«Il ritorno dell’huligano» di Norman Manea, un ritorno sempre emozionante

Il ritorno dell’huligano di Norman Manea è un romanzo di una grandezza singolare e implacabile. Singolare perché quest’opera, apparsa nel 2004 (il Saggiatore, traduzione di Marco Cugno) e subito celebrata a livello internazionale, ha incontrato qualche difficoltà a entrare in piena sintonia col mondo letterario romeno; implacabile perché non fa sconti a nessuno, non alla Storia, non alla Patria, e neppure all’autore stesso.
In un impianto memorialistico basato sull’anacronia e su un’efficace pluralità di piani, l’io narrante si muove da un capo all’altro del proprio mito familiare. Una saga dolorosa, con un testimone il cui destino è riflesso nel titolo del romanzo: il termine huligano non è, infatti, utilizzato nella sua accezione originaria (persona violenta, teppista) che viene dalla lingua inglese, ma nel senso che la letteratura romena gli aveva attribuito alla metà degli anni Trenta. Huligano, cioè reietto, dissidente, era diventato da un giorno all’altro il brillante studente universitario Mihail Sebastian, cui gli amici voltano improvvisamente le spalle solo perché ebreo. E huligano, cioè oppositore, nemico della Nazione, diventa Manea quando, nel 1986, decide di lasciare la Romania, in aperto dissenso col regime comunista di Ceaușescu.
Come Milan Kundera, esule anch’egli dall’est Europa, Manea entra nel vivo della farsa e della tragedia della Storia. Le figure circensi del clown bianco, che simboleggia l’autorità e il potere, e dell’augusto, il paria tiranneggiato e perdente, ricorrono più volte nella commedia delle sostituzioni; a recitare i ruoli principali, il Clown Bianco dei Carpazi (Ceaușescu) e il Povero Augusto (Manea stesso).
Ma sotto le maschere della farsa si cela la tragedia; facendo sua la mordace allegoria di una Patria che Ioan Petru Culianu, prima di essere assassinato, aveva ribattezzato la Giormania socialista, Manea svela la «falsa rivoluzione, seguita dalla falsa transizione verso la falsa democrazia». Ancor prima, l’esperienza legionaria e la deportazione degli ebrei di Bucovina voluta dal Maresciallo Antonescu avevano messo a nudo la corporalità di mitologie altre, fanatiche e aberranti: la nascita dell’uomo nuovo, il culto del capo, la mistica della razza e della morte.
Manea non dimentica mai di avere un doppio ruolo nel quadro che dipinge: le dissonanze dell’esperienza individuale sono sempre legate a tematiche di più ampio e doloroso respiro. E come l’amato Proust, sebbene in contesti molto diversi, lo scrittore romeno affida alla letteratura il compito di trasformare la memoria in conoscenza.
Il confronto con Proust, spesso evocato da critici e studiosi dell’opera di Manea, va però effettuato con misura. Oltre alla fiducia nel romanzo totale, un tratto accomuna decisamente i due scrittori: la ferocia. Quella di Proust, malato e omosessuale che nasconde il suo «vizio», si nutre di sensi di colpa, della diffidenza che l’aristocrazia parigina mostra per quel borghese dai modi troppo gentili, del rancore per la mancata considerazione del suo valore letterario. È la ferocia che ha portato alcuni esegeti di Proust a parlare di omicidi perpetrati nella Recherche tramite le crudeli caricature di alcuni amici e conoscenti.
Anche Manea ha diverse rivincite da prendersi: contro la strana sorte di dover subire e non capire; contro le invarianti di ideologie sature di pregiudizi, di menzogne, di odio; contro un destino che gli era stato avverso sin da quando aveva emesso i primi vagiti.
Come racconta nel capitolo Chernobyl, 1986, sua madre aveva rischiato di morire, nel partorirlo. Il medico che assiste la donna nel lungo travaglio accorda poche speranze di vita al bambino, che in effetti nasce piccolissimo, molto al di sotto del peso normale. Ma il padre della partoriente, il libraio Avram, rimane ottimista e chiede se il neonato abbia le unghie: «Se le ha, vivrà», afferma. Le aveva. «Mi sarebbero tornate utili», scrive il narratore, «a tutte le età sarebbero tornate utili, segno che ero vivo».
A dispetto di un certo understatement stilistico, le unghie graffiano anche in questo romanzo, quando per lacerare, quando per raschiare la polvere dalle pagine della storia di famiglia, triste itinerario che conduce alle sparse necropoli dove riposa ciascun membro: sepolti in una fossa comune della Transnistria i genitori materni del narratore, a Fălticeni il nonno paterno, sotto il sole della Giudea Marcu Manea, il padre, sulla collina di Suceava la madre, Janeta.
L’altro risentimento di Manea riguarda una Patria nella quale ravvisa un male antico, l’oscillazione tra il ricorrente entusiasmo ideologico e una fatalistica indifferenza; Manea fa ripetutamente suo il «qui niente è incompatibile» vergato dalla penna di Mihail Sebastian. È la terra dove ha conosciuto il ghetto e l’ostracismo, e alla quale rimane legato grazie alla lingua madre, che lo scrittore non abbandonerà in nessuna delle sue opere.
Oltre quelle illustrate, non vediamo altre affinità tra Proust e Manea. Il genio francese è un ritrattista e un parodista formidabile, ma scrive il suo romanzo-mondo per sé stesso; Manea entra nella vita concreta di persone segnate da una continua sfida al destino. Proust è teso costantemente a dilatare la realtà, Manea agisce su una realtà amputata, e vuole capire dove si sia verificata la frattura.
Ma soprattutto, malgrado l’autore affermi di essere incapace di ricordare i fatti a memoria, Il ritorno dell’huligano è il prodotto della necessaria volontarietà della memoria storica. Manea non ha nessun bisogno e nessuna voglia di ricorrere alle suggestioni della memoria involontaria; non vuole staccare il passato dalla sua concretezza, non vuole trascenderlo, ma, al contrario, dargli sostanza fisica. Si riconosce, invece, nell’eguale angoscia dell’esule Kafka, quando, nelle Lettere a Milena, scrive: «… nulla mi è donato e tutto deve essere acquistato, non solo il presente e l’avvenire, ma anche il passato».
Inoltre, se Manea ammira Proust e lo cita più volte nel romanzo, non rinuncia ad alcuni confronti impietosi, come quando parla di sua madre, Janeta Braunștein: «Il trofeo supremo, destinato al figlio, piccola belva affamata, triste, non era la madeleine proustiana inzuppata nel tè, ma un misero e delizioso simulacro di sfogliata con cipolla, procurato con enormi sacrifici al mercato nero del lager – miracolo sconosciuto, come sconosciuta era la fame, al parigino Marcel. Il tè proustiano fu per me quello offerto dalla Croce Rossa al ritorno dalla Transnistria».


Anni huliganici

Ben diverse affinità emergono dalle pagine di Manea, altre tragiche voci huliganiche, come quella dell’ebreo antisionista Mihail Sebastian. Le circostanze storiche sono note: nel 1934 viene pubblicato il romanzo Da duemila anni, stupita e amara testimonianza del dissidio interiore di uno studente ebreo che assiste all’inesorabile ascesa dell’antisemitismo. La situazione peggiora di giorno in giorno, e tuttavia il protagonista del romanzo – alter ego di Sebastian – non cessa di illudersi: «Vorrei conoscere la legislazione antisemita che potrà annullare nel mio essere il fatto irrevocabile di essere nato sul Danubio e di amare questa terra… Al mio gusto giudaico per le catastrofi intime, il fiume ha contrapposto l’esempio della sua regale indifferenza».
L’atroce smentita era già contenuta nella terribile prefazione del romanzo a firma del maestro di Sebastian, il filosofo Nae Ionescu, ormai nell’orbita della Guardia di Ferro. Il suo discepolo, sosteneva il professore, non era un uomo del Danubio di Brăila, ma un ebreo del Danubio di Brăila, e non era un romeno, perché i romeni sono cristiani ortodossi. «Giuda soffre, e deve soffrire», scriveva Ionescu, «perché è Giuda, perché, accecato dall’orgoglio, è stato incapace di riconoscere il Messia». Ancor più esplicito il giudizio che suona quasi come una soluzione finale: «Cristiani ed ebrei sono due corpi estranei l’uno all’altro, che non possono fondersi insieme in una sintesi, tra i quali non può esistere pace se non attraverso l’eliminazione di uno dei due».
Un anno dopo, nel 1935, due speculari e clamorose pubblicazioni: da una parte il romanzo Gli huligani di Mircea Eliade, ritratto della nuova generazione ribelle, dedita a un fanatico misticismo, che andrà a costituire le fila del movimento legionario; dall’altra, la replica di Sebastian alla prefazione di Nae Ionescu. In Come sono diventato un huligano, Sebastian collocava l’inestinguibile antisemitismo alla periferia della sofferenza del popolo ebreo, considerando le avversità esterne un qualcosa di minore rispetto alla tragica avversità interiore insita nell’anima ebraica: «Nessun popolo ha confessato con maggiore crudeltà i propri peccati reali o immaginari, nessuno si è scrutato con maggiore asprezza e si è punito con più severità».
Sono le affermazioni che infiammano e indignano il giovane bohémien sionista Ariel, cugino della mamma di Manea, che reagisce con parole veementi e profetiche: «È questo l’insegnamento del signor Sebastian? La periferia della nostra sofferenza? Vedrà lui, ben presto, di che periferia si tratta!»
All’acuto e lungimirante Ariel non sfugge che certi atteggiamenti fatalistici, certi confortanti vezzeggiativi conducono a un solo esito: la schivata, il rifiuto di guardare in faccia la realtà. Lui, lo stravagante e perciò poco ascoltato nipote di Avram, predica un altro verbo, opposto, radicale, e che necessiterebbe di un’immediata attuazione: «Partire, partire».
Ma negli anni huliganici 1934 e 1935 nessuno si muove nelle famiglie Braunștein e Manea, perché «il principio del principio» impone un felice statu quo. È l’idillio sbocciato il 21 luglio 1934 sulla corriera che riportava nelle loro città i partecipanti alla fiera di Sant’Ilie a Fălticeni. È lì che Marcu Manea, giovane contabile dello zuccherificio di Ițcani, periferia di Suceava, incontra Janeta Braunștein, la bella figlia di Avram, proprietario di una libreria a Burdujeni, altro sobborgo di Suceava. Un anno dopo, le nozze festose e fastose, e il 19 luglio 1936 la nascita di Norman, Noah nel codice biblico legato alla circoncisione. Sin da ragazzo avrà negli orecchi quella parola, partenza, che affiorerà sulle sue labbra anni dopo, quando, in una gelida giornata del dicembre 1947, tornando a casa intirizzito e tremante, aveva balbettato più volte: «Par… par-tenza. Par-tenza. Su-bi-to, su-bi-to».
Il piccolo Norman aveva già avuto un tragico appuntamento con una partenza, la deportazione imposta alla popolazione ebraica della Bucovina dal regime dittatoriale del generale Ion Antonescu. Il 9 ottobre 1941 gli ebrei della regione di Suceava furono concentrati nell’area di Burdujeni, caricati su carri bestiame e portati oltre il fiume Nistro, in Ucraina. L’inferno di quella prima, brutale Iniziazione viene riportato da Manea attraverso le parole di Traian Popovici, sindaco di religione cristiana del Comune di Cernăuți, allora capitale della Bucovina: «In un unico trasporto, su sessanta lattanti ne è sopravvissuto solo uno. Coloro che erano sfiniti, che non riuscivano più a camminare venivano abbandonati moribondi ai bordi delle strade, preda degli avvoltoi e dei cani».
Per i sopravvissuti, fame, stenti, freddo, pidocchi, umiliazioni di ogni genere. «Non merita vivere così» ripete più volte Marcu Manea, ed è Janeta a tenere duro, a ribadire che il pianto, la fame e il freddo appartengono ancora alla vita. «Mi aggrappai», racconterà al figlio Norman, «a qualunque cosa. Alla giubba dell’ufficiale tedesco, perché ci salvasse dagli ucraini che ci volevano uccidere. (…) Mi aggrappai al contadino presso il quale lavoravo. Facevo otto chilometri a piedi, d’inverno, vestita di pezze di tela di sacco, lavoravo tutta la settimana per qualche patata, una forma di pane e un po’ di fagioli».
Il brano appena citato ha molte implicazioni. La salvezza – testimonia Manea – è venuta dalla tenacia e dalla forza morale di una donna in carne e ossa; lo scrittore non nutre alcuna fiducia nella Grazia divina: «Ero stato concepito a immagine del Signore? C’era somiglianza fra il Signore e me? Allora l’essere che aveva dato l’esistenza a Tutto non era altri che l’essere che mi aveva partorito».
Manea è molto lontano da chi aveva trovato la salvezza in una Madre spirituale (la fede ortodossa), come leggiamo in un altro capolavoro della letteratura romena, il Diario della felicità di Nicolae Steinhardt, anch’egli ebreo, arrestato nel 1960 dai comunisti per «cospirazione contro l’ordine sociale». Ma il narratore del Ritorno dell’huligano bolla senza pietà il patetico nazionalismo dell’esaltato Steinhardt, l’ebreo convertito all’ortodossia che nel carcere – così scrive Manea – «avrebbe avuto la rivelazione dell’eroismo dei legionari». (Ci permettiamo qui una digressione. Nel Diario della felicità, Steinhardt non parla di eroismo dei legionari, limitandosi a sottolineare la coerenza di chi, dopo un’azione delittuosa, andava incontro a morte certa, perché obbligato a consegnarsi alle Autorità. «Dopo aver ucciso», scrive Steinhardt, «(i legionari) non fuggivano, sapevano che sarebbero morti anche loro, cosicché rientravano nella definizione di Camus: il vero ribelle non è colui che manda a morire rimanendo nel suo ufficio, ma il ‘giusto’ che muore insieme alla sua vittima»).



Il vessillo rosso

Nell’aprile del 1945, dopo quattro anni di forzato esilio, la famiglia Manea può tornare in Romania. Stavolta il destino si mostra benevolo; infatti, i Manea, nel 1947, si stabiliscono a Suceava, dove vive Maria, orfana da essi adottata in tenera età e amata come una figlia. Donna attraente e determinata, Maria ha sposato, dopo la fine della Guerra mondiale, il segretario del Partito Comunista locale, diventando una persona molto influente. È per le buone referenze fornite da Maria al potente marito che la situazione di Marcu Manea – da sempre uomo riservato e restio a occuparsi di politica – muta repentinamente. Quando accetta di diventare il compagno Manea, l’ex contabile ottiene subito un ruolo direttivo nel commercio socialista locale. Invece, non è grazie a Maria, ma all’ottimo profitto scolastico che il giovane Norman viene nominato Comandante dei pionieri, e insignito di onori quali portare il vessillo rosso dell’Unione della Gioventù Lavoratrice (UTM).
Il lettore del romanzo comprende facilmente che se mai è esistito nella vita del narratore un periodo di quiescenza dalle angosce identitarie e dai timori sociali, è quello che il giovane Norman vive nei primi anni del regime che promette l’eguaglianza degli individui, la felicità universale, la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Per contrasto, si estranea dalla famiglia piccolo borghese, da quel «mondo ristretto, vincolato a paure e frustrazioni, ghetto malato del passato malato, soffocato da sospetti e bisbigli».
Al di là dell’ideologia c’è però la prassi, e il trasporto del giovane Manea per il nuovo regime non tarda a scontrarsi con una realtà che urta la coscienza. Il brillante studente non può ignorare che le accuse di tradimento e deviazionismo si estendono ai compagni di studi con processi farsa che annullano ogni possibile difesa. Ma c’è chi si rifiuta di partecipare alla mascherata. Dinanzi al tribunale scolastico che decreta l’espulsione dall’UTM dello studente Dinu Moga, questi non si scompone, né mostra alcuna deferenza: porge la tessera rossa al funzionario del Partito e si avvia all’uscita tranquillo, impassibile. È una svolta importante, ammette il narratore: «Momento banale, come tanti altri. Eppure diverso: il segretario UTM non era più entusiasta della sua azione rivoluzionaria. Il dubbio cominciava a rodere la carcassa dall’interno. Non avevo più dodici, tredici o quattordici anni, non ero più fiero dell’investitura privilegiata».
Quando si iscrive al Politecnico di Bucarest, Norman realizza che lo Stato è diventato il proprietario delle persone, dei beni e di ogni iniziativa. Il neo studente universitario rifiuta di assumere l’incarico di segretario dell’UTM, ma si concede un alibi: «Poteva l’ingegneria proteggermi dalla pressione politica e dall’idiozia della lingua di legno
Quasi un’interrogazione retorica, perché la catarsi è destinata a compiersi su un terreno molto diverso da quello delle scienze esatte. Il bambino vi aveva mosso i primi passi all’età di nove anni, quando era rimasto affascinato dal mondo magico e irresistibile emerso dalle pagine di Creangă. Nelle ore libere dallo studio, Norman inizia a frequentare le principali biblioteche di Bucarest, immergendosi nell’habitat culturale destinato a diventare il fondamento della sua sopravvivenza.
Intanto, la nuda realtà fornisce tutt’altro materiale. Nel 1953 papà Manea viene destituito dalla carica di direttore del commercio locale dei metalli e prodotti chimici; cinque anni più tardi, a una nuova accusa segue la condanna e l’internamento di Marcu Manea nella colonia penale di Periprava. Un nuovo processo ridurrà la pena dai cinque anni iniziali a dieci mesi; ma il danno è fatto, non esiste risarcimento per gli errori giudiziari dello Stato comunista. La sfiducia nella bontà del sistema torna a scuotere la coscienza dell’ex pioniere, e sono i trucchi della mente a trattenerlo nella società comunista: le presunte difficoltà dell’esilio, il masochismo dell’uguale infelicità dei membri di un popolo sottomesso, l’alibi morale di ridurre, nel socialismo di Stato, le occasioni di arricchimento e di carriera, l’attaccamento alla lingua romena.
C’è un altro dato, decisamente più prosaico, nella decisione di non evadere dalla felicità obbligatoria promessa dalla retorica della società socialista. All’inizio degli anni Sessanta, l’ingegner Manea costruisce edifici nel centro della città valacca di Ploiești: mangia storione, beve vini di qualità, fuma sigarette greche, scruta da una posizione privilegiata le silhouette delle fanciulle della città, infischiandosene del Partito, del Governo e della Securitate. «Ero giovane e mi credevo vecchio, saggio, in diritto di ignorare la colonia penale e i suoi detenuti, politici o no».
È una confessione sincera e scioccante: gli pare che l’infelicità del mondo e quella della sua Tribù non lo interessi più, trascura i genitori, allontana da sé l’artiglio del Ghetto e i dubbi sulla società massificata. Ma la nuova guerra huliganica è solo posticipata. Il primo scontro avviene negli anni Settanta. Il suo più grande amico, Alin, per garantire la sopravvivenza dei genitori anziani e malati, è diventato un informatore del regime: «Si tratta di te», rivela a Norman, «cosa fai, con chi ti vedi. La corrispondenza con l’estero. Se hai un’amante, se Cella (moglie di Manea) ha un amante. La situazione finanziaria. La tua, dei tuoi genitori, della suocera. Se sei ostile al Compagno e alla Compagna. Se hai intenzione di emigrare».
Quando raggiunge Suceava per difendere il padre dalle accuse di essere una spia di Gerusalemme e lucrare grazie alla carica di segretario della Comunità ebraica locale, Norman sciorina una sottile interpretazione della psicologia del ghetto e delle sue perduranti conseguenze, tanto da ricevere i complimenti dei funzionari comunisti. Ma la schizofrenia dello sdoppiamento ha minato un’altra certezza: nel 1974, pur consapevole di possibili ritorsioni, Manea abbandona per sempre la professione di ingegnere.
La maschera sta per cadere; all’inizio degli anni ’80, lo scrittore formula alcune critiche al neo socialismo di Stato. Poche righe sono sufficienti per scatenargli contro una veemente campagna diffamatoria. Il nuovo ordine – comprende definitivamente Manea – «non aveva sostituito quello vecchio, lo aveva cooptato: collaboravano». Ma ai tartagliamenti del Clown Bianco dei Carpazi si contrappone, sempre più chiara e incalzante, la voce che il piccolo Manea aveva udito leggendo le fiabe di Creangă, e che venticinque anni dopo, nel 1969, è diventata la sua voce. Norman ha ormai altri interlocutori, i libri, più ubiqui degli informatori della Securitate, e uno strumento di salvezza: la lingua, la casa della lumaca, «il rifugio infantile della sopravvivenza».
La realtà di un nuovo esodo, volontario stavolta, prende consistenza. Nel capitolo intitolato Bloomsday, il riferimento all’esiliato moderno per antonomasia è esplicito: «Se Dublino non era, ai suoi tempi, un luogo ambito, come ci lascia intendere l’espatriato James Joyce, nella Bucarest della primavera del 1986 il degrado aveva raggiunto limiti tali per cui non era più sufficiente il sarcasmo».


America, America

È così che il senza patria va incontro al ‘nuovo calendario’: fine 1986, Berlino, Città Transito per l’Occidente; febbraio 1988, Parigi, altra tappa intermedia; marzo 1988, definitivo approdo in America, nell’ignoto di un Altro Mondo, per un uomo espropriato di qualcosa di intimo, esposto a «nuove malattie del corpo e della mente», ma «nella gioia di sentirsi straniero fra altri stranieri», protetto dal guscio di lumaca della lingua nativa. Ed è come se sentissimo risuonare la voce di Cesare Pavese, che reclama dal destino una risposta finalmente equa: «Chiedo di vivere, non di essere felice».
Infatti: nel Paradiso americano, dove non manca nulla, alcuni nodi rimangono irrisolti. Uno su tutti: tornare o no in Patria almeno una volta? Nel marzo 1997, nove anni dopo il trasferimento negli Stati Uniti, e alla vigilia del ritorno in Romania, Manea è alle prese con dubbi e inquietudini. Ma che cosa teme? Lo rivela egli stesso: di incontrare il Norman di un tempo, di essere identificato con l’immagine acquisita nel Nuovo Mondo, di scoprire di non essere abbastanza indifferente al passato, insomma di poter riaprire vecchie ferite. Manea avverte anche un’altra insidia: «Sono sfuggito alla dittatura relativamente pulito. Non mi sono sporcato. Questo si stenta a perdonarlo…».
E non è finita: sono passati solo sei anni dallo strisciante conflitto con gli intellettuali romeni che hanno preso le parti di Eliade quando, nell’agosto 1991, Manea ha pubblicato l’articolo Happy Guilt: the scandal of the Romanian intellectual Mircea Eliade’s past, in cui accusava lo storico delle religioni di antisemitismo e connivenza con i legionari della Guardia di Ferro, ma soprattutto ne biasimava l’ostinazione a non voler riconoscere gli errori commessi.
A confermare i timori di Manea, ciò che è avvenuto il 21 maggio 1991 nelle toilette del campus dell’Università di Chicago, ovvero l’assassinio di Ioan Petru Culianu, storico delle religioni e giornalista, anch’egli esule in America. L’omicidio di Culianu, allievo, ammiratore e successore in pectore di Eliade, era rimasto impunito. Negli anni precedenti la sua uccisione, Culianu aveva espresso severe critiche al governo romeno postcomunista; inoltre – ricorda Manea – Culianu stava mostrando un progressivo ma deciso distacco da Eliade, nella crescente consapevolezza del coinvolgimento ideologico del suo ex maestro nel movimento legionario. Un quadro preoccupante, che la Rivista ultranazionalista România mare aveva dipinto a tinte fosche, assimilando Culianu a un escremento umano e coprendo Manea di macabri epiteti.
È a Philip Roth che Norman confessa i suoi dubbi; il grande scrittore si pronuncia, lo spinge ad andare, convinto che l’amico possa finalmente superare «la sindrome dell’Europa orientale». Roth fa leva anche sul desiderio di Manea di rivedere i vecchi amici, poi tocca la corda giusta: «La settimana scorsa parlavi del cimitero. La tomba di tua madre».
«L’ho di nuovo incontrata», risponde Manea, «questa mattina. Mezz’ora fa». Il fantasma di sua madre lo aveva visto in Amsterdam Avenue, ed evocava una palingenesi ineludibile. Nel novembre 1986, prima di lasciare la Romania, lo scrittore si era recato a Suceava per un ultimo saluto ai genitori. Nell’angoscioso colloquio a due, Janeta lo implora di prometterle che sarebbe tornato per il suo funerale; il figlio replica che non può prometterlo, e si rifugia in un generico «dovunque io sia, sarò qui». In effetti, Norman non aveva partecipato alle esequie; ora, la visione di Amsterdam Avenue imponeva l’obbligo morale di recitare il kaddish, la preghiera per i morti, sulla tomba di sua madre.


Il ritorno


È il 21 aprile 1997; nel volo verso Bucarest, Manea è accompagnato da Leon Botstein, direttore d’orchestra e Presidente del Bard College, Stato di New York, dove lo scrittore romeno insegna Letteratura e Cultura Europea. Botstein, come Roth, ha più volte caldeggiato il ritorno di Norman in Romania, convinto che l’impatto avrebbe finalmente separato lo scrittore «dalla vecchia biografia».
Ma gli inizi non sono esaltanti: già etichettato come traditore, mezzo-uomo, nano di Gerusalemme, ora Manea è diventato «una celebrità in esilio»; sennonché l’esiliato detesta la celebrità, gli entusiasmi lo inibiscono, e persino una pungente critica della sua opera letteraria lo lascia nella quasi indifferenza.
Nella nuova realtà, liquida e sfuggente, la prosa di Manea pare rallentare la sua corsa; nel fuoco tiepido della narrazione si materializzano personaggi prodighi di buone intenzioni: Ioana (Ioana Ieronim), la poetessa e diplomatica sopravvissuta ai colpi di coda della dittatura, e per nulla reticente sulla persistente miseria e arretratezza del Paese; Ken (Kenneth Murphy), studioso poliedrico, venuto apposta da Mosca con l’intento di osservare il ritorno dell’amico «nella vecchia tana»; Laurențiu Ulici, Presidente dell’Unione degli Scrittori, che invita Manea a visitare immancabilmente la sede dell’Unione, ansioso forse di riscattare il silenzio dei colleghi sulle menzogne che hanno investito l’esule negli anni precedenti. Arrivano anche, nei momenti onirici, alcuni dei vecchi amici di un tempo; in un ralenti nostalgico e un po’ perfido, vediamo sfilare il sarcastico romanziere e critico letterario soprannominato L’Elefante Volante (è Paul Georgescu), vera «eminenza grigia della cultura socialista», e gli amici poeti Florin Mutu e Florin Mugur.
Ma la realtà osservata da Manea è, per certi aspetti, più sconvolgente del sogno. La dimensione dei fenomeni sociali in atto traspare con evidenza nell’incontro con Donna Alba, la vedova dell’Elefante Volante. Un tempo bellissima, elegante, esuberante, l’ex regina dei salotti letterari è diventata l’ombra di se stessa. Nell’appartamento squallido e dimesso in cui Manea viene ricevuto, la brillante conversatrice di un tempo parla dell’America in modo banale e stereotipato; quanto alla Patria, a venirle in mente sono i securisti arricchiti e i pensionati suicidi, i bambini orfani e i cani randagi. Un solo guizzo dell’antica fiamma: quando afferma di essere ricca di perdite, e perciò competente in un ambito che Manea ben conosce.
Il senso di questa parte del romanzo è condensato nel termine hypokrino, la cui radice greca si allarga a una serie di significati, che vanno dalla recitazione alla simulazione e alla falsità. Il guscio della lumaca, l’identificazione di lingua e ontologia che ha protetto l’identità del narratore nell’esilio, si scopre fragile, penetrabile. Le profonde sonorità riudite nel contatto con la Patria suggeriscono che la Lingua, la Terra Promessa, non è che il rifugio notturno di Schleimihl, lo sfortunato, lo sciocco. Ancora uno sdoppiamento, espediente per riportare il disvelamento della coscienza, la crisi di identità di chi, lasciando la Patria, è diventato una creatura bifronte.
È un sentimento che non abbandona Manea nemmeno nei luoghi più propizi al cameratismo culturale: giunto a Cluj, saluta con affetto l’amico Liviu Petreu, ma nell’incontro ufficiale con l’Associazione degli scrittori accoglie con fastidio crescente «il delirio degli elogi», eccessivo al punto da somigliare «all’isteria delle ingiurie» degli anni precedenti.
Da questo punto in poi, nonostante gli affettuosi momenti trascorsi con amici letterati come Ion e Marta Petreu, lo scrittore continua a sentirsi un personaggio ambiguo, un appestato, e la narrazione si fa dolorosamente esistenziale. La disillusione e il senso di estraneità vanno oltre il confronto col sé di un tempo: il racconto di Kafka La condanna, che Manea narra come fosse una fiaba alla bella ingegnera che gli siede accanto nel volo interno per Bucarest, diventa un apologo rivolto contro se stesso: il nostos dell’esiliato è un fallimento, si torna come bambini vecchi in luoghi che non ti appartengono più.
«La partenza non mi ha liberato», scrive il narratore sul suo taccuino, «il ritorno non mi ha fatto tornare. Abito a disagio la mia biografia». L’irrilevanza di quel viaggio, comprende Manea, è legata a un’irrilevanza ben maggiore; non si esce vincitori dall’esilio interiore. Al sopravvissuto nella lotta col ghetto e col Regno della Menzogna Istituzionalizzata non resta che adattarsi alla vita «con quell’impertinenza della banalità che è la vita stessa», continuare la peregrinazione «come una lumaca che accetta serenamente il suo destino».
Sulla via del ritorno, Leon Botstein ribadisce a Manea un pensiero già espresso: «Ci siamo trovati bene in Romania. Quanto di meglio ti sia accaduto là sono state le cose brutte. (…) Torni a casa, non dimenticarlo. La casa è qui, non là. Questa è la tua fortuna, nata dalla sfortuna».
Viene da pensare che ricordando le cose brutte come origine della fortuna di Manea, Botstein non si riferisse solo al vantaggio di vivere in un Paese liberale e avanzato, ma all’opera letteraria di Manea; è come se gli dicesse: «Hai sofferto, ma in fondo certe vicende hanno finito per giovarti». Impossibile non ritornare a Proust: «È la sofferenza a suscitare le forze dello spirito». E non ricordare il Cioran degli Esercizi di ammirazione: «Scrivere significa disfarsi dei propri rimorsi e dei propri rancori, vomitare i propri segreti». Verità parziale questa, se riferita a Manea: non soltanto Il ritorno dell’huligano, è l’intera sua opera a essere percorsa da uno scetticismo quasi fisiologico, che sconfina a volte in un amaro cinismo.
Il cerchio in cui è iscritto il senso di una vita si chiude nel giorno più lungo di Manea, quando risale la collina del piccolo cimitero suburbano dove è sepolta sua madre. Vede la lapide grigia, la fotografia, il breve epitaffio: «Janeta Manea, moglie e madre devota». Non recita il kaddish, non conosce le parole antiche della morte. In un istante vertiginoso, lo sentiamo confermare due pensieri, terribili e coerenti col suo credo: «Il Dio che ha messo al mondo il Povero Augusto era donna. Non ho sopportato la sua adorazione, non ho sopportato neppure le sue inquietudini e non ho niente con cui sostituirle».
Credo che questo brano sia risuonato amaro, forse desolante, per qualsiasi lettore. Ma dobbiamo andare più a fondo: non è con brevi parole, non è in quell’istante che arriva la preghiera di Manea per sua madre. No, il suo omaggio, l’etica del ricordo, l’amore del riconciliato richiedeva un tempo più lungo, e le pagine imperiture del Ritorno dell’huligano.





Armando Santarelli
(n. 7-8, luglio-agosto, anno XI)