Spazio Cioran: Caro Arșavir... «Quanto siamo stati stupidi!»

Nel 1928, Emil Cioran (1911-1995) arriva a Bucarest da Sibiu. Frequenta le lezioni di filosofia e le sale della biblioteca universitaria, immergendosi nelle opere dei pensatori tedeschi. Proprio tra queste mura, l’insonne e lirico Cioran incontra un giovane giornalista armeno, Arșavir Acterian, studente di giurisprudenza e, con Eliade, Noica e altri intellettuali romeni, membro di quella che verrà ricordata come «generazione del ‘27».
Proprio Acterian introduce Cioran nella cerchia dei suoi amici, massima espressione intellettuale della Romania dell’epoca, guidata dal professor Nae Ionescu e votata alla ricerca di un rinnovamento culturale e spirituale che tendesse alla costituzione della Grande Romania.
Cioran entra a far parte del gruppo Criterion, facendosi notare per le capacità oratorie e inizia un’intensa attività letteraria parallela alla pubblicazione dei suoi primi volumi, scrivendo per diverse riviste del tempo («Vremea», «Mișcarea», «Cuvantul» e altre) e diventando un punto di riferimento dell’emergente nuova intellighenzia romena.
Nel ’32, si laurea con una tesi su Bergson: è affascinato dal concetto di «vita», soprattutto se espresso in contrasto al concetto di «ragione». L’uomo e il suo dialogo col divino occupano il posto d’onore tra gli interessi di Cioran, ma in quegli anni la politica non esula dagli argomenti su cui il nostro ama confrontarsi. Nel ’33, grazie a una borsa di studio, parte per Monaco e Berlino, dove segue i corsi di Klages e Hartmann. Legge Proust e Leopardi, l’Ecclesiaste e il Libro di Giobbe, ma segue i discorsi incendiari di Hitler e ne ammira la potenza. Nel ’35 torna in patria e scrive articoli di forte fervore nazionalista. Nel giro di un paio d’anni, la sua simpatia per le posizioni dei Legionari comincia a vacillare: le distanze, umana e d’intenti, che lo separano dalla visione di Codreanu si fanno sempre più evidenti. Nel ’37, grazie a un’altra borsa di studio, si trasferisce a Parigi dove rimarrà per tutta la vita.

Perché, dunque, lo scambio epistolare fra Cioran e Acterian è così importante? Di Cioran ormai si conosce bene il pensiero: negli ultimi anni, grazie ai lavori di ottimi studiosi, in primis proprio Di Gennaro, il pensatore di Rășinari ha finalmente perduto l’aurea di maudit, artista della filosofia e, oggi, se ne può studiare l’impianto, la sua forma, la struttura di una Weltanschauung ben chiara e definita. Un momento importante e meno noto riguarda proprio i primi anni di produzione letteraria di Cioran, che lo stesso cercherà di lasciar dimenticare: la vicinanza al fascismo romeno (che costerà ad Acterian i campi di rieducazione, ad altri del gruppo Criterion il carcere, dopo la guerra) è un fatto innegabile. Personalmente, credo che non esista un Cioran politico: la sua vicinanza giovanile alle idee professate da Codreanu è figlia di una ricerca spirituale, di un sentimento e di un vitalismo esasperato e feroce in un insonne assetato di emozioni, di volontà di potenza e altrettanto mortificato da un senso di profonda lontananza dalla vita degli altri, dalla pace e dalla serenità a lui negate. Cioran non poteva non innamorarsi dei pensatori che sognavano un rinnovamento prima di tutto spirituale, in contrasto con la decadenza occidentale, che poi sfociava in un’idea politica di grandeur. Non poteva non essere affascinato, ventenne, da Hitler e dalla sua furia. Tuttavia, non poteva, esattamente per le stesse ragioni, che attraversare quest’esperienza solamente per superarla: Cioran, con gli occhi e il cuore rivolti al cielo, rapito dal suo bestemmiare dio per poterci parlare, pessimista in senso Leopardiano e vitalista in senso nietzschiano; pieno delle sue lacrime e dei suoi Santi, dei pensieri di carne e di sangue, non poteva che appassionarsi a quel clima, quel fervore emotivo, quello spirito (Zeitgeist), più che ai concetti che questo esprimeva. Non poteva, soprattutto, che farne un ragionamento puramente teorico, un esercizio, uno slancio quando non, addirittura, una posa. Quando guardò al di là e ne vide la prassi, ne capì le risultanze materiali, dalla Romania se ne andò per non tornarvi più. Ed è palese l’imbarazzo del pensatore per le scoperte delle sue opere giovanili, per l’essere menzionato riguardo la questione dei fascismi europei. Cioran decise di tacere, di non aver semplicemente più nulla da dire su un periodo brevissimo della sua vita e di poco valore per la storia del suo pensiero. Tuttavia, questo momento ne ha influenzato, a mio avviso, la diffusione e ricezione, passata a volte attraverso la pubblicazione faziosa della sua opera (in Italia, accadde con le Edizioni Il Borghese) che ne causeranno l’ostracismo dalle università, immerse in un clima culturale di opposta visione politica.
Lo scambio epistolare con Acterian fa luce anche su tutto questo: il rapporto con la Romania, con gli altri intellettuali e amici del tempo, col suo professore Ionescu, con la politica, la patria e col proprio passato: «Anch’io, quando ripenso a certe mie infatuazioni del passato, resto interdetto: non capisco. Che follia! Almeno ne ho tratto tutte le conseguenze e tutte le lezioni opportune. Non sarò mai più complice di nulla. A parte la saggezza, non ci resta niente». [1]; con lo spirito folle della sua gioventù: «Nella nostra giovinezza, eravamo torturati da un appetito per lo scandalo, in particolare per la Storia, e tutta la “Trasfigurazione” ne era testimonianza, con grande indignazione di Jeni, che trovava questo libro esasperante e ridicolo. Lei è stata più saggia di noi, almeno di me, e ti assicuro che penso spesso alla sua reazione, che all’epoca mi è sembrata eccessiva. La sete di Storia è la fonte di ogni follia: purtroppo è inestinguibile». [2]

Antonio Di Gennaro ha la capacità di fare dei lavori su Cioran, ciò che Cioran faceva con le proprie opere: unire il lettore neofita allo studioso, regalando a entrambi un accrescimento. Possiamo leggere L’orgoglio del fallimento (a cura di Antonio Di Gennaro, trad. di Magda Arhip e Laureto Rodoni, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2021) senza conoscere l’opera del pensatore romeno e allora troveremo uno scambio intellettuale e affettivo fra due studiosi, due amici, di cui potremo vedere il mutare dei sentimenti attraverso gli anni: «come te, mi sono lasciato completamente alle spalle, e da molto tempo, i miei furori giovanili. A tale proposito, in questi ultimi tempi ho avuto dei guai abbastanza seri con degli “amici” di allora – insomma, tu capisci. Se ci penso, che smarrimento! Un vento di follia e stupidità soffiava su di noi. Devo anche dire che ho sofferto molto (sul piano morale, ovviamente) a causa di quest’entusiasmo d’un tempo. Me lo si rimprovero spesso, e ovunque. D’altra parte ritengo che sarebbe poco elegante, in questo momento, proclamare la mia dissociazione e fare la parte del rinnegato. Tutto questo è definitivamente passato: sembra preistoria.» [3]. Potremo coglierne l’acume, i riferimenti a un periodo storico travagliato, a concetti complessi come la lingua, la patria, il destino.
Se, invece, ci accostiamo a questo volume conoscendo i lavori del nostro, incontreremo confessioni private che possono illuminare le nostre ricerche; riferimenti che chiarificano un pensiero, un periodo, un rapporto. A me, per esempio, ha regalato le conferme che cercavo da quindici anni sul «periodo romeno» di Cioran, cui ho dedicato diversi lavori: «quello che dici sulle incredibili pretese che si rivelano in Schimbarea, Jeni me lo ha detto anni fa, nel 1936 credo. Lei pensava che fosse assurdo e ridicolo tenere in così grande considerazione la Storia, la mia “divinità” di allora. Aveva ragione, ma io ero giovane, orgoglioso e folle, sedotto, come tanti altri, da un certo delirio. L’idea di fare la Storia mi metteva in uno stato di trance. Quanto siamo stati stupidi!» [4].
Un altro lavoro straordinario di Antonio Di Gennaro che ci regala la possibilità di immergerci nelle parole di quello che, ancora oggi, reputo il più grande genio del ’900.





Fabio Rodda
(n. 5, maggio 2021, anno XI)



NOTE

[1] lettera 12, p. 36.
[2] lettera 33, p. 66.
[3] lettera 29, p. 61.
[4] lettera 13, p. 37.