Enrico Orsenigo: «Calvino, un modo di “navigare” nel reticolo della complessità»

«Attraverso la sua grande produzione letteraria, Calvino ha infuso nelle scienze umane un certo modo di “navigare” nel reticolo della complessità». Così Enrico Orsenigo nel nostro Spazio Calvino.
Enrico Orsenigo è psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto, Ph.D. Student in Learning Sciences and Digital Technologies all'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Nei suoi articoli si occupa di psicologia clinica, psicologia dello sviluppo, psichiatria fenomenologica e filosofia della tecnica.

L’opera e la personalità di Italo Calvino sovente appaiono contraddittorie, considerata la grande varietà di atteggiamenti che, verosimilmente, riflette l’accadere delle poetiche e degli indirizzi culturali nel quarantennio fra il 1945 e il 1985. È possibile, tuttavia, rinvenire un’unità d’intenti?

Si, l’unità d’intenti può essere rinvenuta all’interno delle lezioni americane, dove lo stesso Italo Calvino ci spiega che la sua scrittura è stata principalmente un tentativo di testimoniare «un certo modo di guardare il mondo». Sempre nelle lezioni americane possiamo farci un’idea abbastanza precisa dell’autore-Calvino; egli, attraverso la sua grande produzione letteraria, ha infuso nelle scienze umane un certo modo di ‘navigare’ nel reticolo della complessità. In altre parole, possiamo affermare con pochissimi dubbi che ha dato vita a un sistema di conoscenza, riscontrabile in ogni opera attraverso le unità minime di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e per ultima, solo abbozzata, consistenza (sul cominciare e finire).


Neorealismo, gioco combinatorio, letteratura popolare sono tra i numerosi campi d'interesse toccati dal percorso letterario di Calvino. Su quali aree si è concentrata la sua attenzione?

La mia attenzione all’opera di Italo Calvino si è concentrata principalmente su due fronti: il primo, la funzione educativa delle lezioni americane che, lette come sistema di conoscenza, hanno tutt’oggi un potenziale da coltivare non solo nell’aula scolastica ma anche nei cosiddetti terzi spazi e, perché no, negli ambienti sociali più estesi; il secondo fronte, la relazione che Calvino ha iniziato a cercare, a partire dagli anni Sessanta, tra scienze hard e scienze soft, tra matematica e magia, tra intelligenza artificiale e folklore, tra cartomanzia e cibernetica. Ad esempio, voglio ricordare che Il castello dei destini incrociati nasce da una serie di suggestioni che Calvino stesso raccoglie dopo aver seguito l’intervento di Paolo Fabbri su Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi durante il Seminario internazionale sulle strutture del racconto del luglio 1968 a Urbino. I due avviarono una corrispondenza, e da qui emerse l’idea di Calvino di utilizzare i tarocchi come una macchina narrativa combinatoria, estendendo il lavoro descritto negli scritti di M.I. Lekomceva e B.A. Uspenskij, La cartomanzia come sistema semiotico e B. F. Egorov, I sistemi semiotici più semplici e la tipologia degli intrecci (traduzione italiana in I sistemi di segni e lo strutturalismo sovietico, a cura di Remo Faccani e Umberto Eco, Bompiani).


«Nel Novecento è un uso intellettuale (e non più emozionale) del fantastico che s’impone: come gioco, ironia, ammicco, e anche come mediazione sugli incubi o i desideri nascosti dell’uomo contemporaneo». Così Calvino.

Si, un cambio radicale nel modo di gestire e ‘lavorare’ con il fantastico. Una trasformazione avvenuta evidentemente in contemporanea alle grandi perturbazioni del tessuto socio-culturale occidentale (ma non solo, in realtà). Il progresso tecnologico a cui partecipiamo oggi, e che segna nuove ‘conquiste’ anno dopo anno, talvolta come nel 2023 mese dopo mese, ha come protagonisti oggetti, cose, modelli, flussi che costituivano parte dell’aspetto emozionale della fantascienza (pensiamo ai racconti sui sembianti, che hanno segnato un certo stile ottocentesco). Oggi, invece, appartengono al quotidiano comune, che tuttavia non è ancora un quotidiano d’abitudine, ma che si organizza sull’interazione principalmente di tipo cognitivo tra uomini e macchine. Su cosa si costruisce il fantastico oggi? Gioco, ironia, ammicco, sì, ma anche non detti, lapsus, goffaggini, ossessioni.


In qual misura il ‘fantastico’ calviniano si fa pioniere del contemporaneo?

Il fantastico calviniano, a mio avviso, offre al lettore la possibilità di conoscere le due dimensioni principali della letteratura: l’evasione e la concentrazione. È ancora vivo il dibattito (non solo tra i teorici della letteratura) sul prevalere di una dimensione sull’altra. A mio avviso, oggi, è necessario immaginare nuove storie nella direzione indicata da Calvino, e in prima battuta dal suo modo di “forgiare” il fantastico. Una continua equilibrazione di elementi che si tengono in between tra evasione – capacità del testo di eterotrainare fuori dal quotidiano il lettore – e concentrazione – offrire una certa esattezza di dettagli nella gestione delle ambientazioni e dei personaggi. Perché è importante che non ci sia un movimento di evasione fine a se stesso, ossia senza un piano? Per chi è tutta questa esattezza contenuta nei testi di Calvino? L’obiettivo, a mio avviso, è ben definito da Umberto Eco nel suo Lector in Fabula: il lettore deve prendere coscienza del testo come macchina pigra, e in quanto tale necessita della sua cooperazione, della sua partecipazione. Per che cosa? Può sembrare complesso, ma essenzialmente per transfugare lo stato alfabetico in stato biologico: per tradurre i segni delle lettere in storie e a sua volta le storie in simulazioni incarnate. Si tratta del processo che ha portato Carole Fleisher Feldman e Jerome Bruner ad immaginare i generi letterari come modelli mentali. Le ambientazioni, i personaggi, se transfugano dalla pagina alla vita della persona, diventano schemi di azione, modelli operativi, costellazioni emotive e sentimentali, in altre parole diventano estensioni dell’habitus. Vere e proprie orbite narrative che forniscono senso ai giorni, tanto quanto le esperienze fattuali della vita.


Il 2023 ha celebrato il centenario della nascita di Italo Calvino. Qual è il suo lascito alla posterità letteraria?

Riprendo quanto detto in apertura: il lascito principale di Italo Calvino è sicuramente «un certo modo di guardare il mondo». Direi che all’interno delle lezioni americane possiamo trovare le tracce da cui muovere per approfondire tale lascito. Ma non è tutto, nemmeno in termini di saggistica calviniana perché non possiamo fare certo a meno di Mondo scritto e mondo non scritto o di Collezione di sabbia. Per quanto riguarda le opere letterarie, esse mi sono sempre sembrate degli ottimi laboratori per la pratica e l’esegesi del sé. Penso al Castello dei destini incrociati o Se una notte d’inverno un viaggiatore. In queste opere è richiesta una notevole cooperazione interpretativa, un patto forte tra autore e lettore, nel quale il secondo è chiamato, a più riprese, in quelle che Umberto Eco definì «passeggiate inferenziali». Ecco il lascito di Calvino: «un certo modo di guardare il mondo» a patto che questo mondo venga inteso come l’insieme degli eventi possibili e impossibili.


Quali sono, secondo lei, le sfide più ardue che la critica letteraria, e in particolare l’italianistica, deve affrontare al giorno d’oggi?

Tra le decine di sfide che sono in corso, vorrei soffermarmi su quella che conosco maggiormente e che mi sta particolarmente a cuore: l’interdisciplinarità. La critica letteraria deve oggi confrontarsi con altre discipline, come ad esempio la psicologia, la semiotica, la storia. Integrare approcci interdisciplinari può contribuire a sollevare il grado di complessità della comprensione critica di un’opera; al critico, dunque, è richiesta una formazione varia e vasta, che deve tuttavia sapersi tenere in between, dentro a specifici livelli soglia.
Considerata la lunga tradizione psicologica e pedagogica del nostro paese, l’italianistica dovrebbe stringere raccordi più solidi con queste discipline per verificare l’applicabilità di alcune teorie e favorire così un'analisi dei personaggi e delle ambientazioni, nonché degli stili.


Romano Luperini sostiene che il saggio critico, così come ereditato dal secolo passato, non ha più futuro. Come vede lei la trasformabilità di questa forma che si è istituzionalizzata in un vero e proprio genere letterario, sul quale si sono cimentati filosofi e critici celebri, tra cui Adorno e Lukács?

Anche qui ritorna la questione dell’interdisciplinarità: la critica letteraria può assumersi il compito di adottare approcci interdisciplinari, sperimentare nuovi linguaggi (la tradizione humboldtiana); lo stesso Calvino, e il collega Paolo Fabbri che ha contribuito alle idee per il Castello dei Destini Incrociati, operavano in questo modo, ossia privilegiando l’orizzontalità dell’esplorazione rispetto alla verticalità dell’approfondimento.


L’edizione 2023 del Premio Strega ha segnato non solo la vittoria di una scrittrice, ma anche un record di donne: otto scrittrici nella dozzina e quattro nella cinquina. Come si configura l’attuale status della letteratura esperita da donne?

Come emerge dai risultati del Premo Strega, nell’ultimo decennio c’è una maggiore attenzione nei confronti delle scrittrici. Tuttavia, rimane altamente sbilanciata al maschile la quantità di opere pubblicate in diversi campi, primi fra tutti direi la poesia, la filosofia, la psicologia e le scienze naturali. Il mantenersi di questo fenomeno è decisamente grave; come sostiene Eugenio Borgna, non riporre attenzione alla scrittura femminile comporta una serie di problematiche notevoli, tra cui la perdita di un certo modo di gestire la grammatica e l’abbandono di certe crome emotive e sentimentali. In altre parole, siamo (ancora) di fronte a una riduzione dei campi semantici e semiotici perché, scegliendo di pubblicare perlopiù opere scritte da uomini, intendiamo testimoniare alle nuove generazioni solo una parte degli stili comunicativi sviluppati dalla nostra specie. Questo, evidentemente, è solo un punto di una questione che meriterebbe di certo molte, molte pagine.


La letteratura romena è costantemente tradotta in italiano, con nomi di punta quali Ana Blandiana, Herta Müller, Norman Manea, Mircea Cărtărescu, Emil Cioran, Mircea Eliade, e la rivista «Orizzonti culturali italo-romeni» ne registra le pubblicazioni nel database Scrittori romeni in italiano: 1900-2024
. In che misura pensa sia conosciuta in Italia e quali scrittori romeni hanno attirato la sua attenzione? 

È sicuramente necessaria una maggiore diffusione, in Italia non si conosce ancora abbastanza; posso parlare soprattutto per le discipline che mi riguardano, cioè la psicologia dello sviluppo, la filosofia dell’educazione e la pedagogia della narrazione. Ci sono alcuni autori romeni che durante il mio percorso di studi, e tuttora, hanno attirato la mia attenzione; in particolare Serge Moscovici che ha dato uno slancio e un contributo fondamentale alla psicologia sociale, fondando il Laboratoire Européen de Psychologie Sociale della Maison des Sciences de l'Homme di Parigi; Jacob Levi Moreno, ideatore dello psicodramma e del sociodramma, avviando così un nuovo approccio sistemico della psichiatria sociale; David Wechsler, che nella seconda metà degli anni ’30 ha elaborato il Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS), la Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC) e la Wechsler preschool and primary scale of intelligence (WPPSI). Strumenti molto dibattuti ma che certamente hanno esteso la conoscenza e dello studio dell’intelligenza umana e del modo in cui questa interagisce con l’ambiente.




A cura di Afrodita Cionchin e Giusy Capone
(n. 2, febbraio 2024, anno XIV)