo anche ebreo? Ovviamente no!…
Ecco, quindi, come il caso di Samuel Micu diventi irrilevante.
Rimane quello di Ion Brătianu-padre. L’esempio del colonnello Wedgwood anche in questo caso è decisivo. Potrebbe tuttavia non esaurire il fondo della questione; ecco perché insisteremo.
È innegabile che Ion Brătianu volesse essere romeno. Voler essere romeno non significa però anche essere romeno. Essere romeno indica uno stato naturale, una formula di equilibrio dell’esistenza da cui scaturiscono determinate forme, attraverso lo stesso dispiegarsi della vita. Un chicco di grano, se lo si sotterra, con l’umidità, germoglia e forma una spiga. Una certa spiga, con un certo sviluppo, necessario, predeterminato dalla struttura stessa del chicco di grano. Così accade anche per la nostra «romenità». Essere romeni significa essere fatti di una determinata pasta, da cui nascono per assoluta necessità certi atteggiamenti e gesti. La nostra volontà non ha voce in capitolo in questa circostanza; perché non possiamo superarci normalmente se non cessando di essere noi stessi.
Pertanto, Ion Brătianu-padre ha costruito il nostro Stato moderno. Questo Stato è davvero romeno? Se sì, allora, di certo, Brătianu era veramente romeno. Ma se il nostro Stato moderno non è davvero romeno? Allora le cose cambiano: Ion Brătianu era un «buon romeno», cioè aveva le migliori intenzioni per il nostro popolo e il nostro Stato, ma non era «romeno». Proprio come non è grano il seme che produce una spiga d’orzo.
Ecco, quindi, il vero quadro del problema. I cattolici romeni rivendicano per sé la qualità di essere «buoni romeni». Es ist zu viel des Guten [6]. Ci basterebbe rispondessero a una… domanda più modesta: «Buoni romeni potete esserlo e, certamente, lo siete. Siete però anche romeni?».
Lo chiariremo sempre noi.
Nae Ionescu
Sinaia, 30 ottobre 1930
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Noi e il cattolicesimo [7]
Se il padre Rusu [8] non fosse vescovo oggi, ma avesse continuato a guidare il giornale greco-cattolico «Unirea» a Blaj, è certo che il mio articolo di ieri e in generale tutte le considerazioni che seguiranno su questo argomento avrebbero ricevuto un’accoglienza particolarmente virulenta. Abbiamo quindi almeno la certezza che una discussione, se avrà luogo, si svolgerà nei limiti del reciproco rispetto e della buona fede, i quali, soli, possono facilitare, se non un accordo, almeno un onesto chiarimento dei punti di vista presenti.
Ammetto che l’argomento è estremamente delicato. E che per persone come i romeni cattolicizzanti, cattolici veri e propri o semplicemente “uniati” [uniți] [9], convinti non solo di essere veramente romeni, ma di rappresentare la forma eminente del romenismo, e che considerano la nostra assenza dal culto di Roma come una delle cause del nostro stato arretrato, e l’”unione” come uno dei benefici con cui Dio ha onorato la nostra nazione, l’affermazione che già si ricava dalle mie righe (secondo cui vi è un’antinomia o quantomeno un’incompatibilità tra la qualità di romeno e quella di cattolico) può sembrare irritante. Tuttavia, poiché non scrivo per irritare, e ancor meno per insultare qualcuno, ma solo per chiarire, non posso esimermi da questa discussione che ritengo riguardi uno dei problemi più importanti della spiritualità romena; tanto più che l’occasione di discutere mi viene offerta dai cattolici.
E, tornando ai nostri… polli, per focalizzare ancor meglio la questione, ripeteremo ciò che crediamo di aver dimostrato: che si può essere un «buon romeno» senza necessariamente essere un «romeno»; questa qualità di essere un «buon romeno» essendo in un certo senso estranea al romenità [românism] [10] e indicando solo un atteggiamento, diciamo, amichevole, positivo nei confronti della realtà romena.
Ne consegue, tuttavia, che i cattolico-romani non dimostrano nulla in relazione all’argomento in discussione, quando affermano che un cattolico può anche essere un «buon romeno». Per giustificare la loro situazione di romeni e cattolici, e soprattutto per giustificare il loro atteggiamento categoricamente proselitista, cercano di dimostrare che si può essere cattolici e romeni. Tuttavia, questo è più difficile da dimostrare.
Ed ecco perché: essere romeni, turchi o inglesi significa stare in un rapporto di appartenenza, e al contempo di partecipazione, a una realtà collettiva, che è la nazione; la quale ti supera, sì, ma costituisce la ragion sufficiente della tua esistenza come romeno, turco o inglese. Questa realtà collettiva è, per sua natura, un’unità spirituale; e per la sua struttura organica, una comunità d’amore.
(Formalmente – più precisamente: fenomenologicamente, strutturalmente – c’è una sorprendente somiglianza tra la nazione e la Chiesa cristiana).
Pertanto, non si può, ad esempio, essere romeni, se non si partecipa effettivamente della «romenità», se, in altre parole, non si realizza concretamente, individualmente, la struttura spirituale organica, la cui depositaria, essenzialmente, è la nostra nazione.
Le nazioni, però, sono realtà storiche. Esse sorgono nello spazio e nel tempo; e sono condizionate, in quanto tali, da tutto ciò che rientra nella categoria dell’individualità. L’atteggiamento di un popolo verso Dio, il modo in cui sperimenta non solo il suo rapporto con la divinità, ma persino la divinità stessa, è parte integrante della struttura intima di una nazione.
Non ignoro che, a questo proposito, esista una conoscenza rivelata dalla cui codificazione derivano i dogmi. Ma non è men vero che, sebbene i dogmi siano, di per sé, verità immutabili e assolute, esiste tuttavia una storia dei dogmi, il che significa che la verità rivelata può essere deformata dalla pressione delle realtà storiche. Da qui anche l’esistenza di diverse religioni e diverse confessioni all’interno della stessa religione.
Non stiamo discutendo di queste questioni religiose, ma di etnia. Possiamo quindi tralasciare la questione se esista in generale una conoscenza rivelata inalterata dall’intervento di elementi storici, o quale confessione tra quella cattolica e quella ortodossa rappresenti il vero cristianesimo. Per chiarire la questione in parola, non basta affermare, in primo luogo, che il Cattolicesimo e l’Ortodossia esistono come realtà storiche distinte; e, in secondo luogo, naturalmente, storicamente, che i romeni sono, nella loro stragrande maggioranza – quindi nella loro normalità – presente e passata, ortodossi.
Con questo, tuttavia, la questione si riduce alla sua ultima posizione: non appena la confessione, realtà storica, diventa parte integrante dell’altra realtà storica, la nazione, ne consegue che nella definizione della nozione di «romeno» e nella costituzione della realtà «romena» l’Ortodossia entra come nota, ovvero, come componente essenziale. Essere romeno, non «buon romeno», ma semplicemente romeno, significa essere anche ortodosso. Allo stesso modo in cui, ad esempio, l’animale «cavallo» è anche «quadrupede».
Ma ecco che alcuni romeni scoprono che l’Ortodossia non è buona e passano al cattolicesimo. È ovvio che si tratta di un’operazione di innesto, di un trapianto. La domanda è: nel momento in cui sono diventato cattolico, sono ancora romeno? In altre parole: questa operazione di sostituzione dell’Ortodossia con il Cattolicesimo ha interessato una componente essenziale, o solo accidentale, della «romenità»? O, più semplicemente e più in generale: la confessione, in generale, è una nota essenziale della nazione oppure no?
Ecco una domanda da cui dipende la soluzione dell’antinomia tra l’universalismo romano-cattolico e il particolarismo nazionale.
Nae Ionescu
Sinaia 31/X/1930
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Probabilità di successo della nuova offensiva cattolica [11]
Qualcuno mi fa notare l’inattualità del tema che ho scelto per la discussione. Inattualità? È solo un’impressione. E in ogni caso, non è possibile formulare un giudizio sulla questione finché non se ne siano viste le conseguenze definitive.
Concederei un’altra cosa. Che la discussione sia troppo teorica, troppo astratta. Questo è possibile. Ma non ci si può fare nulla. Ci sono casi in cui il tema ci impone sia il livello che la modalità della discussione. E questo è uno di questi.
Il criterio di selezione dei problemi che prendiamo in esame è la loro rilevanza per la stabilità della nazione e dello Stato romeni, e la loro gravità. I quali, in ogni caso, non possono essere messi in discussione oggi, quando, incontestabilmente, stiamo assistendo a una ben nutrita offensiva cattolica.
Personalmente, questa offensiva non mi preoccupa. Poiché, vivendo da molto tempo a stretto contatto con le strutture delle realtà collettive, mi rendo conto della fondamentale incompatibilità che esiste tra il cattolicesimo e la romenità. I cattolici non la vedono. E non ne sono interessati, perché per loro tale incompatibilità non esiste nemmeno. Troppo orientata verso l’ordine secolare, interpretando il «primato dello spirituale» come un diritto del papa a dirigere direttamente tutto ciò che accade nel «secolo», la Chiesa cattolica romana regola la sua indulgenza o implacabilità il più delle volte in base ai suoi interessi politici. Il modo in cui si vive, il legame tra l’uomo e Dio, il GRADO in cui lo si vive, sono questioni secondarie: ciò che conta è l’adesione formale alla regola del Santo Padre, e la sottomissione all’autorità della Chiesa. Per il resto, vada come Dio vuole.
Caro lettore, io, o altri come noi siamo scettici circa l’autenticità del contenuto cattolico romano di fede di uno Zulu, per esempio. Il missionario cattolico, no! E nemmeno Roma, con tutta la sua vertiginosa capacità di spaccare il capello in quattro nelle discussioni teologiche. In questa deliberata mancanza di spirito critico e di precisione risiede, del resto, anche la forza della sua azione di proselitismo.
Ma anche la sua debolezza. Perché, determinata a conquistare individui, rischia di trascurare e perdere anime. Ignorando l’elemento vivo, concreto, storico, il cattolicesimo può avventurarsi a fare proseliti in tutto il mondo, dato che per esso non esistono condizioni storiche di realizzazione. Chiunque può diventare cattolico. Questa è l’incrollabile convinzione di Roma.
Ma è forse vero? È stato osservato che il protestantesimo ha creato scompiglio all’interno della Chiesa cattolica romana; ma che non è stato in grado di fare il benché minimo progresso nei paesi ortodossi. La spiegazione non sta nella superiorità dell’ortodossia, come alcuni di noi vorrebbero credere, ma in un fatto molto più semplice: nel fatto che la Chiesa romano-cattolica ha incorporato nel suo seno popolazioni e nazioni che strutturalmente non potevano inquadrarsi nella dottrina cattolica, e che prima o poi hanno dovuto separarsene, cercando le proprie forme naturali di vita religiosa. Infatti, per quanto la Chiesa romana possa trascurare le tendenze particolaristiche – quale forma più acattolica del francescanesimo, ad esempio, eppure essa è tollerata, e persino incoraggiata, nel cattolicesimo! – le realtà spirituali a volte finiscono per andare oltre questa Chiesa, essendo la loro formula diversa.
Il fatto, tuttavia, che all’interno del cattolicesimo sia sorto l’ampio movimento di riforma del protestantesimo, costituisce la prova perentoria che una confessione non può estendersi all’infinito; ma che, al contrario, trova i suoi limiti di espansione in particolari circostanze locali e storiche, che determinano strutture fondamentalmente diverse e – quindi – incompatibilità.
Tali incompatibilità strutturali esistono, tuttavia, a mio avviso, tra cattolicesimo e romenità. Infatti, cattolicesimo e ortodossia non sono solo confessioni, che presentano alcune differenze dogmatiche e culturali, ma due valorizzazioni fondamentalmente diverse dell’esistenza in generale. Le differenze dogmatiche sono, potrei dire, i punti meno distintivi. La grande incomprensione, l’incompatibilità, la categorica impenetrabilità tra cattolicesimo e ortodossia hanno le loro origini altrove: nelle strutture spirituali storiche e concrete che ne costituiscono il supporto, all’interno delle quali esse si realizzano.
Non è affatto casuale, perciò, che l’Europa orientale sia ortodossa e quella sud-occidentale cattolica. La confessione è parte integrante ed è, in una certa misura, determinata dalla matrice spirituale delle rispettive regioni. Questa è una verità fondamentale nella questione della nazione e della religione: esse sono realtà correlative.
Siamo, in quanto tali, ortodossi perché siamo romeni, e siamo romeni perché siamo ortodossi.
Diventare cattolici? Per diventare cattolici dovremmo trasformarci spiritualmente in modo da poter realizzare il cattolicesimo. Questa trasformazione significa però: rinunciare alla nostra storia e alla nostra struttura spirituale. In altre parole: rinunciare alla romenità.
Qui non esiste una terza posizione: o rimani romeno, e allora il tuo cattolicesimo non è una realtà; oppure diventi cattolico e allora non sei più romeno. Chi crede altrimenti si sbaglia. Le realtà sono qui, e possiamo controllare.
…Ecco perché non temo la nuova offensiva cattolica.
Nae Ionescu
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Le illusioni dei cattolicizzanti [12]
Allorché ho deciso di accettare la discussione suscitata dai cattolici romeni su un argomento così delicato – ma anche di fondamentale importanza – era naturale attendersi una risposta. Sapendo che i nostri cattolicizzanti sono persone di cultura e dialettica, non avrei mai pensato però che la prima risposta che avrei ricevuto sarebbe stata penosamente confusa e un po’ maldestra. Eppure è andata così. Eccomi quindi nella necessità, in attesa di qualcosa di più importante, di discutere obiezioni che, tra persone dotate di idee e di senso argomentativo, non avrebbero nemmeno dovuto essere sollevate. Tuttavia, lo faccio, perché questo momento polemico si muove comunque nella linea delle mie considerazioni.
L’obiezione di coloro che vorrebbero essere i miei preopinanti è semplice: vengono elencati una serie di romeni di spicco che sono stati uniati o addirittura cattolici, e mi viene posta, trionfalmente, la domanda: Cosa sono costoro? Non sono romeni?
Ma certo, supponiamo che siano romeni. E allora? Cosa mi si è dimostrato con questo? Che si può essere cattolici e romeni allo stesso tempo? No. Perché se riesco a dimostrare con sufficiente precisione che un tale, che si definisce cattolico, è in realtà romeno, ho il dovere di pormi immediatamente la domanda: ma è anche cattolico?
Perché, dopotutto, cosa significa essere cattolici o essere romeni? Basta chiamarsi Ionescu e avere un certificato di nazionalità romena per essere romeno? o figurare nei registri parrocchiali della Chiesa romano-cattolica o greco-cattolica per essere cattolici? Ovviamente, no.
O forse basta voler essere romeni o cattolici per essere anche l’uno o l’altro?! Ecco, queste cose devono essere pur chiarite! Precisiamo: vivo in Romania; sono figlio di genitori romeni; mi identifico, consapevolmente o inconsapevolmente, con tutta la nostra storia e tradizione; e sono anche, diciamo, un membro della Chiesa ortodossa. Tuttavia, riflettendo sulle diverse confessioni, giungo alla conclusione che, ad esempio, il cattolicesimo è superiore all’ortodossia. E, di conseguenza, passo al cattolicesimo. Questo significa che sono cattolico? Come sarebbe? L’effettiva appartenenza a una categoria naturale si potrebbe realizzare con un atto di volontà? Se ho i capelli neri fin dalla nascita, per averli rossi basta volerlo?
Mi dicono che, per esempio, Augustin Bunea [13] era romeno ed era cattolico. Ergo! Permettetemi di scrollare le spalle: diciamo che era romeno; come fate a sapere che fosse anche cattolico? Perché ve l’ha detto? Perché ci credeva? Perché lo confessava? Perché lo voleva? Ciò non basta.
Cosa intendo dire con questo? Ecco la mia risposta, sotto forma di un problema che una volta ho posto ai transilvani, in una conferenza a Cluj, e che ora presento ai cattolici. È noto che la Chiesa ortodossa è conciliare [sobornicească] [14] e apostolica; mentre la Chiesa cattolica è solo apostolica [15]. Ciò significa che per gli ortodossi la verità è deposito di un’unità collettiva – l’assemblea conciliare [soborul], il sinodo [sinodul] –; mentre per i «latini» è di natura individuale. Quindi, per noi l’autorità suprema è il sinodo [sinodul] – rappresentanza collettiva, anonima – mentre per loro il papa, rappresentanza individuale, personale.
In Transilvania, tuttavia, ci sono molti cattolici e uniati. E in questa Transilvania, cattolica o uniata, è nata un’organizzazione politica, quella dei «valorosi» [voinici] [16]. Sapete qual è la caratteristica di questo movimento, emerso, secondo tutte le informazioni, in modo spontaneo e naturale? Vi sorprenderà: non ha un capo. Anzi: non ammette un capo. A questo proposito, tutti i dati – raccolti sugli uniati o ortodossi – concordano: ovunque le organizzazioni dei valorosi, d’impronta romena contadina, si sono orientate verso una rappresentanza collettiva e anonima, – e non verso una rappresentanza individuale e personale.
E allora mi chiedo: com’è possibile che gli uniati della Transilvania – cattolici anche loro! – seguano nella comunità d’amore della Chiesa la via cattolica, e nella comunità d’amore della nazione quella ortodossa? E come si spiega che questa struttura delle organizzazioni dei valorosi non sia stata modificata nemmeno dall’intervento esplicito dei signori Vaida e Maniu [17]?
Bene, vedete? I contadini della Transilvania si sono pronunciati coi fatti a favore dell’unità collettiva rispetto a quella personale. Sono, certamente, romeni. Ma sono anche cattolici?
Due politici hanno protestato contro questo fatto: il signor Vaida e Maniu. Essi sono, evidentemente, cattolici. Ma sono anche romeni?
Non mi si risponda con esclamazioni. Qui non si tratta di abitudini, pregiudizi, simpatie e interessi personali, bensì di fatti e di problemi; i quali devono essere pensati fin dapprincipio, proprio per evitare errori derivanti da cliché e pigrizia di pensiero.
Essere romeni è uno stato di fatto. Essere cattolici è uno stato di fatto. Entrambi rappresentano determinate strutture organiche, dal precipitato spirituale. La domanda è: queste due strutture sono compatibili o no? Come vorremmo noi che fossero o che fossimo, questo non importa. L’importante è: come sono e cosa siamo. Ecco il nocciolo della questione.
Pertanto, ogni azione di proselitismo che non tenga conto di questa verità fondamentale si basa, nel migliore dei casi, su un’illusione.
Nae Ionescu
Sinaia, 4/XI/1930
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Al termine di una discussione – tra cattolicesimo e ortodossia [18]
Ho messo le colonne di questo giornale a disposizione dei cattolici romeni, per chiarire il loro punto di vista. A tre o quattro dei miei articoli, il mio collega Professor I. Frollo ha risposto con otto [19]. Mi sarà consentito, perciò, concludere questa discussione.
Pensavo che sarebbe stata più concisa e sistematica. Ho fatto affermazioni precise; e brevi. Speravo mi si rispondesse allo stesso modo. I. Frollo ha ritenuto, tuttavia, necessario non tanto chiarire le posizioni, quanto piuttosto dimostrare la falsità del mio punto di vista. Uno sforzo inutile. Perché ortodossia e cattolicesimo sono stati naturali; in una discussione, quindi, uno di noi può vincere l’altro. Ma convincerlo, no. Frattanto, cercherò di estrapolare da tutta questa discussione il punto controverso, irriducibile. Affinché tutti possano comprendere perché non possiamo intenderci. E constatare da che parte sta.
Sorvolo sui primi quattro articoli del signor Frollo, che non sono rilevanti per la tesi posta in discussione, e che si basano tutti su una confusione tra la definizione di nazione e la sua realtà; (da cui discende anche la seconda confusione tra le differenze specifiche di un concetto e gli elementi costitutivi (essenziali) di una realtà storica. So che i cattolici sono logici da centinaia di anni. Ma so anche che la loro lunga familiarità con la logica è talvolta degenerata in logomachia; e che sempre in logica si studia l’”utilizzo” del sofisma o del paralogismo. E poi, nella logica sono anch’io del mestiere. Ritengo perciò che sia inutile discutere ancora, allorquando se tu dici che l’Ortodossia è un elemento costitutivo di ciò che viene chiamato «romenità», ti viene risposto che non è vero, perché l’Ortodossia è anche un elemento costitutivo della «bulgarità», della «russità» o della «serbità»! Ci può essere una confusione più categorica tra la nota specifica, in virtù della quale si differenzia una nozione nell’ambito di un «genere» e gli elementi costitutivi di una realtà? Io dico: perché un animale sia un cavallo, tra le altre cose, deve avere, necessariamente, quattro zampe. Il signor Frollo mi risponde: non è vero… perché anche i cani hanno quattro zampe!
Passiamo, invece, alla discussione seria. Essa inizia laddove il signor Frollo, riconoscendo che l’appartenenza a una nazione non può essere un atto di volontà, dichiara – contro il mio punto di vista – che l’appartenenza a una confessione è, comunque, un atto di volontà. Posta così la questione si riduce all’affermazione che la vita nazionale di un individuo è un fatto naturale, mentre la sua vita religiosa non lo è. Io però ho contestato questo argomento fin dal principio; e non posso che stupirmi che la perspicacia logica del mio preopinante abbia dovuto brancolare nel vuoto per quattro articoli per scoprirne il punto nevralgico. Definiamo, pertanto, le nostre posizioni su questo punto controverso.
Il signor Frollo afferma – e con lui tutti i cattolici – che la dottrina di Cristo è una; e che, di conseguenza, la verità della sua dottrina è universale. Da questa affermazione, innegabilmente valida, i nostri preopinanti deducono, tuttavia, che quest’unica verità deve essere vista da tutti allo stesso modo. Deve? Può darsi. E non dico nemmeno che sia impossibile. Chissà cos’altro deciderà Dio per noi da qui alla fine dei «tempi»!
Prendo atto, tuttavia, che non è ancora venuto questo momento. E che la verità della dottrina di Cristo è una per gli ortodossi, un’altra per i cattolici e, infine, un’altra per i protestanti. E quel che è ancor più strano, ognuno di noi, in queste categorie, è convinto che la propria verità sia quella valida; che la propria verità sia assoluta. Da questo fatto, che nessuno può contestare, deduco che, se anche la dottrina di Cristo è una in se stessa, il viverla e il comprenderla differiscono nel tempo e nello spazio. In altre parole: la vita religiosa di una persona, la sua partecipazione al Magistero, sono storicamente condizionate. Da ciò concludo necessariamente che l’appartenenza a una fede è un fenomeno naturale. Dio mi ha parlato, certo. Ma posso comprenderLo solo con le mie facoltà di uomo, storicamente condizionato. Posso quindi imparare a memoria il catechismo della Chiesa Romana e posso dichiarare quanto voglio di essere cattolico; questo, però, non ha alcun valore, fintanto che non sarò vissuto nelle condizioni storiche in cui si è sviluppato il cattolicesimo e non sarò io stesso il prodotto di quelle condizioni.
Sarebbe a dire? Fino al 1518 i tedeschi sono stati realmente cattolici, e da quella data sono diventati realmente protestanti? Fino al 1699 una parte dei romeni della Transilvania erano realmente ortodossi, e da quella data sono diventati realmente cattolici? È uno scherzo! Sarebbe più giusto dire, io credo, che i tedeschi non sono mai stati realmente cattolici – ma sempre protestanti –, e i romeni non sono mai diventati cattolici – ma sono sempre rimasti ortodossi –; quand’anche gli uni e gli altri credessero e dichiarassero diversamente.
Questo significa che le forme di vita spirituale non si trasmettono e non si impongono; bensì semplicemente nascono. Le «trasmissioni» sono sempre un’imposizione di forme arbitrarie sotto le quali la realtà cova (il caso del protestantesimo). Forme arbitrarie, che il più delle volte non comprendiamo e quindi non assimiliamo. La prova? Il sig. Frollo stesso. Il quale non sa – e, nella misura in cui è cattolico, non può sapere – cosa sia un concilio. Afferma, ad esempio, che l’accademia è un concilio. Proprio come tutto l’Occidente cattolico – e protestante, ovviamente – che ha sempre immaginato un concilio come un… parlamento ecclesiastico. Perché? Perché in Occidente, la realtà, viva in tutto l’Oriente greco-arabo, contenuta nella parola pneuma, non è mai stata compresa a fondo – e perciò nemmeno vissuta. È solo un esempio!
Vedete, dunque, tutte le abilità logiche sono superflue. Le domande che circoscrivono la polemica sono precise: la vita religiosa delle persone è un fenomeno naturale oppure no? Le forme di vita spirituale nascono o si trasmettono? Se no, allora hanno ragione i cattolici; e in questo caso possono continuare il loro proselitismo, nella speranza di… cattolicizzarci tutti. Se sì, allora abbiamo ragione noi; e li preghiamo di lasciarci in pace nella nostra ortodossia – se così vogliamo chiamarla –, proprio come noi li lasciamo in pace nel loro cattolicesimo – perfino laddove non c’è.
Nae Ionescu
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L’«Internazionale sotto il cappuccio» [20]
Sono certo che per gran parte dei lettori la discussione sul cattolicesimo sia stata troppo lunga. Per questo l’ho abbreviata, limitandomi nella mia risposta a un solo articolo. Non potevo però fare la stessa cosa con i miei avversari; perché sono io il padrone di casa, perché ho ritenuto mio dovere lasciare che i miei avversari dicessero tutto quello che avevano da dire, e – ora lo confesso – per un diabolico piacere personale: ho capito fin dall’inizio che la tesi degli avversari era destinata a condurre a un vicolo cieco, e… li aspettavo. La mia aspettativa non è stata delusa; perché chi ha seguito attentamente la risposta del signor Frollo ha potuto capire che questo caloroso e patetico credente cattolico rischia… la scomunica: il signor Frollo è, infatti, un evoluzionista. Per quanto mi ricordi, l’evoluzionismo a Roma è condannato [21].
Sia chiaro: innanzitutto, io per primo apprezzo l’abilità dialettica del mio avversario. Riconosco nella sua replica una buona scuola cattolica, la cui tradizione sta purtroppo cominciando a perdersi, e che, una volta, era la mia gioia intellettuale. Potete quindi immaginare con quale piacere ho seguito lo svolgimento di una discussione, che mi ha ricordato, in un certo senso, la rigida disciplina dell’esposizione scolastica, le cui tradizioni un Garrigou-Lagrange [22] ha a malapena conservato ai nostri giorni.
Ma proprio per questo motivo, potete immaginare quanto dev’essermi sentito triste, constatando che nemmeno questa meravigliosa cultura cattolica è oggi in grado di fornire allo studioso e al pensatore quella visione organica delle realtà, la cui prima legge è la correlazione, e che è l’unico modo per comprenderle. Se ho accettato la discussione con i nostri cattolici, è perché ho creduto che loro e me avevamo qualcosa in comune: il punto di partenza; che, in questo caso, non poteva che essere uno: l’esistenza delle specie e l’incapacità della natura di superarle con lente variazioni. È il grande principio antievoluzionista che la Chiesa romana ha adottato categoricamente e che nel mio piccolo professo fin da quando – come ogni biologo che si rispetti – sezionavo le rane per scoprire… il segreto della vita.
Con mia sorpresa, tuttavia, ho dovuto constatare che il punto controverso, per il quale ho dovuto lottare fino alla fine, era il carattere organico delle unità spirituali e la loro incapacità di trasformarsi l’una nell’altra; un fatto che ho affermato nella formula: le forme di vita spirituale, tutte storicamente condizionate, non si trasmettono, ma nascono.
Purtroppo, l’incomprensione di questo fatto fondamentale, di cui i cattolici hanno dato prova nella nostra discussione, è un fenomeno molto più generale; che va oltre l’argomento in discussione e caratterizza un momento spirituale che stiamo attualmente superando; ma che è ancora attivo tra i nostri «bonzi intellettuali» e continua a terrorizzarci con il suo prestigio «scientifico».
Tutta la falsità e l’artificialità della cultura romena, da quasi cent’anni a questa parte, sono il risultato dei tentativi compiuti nel nostro Paese di trasporre – nemmeno di trapiantare dunque! – nelle realtà moldavo-valacche alcune forme di vita occidentali che laggiù erano nate davvero in modo organico. Mentre il postulato, il presupposto di questi tentativi è sempre stata la convinzione che le forme di cultura, in ultima analisi di spiritualità si possano trasmettere e, di conseguenza, importare. Un errore fondamentale, che si è verificato dappertutto, in quanto tale.
Sono persuaso che la nostra nazione non tornerà in sé, non prenderà coscienza di sé e non riuscirà a diventare creatrice nell’ordine spirituale finché non capirà, una buona volta, che in quest’ordine si può edificare solo su basi autoctone, e che qualsiasi importazione di idee – valida, certamente, entro l’ambito ristretto della tecnica – rimane sterile e conduce a apparenze ridicole; queste idee importate possono fungere al massimo da «carburante», in nessun caso da «seme».
Certo, mi rendo conto della falsa prospettiva che le nostre abitudini e la nostra pigrizia di pensiero, la nostra incapacità di staccarci da schemi di pensiero che ci sono stati imposti con violenza per quasi un secolo, creano oggi. Ciò non mi impedirà di affermare e di porre sempre come tema di riflessione per coloro che non hanno perso l’abitudine di pensare, il fatto fondamentale che le influenze tra le culture sono solo apparenti, e che ogni cultura non prende in prestito da un’altra più «avanzata» che nomi per le realtà proprie, originarie – il nucleo stesso, l’elemento generatore essenziale e caratteristico essendo per sua stessa natura non trasmissibile, non trasformabile e pertanto non assimilabile.
Ecco la nostra convinzione – questa davvero «scientifica» –; ecco la nostra professione di fede che traccia una linea di demarcazione precisa tra noi e tutti le internazionali del mondo, siano esse nere, bianche, verdi o rosse. C’è altro da aggiungere? No.
Nae Ionescu
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La barba di Bessarione [23]
Nel suo corso di «Storia della metafisica» di quest’anno, Nae Ionescu è tornato ad approfondire i due temi preferiti delle sue riflessioni filosofiche, temi cha hanno costituito del resto anche l’oggetto della controversia con il sig. Frollo, sul cattolicesimo, in questo giornale.
Vale a dire:
- L’idea che un’anima, così come una civiltà, costituiscano un tutto qualitativo, chiuso, organico: una monade;
- L’idea che le anime degli uomini, come anche le civiltà non si possano compenetrare se non in apparenza, in superficie, dando vita così alle cosiddette «pseudomorfosi», perché in realtà nessun popolo e nessun individuo può superare la legge che lo costituisce.
Parlando, tra le altre, di civiltà orientale, Nae Ionescu affermava – tra il serio e il faceto – che tra il fatto che l’oriente ortodosso si rifiuti di confessare il filioque [24] e il fatto che gli orientali «portino la barba» esiste una correlazione talmente stretta che l’una implica necessariamente l’altra.
Quest’accostamento ha fatto sorridere, per quanto mi ricordo, una parte dell’uditorio. Si potrebbe forse persino dubitare della validità dell’intera argomentazione del professore.
Le lezioni dei giorni scorsi mi hanno però posto di fronte a un fatto che tutti quelli che hanno sorriso in quella occasione dovrebbero meditare. Traduco testualmente dalla preziosa opera di Philippe Monnier sul Quattrocento, premiata dall’Accademia Francese. Si tratta di quel periodo meraviglioso all’inizio del XV secolo, in cui sembrava che due mondi si incontrassero, in cui il genio dell’Italia rinascente, venisse fecondato dall’Oriente bizantino [25].
«Il rapido declino dell’Impero d’Oriente, il contemporaneo Rinascimento dell’Italia, l’unione compiuta tra le due chiese ortodossa e cattolica, la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi, furono altrettante ragioni che spinsero i Greci ad attraversare il mare e a tentare nella Penisola una fortuna che speravano, certamente, brillante.
Alcuni di questi emigrati sono illustri; sono nobili; studiosi; sono dignitari della Chiesa o dell’Impero; sono loro che l’Italia trattiene. Si è visto con quale entusiasmo essa salutò l’arrivo di Crisolora, che si convertì al cattolicesimo, seguì il Sinodo di Costanza, lì morì e fu solennemente sepolto. Giorgio Trapezunzio di Creta, che troviamo nel 1420 a Venezia, e Teodoro Gaza di Salonicco, che nel 1435 si trova a Pisa, convertito al cattolicesimo come anche Manuele (Crisolora, n. M.V.), – sono impiegati dalla Curia e offrono carriere straordinarie.
Allo stesso modo, Argiropulo, che Pallade Strozzi chiama a Padova, riceve la cittadinanza onoraria di Firenze; Gemisto Platone, che fa convocare il Concilio dell’Unione, riceve una sepoltura gloriosa a Rimini; Demetrio Calcondila di Atene, che sceglie come padrino il principe Pico di Mirandola, riceve uno stipendio annuo di quattrocento fiorini a Padova. Costantino Lascaris, che Bonnino Mombrizio traduce in versi latini, si vede disputato tra gli Aragonesi che gli Sforza.
E, più in evidenza di tutti, Bessarione, nato nel 1403 a Trebisonda, accolto nel 1423 nell’ordine di San Basilio, discepolo di Pletone, rotto alle finezze della teologia e della politica, portato al Concilio di Firenze da Gemisto, creato arcivescovo di Nicea dall’imperatore, fatto cardinale dal Papa, è una figura ecclesiastica di grande importanza e un erudito di alta cultura, la cui intelligenza fine e versatile, la cui conoscenza degli affari di Chiesa, la cui ricchezza, la cui biblioteca, la cui attività lo collocano ai primi posti nell’Italia quattrocentesca.
Pur essendo stato uno dei primi ad abiurare, a conoscere il latino, a parlarlo apertamente, essendo completamente italianizzato, rimase Greco per la sua forma mentis, la sua cultura [filosofica] e soprattutto per la lunga barba che volle conservare, e che, forse, gli costò, alla morte di Niccolò V, il trono apostolico». (Vol. II, pp. 17-18)
Una barba che costa a un illustre convertito… la sede di Roma. Una barba che si frappone a mo’ di spada tra Occidente e Oriente, invalidando le decisioni «per l’unione» del Concilio di Firenze. Una barba a cui un sacerdote illuminato non rinuncia, anche se ha rinunciato al filioque!
Ha ragione, allora, Nae Ionescu?
Che fare allora, con così tanti preti che vogliono farsi radere, rifinire e sbarbare «alla Garçonne»? È forse questa un’indicazione sullo stato del nostro senso ortodosso?
La cosa mi dà ancor più da pensare, perché vedo molti giovani… che si fanno crescere la barba.
Mircea M. Vulcănescu
Traduzione, presentazione e note a cura di Igor Tavilla
(n. 6, giugno 2026, anno XVI)
NOTE
[1] A fi “bun român”, in«Cuvântul», a. VI, n. 1987, 1 noiembrie 1930, p. 1. N. Ionescu, Opere, vol. XIII, a cura di Marin Diaconu e Dora Mezdrea, EMLR, București 2016, pp. 33-34. Ionescu riprende qui l’espressione «buon romeno» utilizzata da Iosif Frollo nella polemica con l’archimandrita Iuliu Scriban. Il 17 ottobre, l’archimandrita mitroforo Iuliu Scriban (1878-1949), allora professore di omiletica e pastorale presso la nuova Facoltà di Teologia di Chișinău pubblicava su «Cuvântul» un articolo polemico intitolato Călugărițele catolice nu-și lasă năravul [Le suore cattoliche non rinunciano alla loro abitudine] in cui denunciava con toni violenti l’opera di proselitismo condotta dalle suore cattoliche, paragonandola al lavoro di una talpa che scava nell’ombra alle radici dell’anima romena. L’articolo prende a pretesto la conversione al cattolicesimo e l’ordinazione monastica di alcune giovani donne appartenenti a famiglie illustri (tra gli altri Scriban cita anche il caso di una delle figlie dell’ex-rettore dell’Università di Iași, Neculai Culianu – bisnonno del noto storico delle religioni romeno Ioan Petru Culianu). L’archimandrita punta il dito contro gli istituti di istruzione cattolici, dove incautamente le famiglie iscrivono le proprie figlie, pensando che lì possano apprendere più facilmente la lingua e la cultura francese, e dove le ragazze verrebbero invece adescate con l’inganno e traviate dalle suore. Il 30 ottobre, sempre su «Cuvântul», Frollo (1886-1966), pubblicista romeno-cattolico di origini italiane, professore di francese, latino, greco e filosofia presso il Liceo “Spiru Haret” di Bucarest (dove ebbe per allievi, tra gli altri, anche Mircea Eliade e Arșavir Acterian), rispondeva alle accuse con una Lettera aperta a S.S. archimandrita Scriban, in cui biasimava i volgari sentimenti anti-cattolici espressi dall’archimandrita. Al di là dei toni, poco consoni al livello d’istruzione e alla carica da lui ricoperta, Frollo rimprovera all’archimandrita l’idea che chi diventa cattolico cessi di essere per questo anche un «buon romeno». Frollo, che intende mostrare come la confessione cattolica non pregiudichi affatto il sentimento di appartenenza alla nazione, cita il caso della Transilvania, dove la chiesa greco-cattolica si è battuta per i diritti della nazione romena contro le pretese annessionistiche dell’Ungheria. Più di recente, in occasione del Concordato con la Santa Sede, stipulato dal Regno di Romania nel 1927 e promulgato nel 1929, gli unici a opporsi furono proprio gli ungheresi. Per combattere i cattolici, però, una parte del clero ortodosso si sarebbe opposta al Concordato, schierandosi di fatto dalla parte degli ungheresi, «gli ultimi degni di essere chiamati amici» dei romeni. Di fatti con questo argomento, squisitamente nazionalista, Frollo intende disputare con Scriban su chi sia in realtà più fedele alla nazione romena, il romeno-cattolico o l’ortodosso filo-ungherese. L’archimandrita Scriban avrebbe ribadito la sua posizione, prima nell’articolo Trecerile la catolicism dell’8 novembre 1930, invitando Frollo a immaginare quale sarebbe stata la sua reazione se una giovane cattolica si fosse convertita al protestantesimo, poi ancora su «Cuvântul» il 18 novembre con l’articolo Dacă d. Frollo vrea dovezi, biasimando soprattutto il fatto che le giovani fattesi suore vengano inviate in missione lontano dal proprio paese, in Brasile e Cina, trascurando i bisogni della nazione romena per servire quelli di altre genti. Oltre al caso, già citato, della nipote dell’ex rettore dell’Università di Iași, Scriban menziona di passaggio quello di Vladimir Ghika (1873-1954), convertitosi nel 1902 dall’ortodossia al cattolicesimo, lasciando intendere che il carrierismo starebbe alla base della scelta di Ghika di abbandonare la povera e umile chiesa ortodossa per abbracciare la ricca e maestosa chiesa cattolica. Tra le reazioni suscitate dagli articoli di Scriban, il quale riceverà repliche anche dalla testata «Lumea» di Iași, registriamo quella, a sostegno, del generale Gheorghe “Zizi” Cantacuzino-Grănicerul, che proprio nel 1930 entrava nelle fila della Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu, di cui avrebbe assunto a partire dal 1934 la presidenza della relativa formazione politica Totul pentru Țară [Tutto per la Patria].
[2] “E non senza motivo”, “e non senza perché”.
[3] Samuil Micu Klein (Sad, Transilvania, 1745 – Budapest, 1806) è stato un eminente storico, filologo e teologo romeno, tra le figure di spicco della Scuola Transilvana (Școala Ardeleană). Dopo gli studi a Vienna, si dedicò all’insegnamento presso il seminario di Blaj. Micu Klein fu un fervente sostenitore della latinità del popolo e del cristianesimo romeno. Il suo programma culturale mirava a purificare la lingua, mediante la sostituzione dei termini slavi con parole derivate direttamente dal latino per riaffermare le radici storiche del Paese. Tra le sue opere si segnalano: Gli Elementa linguae daco-romanae sive valachicae (1780), la grammatica fondamentale scritta in collaborazione con Gheorghe Șincai, pietra miliare per la codificazione della lingua romena su base latina; la Bibbia di Blaj (1795), un’imponente opera di revisione linguistica e filologica basata sulla prima traduzione romena delle Scritture (la Bibbia di Bucarest del 1688); l’opera, in quattro volumi, Istoria, lucrurile și întîmplările românilor [“La storia, le cose e le vicende dei Romeni”], pubblicata nel 1806, anno della sua morte.
[4] Ion I.C. Brătianu (1821-1891), uomo politico liberale, ministro in vari governi e presidente del consiglio.
[5] Josiah Clement Wedgwood (1872–1943), detto “il Colonnello”. Parlamentare britannico e pronipote del fondatore della dinastia dei ceramisti, fu tra le figure non ebraiche più rilevanti della storia del sionismo. Sostenne fermamente il diritto del popolo ebraico a una patria e si batté con vigore contro il nazismo per favorire l’accoglienza dei rifugiati; a lui fu intitolata la nave Josiah Wedgwood che nel 1946 trasportò in Palestina centinaia di ebrei scampati alla Shoah.
[6] “Il troppo stroppia”.
[7] Noi și Catolicismul, in «Cuvântul», a. VI, n. 1998, 2 noiembrie 1930, p. 1, ora in N. Ionescu, Opere, vol. VIII, a cura di Marin Diaconu e Doza Mezdrea, EMLR, București 2016, pp. 35-36. Ionescu fa precedere il titolo dell’articolo, in alto a destra, dalla didascalia, in carattere più piccoli: “Essere un ‘buon romeno’”.
[8] Alexandru Rusu (1884-1963), sacerdote greco-cattolico, docente di teologia dogmatica presso l’Accademia Teologica di Blaj, tra il 1922 e il 1930 diresse la testata greco-cattolica «Unirea». Nel 1930 fu nominato vescovo della diocesi di Maramureș, di recente fondazione. Destituito dal proprio incarico, in seguito allo scioglimento della Chiesa unita a Roma ad opera del regime comunista, venne internato insieme ad altri vescovi che si opponevano al regime, prima nel carcere di Sighet e poi in quello di Gherla dove trovò la morte. Fu beatificato, insieme ad altri sei vescovi greco-cattolici martiri del comunismo, tra cui Iuliu Hossu, da Papa Francesco in occasione del suo viaggio apostolico in Romania, nel marzo 2019. Per questa vicenda si rinvia il lettore al toccante romanzo di Tatiana Niculescu dedicato alla vita di Iuliu Hossu, Il santo n. 6, tr. it. di H.C. Cicortaș e I. Tavilla, Castelvecchi, Roma 2025.
[9] Gli “uniati” sono in questo caso i fedeli delle chiesa Chiesa greco-cattolica romena, o Chiesa romena unita con Roma, la quale segue la tradizione e la liturgia bizantina (greca), ma riconosce l’autorità e il primato del Papa di Roma. Se nella lingua romena il termine uniat è connotato in senso dispregiativo – come del resto l’analogo termine papistaș (papista) –, in italiano l’espressione “uniate” è comunemente utilizzata e priva di qualsivoglia accezione negativa. Da notare, comunque, che nel suo testo Nae Ionescu non usa il termine uniat bensì quello di unit (neutro e privo di connotazioni negative).
[10] Il românism può essere inteso come affermazione consapevole e patriottica dell’identità romena, spesso con connotazioni ideologiche. Nella concezione essenzialista che Ionescu ha della cultura, tale «romenità» è l’insieme delle qualità innate che rendono ogni romeno un romeno, la “forma”, aristotelicamente parlando, del loro essere romeni.
[11] Sorții de izbândă a nouei ofensive catolice, in «Cuvântul», a. VI, n. 1991, 5 noiembrie 1930, p. 1, ora in N. Ionescu, Opere, vol. VIII, a cura di Marin Diaconu e Doza Mezdrea, EMLR, București 2016, pp. 39-40. Ionescu fa precedere il titolo dell’articolo, in alto a destra, dalla didascalia, in carattere più piccoli: “Essere un ‘buon romeno’”.
[12] Iluziile catolicizanților, in «Cuvântul», VI, n. 1995, 9 novembre 1930, p. 1, ora in N. Ionescu, Opere, vol. VIII, a cura di Marin Diaconu e Doza Mezdrea, EMLR, București 2016, pp. 45-46. Il titolo dell’articolo è preceduto, in alto a destra, dalla didascalia, in carattere più piccoli: “Essere un ‘buon romeno’”.
[13] Augustin Bunea (1857-1909), sacerdote greco-cattolico, professore di teologia dogmatica presso l’Accademia teologica di Blaj, fondatore del quotidiano religioso-politico «Unirea». Aderì al Partito Nazionale Romeno di Transilvania. Scrisse numerose opere sulla storia della Transilvania e della Chiesa.
[14] Il termine rumeno sobornicească (dal sostantivo sobor, “adunanza”, “concilio”) è la traduzione storico-teologica del greco καθολική (katholikē, “cattolica”), presente nel Simbolo niceno-costantinopolitano per definire la Chiesa («Una, Santa, Cattolica e Apostolica»). Mentre la radice latina e occidentale di “cattolica” enfatizza l’universalità geografico-quantitativa (l’estensione nello spazio), il termine slavone-romeno traduce l’essenza greca di kath’olon («secondo il tutto», «in conformità con l’intero»). Sul piano teologico, ciò esprime il concetto russo di sobornost’ (elaborato in particolare dal teologo Aleksej Chomjakov): la Chiesa non è semplicemente “universale”, ma è “conciliare” e “comunitaria”. Essa realizza l’unità nella diversità sul modello della Trinità, dove l’autorità non risiede in un singolo vertice gerarchico né nella somma individuale dei fedeli, ma nella comunione sinodale di tutto il corpo ecclesiale, guidato dallo Spirito Santo.
[15] Affermare, come fa qui Ionescu, che la Chiesa cattolica sia solo apostolica, significherebbe escluderne l’universalità, nel senso della kαθολικὴν ἐκκλησίαν. Se non si tratta di una svista o di un refuso, probabilmente l’autore intendeva dire che la chiesa cattolica non è “conciliare” nel senso di quel comunitarismo sinodale espresso nelle lingue liturgiche delle chiese ortodosse orientali (v. supra, n. 14).
[16] Movimento giovanile contadino noto come Cohortele de voinici [«Coorti dei valorosi»], organizzate in Transilvania da Alexandru Vaida-Voevod (1872-1950) – uomo politico del Partito Nazional-Contadino (moderato e democratico). Il giornale dei voinici era apparso nel 1926 con il titolo di «Chemarea tinerimii române» [La chiamata alla gioventù romena], perciò i voinici erano anche detti «i chiamati». Tra i «chiamati» transilvani vi era anche Ion Moța (1902-1937), fondatore nel 1927, insieme a Corneliu Zelea Codreanu e altri tre amici, della «Legione dell’Arcangelo Michele», movimento ultranazionalista e antisemita.
[17] Il nucleo originario dei voinici si era formato attorno al greco-cattolico Iuliu Maniu (1873-1953) e al Partito Nazionale dei romeni della Transilvania asburgica (pre-1918). In un articolo dell’autunno 1929, Nae Ionescu evidenziava l’esistenza di due direzioni regionali nel movimento giovanile: «i transilvani, che erano rimasti in contatto con il mondo occidentale e la struttura spirituale cattolica, propendono per un’organizzazione personale, guidata da un “imperatore”, nel senso originale della parola; mentre i nostri contadini, cresciuti all’interno dell’ortodossia, si avvicinano alla democrazia contadina», preferiscono cioè una rappresentanza collettiva e anonima. Cfr. N. Ionescu, Între imperialism și democrația țărănească, «Cuvântul», 1 nov. 1929, ora in Id., Opere, vol. XI, pp. 416-417, p. 416.
[18] La închiderea unii discuții – Între catolicism și ortodoxie, in «Cuvântul», a. VI, n. 2003, 17 dicembrie 1930, p. 1, ora in N. Ionescu, Opere, vol. VIII, a cura di Marin Diaconu e Doza Mezdrea, EMLR, București 2016, pp. 81-82.
[19] Frollo fa osservare innanzitutto che l’appellativo “buon romeno” lungi da indebolire il senso etnico di appartenenza, come suggerisce invece Ionescu, che intende il “buon romeno” alla stregua di “filo-romeno”, lo rafforza e lo porta a perfezione. Cfr. I. Frollo, Românism și catolicism, in «Cuvântul», a. VII, 1998, 12 noiembrie 1930, p. 1. Nell’articolo seguente introduce una distinzione tra note essenziali e integranti del concetto di romenità. Il suolo e la lingua, specchio fisiologico-psicologico di un popolo, costituiscono l’essenza della sua etnicità, laddove invece la confessione religiosa, così come gli usi e i costumi, può integrare la nozione di romenità ma non pregiudicarla. L’esempio proposto da Ionescu del cavallo che è tale perché ha quattro zampe è errato, osserva Frollo, giacché non è il fatto di essere quadrupede a rendere tale il cavallo, così come non è l’ortodossia a rendere tali i romeni, quanto è vero che ortodossi sono anche i bulgari, i greci, i serbi, ecc. I. Frollo, Cum s-ar putea defini noțiunea de român,I-II, in «Cuvântul», a. VII, n. 2005, 19 noiembrie 1930, pp. 1-2 (I) e in Ibidem, n. 2006, 20 noiembrie 1930, p. 1 (II); Frollo concede al proprio interlocutore che essere romeni sia un fatto etnico, mentre l’appartenenza a una confessione religiosa dipende da un atto di volontà. Tra i due elementi, quello etnico e quello religioso, non può esservi dunque piena corrispondenza. In ossequio a tale logica, si giungerebbe al paradosso di affermare ad esempio che la libertà di pensiero, caratteristica dei romeni in quanto popolo, sia un tratto caratterizzante anche della fede ortodossa. Che patria e lingua costituiscano gli elementi essenziali di una nazione lo prova il fatto che ogni tentativo di snaturalizzazione o denazionalizzazione di un popolo passa attraverso l’aggressione dei suoi confini o l’impedimento a utilizzare la propria lingua madre. Frollo difende la tesi secondo la quale l’appartenenza a una confessione, in special modo nella cornice di una religione “spirituale” e trascendente come il cristianesimo, dipende da un atto di volontà, il che spiega anche il “merito” acquisito dal credente, rispetto al non credente. I. Frollo, În ce măsură notă confesională integrază noțiunea de naționalitate, I-II, «Cuvântul», a. VI, nn. 2012-2013, 26 e 27 noiembrie 1930; Frollo ascrive alla propria interpretazione non etnica della religione, la possibilità di spiegare le conversioni da una confessione a un’altra e l’adesione di un intero popolo a un credo diverso rispetto a quello a cui era fino a quel momento aduso. Frollo è scettico circa il presunto radicamento ortodosso-sinodale dei romeni, come dimostra la deriva atea, materialista, evoluzionista di molti degli esponenti dell’intellettualità romena, ortodossi per nascita. Perché la fede possa portare a perfezione un popolo, valorizzandone le peculiarità etniche – così da fare di un “romeno” un “buon romeno” –, è necessario che sia fede viva, consapevole, non già un’abitudine inerziale alla quale si cede per costume. Frollo esorta cattolici e ortodossi a smettere di considerarsi nemici e a battersi insieme per la cristianizzazione del popolo romeno contro la minaccia del materialismo bolscevico. I. Frollo, Religia nu modifică, propriu-zis, ci desăvârșește caracterul etnic al unui popor, I-III, «Cuvântul», a. VI, nn. 2017-2019, 1, 2 e 3 dicembrie del 1930.
[20]“Internaționala sub glugă, in «Cuvântul», a. VII, n. 2034, 18 dicembrie 1930, p. 1, ora in N. Ionescu, Opere, vol. VIII, a cura di Marin Diaconu e Doza Mezdrea, EMLR, București 2016, pp. 83-84.
[21] Nel 1907 Pio X aveva condannato, con l’enciclica Pascendi domini gregis, l’evoluzionismo dei modernisti in materia di fede e dogma, mantenendo un atteggiamento prudente nei confronti dell’evoluzionismo biologico, preferendo comunque ipotesi che non contraddicessero il dettato biblico della creazione. Non sono mancati tentativi di conciliare la teoria dell’evoluzione della specie col principio creazionista, come testimoniano i casi del biologo tedesco Erich Wasmann (1859-1931) e del paleontologo francese Teilhard de Chardin (1881-1955), entrambi gesuiti.
[22] Réginald Garrigou-Lagrange O.P. (1877-1964), teologo domenicano francese, esponente della scuola neotomista.
[23] Mircea Vulcănescu, Barba lui Visarion, in «Cuvântul», a. VII, n. 2058, 13 ianuarie 1931, p. 1, Ora in M. Vulcănescu, De la Nae Ionescu la «Criterion», a cura di M. Diaconu, Humanitas, București 2003,pp. 61-63
[24] La disputa del filioque è una controversia teologica sorta tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa riguardante la processione dello Spirito Santo all’interno della Trinità, tra i motivi principali che portarono al Grande Scisma del 1054. L’espressione latina significa “e dal Figlio” ed è stata aggiunta in Occidente al Credo niceno-costantinopolitano a partire dall’VIII secolo per combattere l’eresia ariana e ribadire la piena divinità del Figlio. Mentre per i cattolici lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio (“procede ex Patre Filioque”), per gli ortodossi l’aggiunta occidentale, introdotta per altro senza convocare un concilio ecumenico universale, sminuisce il ruolo del Padre come unica “sorgente” della Trinità.
[25] P. Monnier, Le Quattrocento. Essai sur l’histoire littéraire du XVe siècle italien, voll. I-II, Perrin, Paris 1901.
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