Intellettuali senza patria: Emil Cioran e Dieter Schlesak. Pubblicato il carteggio

Cioran pubblica la sua opera prima Pe culmile disperării nel 1934. Nel 1934 nasce Dieter Schlesak. La patria comune è la Romania con la sua lingua, con le sue peculiarità, quelle peculiarità che determinano il loro sentire quanto il loro ingegno individuale, la loro specifica indole. A unirli sarà anche l’esilio, la lontananza dalla terra madre, sia pur scelto in modi e tempi differenti e intimamente vissuto in modi diversi. Determinerà il loro incontro Hadulinde Birk, compagna di Dieter Schlesak, che aveva seguito, come redattrice editoriale, traduttrice e responsabile per la letteratura francese e romena della casa editrice S. Fischer di Francoforte, la pubblicazione di alcune opere di Emil Cioran.

Un’identità nazionale sentita e negata

Dal 1969 al 1970 tre brevi lettere di Emil Cioran ad Hadulinde Birk, poi la corrispondenza con Dieter Schlesak. Il breve carteggio, minuziosamente curato da Antonio Di Gennaro – che fortemente ne ha voluto la pubblicazione, portando così un altro tassello decisivo alla conoscenza di Cioran – è stato recentemente pubblicato con il titolo E. Cioran, Un’altra verità (Mimesis 2016). Nella sua prefazione Di Gennaro ricorda che la comprensione di Emile Cioran passa attraverso quello che lui affermava circa il nulla valacco, neantul valah. Questo libro costituisce un utile ponte per passare sopra l’abisso che è per noi il neantul valah capendone qualcosa, perché il carteggio fra Cioran e Schlesak non prescinde mai da quest’identità nazionale sentita e negata, pensata e rifiutata, troncata ma permeante il pensiero e l’opera. Su questo si svolge il dialogo fra i due autori e così, anche se questo non ne costituisce l’intento primo, la pubblicazione di questo carteggio rappresenta un contributo importante per i cultori dell’opera di Dieter Schlesak non meno che per quelli di Emil Cioran.
Cioran si definisce un intellettuale senza patria, ma l’esilio caratterizza, per sua stessa e ripetuta affermazione, la scrittura e la vita di Dieter Schlesak tanto che, con grande incisività, il suo libro Transsylwanien (letteralmente transilvaneggiare) esce in Italia con il titolo L’uomo senza radici. Esaustive, per entrambi gli autori e non per il solo Cioran, sono le parole di Antonio Di Gennaro che scrive: «Le lettere raccolte nel presente carteggio, al di là delle singole questioni trattate, en passant (l’esilio, la crisi dell’Occidente, la figura di Benjamin Fondane), testimoniano questo profondo legame affettivo (e intellettivo) verso le proprie radici: la madrepatria Romania e, in generale, la cultura dell’Est Europa. Un legame che si acutizza negli anni divenendo, sempre più, memoria e rimpianto, debito e nostalgia (dor) di un mondo primitivo, rurale, ancestrale, irrimediabilmente perduto, e non macchiato dal “progresso” e dalla “civiltà” – insanabili sintomi, secondo Cioran, della décadence – ma fatto di innocenza, incoscienza, adesione spontanea alla dimensione incontaminata e “selvaggia” della natura e del bìos. Il sentimento di solitudine e di estraneazione vissuto ad Ovest, la non integrazione rispetto al conformismo e alle omologanti norme sociali, imposte dal frenetico, artificiale e alienante mondo borghese (corsa ai consumi, fretta affannosa, mancanza di tempo, esteriore/simulato benessere), implicano in Cioran e Schlesak, la pacata ricerca, o forse il recupero e la rivalutazione, in controtendenza, di un’altra verità, quella arcana, sacra e inviolabile che privilegia l’interiorità del soggetto e l’umanità dell’uomo».
Nella lettera del 29 dicembre 1969 da Parigi Cioran accenna con Hadulinde Birk a quella che definisce come infanzia paradisiaca e afferma con nonchalance che «non si è nati impunemente nei Balcani». Ma è nella lettera a Schlesak del 24 settembre 1970, sempre da Parigi, che il discorso si fa aperto. Cioran si confronta con Schlesak sul terreno umano e su quello dell’attività letteraria non esitando a dirgli: «Ciò che più mi colpì, durante il nostro incontro a Parigi, fu il vedere sino a che punto Lei sia segnato dall’ambiente valacco dove ha vissuto». Nella stessa lettera emerge che comune è il profondo fastidio per quella mancanza di tempo che sembra assillare chi è nato all’Ovest, tanto da caratterizzare il sentire occidentale – e chi conosce Schlesak sa che nei reading poetici legge spesso una sua poesia intitolata «Cronocrazia»! – in un climax crescente che culmina nella considerazione «Non lo so, penso tuttavia che ad Est si trovi maggior sostanza spirituale che in Occidente».

Occidentali mai

Il giudizio si fa definitivo nella lettera del 9 settembre 1972. Cioran da Parigi scrive a Schlesak: «Lei non potrà mai essere un occidentale»! È sempre in quella lettera che paragona dor e saudade e che definisce se stesso e Schlesak come «i nuovi Ebrei» per questa condizione di esilio permanente che caratterizza entrambi. Non meno significative, non meno forti, sono le considerazioni di Schlesak, che il 2 ottobre 1980 da Pieve confessa a Cioran: «Molto spesso ormai mi ritrovo di nuovo in Transilvania, immerso nella mia infanzia, nel paese da fiaba che è la Romania (solo così può essere un paese da fiaba!)». Sempre nel 1980, il 9 novembre, da Pieve, Schlesak conclude: «Una certezza che solo l’intelletto conduce alla disperazione», e: «Ma la sostanza è romena, un dono che ho portato con me, il vero terreno».
È un terreno, quello di Schlesak, che è stato profondamente segnato dal suo essere testimone dei due abissi del XX secolo, le dittature nazista e comunista, tanto da non consentirgli patti col diavolo, compromessi con quello che oggi definiremmo «politicamente corretto», così che fin dal 1972, nella lettera dell’ 8 dicembre da Parigi, Cioran, a proposito del libro Politische Schule der Träume. Die rumänische Oneiriker-Gruppe, gli chiedeva: «Come è stato accolto il suo ultimo libro? Deve avere scontentato tutti, in particolare gli “emigrati”».
È quasi un addio anzitempo la lettera di Cioran del 12 aprile 1981, allorché da Parigi scrive: «Che notizie darle di me, sennonché, nel frattempo, sono diventato vecchio?», cui segue il consueto riferimento alle comuni origini: «Siccome discendo da un popolo fatalista, sono pronto a tutte le rassegnazioni».
Al carteggio segue nel volumetto il saggio di Schlesak: Emil Cioran come scrittore epistolare. Il suo rapporto con gli ebrei attraverso le lettere inedite. Di Cioran racconta che «avvertiva se stesso come uno straniero: a casa da nessuna parte, completamente in esilio» e che «Molto raramente utilizzava parole romene, e questo solo quando le emozioni lo coglievano alla sprovvista». Soprattutto, come si evince dal titolo, l’analisi di Schlesak fa luce su un tema controverso e a lungo ignorato del rapporto di Cioran con gli ebrei e rivela dettagli sulla sua frequentazione con Benjamin Fondane, ucciso ad Auschwitz. Emblematica la considerazione che Cioran non potesse «transitare al numero 6 di rue Rollin, a Parigi, dove aveva vissuto Fondane, senza provare una stretta al cuore».
La scrittura di Dieter Schlesak, anche nell’estrema razionalità sempre emozionalmente coinvolta, con questo saggio chiude magistralmente un percorso quanto mai significativo non solo su Cioran, ma sulle tragedie del secolo scorso.


Vivetta Valacca
(febbraio 2017, anno VII)