Tatiana Niculescu Bran: «Confessione a Tanacu»

Un caso di cronaca nera, realmente accaduto in Romania nel 2005, è stato ricostruito, con il taglio narrativo proprio del romanzo, dalla scrittrice e giornalista Tatiana Niculescu Bran nel libro Confessione a Tanacu, edito da Hacca e tradotto da Anita Natascia Bernacchia. Il caso ha ispirato anche il film Oltre le colline del regista romeno Cristian Mungiu, premiato al Festival di Cannes come miglior sceneggiatura e come migliori attrici per le interpreti Cosmina Stratan e Cristina Flutur.

Di quale caso si tratta? Quello di una ragazza ventitreenne, Irina, con trascorsi di brefotrofi e affidamenti temporanei, finita in un monastero di monache ortodosse, quello di Tanacu in Romania, dove a far da padrone è un prete con velleità di esorcista.

Irina non è una ragazza tranquilla. Nella sua breve vita ha conosciuto tanti soprusi, in particolare sessuali (in mezzo ai quali, non sono mancati episodi di tenerezze, sopratutto omosessuali), vittima di persone che approfittavano del suo stato di debolezza sociale. Ad esempio, per diverso tempo lei aveva fatto parte di un centro di accoglienza fondato dai coniugi Schindler, l’associazione comunitaria Rumänien-Hilfsinitiative Dr. Schindler, dove – a insaputa degli stessi Schindler – erano trattati malissimo: non solo la roba che ricevevano veniva venduta e il cibo buono sostituito con una specie di brodaglia, ma c’era anche chi li usava, corrompendoli, per fare della pedopornografia, accompagnandosi  in gite organizzate da un uomo di 70 anni che le fotografava. E Irina era stata tra coloro che avevano ceduto, nella illusione di vivere migliori condizioni di vita. «Le ragazze potevano guadagnare anche due o trecento euro in una gita, se si lasciavano fotografare» e, nonostante, l’intervento degli Schindler contro l’uomo, quest’ultimo «li querelò per diffamazione e continuò indisturbato i suoi affarucci in Romania».
Tutto ciò l’aveva molto provata fino al punto, a un certo momento, arrivata al monastero, da perdere se stessa, dando in escandescenze, gridando parolacce, provocando una reazione tanto estrema quanto comprensibilissima, anche negli aspetti più coscienti e legittimamente, anche se vanamente, ribelli della ragazza.

Il lettore del romanzo della Bran non può che muoversi a pietà per lei, schierandosi dalla sua parte. Lo fa nel momento in cui l’oscurantismo del monastero si manifesta in vari modi. Basti pensare che, ad esempio, la confessione era regolata da un Prontuario nel quale erano elencati circa duecento peccati su cui il penitente doveva riflettere se e come e quanto e quando li aveva commessi per poi dichiararli. Naturalmente dominavano i cosiddetti peccati sessuali, dei quali Irina non poteva non sentirsi macchiata, dall’onanismo alla omosessualità alla fornicazione. E questo, non solo adesso che era ventenne, ma fin da piccola, quando gente più grande di lei se ne approfittava. Aveva solo quattordici anni quando capitò nelle grinfie di un ragazzo ventenne, assunto come «educatore», con tanto di camera nei pressi del dormitorio dove, attraverso lusinghe e minacce, pescava le sue vittime. La direzione del brefotrofio, per scaricarsi le colpe, indirizzò il tribunale verso la comprensione e la minimizzazione dei danni provocati dal loro dipendente, il quale tuttavia non sfuggì alla giustizia per episodi successivi, beccandosi la galera prima per furto e poi sette anni per corruzione sessuale e privazione di libertà. «Questa volta si trattava di una bambina di dodici anni».

Lo stato di soffocamento del monastero avrebbe portato ben presto Irina a crisi di estremo disagio, rappresentata da deliri, quindi stati di violenza agitazione motoria, per i quali fu legata mani e piedi e poi portata in un ospedale, dove venne calmata con sedativi in dosi da cavallo che rischiarono di farla morire. Ma il ritorno al convento, avvenuto per una volontà anche dei medici di disfarsi di lei, avrebbe avuto esiti più nefasti. La ripresa degli stati di agitazione fu considerata dai religiosi, e in particolare dal papas che li guidava, come un frutto del suo abbraccio, attraverso i peccati sessuali, con il demonio che ormai la possedeva. Il papas diede così inizio a una serie di estremi esorcismi da condurre la povera ragazza alla morte.

Il tragico è che continuarono questi esorcismi anche sul suo cadavere, semplicemente perché il prete e le sue correligionarie non s’erano accorti  della sua fine. Tant’è che, costretti a riportarla in ospedale, c’è solo una dottoressa, l’unica persona cosciente che poi avrebbe dato avvio al processo ai religiosi, ad accorgersi che Irina era morta già da ventiquattro ore.  «Che cosa le avete fatto, criminali?» grida in faccia alle due suore che, con una candela in mano anche sull’ambulanza che le portava all’ospedale, avevano accompagnato Irina. Al che segue una sua frase di condanna e disprezzo che rivolge a quelle ignoranti consorelle «che imponevano una marea di regole per ammetterti alla confessione e alla Comunione, mentre non vedevano la trave nei loro occhi». E la frase della dottoressa è: «Che il Signore ci guardi dall’arrivare in mano loro e ai preti! Per me non datevi nemmeno la pena di pregare, hai capito? Meglio bruciare all’inferno che le vostre preghiere!»

Un libro molto duro questo della Bran, che però non è, come si può vedere anche dalla frase citata, un libro contro la fede, bensì contro una interpretazione di essa ridotta a una visione cieca e oscurantista di quello che, viceversa, stando alle parole del Cristo, dovrebbe essere un messaggio d’amore  e di apertura verso gli altri.







Diego Zandel
(n. 12, dicembre 2013, anno III)