Paesaggi del sentire: la natura tra vuoti e corrispondenze, secondo Andrei Pleșu

Segnaliamo l’uscita di Pittoresco e malinconia. Un’analisi del sentimento della natura nella cultura europea di Andrei Pleșu, scrittore e saggista, personalità di spicco della cultura romena contemporanea (traduzione dal romeno a cura di Anita Paolicchi, prefazione di Victor I. Stoichita, Edizioni ETS, Pisa 2018). Qui il paesaggio, protagonista delle riflessioni di Andrei Pleșu, è pura spiritualità: è distanza/vicinanza del possibile. Nella sacralità del paesaggio – giardino aurorale del mondo – l’uomo e la natura celebrano l’unità, dimenticata, della loro origine. 
L’amore per una lontananza si fa attesa indefinita, paesaggio atemporale, silenzio d’essere. Solo i colori restituiscono soffusa, quella che Pleșu chiama, la «cantilena» del mondo: una melodia silenziosa, composta di piccole e originarie emissioni di suono, emergenti dal ritmo dell’universo, come note di canto.

Molto spesso gli sfondi paesaggistici hanno manifestato, nella storia dell’arte europea, un’incapacità peculiare dell’uomo di guardare la natura con «occhio puro», ossia in modo non contaminato da vincoli percettivi derivanti dalla soggettività e dall’esperienza storica e culturale tipica delle singole epoche, oscillando tra il puntiglioso realismo delle vedute esatte e l’astratta idealità delle vedute di fantasia. Così, più la natura viene ritratta, più la sua vera essenza si allontana fino a perdersi.
La ferita, dovuta alla separazione artificiosa tra uomo e natura, ha determinato nella cultura europea il costituirsi di due modi di vivere il sentimento della natura: da un lato, quello incarnato da Tristano nell’epopea dell’amata difficilmente accessibile; e dall’altro, quello di Don Giovanni nell’epopea dell’amata difficilmente identificabile, ricercata all’infinito, in una serie di incarnazioni effimere. Tutta la storia del paesaggio europeo è ricostruibile, secondo Pleșu, a partire da queste due tipologie del sentimento: entrambe lontane dal poter cogliere la vera essenza della natura e del sentire.
Da dono divino, a causa del peccato originale, la natura assume per l’uomo europeo il tratto di una distanza incolmabile e, per questo, ammaliante.
Così, nella ricostruzione teorica proposta dall’autore romeno, quando la natura attrae e respinge e diventa ipostasi del mondo, come luogo di tentazione, la coscienza si blocca di fronte a un ostacolo invalicabile e, proprio come nell’epopea di Tristano e Isotta, il paesaggio vive un’estetica della malinconia. Quando, invece, la natura non ha più distanza ed è assaporata e continuamente tradita dalla pittura, che presta attenzione solo alle sue ipostasi superficiali, come accade nella natura arcadica o nei giardini – dalle pastorali di Tiziano all’Impressionismo –, il sentimento è tradotto in un’infinita ricerca di esperienze singole e parziali, come nell’epopea d’amore di Don Giovanni e, dal punto di vista artistico, predomina un’estetica del pittoresco, legata al dettaglio e al piacere, quasi pagano, per la superficie delle forme.
Venendo meno la natura, nella sua essenza, in entrambe le tipologie del sentimento, Pleșu può affermare che il paesaggio europeo sia più un episodio della biografia dell’uomo, che non una manifestazione autentica della natura, nell’ampiezza fluviale del suo movimento.

Per comprendere la natura non occorre la capacità analitica di distinguere le particolarità che la compongono, ma la capacità analogica di sentire e riconoscere le somiglianze fra le cose e le loro corrispondenze.
Il paesaggio autenticamente diretto a cogliere l’unità della natura non scaturisce da nessuna delle due tipologie di sentimento, né dal pittoresco, né dalla malinconia, ma risulta sempre, come pensiero macroscopico, dalla intuizione di una prolungata serie di corrispondenze e come coerenza dei grandi insiemi e dei cicli dello sviluppo organico.
Oscillando tra tristezza e malinconia, tra inoperosità ed eccessiva ricerca, tra la malinconia di Tristano e la triste stanchezza di Don Giovanni, il sentimento europeo della natura investe l’arte e il sentimento religioso, soprattutto nelle diverse espressioni del culto cristiano, traducendo molto spesso la malinconia della distanza nella imperscrutabilità del mistero sacro, come epifenomeno dell’attività contemplativa, o espressione della determinazione religiosa del destino umano.
Nell’Europa orientale e, come sottolinea Pleșu, nella spiritualità romena, prevale invece, rispetto alla malinconia della separazione, un sentimento di sopportazione malinconica, scaturito dalla percezione della natura come corpo di Dio: nella pittura di Ion Andreescu (1850-1882), ad esempio, la malinconia coincide con la simultanea percezione dell’eternità e della provvisorietà della natura.
Eppure la natura non è né esaltazione della pura soggettività, né esteriorità impersonale. Al di là del pittoresco e della malinconia, la natura è, secondo Pleșu, l’esatta incarnazione del provvisorio: è luogo di passaggio, via, trasparenza, movimento.
Per avere un approccio autentico alla natura – ed è questa la proposta essenziale contenuta nell’opera di Andrei Pleșu – occorre partire dal suo grado zero: dal suo vuoto. Il vuoto è una condensazione dell’assoluto, che riporta la natura alla sua fenomenicità essenziale, attraverso il sacrificio: la sospensione, il non-pensiero. Di tale forza Pleșu racconta le sorti, individuando nella storia del paesaggio europeo il principale luogo di manifestazione del rapporto tra l’uomo ed il suo mondo.



Draga Rocchi
(dicembre 2018, anno VIII)