PromART. La pittura di Dana Constantin

L’attività artistica di Dana Constantin può essere decifrata sotto il segno di un’abile strategia di «riabilitazione» della pittura tra «faire» e «magie», per riprendere la famosa frase di Diderot. Provando ad analizzare le coordinate fondamentali della sua biografia artistica, ho scoperto un percorso coerente, caratterizzato da semplificazione, approfondimento ed essenzialità. Il disordine delle forme naturali è stato gradualmente sottoposto a un’operazione di purificazione e concentrazione sui mezzi fondamentali della pittura: il punto, la linea, il colore (o, più esattamente, la superficie ricoperta da colori).

Cosa ci propone Dana Constantin nelle sue serie visuali? La risposta mi sembra evidente: un attento esercizio dell’occhio, che può condurre a quella «emissione dell’occhio», di cui scriveva Ștefan Augustin Doinaș: «guardo con il fuoco e la strada/improvvisamente prende fuoco/imploro con gli occhi la cenere/ritorna ad essere strada». Se proviamo a seguire la lezione del poeta e guardiamo con attenzione, vediamo strati distinti di materia pittorica sistemati con virtuosità, che creano voile/veli che conferiscono trasparenza all’ombra. Così, ciò che sembra solo nero – o blu – risulta essere un’intera gamma di sfumature. Lo sguardo dello spettatore diventa più profondo, entra nell’universo del quadro, ripercorrendo a ritroso la strada dell’artista; gli strati/i veli si fanno da parte, fino ad arrivare al nucleo opaco della materia pittorica. Per la pittrice, sembra essere fondamentale «ridare l’espressione pura dello spazio pittorico rappresentato dalla monocromia, che riscopre le certezze della simmetria/asimmetria in opposizione con l’imprevedibile divenire della macchia».

Vista dalla prospettiva della tensione tra figurativo e astratto, la pittura di Dana Constantin propone un’alternativa che riconsidera le possibilità dell’astrattismo, che ha dominato il secolo scorso, essendo spesso visto come la più grande invenzione del modernismo. Laszlo Moholy-Nagy nel 1945 afferma che «il significato intrinseco della pittura astratta, come forma specifica di articolazione visiva, risiede nell’integrazione degli elementi visivi, nella liberazione dall’imitazione della natura». Di questa liberazione dalla servitù dell’imitazione parla apertamente anche Dana Constantin, quando, facendo riferimento al «mistero fitomorfo», afferma che la sua azione non segue più «la direzione dell’imitazione della natura», lo studio della forma delle piante e della loro bellezza, ma «la direzione dell’imitazione della forza creatrice della natura», il desiderio di esprimere il mistero della semplicità apparente, presentando i lavori finali come semplici monocromie di diversi colori con un registro cromatico profondo, «da cui traspare una trama lineare vegetale, identificata con forza vitale (o Vita)». Leggendo attentamente la testimonianza dell’artista, non posso non identificare la giustificazione di qualsiasi atto astratto: l’annullamento dell’imitazione della natura e l’esaltazione dei mezzi pittorici come tali, nel nome della libertà di creazione.

Il titolo generico FLOTEs (ispirato dal concetto FLOTEs – Fundamental Laws of Temporal Evolution – di Tim Maudlin, filosofo della scienza e riformulato/trasformato in Forme/Luce/Ombre/Trasparenze/Espressione) introduce una nuova tappa nell’attività artistica di Dana Constantin (inaugurata nel 2016), svelando un dialogo inedito tra linee e colore, in cui la linea sembra essere (così come racconta l’artista stessa) il «primo violino», tracciando le direzioni compositive e sopprimendo, in qualche maniera, la superiorità del colore. Le monocromie praticate fino ad ora sono state sostituite da giochi sottili di colori complementari che creano nuance vivaci di grigi colorati. L’effetto è di riflesso spettrale, suggerito da trasparenze sfumate ottenute sovrapponendo discretamente gli strati di colore.

Nel Ciclo FLOTEs l’espressione artistica è legata alle preoccupazioni delle costruzioni lineari, architettoniche della natura. La sintesi artistica tra apparenza ed essenza è intermediata dal riflesso astratto tra i due elementi artistici privilegiati: Superficie e Linea, che (pro)vengono sempre dall’osservazione diretta del ritmo offerto dalle strutture della natura.

È interessante il percorso evolutivo del ciclo FLOTEs, in cui è possibile identificare un primo momento di radicalizzazione (FLOTEs I), seguito da un momento di rilassamento (FLOTEs II). In FLOTEs I, l’artista pare abbia sperimentato una liberazione definitiva dei limiti fisici delle forme vegetali, proponendo una nuova dimensione della forma lineare, subordinata a un registro di valore, in un discorso artistico espresso attraverso la qualità dei rapporti artistici caratterizzati da semplificazione, approfondimento ed essenzialità. Sono essenziali, secondo le sue dichiarazioni, «le preoccupazioni formali e architettoniche che seguono il potere creatore della natura». In FLOTEs II, il percorso dell’artista continua in una maniera solo a prima vista sorprendente, definito da un ritorno discreto – ma deciso – alla linea sinuosa-organica, naturale, a una cromatica più diversificata e alla linea sottile verticale (che diventerà, sono convinta, una costante del mondo delle forme coltivate da Dana) che attraversa come la linfa l’opera, mantenendo tuttavia il rigore e l’essenza della rappresentazione.

FLOTEs II è, in questo momento, la sintesi di tutte le preoccupazioni formali che hanno messo in guardia il percorso artistico di Dana Constantin, dalla purificazione delle allusioni vegetali alle strutture cromatiche dominate da linee severe fino ad arrivare al recupero di una dimensione organico-astrattizzante.

Oserei dire che la pittura di Dana Constantin può essere vista (anche) come una strategia di recupero di una pittura «pura» (non dimentichiamo che l’arte astratta, come «progetto di purezza», ha privilegiato sempre la pittura) al di là di mode e urgenze, che restano, inevitabilmente, tra parentesi. Concludo ricordando Paul Valéry, che, nel suo testo su Berthe Morisot, ricordava «l’abstraction de l’artiste», dove «la couleur lui parle couleur, et il répond à la couleur par la couleur». Credo che Dana Constantin sia giunta a questo tipo di astrazione attraverso e per mezzo del colore, che le parla e che le risponde tramite le composizioni cromatiche diventate pre-testo e sostanza primordiale delle sue avventure pittoriche. Sulle orme di Valéry, che definiva la dimensione esistenziale di Morisot attraverso «ses grands yeux», di un’attenzione straordinaria alla funzione del perpetuo atto del guardare, dirò, a mia volta, che gli occhi, ugualmente grandi, di Dana continuano a osservare concentrati sulla realtà che vede, per identificare l’essenza oltre all’apparenza. Oppure, per citare di nuovo il poeta: «uno sguardo magico/ emanato dagli occhi/ caduco soggiorno/ del grande malocchio» (Ștefan Augustin Doinaș).



Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul F.L.O.T.E.


Ciclul „12 Iulie I''


Ciclul „12 Iulie II''


Ciclul „12 Iulie III''


„Empatie”


„Garana”


„Verde”


Ciclul F.L.O.T.E.s I


Ciclul F.L.O.T.E.


„Vis”





Ruxandra Demetrescu
Traduzione di Serafina Pastore
(n. 6, giugno 2019, anno IX)