Riri Sylvia Manor, l'affascinante itinerario umano e letterario tra poesia e scienza

Riri Sylvia Manor ha ricevuto la Medaglia «Dr. Alexandru Safran» 2011, prestigioso riconoscimento assegnato dalla Federazione delle comunità ebree di Romania. Nata in Romania e stabilitasi in Israele dal 1960, la poetessa Riri Sylvia Manor, medico oftalmologo di professione, scrive in romeno e in ebraico. Nell'intervista che pubblichiamo, ci parla della passione per la poesia e del modo in cui la medicina e la letteratura l'hanno accompagnata nel suo percorso umano e professionale, incrociandosi «sul terreno minato dei punti interrogativi». Di particolare interesse anche le considerazioni sulle implicazioni dell’atto creativo in una lingua nuova, l'ebraico, nonché le motivazioni del ritorno alla scrittura in romeno.


Poesia e scienza, un incontro sul terreno dei punti interrogativi

Iniziamo dalla sua passione per la poesia e dal modo in cui l’ha accompagnata nel suo percorso umano e professionale. Come si sono intersecate medicina e letteratura ed, eventualmente, in che misura si sono influenzate tra loro?

La passione per la poesia e per la letteratura mi è stata trasmessa già in tenerissima età dal nonno materno, Herman Zuckerman, originario di Craiova. Costretto a un’età relativamente giovane a chiudere l’ufficio di import-export di cereali sul Danubio, a causa della politica antisemita del regime al potere nella Romania della mia infanzia, il nonno venne ad abitare nella nostra casa, a Bucarest. A quei tempi tra il mondo dei genitori e quello dei figli c’erano paraventi totalmente impenetrabili; con mio nonno invece avevo un rapporto molto più stretto che con mia madre: eravamo sempre insieme, gli confidavo tutto quello che di più intimo avevo dentro di me, mi comprava libri di racconti e riviste per bambini, mi descriveva tutti i grandi scrittori e artisti di teatro che aveva conosciuto da vicino nella sua città. Era un grande affabulatore e usava un romeno ricco, pieno di sfumature, di grande eleganza. Sicché a nove anni è stato forse naturale che la mia prima poesia fosse dedicata proprio al mio meraviglioso nonno. “Per il dì del tuo compleanno”. Si trattava di un vero e proprio “surprise party” organizzato in suo onore nel bosco, su mia richiesta, dalle fate, dagli insetti e dalle cerbiatte, i quali tutti in coro avrebbero gridato: "Buon compleanno dalla tua nipotina!".
Quella poesia come pure le altre che sono venute dopo sono state pubblicate in riviste per bambini, ma in seguito non ne ho più mandate. In Romania si era infatti stabilito un duro regime comunista e i poeti o gli scrittori – per essere pubblicati – dovevano “confezionare” la propria produzione letteraria secondo una ricetta molto chiara: un pizzico di “Gheorghiu Dej” o di “Stalin”, una dose di “comunismo” e di “è imperativo annientare i nemici di classe”, come pure qualche briciolo di amore per la patria e come ciliegina finale una punta acuminata di felicità collettiva!
Pertanto tutte le poesie composte durante l’adolescenza e i primi innamoramenti sono rimaste chiuse in un cassetto, ma continuavo a scrivere e a leggere tantissima letteratura romena, francese, russa. Parallelamente mi occupavo di teatro, recitando sia alle feste scolastiche, sia in recite amatoriali.
All’età di diciotto anni ho passato un bruttissimo momento quando ho capito che avrei dovuto rinunciare al mio sogno di dedicarmi allo studio della letteratura, della filosofia o della regia cinematografica, dato che a quell’epoca l’unico scopo dichiarato delle facoltà umanistiche era di sfornare propagandisti per il partito comunista. Scrittori e filosofi eccelsi non erano neppure citati nelle università, trasformate com’erano in centri di propaganda proletaria, poiché erano stati etichettati come agenti dell’imperialismo, come capitalisti, borghesi, nemici della classe operaia.
Mi son detta che, dati i tempi, avrei dovuto frequentare una facoltà di indirizzo scientifico dove era presumibile che non si sarebbe parlato tutto il tempo di Marx & C… Il fatto è che non mi piaceva in modo speciale né la medicina, né l’ingegneria o l’architettura, e la mia scelta fu dettata totalmente dal caso. Siccome avevo una media di voti molto buona, a diciotto anni fui ammessa a medicina. Nel mio anno allora c’erano studenti che arrivavano anche ai ventotto anni! Fin da piccoli avevano sempre avuto una passione per la medicina e, nonostante fossero stati sempre respinti, ci avevano riprovato fino a essere ammessi. Provavo vergogna nei loro confronti, perché avevo occupato un posto ottenuto con facilità, prendevo bei voti, eppure non mi piaceva né mi interessava quello che facevo. Specie nel primo anno di università, mi sono annoiata da morire, mi sembrava che imparare a memoria i nomi delle ossa non avesse alcun senso! A Medicina, mi dicevo, c’è bisogno solo di una memoria straordinaria, posso lasciar perdere l’immaginazione, la logica, la creatività. È vero che, fra i 400 studenti del mio anno, ce n’erano anche di giovani con una vasta cultura generale, però gran parte dei miei colleghi mi sembravano completamente disinteressati ad altri argomenti che non fossero strettamente legati alla medicina.


Una congiuntura piuttosto impietosa per la sua passione letteraria.

Per me la vita cominciava quando uscivo dalle mura dell’università. Continuavo a scrivere poesie che mettevo nel cassetto e a studiare la letteratura come forma di sopravvivenza. Per esempio, durante il primo anno di medicina, mi sono letta tutte le opere di Ibsen! E nel secondo, ho studiato la letteratura francese del XVII secolo. Quindi, a mia onta – per rispondere in modo sincero alla sua domanda – all’inizio la medicina, nel mio caso, non si è intersecata con la poesia, ma è stata solo una scelta dettata dalle circostanze per evitare di iscrivermi a quelle facoltà adatte alle mie inclinazioni ma divenute, di fatto, delle scuole del partito comunista. Un mio parente molto argutamente mi ha detto un giorno: “Lascia stare la facoltà di medicina. Sanno tutti che sei una delle migliori studentesse e non si potrà dire che è un fallimento. Non ti piace e basta!”. Gli ho risposto che i voti non vogliono dir niente, che se mi fossi iscritta a cinese, probabilmente avrei preso lo stesso dei bei voti; comunque, se tanto avevo cominciato, preferivo portare a termine gli studi. “Poi vedrò che ne farò del diploma di laurea. Magari lo appenderò a una parete e mi dedicherò a qualcos’altro”, dicevo fra me e me. Però, nel gennaio del 1960, mi è stato rilasciato il permesso, da me molto agognato, di lasciare la Romania comunista. È stato allora che ho scritto la mia ultima poesia in romeno, “Addio alla poesia”; ho trascritto tutte le poesie, pigiate una dopo l’altra, senza rispettare le righe, e le ho spedite per posta a una conoscente in Israele come se fossero state delle lunghe lettere. È doveroso da parte mia spiegare ai lettori che l’anno in cui ho lasciato la Romania era vietato portare con sé qualsiasi cosa scritta, anche un semplice numero di telefono.
È stato in quel modo che “ho salvato” il mio primo libro di poesie rimaste chiuse in un cassetto e che più tardi avrei intitolato “La prima metamorfosi”. In Israele ho terminato gli studi universitari e mi sono proposta di specializzarmi in oftalmologia. Alla fine è stata proprio questa specializzazione a farmi innamorare della medicina, a farmi capire che c’era bisogno non solo di memoria ma anche di moltissima empatia, di dinamismo e di creatività nella pratica della medicina, ad affermarmi passo dopo passo nella professione, a pubblicare negli Stati Uniti articoli e ricerche scientifiche, fino a ottenere il titolo di Professore di Neuro-Oftalmologia e di Oftalmologia presso la Facoltà di Medicina di Tel Aviv.
A differenza del periodo trascorso alla Facoltà di Medicina di Bucarest, di colpo ho avuto la sensazione che mi appassionava ciò che facevo, che la vita non incominciava dopo le ore di lavoro, che non stavo diventando una semplice funzionaria di medicina e che il rapporto paziente-medico si arricchisce quando il medico possiede quella sensibilità che ritroviamo in un poeta. La cosa interessante è che, lontana dal regime comunista, in Romania non mi sarebbe mai passato per la testa che potevo avere talento come medico, non avrei mai sospettato di possedere ciò che in medicina viene definito come il “senso clinico”, quella capacità cioè con cui si nasce e che non si può definire in modo esatto. Mi ritorna in mente ciò che diceva un grande immunologo, Burnett: “La verità biologica è talmente complicata e complessa che ogni volta che si formula una diagnosi, bisogna sempre conservare un ‘certain guilty feeling’”.
Io credo comunque che la poesia s’incroci con la scienza sul terreno minato dei punti interrogativi, dell’apertura verso lo scomodo affiorare del prossimo punto interrogativo, dell’onestà rispetto alla verità che è sotto i nostri occhi. Nella poesia di qualità, così come nella ricerca scientifica di valore, non c’è posto per i punti esclamativi.


Tra lingua ebraica e lingua romena: il sorprendente va e vieni della vita

Quando ha iniziato a scrivere poesia in ebraico e quali implicazioni ha per lei l’atto creativo in una lingua nuova e così diversa da quella materna?

Per vent’anni, dal mio arrivo in Israele, non ho scritto una sola riga di letteratura e avevo cominciato a pensare che la poesia fosse come la scarlattina, una malattia infantile, da cui ero guarita! Nel 1979 – a quasi vent’anni dall’approdo in Israele – mi trovavo in riva al Mar di Galilea e d’un tratto mi è venuta spontanea – quasi intimidita al primo incontro con me – una poesia in ebraico! Che era, difatti, la prima poesia dopo tanto tempo. Mi trovavo all’epoca in un periodo caratterizzato da molti cambiamenti nella mia vita personale, e ho continuato a scrivere una poesia dopo l’altra, ma solamente in ebraico. Scrivendo, ho constatato che non traducevo mai mentalmente dal romeno, ma che cercavo le parole solo ed esclusivamente in ebraico, dal vocabolario che possedevo, facendo giochi di parole, per esempio, e ricorrendo a espressioni che esistono solo in ebraico.
E in effetti, avrei potuto continuare a usare per tutta la vita la mia lingua materna come esclusivo mezzo espressivo per la mia scrittura letteraria. Sarebbe stato molto più agevole. Tuttavia il romeno nel quale avrei scritto – lontano dalla Romania del 1960 – avrebbe portato il marchio dell’anno del mio arrivo in Israele. Secondo la mia concezione, la lingua di qualsiasi Paese si comporta nel corso degli anni come se contenesse al suo interno del lievito di birra: cambia dimensione, si trasforma, evolve; ebbene, tutti questi cambiamenti e tutte queste sfumature non le avrei potute acquisire in quei trenta anni senza essere stata presente fisicamente in Romania.
D’altro canto, giunta in Israele dopo gli anni di scuola, ero conscia del fatto che non sarei mai stata in grado di impadronirmi dell’ebraico come chi era nato e cresciuto lì, di apprendere la Bibbia nella lingua in cui era stata scritta e di comprendere per intero il significato che ha nell’attuale scrittura letteraria ebraica. Tuttavia, era mia convinzione che, una volta arrivata lì, dovevo vivere non nel passato e per conto del passato come sotto una campana di vetro, bensì continuare la mia strada all’aperto, come un ibrido, intensamente presente nel nuovo ambiente, leggendo tanta letteratura scritta in ebraico, impadronendomi il più possibile del tesoro espressivo e specifico della lingua del Paese in cui vivevo. Dovevo accettare il fatto che non sarei mai potuta essere come qualcuno nato e cresciuto in Israele, ma anche il fatto che non sarei mai potuta essere come qualcuno che avesse continuato per sempre a vivere solo in Romania.
Per concludere questo capitolo “ibrido”, credo che in questo processo si verificano talvolta anche degli arricchimenti della lingua in cui si viene ospitati grazie ai semi gettati dalla lingua proveniente da altre terre, cioè un processo di fertilizzazione in entrambe le direzioni. Un poeta che inizia a scrivere in un’altra lingua la può osservare da un’angolazione nuova, cogliendo un aspetto sorprendente per chi la conosce fin dalla nascita. Nei limiti permessi dalla grammatica, egli può portare alla nuova lingua acquisita un sapore sconosciuto fino ad allora, inediti e accattivanti giri di frase.
Nel corso degli anni, purtroppo, non ho avuto occasione di stare a contatto con scrittori romeni, non sapevo quel che accadeva in Romania in ambito letterario. In realtà, non avevo più alcun conoscente, né amici, né parenti (tutti erano partiti da anni legalmente o illegalmente). Solo nel 1989 a Parigi mi capitò fra le mani una rivista di poesia francese in cui c’era un articolo dedicato ai poeti Ana Blandiana, Mircea Dinescu e Marin Sorescu, che scrivevano contro il regime, nonostante fossero perseguitati. Le poesie erano solo in francese. Era la prima volta che sentivo i loro nomi! Durante gli avvenimenti del dicembre 1989, ho tradotto dal romeno all’ebraico quelle poesie di protesta – credo che fosse la prima volta che traducevo delle poesie – e ho scritto un articolo sulla poesia romena. Le poesie e l’articolo sono stati pubblicati durante quella drammatica settimana su una pagina di un quotidiano israeliano di ampia diffusione.

Come è avvenuto il suo ritorno alla scrittura in lingua romena?

Come ogni cosa molto importante della vita, ciò è accaduto del tutto casualmente, in realtà per una serie di accadimenti che non avevano alcun rapporto con la letteratura! Nel febbraio del 1990, la Società Israeliana di Oftalmologia ha ricevuto una lettera SOS dal presidente della Società Romena di Oftalmologia. Nella lettera veniva illustrata la situazione disperata in cui versava la medicina in Romania dopo gli anni della dittatura di Ceauşescu, si chiedeva inoltre aiuto, come la raccolta e l’invio di aghi, di filo di sutura e di pinze dalle nostre moderne sale operatorie ecc. Siccome parlavo il romeno, sono stata incaricata di andare in Romania e portare quello di cui avevano bisogno con urgenza e per vedere quel che si poteva fare. Dopo trent’anni, non conoscevo assolutamente più nessuno a Bucarest. C’erano ancora i blindati attorno al palazzo della televisione, dove sono stata invitata a raccontare le mie impressioni. La situazione negli ospedali era catastrofica. Assieme ai colleghi e al Ministro della Sanità abbiamo elaborato un programma a breve termine e uno a lungo termine per introdurre in Romania avanzati metodi in medicina, organizzando operazioni – allora non ancora praticate in Romania – su ottanta ciechi fatti venire in Israele, portando oftalmologi romeni a specializzarsi in Israele e specialisti israeliani in Romania per corsi d’aggiornamento, e così via. Per dieci anni sono andata su e giù dalla Romania per attività mediche, ma già nel mio primo ritorno nel Paese ho espresso il desiderio di conoscere i tre poeti che avevo tradotto in dicembre; ho donato loro alcune copie del quotidiano con le loro poesie tradotte in ebraico e siamo diventati amici.
A ogni viaggio in Romania, compravo sempre libri e leggendoli tentavo di recuperare il lungo periodo di diserzione dal mondo letterario romeno. Allora si produsse inaspettatamente un vero e proprio miracolo: dopo quarant’anni di interruzione, nel 2000 ho ripreso a scrivere nella mia lingua materna, e questo fatto ha impresso, in generale, un’evoluzione e un salto di qualità nel mio modo di scrivere poesia. Cosicché, in questi ultimi undici anni, in Romania sono stati pubblicati tre volumi di poesie mentre in alcune riviste letterarie sono apparsi miei racconti; le mie poesie sono state tradotte in arabo, francese, russo e ora anche in italiano. Ho tradotto a mia volta in romeno un libro della poetessa israeliana Agi Mishol, pubblicato col titolo Sheherazada dalle Edizioni dell’Istituto Culturale Romeno di Bucarest. Ho tradotto e pubblicato versi di poeti israeliani in riviste romene, ho pubblicato articoli in giornali romeni, ho partecipato e ho convinto a partecipare scrittori israeliani a “Giorni e notti della letteratura”, il festival internazionale di Neptun, sul Mar Nero. Dal 2002 sono proprietaria di un appartamento a Bucarest e – lavorando ancora parzialmente in ospedale a Tel Aviv – divido il mio tempo tra Israele e la Romania, e mi sento realmente a casa mia in entrambi i Paesi. Se nel 1990 non conoscevo nessuno in Romania, ora ho numerosissimi cari amici tanto qui come in Israele. E ho avuto la piacevole opportunità di conoscere da vicino l’élite letteraria della Romania.
Se quell’SOS romeno con cui si chiedeva aiuto medico non fosse stato lanciato, è più che certo che in questi venti anni avrei visitato solo una volta la mia città natale, Bucarest, o avrei trascorso le vacanze sui Carpazi e per me la Romania sarebbe stata solo un caro Paese in cui ho trascorso l’infanzia cinquanta anni fa, destinato in fondo a rimanere sempre un Paese estraneo per me, con altre persone, altre usanze, con degli sconosciuti, con una letteratura apparsa dopo il 1960 a me ignota. È curioso come, lasciata un tempo la letteratura a favore della medicina, dopo tanti anni sia stata proprio la medicina a farmi ritornare alle mie ataviche radici letterarie.

«Tradurre è un atto di generosità»

Lei ha tradotto in ebraico nomi importanti della poesia romena come Ana Blandiana, Marin Sorescu e Mircea Dinescu. Quali sono le principali difficoltà che ha incontrato?

Sono lingue molto diverse: per esempio, in ebraico il verbo “essere” o “avere” è solo sottinteso e ci sono molte espressioni per le quali bisogna trovare una soluzione che suoni il più possibile ebraica. Di solito, mi piace tradurre in compagnia di qualcuno nato in Israele e trovare insieme la soluzione. Io dico in ebraico i versi, troviamo più varianti alternative linguistiche in ebraico e terminiamo con scegliere la soluzione più felice e più vicina in ebraico allo spirito e al linguaggio in cui la poesia è stata scritta. Ma talvolta per una sola parola si resta bloccati per un’ora, un giorno, una settimana. In fondo, tradurre è un atto di generosità: offrire agli altri il piacere di far scoprire un autore straniero come se la sua opera letteraria fosse stata scritta nella lingua in cui si traduce. È un lavoro meticoloso, una lotta con il solfeggio della lingua per trovare l’espressione più propizia che soddisfi al meglio l’autore. “Tradurre è un’arte – dice Amos Oz – sarebbe come voler suonare un concerto per pianoforte al violoncello, cosa assolutamente impossibile a condizione di non usare il violoncello come se si trattasse di un pianoforte”.
Per quanto concerne la traduzione delle mie stesse poesie, essa mi risulta più facile, perché così mi posso permettere molta più libertà nel cambiare o nel togliere alcuni passaggi difficili da tradurre. Sicché, se le prime strofe di una nuova poesia “mi vengono” in romeno, per esempio, allora continuo a scrivere quella poesia in romeno. Dopo di che la correggo, la cambio, la accorcio. Quando ho finito, di solito dopo un mese o due, la “traspongo” in ebraico, ossia traduco quel che si può, ma se ci sono espressioni al posto delle quali trovo qualcosa di più adatto o che può far scattare delle associazioni come in romeno, in questo caso trovo un’altra espressione poetica. Nella forma finale la poesia è riscritta, come se fosse stata scritta prima in ebraico. Allo stesso modo procedo con le poesie scritte in ebraico: dopo un po’ adatto la poesia al romeno, traduco, ma dato che sono stata io a scrivere la poesia, mi posso permettere di cambiare, di trovare soluzioni linguistiche il più adatte possibile, ma plausibili e connaturali al romeno. Il risultato finale è che fino a oggi neppure io so più in che lingua sia stata scritta prima una mia poesia!
 

Come viene recepita, in Israele, la letteratura e, in generale, la cultura romena?

Non potrei affermare che finora sia stata molto conosciuta in Israele. Per tale ragione ho creato una organizzazione non a fini di lucro allo scopo di gettare ponti culturali tra i due Paesi. Fra le altre cose, ho organizzato due “Serate Nichita Stănescu” a Tel Aviv, per i venti anni dalla caduta del regime comunista in Romania, ho lavorato a un numero della rivista dell’Unione degli scrittori israeliani “Moznaim” dedicato interamente alla letteratura romena. Questo numero speciale della rivista, da me redatto, ha presentato traduzioni (realizzate da me e da altri traduttori) di poesie e frammenti in prosa tradotti in ebraico e scelti fra i rappresentanti più significativi della letteratura romena moderna. Un articolo di fondo su questo numero commemorativo è stato pubblicato nella rubrica culturale di  “Ha Aretz”, uno dei più prestigiosi quotidiani israeliani.
D’altronde, nello stesso quotidiano ho pubblicato un articolo elogiativo, che occupava una pagina intera, su un libro romeno premiatissimo, Il libro dei sussurri, di Varujan Vosganian, nel quale descrive con particolare talento l’olocausto del popolo armeno. A seguito dei caldi apprezzamenti espressi in quell’articolo, è stato firmato il contratto per la traduzione del libro in ebraico da parte di Any Shilon e in primavera dovrebbe essere già in libreria.
Il prossimo anno sarà in libreria anche un romanzo per bambini, Fram, l’orso polare, scritto negli anni ’30 da uno degli scrittori classici romeni, Cezar Petrescu, e tradotto in ebraico da me e da Ella Blas. Questo romanzo straordinario, su cui sono cresciuti e continuano a crescere generazioni di bambini romeni, è di grande attualità in questo momento in cui viene posto l’accento sulla protezione degli animali ed è stata lanciata una campagna contro l’uccisione degli animali polari da pelliccia.

Sul piano personale, che cosa le sembra più difficile da realizzare: l’atto creativo della scrittura o quello del tradurre?

In entrambe esistono momenti di patimento, di riscrittura, di cancellature, di rifacimenti, di preoccupazione per il fatto di aver premuto sul clavicembalo il tasto della nota Do e che ne sia invece uscito un Re, di dubbi se l’arte di far suscitare emozioni e associazioni di parole abbia fatto scatenare la tempesta che dal subconscio sfocia nel conscio e se realmente abbia funzionato. Tanto nell’atto creativo della scrittura, come in quello del tradurre c’è sempre quello stesso elemento che sta “sopra a ogni altra cosa”: il rispetto per sua maestà la parola stampata.




Intervista realizzata da Afrodita Carmen Cionchin
Traduzione dal romeno di Mauro Barindi
(n. 1, dicembre 2011, anno I)