Mircea Vulcănescu nella polemica tra professori

Nella polemica tra filosofi «scientifici» e «mistici» che ha visto contrapporsi Constantin Rădulescu-Motru e Nae Ionescu – e di cui nei numeri precedenti abbiamo ripercorso le tappe principali: la pubblicazione dell’articolo Lo spirito mistico di Rădulescu-Motru, le reazioni di Nae Ionescu e Arșavir Acterian e le schermaglie giornalistiche tra i due professori – si inserisce anche Mircea Vulcănescu (1904-1952) il quale pubblica tra il gennaio e il febbraio 1931 due articoli, rispettivamente su «Epoca» e «Cuvântul».
Dopo aver frequentato in parallelo, nella prima metà degli anni Venti, la Facoltà di Diritto e quella di Lettere e Filosofia dell’Università di Bucarest, dal 1926 Vulcănescu intraprende il dottorato in Scienze economiche e politiche a Parigi. Rientrato in patria nel 1928, occupa la posizione di assistente di Sociologia presso la cattedra di Dimitrie Gusti all’Università di Bucarest e ricopre diversi incarichi presso il Ministero delle finanze. Attivo conferenziere, è stato membro, e spesso anche fondatore, di numerose associazioni culturali: Asociația Studenților Creștini din România, Forum, Criterion, nonché articolista e redattore di svariate testate tra cui «Convorbiri literare», «Criterion», «Izvoare de filozofie», «Gândirea», «Floarea de foc». Sottosegretario di Stato (1941-1944) nel governo Antonescu, fu processato e condannato nel 1947 a otto anni di carcere, scontati nel carcere di Aiud dove morì.
Allievo di entrambi i professori, ma allineato alle posizioni di Ionescu, con il quale collabora stabilmente alla redazione del quotidiano «Cuvântul», all’epoca dei due articoli, che riportiamo qui in traduzione, Vulcănescu frequentava il Corso di storia della metafisica del semestre invernale 1930-1931. Se ne ha conferma dall’articolo Barba lui Visarion [La barba di Bessarione], sul numero del 13 gennaio 1931 di «Cuvântul», dove vengono riportate alcune considerazioni svolta da Ionescu nell’ambito della seconda lezione.
Il primo articolo, Gândirea filosofică a d.lui Nae Ionescu [Il pensiero filosofico del sig. Nae Ionescu], offre un «bilancio sommario» dell’attività filosofia di Ionescu, bilancio occasionato, come precisa l’autore, dalla polemica avviata da Rădulescu-Motru in apertura al suo corso di psicologia. Noto al pubblico più come giornalista che come filosofo, Ionescu è stato la personalità che più ha influenzato la giovane generazione. Vulcănescu riconosce come un «segno di voluta distinzione e di aristocratica protesta» il fatto che, «in un’epoca in cui tutti gli stupidi possono stampare le loro sciocchezze per “opere” filosofiche», Ionescu abbia scelto di dedicarsi pressoché esclusivamente all’attività didattica e a quella di conferenziere, rinunciando a pubblicare opere vere e proprie.
Vulcănescu paragona il successo riscosso da Ionescu, i cui corsi non erano frequentati solo da studenti ma anche da uditori esterni, a quello di un Vasile Pârvan e di un Nicolae Iorga, ed elogia le qualità maieutiche del Professore, il quale non teneva lezione enunciando una teoria preconcetta dalla cattedra, ma coinvolgeva il proprio uditorio nell’elaborazione di un pensiero vivo. La maieutica ioneschiana consisteva nel mettere l’allievo alla prova, lasciandolo solo difronte alla fatica di pensare. «Il suo parere è che un professore di filosofia debba mettere quanto più possibile i bastoni tra le ruote al suo discepolo. Per metterlo alla prova. Quanto più il discepolo avrà una vocazione filosofica, tanto più sarà difficile per lui sdegnarsi della filosofia, qualunque siano gli ostacoli che gli pone il professore».
Il secondo articolo, che data l’ampiezza esce su due numeri successivi di «Cuvântul», si intitola Filosofie științifică, universitate și ortodoxie [Filosofia scientifica. Università e ortodossia] e intende rispondere all’articolo di Rădulescu-Motru Învâțâmântul filozofic în România [Sull’insegnamento filosofico in Romania], apparso su «Convorbiri literare», dove si attaccava l’indirizzo mistico.
Nella prima parte, ripercorsa l’analisi di Motru, Vulcănescu si sofferma sull’inopportunità, rilevata dallo stesso Motru, che lo Stato sovvenzioni pubblicazioni come «Cuvântul» e «Gândirea». Vulcănescu ribatte che le pubblicazioni in questione si sostengono grazie alla partecipazione gratuita e disinteressata di giovani contributori, che aderiscono al nuovo indirizzo non mossi dalla speranza di ottenerne vantaggi materiali, a differenza di molti filosofi «scientifici», i quali «sono pronti a cambiare “specialità” nel momento in cui diventa vacante una cattedra». Vulcănescu interpreta poi l’attacco di Motru, il quale auspicava che la filosofia delle università mantenesse la propria impostazione scientifica, come la prevedibile reazione della vecchia guardia junimista e maioreschiana di fronte all’avanzata dello spirito ortodossista in ambito accademico; niente di diverso da quanto accaduto in Germania o in Francia, dove la liquidazione del neokantismo o dello scientismo meccanicista da parte della fenomenologia, del vitalismo bergsoniano e del neotomismo era stata duramente avversata. Da ultimo Vulcănescu si rammarica del fatto che sia stato proprio Motru a innescare questa polemica, in quanto tra tutti gli esponenti della vecchia generazione è quello la cui opera più si avvicina allo spirito del tempo.
Nella seconda parte dell’articolo, Vulcănescu puntualizza le critiche mosse da Motru all’approccio ortodossista, accusandolo di essere una filosofia non scientifica, oscurantista, priva di originalità creatrice, non seria e sterile, erroneamente orientata nel divenire. In particolare, rispetto alla prima critica, il giovane autore ravvisa nell’argomentazione di Motru un’incoerenza logica. Prima Motru considera scientificità e poesia due proprietà essenziali della filosofia e poi, subito dopo, due proprietà alternative reciprocamente escludentesi. Detto questo, e l’una e l’altra forma hanno, secondo Vulcănescu, pieno titolo a circolare nelle università purché rappresentino lo spirito del tempo e le esigenze vitali di una generazione. A supporto della propria tesi egli cita Pascal, campione di una filosofia intuizionista, di contro ai razionalisti Cartesio e Spinoza e le tendenze filosofiche vitaliste impostesi in Germania, Francia e persino in America e Russia in tempi recenti. L’oggettivismo positivista e scientista arretra di fronte all’idea che qualsiasi giudizio conoscitivo sia in realtà espressione di un atto di valorizzazione. Nel difendere posizioni di retroguardia, Rădulescu-Motru, che pure per un periodo si è fatto interprete di una filosofia autenticamente romena, dimostra, secondo Vulcănescu, di non essere più al passo coi tempi.
Con questo contributo si chiude il dossier riguardante la polemica tra Rădulescu-Motru e Nae Ionescu, inaugurato nel numero di gennaio di questa rivista. Prossimamente seguirà la pubblicazione del dossier dedicato all’altra polemica che fa da sfondo al Corso di storia della metafisica 1930-1931, segnatamente quella tra Ionescu e il pubblicista greco-cattolico Iosif Frollo, intorno alla nozione di românism («romenità») e alla presunta incompatibilità tra l’essere insieme romeni e cattolici.

 

Il pensiero filosofico di Nae Ionescu [1]

Le seguenti considerazioni non sono scritte per ragioni di opportunità. La loro sostanza si trovava da cinque anni nelle mie cartelle; [2] per la precisione, dall’anno del mio congedo dall’Università. Esse sono occasionate da quell’operazione di contabilità interiore, che esige che ogniqualvolta passiamo da un’attività all’altra, riassumiamo ciò che abbiamo guadagnato da quella, e registriamo a chi dobbiamo tutto ciò. La pubblicazione di queste considerazioni oggi risente – com’è giusto – delle influenze dell’attualità.
Si sa che è sorta una polemica di ordine culturale negli ultimi tempi in Università, da quando il professor Rădulescu-Motru ha aperto il suo corso di psicologia quest’anno con un attacco diretto all’indirizzo delle «correnti mistiche, orientaliste, asiatiche e oscurantiste» manifestatesi negli ultimi tempi nella cultura romena e accolte persino in seno all’Università. Chiamato in causa, il sig. Nae Ionescu ha replicato nella sua lezione inaugurale, precisando la propria posizione di fronte al suaccennato attacco e mostrando il significato e il destino fallimentare dell’opposizione dei vecchi al crescente successo delle correnti spiritualiste tra i pensatori della giovane generazione culturale romena. Così avviata, la discussione si è spostata poi dal piano culturale a un altro piano, che non ci interessa più.

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Nae Ionescu è noto ai più come giornalista, ed è apprezzato soprattutto per la perspicacia con cui analizza i problemi più complessi della vita politica romena, per la profondità con cui comprende l’essenziale di una questione, e per la chiarezza con cui spiega quel che ha da dire; ma soprattutto per il modo in cui ha saputo prevedere in molte occasioni, alcuni avvenimenti cardine della nostra vita collettiva. Pochi tuttavia conoscono l’altro aspetto, prettamente filosofico, della sua attività, che è però quello essenziale. Eppure, la storia romena delle idee della seconda decade del XX secolo conosce poche figure che abbiano esercitato un’influenza più profonda e più feconda di quelle che quest’uomo ha esercitato sul pensiero della sua epoca e specialmente sulla formazione intellettuale della giovane generazione. Ecco perché, sorpresi da attacchi a lungo trattenuti, che scoppiano all’improvviso, ci vediamo costretti a fermarci lungo la strada e a fare un bilancio sommario di questa influenza, affrettando l’esposizione di alcuni pensieri che forse avrebbero atteso per molto tempo di essere pubblicati.
Non parleremo qui della “persona” del professor Nae Ionescu. A dispetto della tentazione che rappresenta per noi oggi il parlare di “personalità” quando si tratta di elementi preponderanti della vita romena, questa volta nasconderemo la personalità dietro la cortina dell’idea, come diceva Dante, mi pare, di alcune anime che possono nascondersi nella luce [3]. Non parleremo perciò di questa personalità, con tutto che nel novero dei filosofi romeni, Nae Ionescu presenta una serie di tratti che lo rendono unico.
Così, nel momento in cui la maggioranza dei filosofi ha una specie di superstizione, di rispetto “magico” per i filosofi stampati, egli si ostina a perseguire una carriera filosofica esclusivamente didattica. Giacché Nae Ionescu raramente scrive di filosofia propriamente detta, e più per marcare le direzioni fondamentali dei propri pensieri, che per informare il “pubblico” sulla loro evoluzione. Una tesi manoscritta, conosciuta solo da pochi iniziati – specialmente dai suoi allievi prediletti – sui presupposti intuitivi della logistica [4]; uno studio sostanziale su Descartes, padre della democrazia [5], pubblicato in occasione del centenario su «Ideea europeană»; due studi comprendenti “commenti a un caso di intransigenza dei concetti matematici” pubblicati su «Gazeta matematică» [6], in relazione alle teorie einsteiniane; uno studio sull’“Individualismo inglese”, apparso come prefazione alla traduzione del libro di Spencer: “L’individuo contro lo Stato” [7] (prefazione di cui si è scritto che vale più dell’opera che essa introduce), ripubblicata poi in «Gândirea», dove è apparso in seguito anche un altro studio sulla “Metafisica del dolore” nel cristianesimo [8]; e una nota, Su una classe di predicati irreversibili pubblicata nella «Revista de filosofie»[9], sono le sole “opere” attraverso le quali i profani possono accostarsi al pensiero di Nae Ionescu. Ciò, beninteso, assieme ai suoi articoli di giornale dal contenuto filosofico, tra i quali bisogna assolutamente ricordare: una polemica sulla riforma dello studio della filosofia nell’insegnamento secondario proposta dal disegno di legge Petrovici [10], come anche una serie di note riguardanti la vita religiosa, la struttura spirituale dell’epoca, la filosofia della cultura, la crisi dell’ideologia democratica, la critica al volontarismo sociale e le condizioni di sviluppo della vita pubblica romena, sparse in vari articoli, il cui insieme ci porrebbe tuttavia faccia a faccia con uno dei pensieri più unitari e coerenti della filosofia romena, sebbene in apparenza frammentario, a causa delle circostanze in cui è stato espresso. Debbo aggiungere inoltre una serie di conferenze pubbliche, tra le quali le più note sono: quelle dedicate a Walther Rathenau [11], e al Nostro spazio nell’ambito della Società filosofica, quella dedicata al Sindacalismo nell’ambito dell’Istituto sociale romeno, quella dedicata a Ch. Péguy nell’ambito del gruppo “Poesis” [12]; quelle dedicate al tema Creazione e peccato e Pseudomorfosi della cultura nell’ambito dell’Ateneo Nicolae Iorga, come anche quelle riguardanti Il problema delle generazioni, Del corpo e dell’incarnazione e Il problema della monarchia nell’ambito di diverse associazioni studentesche, quest’ultime, specialmente, evidenziando le tendenze più recenti del suo pensiero [13].
In un’epoca in cui tutti gli stupidi possono stampare le loro sciocchezze per “opere” filosofiche, senza incontrare alcuna critica da parte della filosofia ufficiale, la decisione di un filosofo di non pubblicare nulla fino alla fase definitiva di maturazione di un pensiero, rivela un’alta considerazione della responsabilità del pensatore per quello che compone sulla carta sub specie aeternitatis, unita a una sorprendente indipendenza di fronte alle usanze professionali in siffatta materia.
Il gesto dev’essere considerato, certamente, come un segno di voluta distinzione e di aristocratica protesta – di un’intelligenza che si esprime, altrimenti, con molta facilità e bonomia – contro l’invasione di tutti gli incompetenti e di tutti i pappagalli nelle cose filosofiche.

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Se la sua attività pubblicistica nel campo della filosofia pura è tanto circoscritto, e altrettanto difficile da penetrare, come si spiega allora l’influenza innegabile del professor Nae Ionescu sulla giovane generazione? Giacché questa influenza è una realtà innegabile, persino da parte di coloro che la combattono. Il sig. Rădulescu-Motru stesso non ha negato questa influenza, ma l’ha soltanto rimpianta nella sua lezione d’apertura; tanto più, ha detto, che se non raggiunge “i molti”, raggiunge però “i migliori”.
Questa influenza viene soprattutto dal fatto che Nae Ionescu è un grande insegnante. Nae Ionescu non è, certamente, un “pedagogo”. Al contrario. Il suo parere è che un professore di filosofia debba mettere quanto più possibile i bastoni tra le ruote al suo discepolo. Per metterlo alla prova. Quanto più il discepolo avrà una vocazione filosofica, tanto più sarà difficile per lui sdegnarsi della filosofia, qualunque siano gli ostacoli che gli pone il professore. E siccome la filosofia non è un “mestiere redditizio”, allontanare tutti gli inadatti, è lungi dal cagionare un danno alla cultura. Il professore di filosofia non deve perciò “sforzarsi” (coma fanno i docenti di lettura o di calligrafia) di far avanzare i loro studenti sulla scala dei gradini formali. Chi è filosofo, si addentra da sé nella filosofia, da quando comincia a pensare, e nessuno lo deve introdurre. E chi, di grazia?… Si vede bene che una siffatta concezione è lungi dal creare una seduzione speciale nell’uditorio. Come si spiega allora, l’influenza constatata? E com’è possibile che ai suoi corsi non si precipitino soltanto studenti, ma anche gente che ha concluso da molto tempo gli studi universitari, come accadeva un tempo con i corsi di Pârvan e succede ancora oggi con i corsi del professor Iorga?
La ragione è che il pensiero di Nae Ionescu è in continuo mutamento, in continuo fermento. Il suo pensiero non è mai “appreso”, bensì sempre fresco, vivo. Davanti all’uditorio, Nae Ionescu non insegna, ma pensa. Scompone, uno alla volta, i problemi che presenta al suo pubblico; li presagisce con inquietudine, li soppesa, li discute e li risolve incessantemente con se stesso, senza sapere, dapprincipio, dove sosterà e dove giungerà, così come accade con ciò che è vivo. Così il suo uditorio è ora sorpreso, ora interessato, ora appassionato, esso stesso sollecitato a indagare, a farsi delle domande, a cercare di risolverle… Sono davvero rare le persone che riescono a far riflettere gli altri, come avviene nelle lezioni di Nae Ionescu.
È così che nei dieci anni da quando è conferenziere, nell’arco dei quali ha tenuto circa venti corsi, non ha mai ripetuto due volte lo stesso corso. Persino quando le circostanze didattiche lo hanno costretto a riprendere un argomento già svolto, il problema è stato ripreso daccapo, sotto un altro aspetto, come si può vedere dal confronto dei due corsi di storia della logica, degli anni ‘24-‘25 e ‘29-‘30. [14]
Di volta in volta, è passato dalla psicologia (dove sostituiva il prof. Motru), alla filosofia del linguaggio, alla logica, alla teoria della conoscenza, alla storia della logica, alla teoria della religione, alla metafisica, confrontando quasi tutto il materiale di idee che circola nel mondo filosofico contemporaneo d’Oriente e d’Occidente, aprendosi la strada, con la mente, verso le proprie posizioni, discutendole, criticandole, giustificandole.
Ed è sempre così, che per i suoi studenti, oltre alle cose di cui abbiamo detto sopra, esistono anche: due corsi di logica, uno di “logica elementare”, l’altro di “logica con particolare riguardo alle scienze esatte”, comprendenti: il primo, la sua teoria del concetto e del giudizio; il secondo la sua teoria del ragionamento [15]; poi due corsi di storia della logica considerata come tipologia delle forme di pensiero europeo [16]; tre corsi di teoria della conoscenza: uno sulla conoscenza in generale, gli altri due sulla “conoscenza metafisica” (“mistica” ovvero immediata e “razionale” ovvero mediata) [17]; come anche quattro corsi di filosofia della religione, il primo consacrato alla “Fenomenologia dell’atto religioso”, il secondo alla “Filosofia della salvezza nel Faust di Goethe”, e gli ultimi due, alla filosofia delle principali confessioni cristiane: il “Cattolicesimo” e il “Protestantesimo” [18]. Esistono, inoltre, sotto forma di appunti, frammenti di un suo corso di psicologia [19], tenuto nell’ambito di una sostituzione del Professor Rădulescu-Motru, – che comprende, tra le altre, una lezione dedicata alla “Realtà della vita spirituale”, – poi frammenti di un corso di filosofia della grammatica [20], considerata come introduzione alla logica, frammenti di altri due corsi di filosofia della religione, più vecchi, dedicati al “Problema di Dio” e a “Religione e metafisica”, di cui fa parte anche la sua prolusione inaugurale all’Università, sull’“Amore come mezzo di conoscenza” [21]. Ancora, elementi per due dizionari filosofici, stilati in collaborazione con i suoi studenti, uno di filosofia, l’altro di filosofia religiosa [22], come anche i commenti ai seguenti testi filosofici: “Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente” di Schopenhauer[23], il quarto libro dell’Indagine sull’intelletto umano di Locke [24], il breve Compendio di filosofia scettica di Sesto Empirico [25], le Regulae ad directionem ingenii di Descartes [26], come anche sui Libri primi della Metafisica e della Fisica di Aristotele[27].
Ma non solo attraverso questa prodigiosa attività di indagine autentica, rivolta a tutti i problemi filosofici moderni, la filosofia di Nae Ionescu era destinata a esercitare un’influenza; bensì, soprattutto, per il fatto che, indipendentemente da ogni tratto personale, questa filosofia rappresenta nella cultura romena una posizione originale, che concentra in un fascio, tutti gli interessi teoretici della nostra epoca.

Mircea M. Vulcănescu


Filosofia scientifica. Università e ortodossia I [28]

In un articolo pubblicato nell’ultimo numero di «Convorbiri literare» [29], il sig. C. Rădulescu-Motru, professore di psicologia, logica e teoria della conoscenza all’Università di Bucarest, attacca, sotto il titolo l’«Insegnamento filosofico in Romania», la direzione ideologica rappresentata nella cultura romena dal giornale «Cuvântul» e dalla rivista «Gândirea» [30].
L’argomentazione di Rădulescu-Motru è semplice.
Nell’evoluzione filosofica esistono due direzioni fondamentali: una «scientifica», l’altra «belletristica», originate dalla doppia natura della filosofia che «è scienza e poesia allo stesso tempo (p. 21). Il primo indirizzo sta «al servizio della volontà di comprendere nel modo più obiettivo possibile il mondo circostante», il secondo sta «al servizio della volontà di conciliare lo spirito con la natura» (ibidem).
Quale di queste due direzioni deve imporsi nell’insegnamento? si chiede il sig. Rădulescu-Motru.
La filosofia belletristica può essere tollerata nell’insegnamento secondario, egli afferma, sia in ragione del suo carattere «lirico», che corrisponde allo spirito della moltitudine a cui si rivolge, sia anche dell’interesse che lo Stato ha di mantenerla; ma soprattutto in ragione dell’impossibilità di fatto di estirparla (p. 22).
La filosofia scientifica, interessando soltanto alcuni spiriti elitari, pare essere riservata da Motru all’insegnamento universitario, che insiste soprattutto sui filosofi classici, benché egli stesso riconosca che «non sono rare le Università in cui la filosofia di Kant è inserita nel programma al solo scopo di esaltare sotto il suo nome la fede protestante» (ibidem).
Questo indirizzo «scientifico» rientra secondo Motru nella tradizione dell’insegnamento filosofico universitario romeno, così com’esso è da duecento anni a questa parte (p. 23). Grazie alla «spiritualità della chiesa ortodossa», che accorda un’«ampia tolleranza alla scienza», per i maestri greci «la tradizione prevedeva di non mescolare la filosofia con la religione e con la politica», dal momento che «la scuola è scuola e la chiesa è chiesa» (ibidem). Inoltre, le preferenze di G. Lazăr [31] e Eufrosin Poteca [32] per I. Kant e J.J. Rousseau, sebbene «essi si limitarono a far conoscere le filosofie che loro avevano appreso presso i grandi filosofi dell’Occidente», sono dovute al fatto che a questi «sembravano più adatte a elevare la moralità della scuola» idee che secondo il sig. Motru «è bene non evitare». (Si tratta beninteso del «ruolo che ha la filosofia», come «disciplina a sé stante», nel «raddrizzamento dei costumi della nostra patria»; ibid., pp. 23-24). La stessa «libertà della filosofia» continuava anche allorché «le condizioni politiche della Romania agevolarono la fondazione delle università, con l’insegnamento filosofico regolamentato» (p. 24). «Negli anni 1880-1914, gli studenti romeni all’estero facevano a gara a chi veniva più direttamente a contatto con le personalità che rendevano illustri le cattedre universitarie straniere», essendo loro «mossi dal desiderio di apprendere tutto quello che di più alto vi era nella cultura occidentale», soprattutto in ragione di una «rispettosa fiducia» nei confronti di tale cultura (ibidem). Tutti questi giovani «che hanno fatto i loro studi in queste condizioni hanno occupato quasi tutte le cattedre dell’insegnamento secondario e universitario» (pp. 24-25). Per tutti varrebbe quel che Motru dice di Maiorescu: «La sola ipotesi che Titu Maiorescu sia mai scaduto al ruolo di filosofo al servizio di interessi ecclesiastici o monarchici, sarebbe un’offesa alla sua memoria» (p. 25). Unica eccezione, il sig. Marin Ștefănescu [33], che «ha coltivato l’ambizione di scoprire un sostrato nazionale e ortodosso alla filosofia romena…», ma «il suo esempio è rimasto senza imitatori, e persino lui ha desistito dal perseguire questa ambizione» (p. 26).
Dopo la guerra, «la situazione è rimasta pressoché la stessa», «la filosofia scientifica domina nelle quattro università del regno» (p. 28). Questa è una necessità, perché «l’originalità del filosofo scientifico non può che essere la stessa di quella dell’uomo di scienza… Essa è un fatto, non un programma». «Essa si constata dopo, e non prima del lavoro». «Descartes non ha pensato di risolvere il problema delle idee dal punto di vista francese»… «L’originalità nazionale si manifesta senza essere deliberatamente voluta» (p. 27).
Il sig. Motru constata però che qualcosa è cambiato. Cosa?
L’ambiente. «I programmi e gli esami non costituiscono l’intera atmosfera della scuola» afferma. «Ci sono anche le letture particolari degli studenti; le interpretazioni e, naturalmente, con le interpretazioni, ci sono anche le critiche e le idealizzazioni dei docenti; ci sono anche le esemplificazioni e le digressioni durante le loro lezioni; e soprattutto ci sono le influenze dell’ambiente extra-scolastico, a pendere sulla bilancia, e che possono alla fine cambiare l’atmosfera a sfavore della filosofia scientifica» (p. 22).
In che senso è cambiato questo ambiente? Lasciamo che sia il sig. Motru a continuare: «Ha ripreso vita dappertutto il misticismo religioso, come solitamente accade dopo una guerra. Si sono intensificate le correnti nazionaliste, com’è logico che sia dopo una guerra cominciata per affermare lo spirito delle nazionalità. Sono cresciuti in prestigio i metodi antintellettualistici, com’è naturale che sia dopo un’epoca di brutalità»… (p. 28).
Ne è risultata, continua, «una filosofia a uso di giornalisti improvvisati in salvatori della cosa pubblica». Ma essa «non è riuscita a cristallizzarsi in un’opera di valore» (pp. 28-29).
La conclusione? Vediamo da vicino.
Il bersaglio dell’attacco del sig. Motru è duplice. Apertamente, esso ha di mira il chiarimento della duplicità (Motru dice «disonestà») dello Stato romeno che, da una parte, sostiene l’attuale orientamento dell’insegnamento universitario, e dall’altra «sovvenziona» le pubblicazioni menzionate che lo minano. Le soluzioni sembrano essere due per il sig. Rădulescu-Motru: o lo Stato interrompe queste sovvenzioni, tanto più che «non ha i mezzi per sovvenzionare ogni pubblicazione» (p. 30), oppure, al contrario, «concede agli apostoli della nuova spiritualità la possibilità di lavorare in serenità alla messa a punto del loro sistema di pensiero. Siano incaricati ufficialmente della nostra riforma spirituale e di conseguenza anche della guida dell’insegnamento filosofico» (p. 30), soluzione di certo ironica, sotto la penna del sig. Motru, ma dalla cui realizzazione potremmo non essere troppo lontani.
Non sappiamo in che misura le pubblicazioni menzionate beneficino di sovvenzioni. Il fatto è che escono, e che per questo si trova non solo del denaro ma anche delle penne, mentre per la «direzione scientifica» non si trovano né l’uno né l’altro. E soprattutto, abbiamo delle penne che non scrivono per denaro. (Prego il sig. prof. Motru di credere che non guadagniamo un soldo da questa azione; al contrario, ci costa tempo e denaro; e credo che valga la stessa cosa per la maggior parte di noi tutti che condividiamo quest’indirizzo).
Questa cosa la dice lunga. Da una parte, mostra che coloro che militano per il nuovo indirizzo non lo fanno assolutamente nella speranza di ottenere non so quali vantaggi materiali: cattedre, incarichi politici, ecc., come fanno i filosofi «scientifici» pronti a cambiare «specialità» nel momento in cui diventa vacante una cattedra. Dall’altro, mostra che coloro i quali elargiscono i soldi necessari alle nostre pubblicazioni «apprezzano» questo sforzo culturale; poiché non vediamo nessun altro motivo per il quale sia sovvenzionata una rivista come «Gândirea»! In altre parole, coloro che sostengono col pensiero o col denaro, e spesso con entrambi, l’indirizzo ortodossizzante nella cultura, «si lasciano conquistare» da questo spirito del tempo che, secondo il sig. Rădulescu-Motru, «offusca l’Europa».
Che non sia ancora giunto il tempo della riforma dell’insegnamento filosofico? Può darsi. Se verrà, verrà certamente a tempo debito. E non come un programma di riforma, bensì come un adeguamento dell’insegnamento alle nuove esigenze della vita.
Indirettamente, a ciò mira l’attacco di Rădulescu-Motru. Egli cerca di giustificare teoreticamente e di porre sul terreno della discussione pubblica l’atteggiamento ostile che nutre, lui e i suoi colleghi junimisti, contro la penetrazione di questo nuovo spirito nell’Università. Di fronte al pericolo, i vecchi impugnano le armi per difendere la posizione attaccata.
Il junimismo, che domina da Titu Maiorescu l’insegnamento filosofico romeno, avverte il pericolo di pensieri nuovi, fecondi che scaturiscono dalla realtà, contro la sterilità dell’idealismo maioreschiano, agonizzando senza energia né lustro sulle cattedre universitarie di fronte alle aule vuote? Non ci meraviglia. È nel suo diritto difendersi! Non fa altro che difendersi, rispondere agli attacchi che sono partiti innanzitutto da qui, dal nostro campo. Ancora una volta, la cosa non ci meraviglia. La stessa cosa è accaduta anche con la liquidazione del neokantismo nelle università tedesche, o con la liquidazione dello «scientismo» meccanicista e associazionista in quelle francesi, in passato. I vecchi corazzati con Kant, Renan e Taine, non hanno ceduto il passo senza lottare, né alla «fenomenologia», né al «vitalismo» bergsoniano o al neotomismo.
Ci spiace però che il sig. Motru sia quello sacrificato a lanciare il guanto di sfida. Ci spiace, perché tra tutti quelli che egli difende implicitamente ed esplicitamente, Motru è sicuramente il più lontano dalla «sterilità» maioreschiana e il più vicino a noi. Il valore del sillogismo è un’opera antimaioreschiana, realista. I suoi testi, La cultura romena e il politicantismo, e Il contadinismo, sebbene si pongano sulla linea della critica junimista, sono senza dubbio, insieme agli Scritti politici di Eminescu, e accanto ad alcuni lavori di S. Mehedinți, le sole opere «vive» che ci siano giunte da questo passato senza dubbio «rispettabile», ma del tutto «esanime» per la nostra problematica filosofica.
Tuttavia, lo studio di Rădulescu-Motru solleva questioni troppo interessanti, e ci coinvolge fin troppo direttamente tutti, con quanto di più serio abbiamo da dire, per non essere costretti a tornarci sopra. E a breve.

Mircea M. Vulcănescu

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Filosofia scientifica, Università e Ortodossia II [34]

 

Confessiamo di aver sempre evitato le discussioni con coloro che sono più grandi di noi. Siano essi più grandi gerarchicamente oppure più grandi d’età.
Questo perché il «prestigio dell’età», come anche il «prestigio delle posizioni guadagnate» fanno loro immaginare, quando discutono con un giovane, di aver dalla loro parte una «presunzione di ragione» persino quando non possano dimostrarla con argomenti. A parte l’esempio di Lipps [35], anziano psicologo, convinto dalla logica impetuosa di Husserl a rivedere le sue posizioni filosofiche fondamentali e a aderire alla fenomenologia, non conosco nella storia delle idee nessun altro anziano che si sia lasciato convincere da un giovane. Certo, la cosa è naturale, ma nessuno può negare che non sia facile da digerire per chiunque creda, in filosofia, esclusivamente alla forza persuasiva dell’argomentazione e dell’evidenza, astenendosi, in questo campo, da argomenti di autorità da chiunque provengano.
Dobbiamo troppo, però, a Rădulescu-Motru, per non cercare di spiegarci con lui, o almeno davanti a lui, anche a rischio di non capirci fino in fondo [36].

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Se abbiamo ben compreso quello che ha scritto, le critiche portate contro la nostra ideologia, (parlo dell’ideologia di «Cuvântul» e di «Gândirea»), potrebbero essere, senza errore, riassunte nei seguenti cinque punti:
1) La nostra filosofia è non scientifica, dal momento che sostituisce il carattere aristocratico, obiettivo, freddo e disinteressato della filosofia «posta esclusivamente al servizio della comprensione teoretica dell’esistenza», con un carattere popolare, lirico, soggettivamente passionale e interessato, ponendola al servizio delle valorizzazioni pratiche dell’esistenza.
2) La nostra filosofia è oscurantista, perché sopprime la libertà di filosofare, asservendola ad alcuni fini pratico-religiosi, o politici: alla Chiesa, alla Monarchia.
3) La nostra filosofia è priva di originalità creatrice, perché è programmaticamente nazionalista, cioè si propone un’originalità temperamentale, rivoluzionaria in confronto alla tradizione filosofica, quando la vera originalità non consiste in un programma, bensì nell’appropriazione di un lavoro già svolto.
4) La nostra filosofia è non seria e sterile, perché fino ad ora non ha prodotto alcuna opera scritta, di valore, disperdendosi in articoli di giornale, volti a creare effetto, piuttosto che a convincere.
5) A ciò si potrebbe aggiungere un altro argomento, non menzionato nell’articolo citato, ma ampiamente svolto dal sig. Motru, nel suo corso di psicologia di quest’anno. La nostra filosofia è erroneamente orientata nel divenire. Tradizionalista, essa si volge al passato, quando in realtà la nazione non esiste per il bagaglio morto delle acquisizioni, delle competenze conquistate, ma per la vocazione che alimenta.
Non scientificità, oscurantismo, mancanza di serietà e sterilità, mancanza di originalità creatrice e erroneo orientamento storico-culturale, ecco le cinque critiche principali che si ricavano dallo studio di Rădulescu-Motru e che si rivolgono contro di noi! Tutto questo, ovviamente, assieme ad altri epiteti, ancor più taglienti: farsa, mercantilismo, snobismo e così via, su cui non ci soffermiamo, perché vorremmo che fossero prima discusse e non solo enunciate «ex cathedra». 
Esaminiamo una per una ciascuna di queste critiche, e vediamo quanto valgono.

*

Cominciamo con l’accusa di non scientificità, poiché su questa, e sul carattere eminentemente scientifico della filosofia, egli fonda l’intera argomentazione contro il diritto di insegnare la filosofia ortodossa dalle cattedre universitarie.
Chiediamo scusa al sig. Motru. Siamo formati alla rigorosa scuola di logica di Jacques Maritain e niente ci ripugna di più che mezze idee espresse solo a metà. Saremo chiari, malgrado il rammarico che ci costa dover essere brutali: L’argomentazione del sig. Motru, fondata su un’idea ibrida, costituisce un classico caso di sofisma «per figurae dictionis», cioè di sillogismo a quattro termini.
Cosa intende dire Motru nell’articolo citato? Che la filosofia è «sia» scienza «sia» poesia, oppure che è «talvolta» scienza, «talaltra» poesia? Perché non è la stessa cosa! Infatti il sig. Motru afferma che è, «al contempo», «sia» una «sia» l’altra, (art. cit., p. 21), il che è vero; ma ragiona come se «a volte» fosse solo scienza, «altre volte» solo poesia, il che non è più vero.
Perché la sua argomentazione fosse davvero consequenziale, sotto il termine di «filosofia» dovrebbero celarsi due realtà obiettivamente diverse; una «filosofia scienza» e una «filosofia poesia»: il sig. Motru sostiene invece, e a ragione, che la filosofia abbia una «doppia natura», essa è «al contempo scienza e poesia». (ibidem).
Pertanto, se il sig. Motru avesse affermato che la filosofia sia a volte solamente scienza, e altre volte, solamente poesia, allora la sua conclusione sarebbe stata almeno dedotta correttamente. Ma il sig. Motru non l’ha fatto, e a ragion veduta, perché in tal caso le premesse non avrebbero più potuto essere fondate su un’esperienza. In tal caso, sarebbe rimasto da dimostrare: 1) la distinzione tra la «filosofia scientifica» e la scienza pura e semplice da una parte, e 2) quella tra la «filosofia belletristica» e la poesia pura e semplice, dall’altra. Avrebbe seguito poi, da spiegare: 3) com’è possibile che queste due cose diverse portino di fatto lo stesso nome? Il chiarimento avrebbe portato il sig. Motru troppo lontano, e non sappiamo come avrebbe superato le difficoltà.
La confusione tra l’affermazione simultanea di due proprietà, e soprattutto di due proprietà essenziali, e la loro affermazione alternata, costituisce però un errore logico troppo grave da parte di un anziano professore di logica, perché possa essere considerato altrimenti che una scappatoia. Eppure, su questo errore si tiene tutta la sua argomentazione.
Di fatto, la filosofia è un’attività distinta tanto dalla scienza quanto dalla poesia. È un’attività che partecipa simultaneamente della natura dell’una e dell’altra, ma che costituisce una realtà nuova, qualitativamente diversa e dall’una e dall’altra. La filosofia è sia «intuizione originaria assiologica dell’esistenza» sia «indagine razionale delle sue articolazioni». Allo stesso tempo. Manca uno di questi due caratteri? Abbiamo a che fare con la scienza, in un caso, con la letteratura, nell’altro. Non abbiamo più a che fare con la filosofia! La cosa si può verificare in ciascuno dei classici ricordati dal sig. Rădulescu-Motru.
Ma allora, tutto il resto dell’argomentazione di Motru cade. Perché se non è la «scientificità» a conferire un carattere classico alla filosofia, essa non costituisce nemmen più un motivo di esclusione dall’insegnamento di una filosofia non scientifica. Le sole motivazioni che giustificherebbero una simile esclusione sarebbe la mancanza di attitudine originaria, limpida di fronte all’esistenza e la mancanza di fondamento razionale, discorsivo, argomentativo. Una filosofia che si limitasse a «dichiarare» delle prese di posizione, e non argomentasse in maniera fondata contro le posizioni che intende sostituire, avrebbe tanto poco diritto di salire in cattedra quanto una filosofia che comprendesse solo «arguzie» prive di posizione, «sofismi» nel senso proprio del termine. C’è però anche un secondo argomento.
Se la filosofia è simultaneamente «scienza» e «poesia», cioè tanto argomentazione logica, indagine oggettiva del senso delle cose quanto intuizione del valore dell’esistenza, in altre parole, se essa è o un’attitudine originaria di un soggetto di fronte al mondo, spiegata attraverso argomenti, o l’espressione teoretica argomentata di una concezione sul mondo osservato da un temperamento, allora potrebbe darsi che anche questo «oggettivismo assoluto [exclusiv]», non sia che una moda in filosofia, una moda come tutte le mode, cioè la predominanza di un tipo di rapporto tra individuo ed esistenza, preeminenza spiegabile sociologicamente, e che per motivi psicologici e sociali ben definiti, si diano periodi di declino apparente e ritorni. Allo «scientifico» Nec ridere, nec lugere, sed intelligere di Spinoza, non rispondeva forse in piena metà del XVII secolo, il «belletristico» je n’aime que ceux qui cherchent en gémissant [37] del molto più «erudito» Pascal? E poiché siamo in questo secolo, chissà che l’evoluzione geometrico-lineare del pensiero cartesiano, come anche le corde sottili dello spirito di finezza pascaliano, non siano ugualmente suscitati da «intuizioni» immediate, originarie, di due notti, una di sonno e l’altra di insonnia? Chi non ci crede, non ha che da leggere le recenti indagini di alcuni storici seri sull’importanza del sogno di Descartes nella notte di dicembre 1619 sugli sviluppi del suo sistema.
E per tornare al punto di partenza: l’oggettivismo non ci appare più come un atteggiamento necessario del filosofo, ma come uno dei suoi approcci accidentali, possibili, spiegabili sia temperamentalmente che sociologicamente.
Da ciò ne consegue che nessun altro motivo giustifica la presenza nell’insegnamento universitario dell’uno o dell’altro atteggiamento filosofico, se non ciò che risulta dall’ambiente culturale e spirituale di un dato momento.
Viste così le cose, è più che spiegabile che i nostri professori attuali, junimisti, che hanno studiato in Germania, o in Francia, dal 1880 in poi, abbiano tali idee. Essi hanno imitato e trapiantato nell’Università romena quelle che trovarono allora di moda nelle Università tedesche e francesi: scientismo, energeticismo, empiriocriticismo, associazionismo, materialismo, ecc., correnti che corrispondevano sociologicamente alle circostanze della fine del secolo che ha segnato il trionfo del macchinismo.
È però altrettanto naturale che i giovani che sono andati a studiare in Germania dopo la guerra andassero ad ascoltare Husserl, Scheler, Simmel, Troeltsch, Spranger, Litt, Lask, Heidegger, Nicolai Hartmann, Lossky [38]; e quelli che andarono in Francia preferirono ai sorbonnisti sorpassati un Maritain, un Blondel, un Gilson, un Bergson, un Leroy o persino il relativista Meyerson [39]; che quelli che partirono alla volta dell’Inghilterra e dell’America, preferissero al pragmatismo decrepito, o all’idealismo di Bradley, il neorealismo di un Russell, di un Alexander, di un Moore, di un Wolf, di un Nunn, di un Laird o di un Broad [40]; o nella Russia (emigrata) un Bulgakov, un Florensky, un Frank, un Berdjaev, un Lossky, o uno Zander [41].
Solo da Husserl hanno imparato che «qualsiasi giudizio» è un atteggiamento emotivo, «un atto di valorizzazione» dell’esistenza oggettiva; e dall’altrettanto teoretico neo-tomista francese [Maritain], che «ogni intelletto in atto intende in un certo senso la realtà».
Ecco come, anche sul suo stesso terreno, l’argomentazione del signor Rădulescu-Motru gli si ritorce contro, non appena ci accorgiamo che questo grande maestro di un tempo non è più aggiornato, non sta al passo coi tempi.
Ma non siamo noi ad aver scelto questo terreno.

Mircea M. Vulcănescu


Traduzione, presentazione e note a cura di Igor Tavilla
(n. 5, maggio 2026, anno XVI)



NOTE

[1] Mircea M. Vulcănescu, Gândirea filosofică a domnului Nae Ionescu, in «Epoca», a. II, n. 600, 30 ianuarie 1931, pp. 1-2; ora in Id., De la Nae Ionescu la «Criterion», Humanitas, București 2003, pp. 55-60.
[2] Riferimento alle note scritte a Parigi nel dicembre 1926, ora in M. Vulcănescu, op. cit., pp. 30-44.
[3] A partire dal secondo cielo, quello di Mercurio, le anime del Paradiso non sono più visibili perché nascoste nella luce: «Sì come il sol che si cela elli stessi/ per troppa luce […] per più letizia sì mi si nascose/ dentro al suo raggio la figura santa» (cfr. Paradiso, V, 133-134, 136-137).
[4] Si tratta della tesi di dottorato, discussa a Monaco nell’ottobre del 1919. Cf. Die Logistik als Versuch einer neuen Begründung der Mathematik, Logistica / încercare a unei fundamentări a matematicii (1919), ora in N. Ionescu, Opere, vol. V, a cura di Marin Diaconu e Dora Mezdrea, ELMR, București 2019, pp. 52-125. La logistica (ted. logistik) è la disciplina che studia i fondamenti della matematica formalizzandone i metodi attraverso simboli rigorosi (logica matematica). Nella storia, il termine è stato usato da Frege e Russell per indicare la logica simbolica o formale.
[5] Nae Ionescu, Descartes, părinte al democraticismul contemporan, in «Ideea europeană», a. II, n. 66, 8-15 mai 1921, pp. 1-2, ora Id., Opere, vol. VI, pp. 356-359.
[6] Comentarii la un caz de intranziență a conceptelor matematice, in «Gazeta matematică», vol. XXVI, n. 6, februarie 1922, pp. 185-193 (I) e vol. XXVII, n. 8, aprilie 1922, pp. 265-272 (II), ora in Nae Ionescu, Opere, vol. V, EMLR, București 2019, pp. 129-141. Per questo studio Nae Ionescu ricevette il premio “Vasile Conta” per l’anno 1921-1922.
[7] Individualismul englez, ora in Nae Ionescu, Opere, vol. V, EMLR, București 2019, pp. 160-166. Lo studio funge da introduzione a: Herbert Spencer, Individul împotriva statului, tr. di Olimpiu Ștefanovici-Svensk, Editura Cultura națională, București 1924, pp. v-xv. Poi apparso in «Gândirea», a. IV, n. 2, 15 noiembre 1924, pp. 33-37.
[8] Juxta crucem, in «Gândirea», a. VII, n. 4, aprilie 1927, pp. 121-124, firmato Mihai Tonca.
[9] Notă asupra unei noi clase de judecăți, in «Revista de filosofie», n. 2 (IX), iulie-septembrie 1923, pp. 98-99, ora in Nae Ionescu, Opere, vol. V, EMLR, București 2019, pp. 142-143.
[10] Ion Petrovici (1882-1972), professore di filosofia all’Università di Iași, fu Ministro della pubblica istruzione nel biennio 1926-1927. In tale veste, avanzò un progetto di riforma dell’insegnamento secondario che prevedeva la riduzione del numero di materie, per ridimensionare l’eccessivo carico di lavoro a cui i discenti erano sottoposti, e riconosceva la centralità della filosofia come sintesi tra le scienze e le materie umanistiche. La riforma mirava a realizzare un liceo che fosse unitario e formativo, superando il nozionismo e posticipando la specializzazione tra scientifico e classico per garantire a tutti di poter attingere una solida cultura generale. Petrovici non risparmiò critiche alle modalità meccaniche e aride con cui venivano insegnate la logica e la psicologia e lamentava la mancanza di metafisica. Tralasciando i grandi quesiti filosofici (l’esistenza, il destino, l’etica) per tema che fossero troppo complessi, la scuola finiva per rendere la filosofia una materia noiosa e priva di utilità pratica per la vita. Al progetto di riforma i pedagogisti reagirono con una levata generale di scudi. Tra questi anche Rădulescu-Motru, il quale sebbene avesse sostenuto in precedenza che l’adolescenza fosse l’età più adatta per l’insegnamento della filosofia, affermava ora che questa, intesa come unità delle scienze, fosse estranea all’altra unità, decisiva in pedagogia, quella dello spirito del fanciullo. Ionescu critica l’incoerenza di Motru e in generale l’ostilità al progetto di riforma nell’articolo Filosofii nu vor să se îmbarce, apparso su «Cuvântul» il 19 dicembre 1926.
[11] Si tratta della conferenza dal titolo Walter Rathenau – idealismul practic, tenuta il 2 dicembre 1920 nell’ambito di un ciclo organizzato dalla rivista «Ideea europeană» sotto gli auspici della Societatea Română de Filosofie.
[12] Il 18 febbraio 1926 Nae Ionescu teneva la conferenza dal titolo Charles Péguy presso l’aula della Fondazione Universitaria “Carol I”, nell’ambito di un ciclo di conferenze dedicato alla letteratura francese.
[13] Delle varie conferenze qui menzionate, è rimasto solo il testo di quella dedicata al sindacalismo, tenuta nell’ambito di un ciclo di lezioni sulle dottrine dei partiti politici svoltosi tra il dicembre 1922 e il giugno 1923, sotto il patronato dell’Institutul Social Român, presso l’aula della Fondazione Universitaria “Carol I” di Bucarest. Parteciparono, tra gli altri, in veste di conferenzieri anche Dimitire Gusti, Nicolae Iorga e Constantin Rădulescu-Motru. Cfr. D. Gusti, N. Iorga et al., Doctrinele partidelor politice. 19 prelegeri organizate de Institutul Social Român,Editura “Cultura Națională”, București [1923], pp. 173-185,ora in Nae Ionescu, Opere, vol. V, EMLR, București 2019, pp. 147-159.
[14] Curs de istorie a logicei (1924-1925), ora in Ivi, pp. 7-99; Curs de istorie a logicei (1929-1930), in Nae Ionescu, Opere, vol. IV, EMLR, București 2017, pp. 7-158.
[15] Curs de logică cu specială privire la științele exacte (1926-1927), ora in Nae Ionescu, Opere, vol. III, EMLR, București 2017, pp. 101-220. Curs de logică (1927-1928), ora in Ivi, pp. 221-372.
[16] Cf. nota 13.
[17] Curs de teoria cunoștinței (1925-1926), ora in Nae Ionescu, Opere, vol. I, EMLR, București 2019, pp. 161-286; Curs de metafizică. Teoria cunoștinței metafizice. I. Cunoaștarea imediată (1928-1929), ora in Id., Opere, vol. II, EMLR, București 2017, pp. 7-143; Curs de metafizică. Teoria cunoștinței metafizice. I. Cunoaștarea mediată (1929-1930), ora in Ivi, pp. 143-236.
[18] All’a.a. 1924-1925 risale il corso Filosofia a religei, ora in Nae Ionescu, Conoscenza metafisica ed esperienza religiosa, cit., pp. 61-296. Il corso di metafisica sul Problema salvări în “Faust” ebbe luogo nell’a.a. 1925-1926, ora in Ivi, pp. 297-406. Nell’a.a. 1927-1928 tenne un corso di metafisica dal titolo Filosofia protestantismului e nel 1928-1929 il corso di filosofia della religione intitolato Filosofia catolicismului.
[19] Durante l’anno accademico 1921-1922, Ionescu fu chiamato a sostituire per un periodo Rădulescu-Motru nell’insegnamento della psicologia, tenendo un ciclo di lezioni sulla Psihologia gândirii e un seminario sulla Psihologia gândirii în lucrările școalei de la Würzburg.
[20] Dora Mezdrea precisa che il corso in questione, svolto nell’a.a. 1922-1923, era in realtà intitolato Gramatică generală. Il corso, del resto, non è stato stenografato e non disponiamo di testimonianze al riguardo. Cfr. Dora Mezdrea, Op. cit., vol. I, p. 325s.
[21] Nell’anno accademico 1921-1922 Ionescu tenne un corso di filosofia della religione sul Problema filosofică a Dumnezeirii, e al primo semestre dell’anno accademico 1923-1924 risale il corso Metafizică și religie, entrambi non stenografati. Nell’ottobre 1919 Ionescu inaugurò la propria attività di docenza tenendo la prolusione sulla Funcțiunea epistemologică a iubirii, ora in Ivi, pp. 409-434.
[22] Il seminario tenuto nell’anno accademico 1924-1925 fu interamente dedicato alla composizione di un dizionario filosofico, ovvero a precisare alcune nozioni filosofiche fondamentali e al contempo a definire una terminologia filosofica specificamente romena.
[23] Il commento al Despre împătrita rădăcină a principiului rațiunii suficiente di Schopenhauer ebbe luogo nell’ambito del seminario di logica svolto nell’a.a. 1921-1922.
[24] Nell’ambito del seminario di logica dell’a.a. 1922-1923 Ionescu commentò il quarto Libro dell’Încercare asupra intelectului omenesc di John Locke.
[25] Nell’a.a. 1923-1924 il seminario verte sulla Scurtă expunere a filosofiei sceptice di Sesto Empirico, pubblicata nella collana “Biblioteca filosofică” diretta da Dimitrie Gusti per l’Editura Cultura Națională (traduzione dal greco di Ștefan Zeletin) nel 1923.
[26] Testo approfondito nell’ambito del seminario di logica per due anni consecutivamente: 1925-1926 e 1926-1927.
[27] Commenti tenuti nell’ambito dei seminari svolti rispettivamente negli anni accademici 1927-1928 e 1928-1929.
[28] Mircea Vulcănescu, Filosofie științifică, universitate și ortodoxie I, in «Cuvântul», a. III, n. 2096, 21 februarie 1931, pp. 1-2.
[29] Constantin Rădulescu-Motru, Învâțâmântul filozofic în România, in «Convorbiri Literare», a. LXIV, n. 1, ianuarie 1931, pp. 20-30.
[30] Vulcănescu precisava, in un successivo articolo, scritto in occasione del decennale dalla fondazione di «Gândirea», che la generazione dei gândiristi e la “giovane generazione” rappresentavano, in realtà, due momenti culturali distinti, ciascuno con problematiche e maestri suoi propri. Stanti le differenze generazionali e di mentalità (emerse anche in occasione della cena organizzata per celebrare l’anniversario di «Gândirea», nel corso della quale veniva contestata la caratterizzazione dell’orientamento spirituale della rivista in quattro punti – ortodossia, nazionalismo, monarchia, autoctonismo –, offerta da Nae Ionescu nell’articolo omaggiale “Gândirea”. Zece ani de spiritualitate românească, in «Cuvântul», a. VII, n. 2037, 21 decembrie 1930, p. 1) l’identità di posizione spirituale tra i due orientamenti appariva a Vulcănescu soltanto parziale. Mircea Vulcănescu, In marginea unei aniversări. “Gândirism” și Ortodoxie,in «Cuvântul», a. VII, n. 2048, 3 ianuarie 1931, pp. 1-2. Ora in M. Vulcănescu, Op. cit., pp. 85-90.
[31] Gheorghe Lazăr (1779-1821), pedagogista romeno, fondatore della prima scuola superiore in cui si insegnasse in romeno, e non più in greco, a Bucarest nel 1818, segnando un passo importante verso la secolarizzazione dell’insegnamento.
[32] Eufrosin Poteca (1786-1858), monaco, teologo, erudito ed illuminista romeno. Insegnò geografia in romeno presso il Collegio di Sfântul Sava, come assistente di Gheorghe Lazăr. Studiò filosofia, storia e teologia a Pisa e Parigi. Contribuì alla definizione della terminologia filosofica in lingua romena. È il nonno di Constantin Rădulescu-Motru.
[33] Marin Ștefănescu (1880-1945), storico della filosofia, logico, filosofo cristiano, teorico della conoscenza. Si laureò alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Sorbona. Nel 1914 fu nominato assistente presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Bucarest, nella cattedra di Constantin Rădulescu-Motru. In seguito insegnò presso la stessa facoltà, mentre nel 1919 ottenne l’incarico di professore titolare dell’insegnamento di Logica e Storia della Filosofia presso l’Università di Cluj. Fu segretario della Lega Culturale, membro dell’Ateneo Romeno, segretario della Società Filosofica Romena (alle cui riunioni partecipò con una serie di relazioni), segretario di redazione della rivista «Studii filosofice» e presidente fondatore dell’associazione “Cultul Patriei”.
[34] Mircea M. Vulcănescu, Filosofie științifică, universitate și ortodoxie II, in «Cuvântul», a. III, n. 2101, 26 februarie 1931, p. 1.
[35] Theodor Lipps (1851-1914), docente di filosofia sistematica presso l’Università di Monaco, fondatore dell’Associazione psicologica. Venuto prima a conoscenza delle Ricerche logiche di Husserl e delle critiche anti-psicologistiche a lui rivolte, e dopo avere incontrato lo stesso Husserl nel 1904, passò alla fenomenologia assieme alla sua cerchia. All’epoca dell’incontro Lipps aveva superato i cinquant’anni mentre Husserl era di otto anni più giovane.
[36] Queste parole testimoniano il sentimento di riconoscenza che l’ex allievo nutriva ancora nei confronti del proprio maestro. Tra i due i rapporti si sarebbero mantenuti cordiali anche dopo la guerra. Nel 1946, ricambiando gli auguri di buon anno, Rădulescu-Motru annuncia a Vulcănescu in una lettera che sta lavorando alla stesura di alcune riflessioni filosofiche di carattere memorialistico, dedicate al vecchio progetto culturale rimasto irrealizzato, le quali se vedranno mai la luce porteranno il titolo di Revizuiri și adăugiri [Revisioni e aggiunte]. «Ho scritto questa lettera a Mircea Vulcănescu con l’intento di incoraggiarlo a continuare la sua attività filosofica. Insieme a C. Noica e ad altri, sempre tra i miei ex allievi, si legò a Nae Ionescu e formò con lui un gruppo lontano da me e dai miei amici. Questa separazione fu dovuta anche ad alcuni sgradevoli avvenimenti sui quali, conoscendo il carattere discutibile di Nae Ionescu, sorvolai. Dopo la morte di Nae Ionescu, questi amici decisero di pubblicare i suoi corsi, costituendo un comitato, di cui mi fu proposta la presidenza. Non accettai, perché ero intimamente convinto che i corsi tenuti all’Università da Nae Ionescu non fossero originali, bensì presi da diversi filosofi tedeschi che tuttavia egli non citava. Sebbene non abbia simpatizzato con Nae Ionescu e il suo gruppo, mi piaceva tuttavia la loro perseveranza nell’agitare diversi problemi filosofici. Poiché Nae Ionescu, con diversi suoi articoli sul quotidiano “Cuvântul”, era riuscito a interessare molta gente (perfino i nostri sacerdoti) ai problemi filosofici. Ho fiducia che con questa lettera, riallacciando i rapporti col gruppo di Nae Ionescu, potrò riavviare (una volta che finirà l’occupazione russa in patria) il vecchio movimento filosofico. Poiché pur con tutta la loro deviazione mistica provocata dall’influenza di Nae Ionescu, i giovani di questo gruppo molto più di altri hanno ancora in sé lo slancio generoso necessario a qualsiasi movimento filosofico». Constantin Rădulescu-Motru, Reviziuri și adăugiri 1946, Editura Floarea Darurilor, București 1998,pp. 80-82.
[37] La frase citata, tratta dai Pensées, è nota nella forma Je ne puis approuver que ceux qui cherchent en gémissant, «Non posso approvare se non quelli che cercano gemendo».
[38] Eduard Franz Ernest Spranger (1882-1963), pedagogista e psicologo tedesco considerato uno dei padri della pedagogia moderna; Theodor Litt (1880-1962), filosofo e pedagogista; Nicolai Hartmann (1882-1956), allievo di Natorp e Cohen, insegnò a Marburgo, Colonia e Berlino; Nikolay Lossky (1870-1965), filosofo russo allievo di Windelband e Wundt, padre del teologo Vladimir Lossky.
[39] Éduard Le Roy (1870-1954), filosofo e teologo francese con interessi scientifici; Émile Meyerson (1859-1933), filosofo e chimico francese di origini russo-ebraiche e indirizzo anti-positivista.
[40] Samuel Alexander (1859-1938), filosofo britannico di origini ebraiche, vicino all’evoluzionismo spenceriano; George Edward Moore (1873-1958), filosofo britannico, insieme a Russell, Frege e Wittgenstein padre della filosofia analitica; Abraham Wolf (1876-1948), storico della scienza e filosofo inglese di origini russo-ebraiche; Percy Nunn (1870-1944), pedagogista inglese; il filosofo scozzese John Laird (1887-1946) e l’epistemologo inglese Charlie Dunbar Broad (1887-1971) sono entrambi riconducibili al cosiddetto “realismo critico” britannico di cui Samuel Alexander è stato figura di spicco.
[41] Sergej Nikolaevič Bulgakov (1871-1944), filosofo, teologo e sacerdote ortodosso russo, amico di Pavel Florensky; Lev Alexandrovich Zander (1893-1964), filosofo religioso dell’emigrazione russa a Parigi.