Traduzioni e scrittura migrante. In dialogo con Irina Țurcanu

Le traduzioni dalla letteratura romena vanno avanti di buon passo, anno dopo anno, e la nostra rivista le registra nel database Scrittori romeni in italiano. Uno dei classici pubblicati nel 2021 è Ioan Slavici, nella nuova traduzione realizzata da Irina Ţurcanu, con il titolo Il mulino fortunato, per i tipi Rediviva Edizioni. Di questo libro e della letteratura migrante romena in Italia, nell’intervista realizzata da Afrodita Cionchin.
Traduttrice e scrittrice, Irina Turcanu è nata in Romania e vive in Italia dove si è laureata in Filosofia presso l’Università di Milano. Ha collaborato con diverse testate nazionali e provinciali. Ha lavorato come editor per diverse case editrici. Alcune sue poesie sono state pubblicate in antologie e si è classificata terza al concorso «Lingua Madre» e prima a «Scrivere Altrove». Ha curato le antologie Ritorno a casa (Ciesse Edizioni) e Io scelgo (Rediviva Edizioni) e ha tradotto in romeno Musica per lupi di Dario Fertilio (Muzică pentru lupi, Rediviva Edizioni); Ozono Generation di Severino Bacchin (Rediviva) e Tutto il resto è provvisorio di Guido Barbujani (Tot restul e provizoriu, Ed. Ideea Europeană, Bucarest). In italiano, ha tradotto Le giovinezze di Daniel Abagiu di Cezar Paul-Bădescu (Ciesse Edizioni) e Il mulino fortunato di Ioan Slavici (Rediviva). Ha pubblicato i romanzi Alia, su un sentiero diverso (Seneca Ed.); La pipa, Mr. Ceb e l’Altra (Ciesse Ed.), La frivolezza del cristallo liquido (Absolutely Free); Rigor Artis (Absolutely Free). Attualmente collabora con «SulRomanzo», «Orizzonti culturali italo-romeni» e il giornale «Libertà».


Come nasce questo progetto traduttivo e perché hai scelto di tradurre un classico della letteratura romena?

L’idea è nata da una conversazione avuta con Violeta Popescu, la presidente del Centro culturale italo-romeno di Milano, nonché l’anima della casa editrice Rediviva. Il sostegno di Violeta Popescu è stato essenziale, mentre la possibilità di tradurre in italiano un romanzo così sorprendente mi è sembrato un fatto importante per far conoscere la cultura romena in Italia.


In che modo ti sei rapportata alla precedente traduzione, quella del 1965 di Luigi Basevi?

Sapevo già che tipo di traduzione volevo proporre, ma, dopo aver riletto il romanzo in lingua romena e aver visionato il film La moara cu noroc, ho letto la versione del ’65 con l’intenzione di comprendere che tipo di traduzione aveva proposto Luigi Basevi, ovvero una che «addomestica» la storia originale o una che trascina il lettore in uno spazio lontano.


Perché hai scelto di tradurre il titolo Moara cu noroc con Il mulino fortunato?

Sebbene il titolo Il mulino della fortuna sia ben radicato, per citare un collega traduttore molto talentato con cui ho avuto l’occasione di confrontarmi e che mi ha suggerito di mantenerlo nella versione radicata, ho sentito di non esserne soddisfatta. L’espressione «cu noroc» ha radici molto profonde in lingua romena. Anche i bambini tengono la parola sulle labbra. Ha anche una dimensione popolare e una demonica. La fortuna non è cristiana. Il mulino di Slavici mantiene tutte queste implicazioni grazie al sintagma «cu noroc», fortunato. Poi, in romeno, la fortuna può colpirti, la vita può essere in un certo modo in funzione della fortuna, ma può essere anche una forma di saluto. Inevitabilmente, per portare «cu noroc» in italiano bisognava rinunciare a una qualche sfumatura. Il modo più aderente per tradurre era forse «Il mulino porta fortuna», ma, al contempo, piuttosto impraticabile. Il mulino della fortuna mi dava la sensazione che il mulino appartenesse alla fortuna, mentre fortunato è un suo attributo, un modo di essere, quindi più vicino al senso originale.


Da 11 anni, attraverso la nostra rivista, seguiamo le pubblicazioni della letteratura romena in Italia. Come ti sembra siano rappresentati gli scrittori romeni pubblicati in Italia?

Il mondo editoriale è complicato e ramificato ovunque, anche in Italia. Le grandi culture hanno vita facile a riversarsi in quelle più piccole. Il rapporto tra la cultura italiana e quella romena è di sorellanza. Ça va sans dire, qual è la più piccola. Detto ciò, esiste una nicchia interessata in modo autentico ed è mossa dalla curiosità reale nei confronti della letteratura romena tradotta in italiano. Per nostra fortuna, ci sono tanti traduttori instancabili che propongono anno dopo anno un numero importante di titoli.


Quali autori contemporanei e/o libri vorresti fossero pubblicati in futuro?

Personalmente, ho alcuni «amori» letterari incarnati in alcuni scrittori. Do tre esempi: Cezar Paul Badescu e il suo libro Luminița, mon amour; Radu Paraschivescu e Acul de aur si ochiul Glorianei [L’ago d’oro e l’occhio di Gloriana]; e Răzvan Petrescu, Cuțitul japonez [Il coltello giapponese]. Vorrei, egoisticamente, poterne parlare con i miei amici dopo che li hanno letti.


Attraverso la tua attività letteraria, rappresenti la cosiddetta «letteratura migrante» in Italia. Com’è, per te, lo scrivere in italiano rispetto a quello in romeno?

Non ho mai scritto nulla di significativo in romeno. Temo che non sarei capace di descrivere un personaggio in modo realistico attraverso il linguaggio poiché mi manca il suono nelle orecchie. Il mio romeno è quello dell’infanzia e dei libri, ma non si può produrre nulla di nuovo senza «sporcarsi» di vita, e questo accade in mezzo alla lingua parlata. Da questo punto di vista, scrivere in italiano mi è più naturale.


Come si presenta oggi, nel suo insieme, la scrittura migrante dei romeni in Italia e com’è recepita dalla critica italiana?

Parlavo a un certo punto con l’editor di un’importante casa editrice italiana proprio di questo argomento. Osservavamo come in altri paesi, per esempio in Inghilterra o in Francia, la letteratura migrante, in generale, abbia trovato un suo spazio, mentre in Italia rimane piuttosto marginale, eccezion fatta per alcuni nomi. La conclusione a cui siamo giunti è che le radici sono storiche, come sempre. Il fenomeno in Italia è relativamente recente, mentre, grazie al colonialismo, altri paesi europei si sono dovuti confrontare con questo fenomeno molto prima e con maggiore urgenza. 
La comunità romena in Italia ha iniziato a infoltirsi in tempi recenti. Le serve più tempo per maturare e produrre scrittori interessanti per il grande pubblico, non solo per una nicchia.


Quali sono le caratteristiche del linguaggio della letteratura migrante e quali influenze ha sul linguaggio letterario italiano?

Una domanda molto interessante alla quale non sono certa di poter fornire una risposta soddisfacente. Le caratteristiche specifiche credo siano rappresentate dagli spazi lontani e dalla storia differente che la letteratura migrante mette in scena. Le persone non possono affezionarsi a tutte le difficoltà del mondo, certe volte è compito della letteratura sensibilizzare i lettori su alcune questioni che, altrimenti, resterebbero in ombra, e, da questo punto di vista, le traduzioni e la letteratura migrante sono un contributo essenziale. Per quel che concerne il linguaggio, credo possa avere un’influenza nel momento in cui la letteratura migrante riuscirà a uscire dalla strettoia attuale raggiungendo i lettori alla stregua della letteratura autoctona.


La condizione del migrante si riflette nei problemi che affronta in ciò che scrive. Quali sono, in questo senso, i temi prediletti?

Lo sradicamento credo sia il soggetto principale. Come potrebbe essere diversamente? Può un artista non raccontare i suoi più profondi traumi? Di più, ha senso che taccia una cosa del genere?


Quali progetti di traduzione e/o scrittura hai per il nuovo anno?

Al momento, partecipo a un corso dedicato alla sceneggiatura dove lavoro assieme a autori come Valia Santella e Bruno Oliviero. Assieme a una collega, sto lavorando a una sceneggiatura che spero possa prendere una forma convincente. In cantiere ho un romanzo e, spero, una traduzione, ma vorrei serbare il segreto sulla loro natura finché non diventeranno progetti più concreti.

 






A cura di Afrodita Carmen Cionchin
(n. 2, febbraio 2022, anno XII)